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lunedì 12 aprile 2010

Berlusconi critica Napolitano "Controlla anche gli aggettivi"

Irritazione al Colle per le affermazioni fatte dal premier al forum di Confindustria a Parma

Il Cavaliere contro la Consulta, "l'oppressione fiscale, burocratica e giudiziaria"


PARMA - Parla con una mano in tasca. Davanti a questi imprenditori, che si spellano le mani a ogni sua battuta, si sente a casa. Chiama la Marcegaglia "la nostra Emma", la Confindustria diventa "la nostra associazione". Che, come un postino, potrebbe anche fargli il favore di distribuire "a tutti i colleghi imprenditori" il libro blu con le "tantissime realizzazioni del governo del fare, che solo a leggerle tutte ci si annoia". Rifiuta la "teoria del declino" italiano e annuncia "riforme in tutte le direzioni", compreso ovviamente il presidenzialismo con il rafforzamento dell'Esecutivo che "oggi non ha nessun potere". Una sottolineatura che lo manda in fuorigioco rispetto al Quirinale, visto che Berlusconi, lamentandosi dei suoi scarsi poteri, ricorda come "ogni provvedimento che esce dal Consiglio dei ministri debba poi essere sottoposto al presidente della Repubblica e al suo staff, che controlla minuziosamente anche gli aggettivi". Una frase che, a detta degli uomini del Cavaliere, non andrebbe intesa contro Napolitano, con il quale anzi "i rapporti sono eccellenti".
Ma che al Colle non è piaciuta affatto: "Non è la prima volta che lo dice e non sarà l'ultima. Certo, stupisce il momento".
  
La novità è che il premier spedisce in fondo alla lista delle cose da fare la riforma della Costituzione, mettendo in vetrina la riforma fiscale. La riforma istituzionale, annuncia infatti dal palco, "non so se sarà la prima in ordine di tempo, forse la posticiperemo alle altre. Non è un grave problema". Quanto al ministro Calderoli, che ha già portato al Quirinale la sua bozza, Berlusconi gli tira le orecchie: "Calderoli "piè veloce" ha voluto usare la cortesia al presidente della Repubblica di portargli una prima bozza di cui aveva sommariamente discusso con me, ma state sereni, di questa riforma della Costituzione discuteremo in tante sedi. Ci metteremo tutto il buon senso necessario, con l'apertura più totale ad ascoltare tutte le voci".
Promesse agli industriali ne fa poche, si ferma ai titoli. "La vostra richiesta di riforme - assicura - trova la nostra più assoluta condivisione. Dobbiamo liberare i cittadini e le imprese dall'oppressione fiscale, burocratica e giudiziaria". E' ancora e sempre la giustizia il chiodo fisso ed è ai giudici e alla Corte costituzionale che riserva le stoccate più dure. La Consulta, "essendo frutto di tre successivi presidenti della Repubblica di area di sinistra è fatta da undici membri di sinistra e da quattro Ladi centrodestra". La "patologia della nostra democrazia" è dunque una Corte che "è diventata organo politico anziché organo di garanzia", visto che "abroga le leggi che non piacciono ai pm di Magistratura Democratica". Insiste sulla separazione delle carriere e torna a difendersi: "Continuano a processarmi solo per mantenere l'avversario politico sulla griglia mediatica". Si definisce  "il più grande imputato della storia dell'Universo" e promette una rapida approvazione del giro di vite sulle intercettazioni. "Alzi la mano chi di voi teme di essere spiato al telefono", grida nel microfono.  E tutta la platea, come ai comizi del Pdl, alza la mano. Attacca anche Santoro, definendo "inaccettabile che si facciano processi sulla tv pagata da tutti".   Quindi rivendica le telefonate fatte per bloccare Annozero, anzi "vorrei che fossero tutte pubblicate".

C'è poco spazio le richieste degli imprenditori. Berlusconi loda a piene mani il "rigore" del ministro dell'Economia. "Al signor Tremonti chapeau! Potevamo finire come la Grecia, invece è riuscito a tenere in ordine i conti pubblici". La riforma fiscale si farà, ma con calma: "Ci vorranno almeno tre anni di tempo, anche se spero non servano tutti". Lo applaudono 20 volte in 50 minuti. Poi pranzo con la Marcegaglia e bagno di folla in centro, a piazza Garibaldi.


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venerdì 9 aprile 2010

Legittimo impedimento, Napolitano firma

La legge in base alla quale Berlusconi (e con lui i ministri del governo) potrà far valere tutti i suoi impegni di capo del governo semplicemente autocerficandoli dalla presidenza del Consiglio per far saltare le udienze dei processi nei quali è coinvolto.
Una legge che a detta di molti costituzionalisti presenta più di un profilo di palese incostituzionalità a cominciare dal dettaglio che lo stesso testo - al secondo e ultimo articolo - riconosce che per regolare la materia delle prerogative del primo ministro ci sarebbe bisogno di una «organica legge costituzionale» e ad essa rimanda nel termine di 18 mesi. La legge, un nuovo lodo Alfano, questa volta costituzionalizzato, non è alle viste anche se il Pdl ne avrebbe pronta una versione (autori i senatori Quagliariello e Centaro) da gettare sul tavolo delle trattative per le riforme istituzionali.
La presidenza della Repubblica ha accompagnato la promulgazione della legge - contro la quale c'era stata anche una manifestazione a Roma del popolo viola con le adesioni del partito di Di Pietro e del Pd - con un auspicio alla leale collaborazione tra le autorità politiche e quelle giudiziarie. Il Quirinale ha poi avvertito che «il sereno svolgimento di rilevanti funzioni» è un principio già riconosciuto dalla Consulta, che però ne affidava le valutazioni al giudice. Con questa legge invece il rinvio delle udienze (con l'interruzione della prescrizione) sarebbe automatico, fanno notare i critici. Mentre il Quirinale risponde che gli impegni del governo utili a tenere lontani i ministri dai loro giudici vengono così «tipizzati» e dunque precisati e che la norma finale in base alla quale deve trattarsi comunque di impegni «primari» o ad essi «coessenziali» è stata introdotta grazie alla moral suasion del capo dello stato. Anche la durata massima dell'impedimento - 6 mesi, in pratica prorogabili tre volte fino all'esaurimento dei 18 mesi previsti dal testo - è stata fortemente voluta dal Colle. Che alla fine ha firmato così come aveva firmato il lodo Alfano, poi bocciato dalla Consulta. Quella volta Berlusconi si era molto arrabbiato con Napolitano, lo aveva accusato di aver tradito le promesse non avendo fatto pressioni sulla Consulta («giudici comunisti») perché si adeguasse al giudizio positivo del Quirinale. Quel litigio segnò il momento più basso dei rapporti tra palazzo Chigi e Quirinale che ieri sono tornati buoni, al punto che Berlusconi ha ringraziato Napolitano per la firma che, ha detto, gli concede «tre anni per governare in modo sereno».
Si tratta in realtà di un anno e mezzo perché - ammesso che la Consulta non intervenga prima - bisognerà approvare la versione costituzionale del lodo e senza i voti dell'opposizione il Pdl dovrà affrontare il giudizio degli elettori nel referendum confermativo. La strada dunque è ancora in salita senza contare il fatto che Antonio Di Pietro ha annunciato che raccoglierà le firme per un referendum abrogativo. Ma dietro l'angolo c'è il ricorso alla Consulta già annunciato dalla procura di Milano. Potrebbe accadere già lunedì prossimo quando è prevista udienza nel processo Mediaset diritti tv e Berlusconi ha già avvertito che non ci sarà (viaggio a Washington). Altra udienza in calendario, con Berlusconi in condizione di farla saltare, il 16 aprile per il processo Mills. A sostenere le ragioni della pubblica accusa milanese il costituzionalista Alessandro Pace. Questo ricorso preoccupa Berlusconi che ieri ne ha parlato con i giornalisti in conferenza stampa a palazzo Chigi, «nonostante il capo dello stato con la sua firma riconosca che non vi sono evidenti segni di incostituzionalita». «La decisione della procura di Milano - ha strillato il ministro Sandro Bondi - manifesta una proterva mancanza di rispetto nei confronti delle istituzioni democratiche e un disperato tentativo di modificare il corso politico positivo del dopo elezioni».
Sono queste le residue preoccupazioni della maggioranza dopo la firma di Napolitano. Tanto che i primi commenti dei deputati e senatori sono volti a esorcizzare il rischio di un successivo giudizio di incostituzionalità. Secondo il senatore ex An Roberto Centaro «la firma del capo dello stato dovrebbe far cadere ogni dubbio sulla costituzionalità». Secondo la deputata previtiana Jole Santelli «la firma di Napolitano certifica che si tratta di un testo costituzionalmente ineccepibile». Ma dal Quirinale si fornisce una versione molto più prudente e legata alle prerogative del Colle: di fronte a pareri contrastanti dei costituzionalisti, l'ultima parola è fisiologicamente rimandata alla Corte costituzionale, l'unico giudice delle leggi.

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giovedì 1 aprile 2010

Lavoro, Napolitano non firma troppi dubbi sull'arbitrato


Il presidente della Repubblica rimanda alle Camere il testo che disciplina i rapporti di lavoro varato dal governo

Era previsto che già nel contratto di assunzione, in deroga dai contratti collettivi, si potesse stabilire il ricorso all'arbitro

Il capo dello Stato: "Effetti negativi da questo modo di legiferare" La soddisfazione della Cgil. Sacconi: "Terremo conto dei rilievi"


ROMA - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha firmato il ddl del governo sul lavoro e ha rimandato il testo alle Camere. Ponendo forti dubbi sulla norma che prevede l'estensione dell'arbitrato nei rapporti di lavoro. Le perplessità riguardano, inoltre, il modo con cui il Parlamento ha legiferato su una materia complessa quale quella del lavoro. "Già altre volte - aggiunge il capo dello Stato - ho sottolineato gli effetti negativi di questo modo di legiferare sulla conoscibilità e sulla comprensibilità delle disposizioni e quindi sulla certezza del diritto, sullo svolgimento del procedimento legislativo per l'impossibilità di coinvolgere tutte le commissioni competenti". Serie perplessità sono state sollevate anche "per una così ampia delegificazione".

"Il Capo dello Stato è stato indotto a tale decisione dalla estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni, gli articoli 31 e 20, che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale. Ha perciò ritenuto opportuno un ulteriore approfondimento da parte delle Camere, affinché gli apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento possano realizzarsi nel quadro di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale" si legge nella nota del Quirinale. Che, per la prima volta, dal momento dell'elezione di Napolitano, rinvia una legge alle Camere. Cauta la reazione del governo. "Terremo conto dei rilievi del capo dello Stato - dice il ministro del Welfare
Maurizio Sacconi - proporremmo alcune modifiche che mantengano in ogni caso l'istituto che lo stesso presidente della Repubblica ha apprezzato". In ogni caso, il titolare del dicastero auspica "un sollecito esame parlamentare" sui tre punti indicati dal capo dello Stato.

Le critiche del Colle. I rilievi del Colle si appuntano su una delle norme del ddl Lavoro. Quella che riguarda la nuova procedura di conciliazione e arbitrato che di fatto incide su quanto previsto dall'articolo 18 in materia di licenziamento. In particolare l'articolo indicato nel comunicato del Quirinale prevede che già nel contratto di assunzione, in deroga dai contratti collettivi, si possa stabilire che in caso di contrasto le parti si affidino a un arbitrato. L'articolo 31 modifica profondamente le disposizioni sul tentativo di conciliazione. Per Napolitano "occorre verificare che le disposizioni siano pienamente coerenti con la volontarietà dell'arbitrato e la necessità di assicurare un'adeguata tutela del contraente debole". Ovvero del lavoratore. Un altro articolo sul quale il Quirinale muove rilievi è il 20, che esclude dalla delega del 1955 sulla sicurezza del lavoro il personale a bordo dei navigli di Stato: una interpretativa che bloccherebbe l'inchiesta della procura di Torino su 142 uomini della Marina Militare morti per esposizione all'amianto e un processo a Padova per la morte, per lo stesso motivo, di altri due militari. Infine il capo dello Stato chiede una riflessione "opportuna" sugli articoli 30, 32 e 50. Napolitano invita a una rilettura anche sulle competenze della magistratura sulle clausole dei contratti di lavoro, i contratti a tempo determinato e la tipizzazione delle clausole di licenziamento, l'entità del risarcimento per le cause di lavoro relative a collaborazioni coordinate e continuate.

Le reazioni. "Napolitano ha sempre mostrato una grande attenzione" alla eterogeneità delle norme e alle coperture finanziarie, è nel suo potere rimandare alle Camere, non ho nulla da obiettare" dice il ministro dell'Interno, Roberto Maroni. Soddisfazione è stata espressa dal Pd ("Speriamo che la maggioranza non sprechi questa occasione offertale dal presidente della Repubblica", hanno detto i deputati della commissione lavoro di Montecitorio, Marianna Madia e Ivano Miglioli) e dalla Cgil, fortemente critica verso il provvedimento. "E' una decisione - dice il segretario Guglielmo Epifani - che conferma le considerazioni della Cgil sugli aspetti critici del provvedimento. E' di tutta evidenza l'intempestività di una dichiarazione comune su una legge nemmeno ancora promulgata né pubblicata sulla Gazzetta ufficiale". "Finalmente il presidente della Repubblica batte un colpo e rimanda alle Camere la legge che voleva modificare, anzi svuotare lo Statuto dei lavoratori. Ne siamo contenti perché l'Italia dei valori è stato l'unico partito che, a suo tempo, si era permesso di pregare il presidente della Repubblica di non firmare il provvedimento ma di rinviarlo alle Camere" afferma il leader di Idv, Antonio Di Pietro. Per la Cisl, invece l'arbitrato resta uno strumento "utile", mentre il segretario generale della Uil Luigi Angeletti si augura "che il rinvio alle Camere sia l'occasione utile per rendere coerente il provvedimento legislativo con l'avviso comune realizzato dalle parti". Sulla stessa lunghezza d'onda Nazzareno Mollicone, segretario confederale dell'Ugl. Pienamente soddisfatti della scelta di Napolitano si dicono i vertici di Rdb (Rappresentanze di base) e Sdl (Sindacato dei lavoratori)
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martedì 9 marzo 2010

Bandiere a mezz'asta, Pertini al posto di Napolitano: la protesta dei sindaci parte dal Canavese

di Federico Bona
Strambinello e Vistrorio: due paesi che, assieme, non fanno nemmeno ottocento abitanti, ma dai quali è nata, poche ore fa, una protesta che potrebbe estendersi a macchia d’olio in tutto il paese: bandiere a mezz’asta, in Municipio, e listate a lutto, per la morte della democrazia, sancita dal decreto “salvaliste” firmato la notte scorsa dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

E’ stata la battagliera Sindachessa di Strambinello, Eralda Caserio, la prima ad avere l’idea. Detto e fatto: un colpo di telefono all’altrettanto energico primo cittadino di Vistrorio, Federico Steffenina e l’idea è diventata un progetto.

Federico Steffenina
«Ho subito aderito alla proposta della mia collega – dice Steffenina – perché sono d’accordo con lei sul fatto che non si possa rimanere in silenzio, a subire ancora una volta. A volte sembra che in Italia non esista più il sentimento dell’indignazione. Con questo gesto vogliamo dimostrare che c’è ancora chi si indigna e non ha paura di farlo vedere».

Eralda Caserio, dopo la telefonata a Steffenina, si è messa in moto per coinvolgere quanti più colleghi possibile: «Basta con le sterili lamentele! Per dire “Basta!” c’è bisogno di prese di posizione. Noi abbiamo fatto qualcosa, anche se siamo piccoli comuni. Speriamo che il nostro esempio sia seguito da altri, che ci sia chi ha il coraggio di dirsi contrario a questo stato di cose che va oltre ogni regola, oltre il buon senso. Sono anni che siamo disgustati, tante volte ci è sembrato di aver toccato il fondo, ma ogni volta ci mettiamo a scavare…».

Eralda Caserio
Da qualche tempo, nell’ufficio del Sindaco di Strambinello, il ritratto di napolitano non c’è più: lo ha rimosso Eralda Caserio, per sostituirlo con quello di Pertini. Lei è sicura: «Con Pertini o con Scalfaro un decreto come questo non sarebbe stato firmato. Non siamo di fronte a un evento grave, ma a un vero disastro. Ora ne parlerò anche con il nostro parroco, sono certa che anche lui avrà qualcosa da dire domani, durante la Messa».

Steffenina, su Facebook, aggiunge: «Il Canavese e le nostra zona, sono ormai piegate da anni dalla crisi economica, lavoratori che non percepiscono lo stipendio da mesi pur lavorando, aziende in difficoltà sull'orlo del fallimento… e il Consiglio dei Ministri, invece di lavorare per risolvere i problemi veri si ritrova nottetempo per risolvere le coglionate dei loro galoppini a livello locale. Eì vergognoso, oltre ogni limite».

I due primi cittadini concludono con un appello: Passate la voce agli amministratori che conoscete, ai sindaci, diamo un segno concreto ma soprattutto istituzionale del nostro sdegno. Anche il cittadino comune potrebbe aderire, basterebbe esporre la bandiera italiana listata a lutto, il lutto per la democrazia Italiana che oggi ha subito un altro duro colpo».



La bandiera listata a lutto sul Municipio di Strambinello





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Perché il decreto è incostituzionale


Massimo Villone
Alla fine, il misfatto si compie. Il governo con decreto-legge modifica le regole in corsa, e stravolge la competizione elettorale a vantaggio della propria parte.
Questo infatti è accaduto. È del tutto inconsistente lo schermo di una norma che si autodefinisce interpretativa. Anzitutto, a nulla vale argomentare che la decisione è lasciata ai giudici. Il problema non è chi deciderà applicando la norma, ma quale norma si dovrà applicare. Perché la norma sia davvero interpretativa, bisogna supporre che in una medesima disposizione preesistente in realtà convivano più potenzialità normative.
E che il legislatore scelga tra i possibili e molteplici significati uno compiutamente già presente. Non a caso, una norma interpretativa viene a valle di contrasti giurisprudenziali, di dubbi applicativi, di incertezze evidenziate dall'esperienza. Nulla di questo è alla base dei pasticci degli ultimi giorni. Tutti assumono che vi sia stato pressapochismo da parte dei presentatori, o peggio. E allora cosa dobbiamo mai interpretare?
Emerge anche un dubbio sulla sussistenza dei presupposti di necessità ed urgenza ex art. 77 Cost. È in corso il procedimento elettorale. Sono state assunte decisioni, sono in atto impugnative davanti ai giudici competenti. Nessuno può sapere se sarà adottata una interpretazione o un'altra. E allora dov'è la necessità e l'urgenza di definire ex lege l'interpretazione corretta? Non è invece che si anticipa la certezza di una interpretazione sfavorevole? Ma in tal caso abbiamo un indizio evidente che non si tratta di norma interpretativa volta a chiarire, ma di norma nuova e modificativa di quella esistente.
Non si fermano qui le forzature e violazioni della Costituzione. Anzitutto, in materia costituzionale ed elettorale il decreto-legge è precluso. Lo stabilisce l'art. 72, comma 4, della Costituzione. È già dubbio che con decreto-legge si possa metter mano a marginali tecnicalità della competizione elettorale. Ma di sicuro non si può ricorrere al decreto per fissare l'interpretazione delle regole sulla presentazione delle liste. In nessun modo questa può considerarsi una marginale tecnicalità. Inevitabilmente, si incide sul voto, e questo senza dubbio preclude il ricorso al decreto. Dunque, la stessa definizione che il governo dà del proprio intervento in chiave di norma interpretativa evidenzia di per sé il contrasto con l'art. 72, quarto comma, della Costituzione.
Decisivo è poi che in materia elettorale la forma è sostanza. Il principio di fondo della competizione elettorale è la par condicio delle forze in campo. E il primo indispensabile presupposto perché tale par condicio vi sia è il rispetto assoluto delle regole. Cambiarle in corsa comporta inevitabilmente un vantaggio indebito per l'uno, un danno ingiusto per l'altro. E di sicuro incide - poco o molto non importa - sull'esito. Questo viola molteplici norme della Costituzione. Non solo, com'è ovvio, gli artt. 2 e 3, ma soprattutto l'art. 48 Cost., perché il voto dell'elettore è davvero eguale solo se l'offerta politica in ordine alla quale il diritto si esercita è stata avanzata nel pieno rispetto della par condicio. Ed anche l'art. 51 Cost., perché viene distorta la condizione di parità nell'accesso alla carica elettiva da parte dei candidati. Ancor più l'art. 49, perché si nega il diritto dei cittadini a partecipare «con metodo democratico» alla politica nazionale. Proprio in quel metodo troviamo un connotato indispensabile della partecipazione. Ed è per realizzare anzitutto il fine ultimo dell'art. 49 Cost. che si presentano liste e si compete per il consenso. Ma dov'è il metodo democratico se si usa la clava del decreto-legge per ribattere la palla nell'altra metà del campo? Cosa c'è di democratico se si ricorre alla forza della legge per cambiare le regole a proprio vantaggio, per cancellare gli effetti negativi dei propri errori politici, della propria incapacità di sedare la rissa di tutti contro tutti e formare per tempo le liste secondo quanto prescritto?
Un segnale drammaticamente negativo. Che intanto getta nella precarietà il risultato elettorale, perché rimarrà probabilmente possibile far valere i vizi davanti alla Corte costituzionale. Ma forse per un costituzionalista conta ancor più la prova - e non è certo la prima - che cede uno dei pilastri della Costituzione come armatura dei diritti e delle libertà. Non a caso nella Parte I della Costituzione è centrale la riserva di legge. Non a caso troviamo diritti e libertà presidiati da quella riserva. La ragione la vediamo nella legge come massima espressione di partecipazione democratica. Ma nella confusione politica e istituzionale del nostro tempo e nel bipolarismo coatto con la gruccia del maggioritario in cui viviamo la legge esprime i numeri, ma non la sostanza di una partecipazione democratica. Nella legge non ci siamo tutti, ma solo quelli che hanno i numeri utili nell'assemblea elettiva, magari per consenso gonfiato da un premio di maggioranza. Ancor più quando si tratta di decreti-legge.
Pensavamo di aver toccato il fondo con escort, cacicchi, amici, mogli o segretari particolari in corsa per un seggio. Non sapevamo ancora degli spuntini. Come anche avevamo già sentito di leggi-truffa in materia elettorale. Da oggi abbiamo anche il decreto-truffa

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Travaglio: la firma di Saraievo. Il decreto salvaberlusconi





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lunedì 8 marzo 2010

Siamo molto preoccupati e, per questo, molto incazzati, indignati. E ci ribelliamo.


tratto da Liberazione.it - Siamo molto preoccupati, e, per questo, molto incazzati, indignati. E ci ribelliamo. La democrazia costituzionale, della cui crisi Liberazione ha fornito un paradigma interpretativo di contesto storico, sembra, ormai, svanita nello stato di eccezione permanente. Il decreto “salva liste Pdl” dimostra l’incompatibilità strutturale del berlusconismo con il sistema delle regole. L’impermeabilità alla stessa civiltà politica. Ci troviamo di fronte a un macroscopico abuso di potere della impunità (come ha scritto l’Economist, non Liberazione). Quando il sistema delle regole viene, per i potenti e solo per i potenti, subordinato alla “sostanza” (come ha affermato Schifani, seconda carica dello Stato, mentre Fini, terza carica dello Stato, questa volta ha taciuto), emerge il vero fondamento della politica delle destre: il plebiscitarismo populista che frantuma ogni sistema normativo che si frappone al rapporto fra il capo supremo e il popolo, considerato massa amorfa e inerte. Siamo giunti ad una forma fascistica della irriducibilità del potere alle regole della convivenza civile. E sono fasciste le parole di La Russa, Alemanno, Polverini, la tentazione della piazza per salvare interessi di parte. E’ un punto delicatissimo: le norme elettorali, che governano la formazione della rappresentanza, cioè della sovranità popolare, sono indisponibili per interpretazioni di parte. E’ stato scritto un precedente di gravità assoluta che trasforma la democrazia, nei comportamenti quotidiani, in procedura marginale che può essere relativizzata. Da oggi muta la percezione del rapporto tra cittadinanza e statualità: perché mai una ragazza che si presenta ad un concorso dovrebbe essere esclusa per errori nelle procedure richieste per l’ammissione? A questo livello di illegalità costituzionale occorrerebbe rispondere, se ne avessimo la forza, con il livello della disobbedienza civile organizzata. Occorrerebbe anche aprire una riflessione sui frutti amari a cui ci ha portato l’imposizione del sistema maggioritario con questa crisi devastante del bipolarismo. Spiace che il presidente della Repubblica, massimo garante della legittimità costituzionale, si sia piegato alle minacce fasciste di Berlusconi: la pavidità dei liberali e la sottovalutazione degli sfregi allo stato di diritto sono state, nella storia, spesso molto perniciose. Questo abuso di potere non è altra cosa rispetto all’emergenzialismo che nutre ogni atto della politica del governo: dalla scelta nucleare, alla privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni, dalle leggi razziali alla concezione del “fare” come espressione della gerarchia aziendale che si vuole imporre al vertice del Paese. E’ il medesimo assolutismo padronale che, di fatto, abroga l’art. 1 della Costituzione, il lavoro come fondativo della democrazia repubblicana, attuato attraverso la norma approvata dalla maggioranza in Parlamento che calpesta processo del lavoro, statuto dei diritti dei lavoratori, leggi e contratti collettivi. Siamo solidali con Ferrero e Fantozzi che sono, per questo, in sciopero della fame, lotta per la democrazia, per le libertà e lotte sociali sono, nell’attuale grave contesto, più che mai indivisibili.
Giovanni Russo Spena
in data:

06/03/2010


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Voi siete qui: questione d'interpretazione

Di Alessandro Robecchi

Prima di applicare il settimo comandamento, leggete bene il decreto interpretativo. Serve un decreto interpretativo per gli appalti in Abruzzo, per le belle scopate di palazzo Grazioli, per lo schiavismo a Rosarno, per i senatori del PdL eletti dalla ‘ndrangheta. Per il coro di Ratisbona e per i gay a tassametro del Vaticano. Per Maroni che dice “è stata data una interpretazione autentica della legge”, urge un decreto interpretativo che lo faccia sembrare una persona seria. Il decreto interpretativo che rende regolari i fuorigioco del Milan dovrà essere rapidissimo, mica si può restare allo stadio al freddo due giorni ad aspettare il Tar. Con un buon decreto interpretativo la bella Noemi avrebbe avuto 18 anni già a sedici e mezzo. Formalmente ineccepibile il decreto interpretativo con cui Minzolini ha trasformato un colpevole prescritto in un innocente. Un decreto interpretativo potrebbe far sembrare un golpe una specie di trionfo della democrazia, o trasformare la corruzione in soluzione all’emergenza. Il disprezzo della legge, l’arroganza del più forte, la dittatura soft, la censura e i non allineati ridotti al silenzio, non c’è nulla che non possa risolversi con un decreto interpretativo. Probabile che il ministro della difesa di una democrazia occidentale, che comanda parà e carri armati, che si dice “disposto a tutto” non venga allontanato con vergogna soltanto grazie a un decreto interpretativo. Le nostre speranze, i nostri diritti, la nostra libertà, le nostre regole, le norme, i doveri, sono da oggi variabili, modificabili con decreto interpretativo, le nostre vite stesse sono interpretabili a seconda delle necessità del regime, il nostro futuro e la nostra dignità sono interpretabili a piacere e non servono nemmeno la forestale, i servizi segreti, l’aviazione, le camicie verdi, le ronde, il poliziotti del G8 di Genova. Una grande festa del decreto interpretativo si terrà ogni anno, basta una telefonata di Denis Verdini. Buffet a cura del genero di Gianni Letta. Napolitano firma. Avete mica un passaporto francese da prestarmi?

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La frana del sistema


La notte non ha portato consiglio. Ha invece mostrato il volto demoniaco di cui è capace il vecchio clown di palazzo Chigi per il quale la legge si piega sempre alla volontà di chi è più forte. Con il ritrovato del tutto inedito del decreto interpretativo, la rude sostanza del potere che non cede di un palmo neanche dinanzi ai propri errori maldestri ha vinto sulla debole forma del controllo di legalità. Il governo non ha neppure aspettato il pronunciamento degli organi della giustizia elettorale ed amministrativa, in attesa di una qualche sorpresa ermeneutica capace di contemperare rappresentanza e formalità.
In nome della sacralità della sostanza (la difesa ad oltranza delle sue roccaforti elettorali), l'esecutivo, con la irrituale maschera di un decreto interpretativo che in realtà sana le acclarate irregolarità commesse, ha energicamente preso di petto le istituzioni costringendole alla umiliante resa dinanzi al fatto compiuto. Quando chi custodisce il principio di legalità deve badare solo ad accontentarsi del male minore inferto allo Stato di diritto da parte di chi ha la maggioranza numerica e ne approfitta, è già stato scalfito un tassello delicato dell'ordinamento. Tutto può ormai franare dinanzi a un potere onnipotente che sfida ogni labile argine e impone il principio autoritario per cui chi comanda non può mai perdere la titolarità dello scettro per un banale vizio di forma.
La legge vigente e il sistema delle garanzie sono franate dinanzi al potere irresponsabile che strapazza a sua discrezione le regole e le abbandona quando ne ha la convenienza. Con un colpo di forza impressionante per la risolutezza palesata, Berlusconi ha messo all'angolo le opposizioni, senza neppure consultarle in vista di una ardua soluzione «consociazionale» a tutela della reale competitività del voto, e con un sordo spirito revanscista ha sfidato al braccio di ferro il Quirinale. La mossa notturna lascerà il segno sull'ordinamento repubblicano perché il varo del decreto ha indubbiamente spostato in favore del cavaliere i rapporti di forza tra le istituzioni.
Con una forzatura fulminante attuata con le candide forme di un testo «solo» interpretativo, il governo ha aggirato il chiaro divieto legale di intervenire con un decreto nella cruciale materia elettorale. Il governo ha usato gli strumenti legali a sua disposizione, cioè il suo plusvalore politico di detentore della decisione, per non perdere le elezioni. Uno schiaffo alla certezze del diritto è stato così inferto in nome della cruda sostanza che impone a chi ha il potere di non perderlo prima ancora di combattere. Il governo con il decreto salva liste ha mostrato di non aver più alcun freno inibitorio e impaccio nel violare la secolare regola della non retroattività della norma.
Con la mera finzione lessicale del decreto solo «interpretativo» che però con una magia riammette le liste della destra, il cavaliere ha rotto gli argini molto gracili del costituzionalismo. Il governo costringe i giudici ad una interpretazione di segno retroattivo che muta le condizioni del gioco e altera la parità dei diritti di chi partecipa alla gara elettorale. Suggerendo una interpretazione diversa delle regole che in realtà sono in sé del tutto trasparenti, il governo ha prodotto in effetti le condizioni artificiali di una decisione diversa. Interpretando le normative a sua assoluta discrezione, il governo ha modificato di fatto le regole e le ha snaturate a favore di un contendente.
L'incubo di perdere, per spiacevoli errori procedurali, oltre al Lazio anche la più grande e ricca regione d'Italia, ha spinto Berlusconi e la Lega a organizzare un assalto senza precedenti alla legalità in campo elettorale. A cosa si riduce il principio aureo di legalità quando il suo integrale rispetto condurrebbe alla rinuncia alle postazioni di comando? Il calcolo del potere, da conservare con le armi e con i denti, non lascia remore formali a un governo che proclama ad ogni crocevia della politica che chi comanda decide come preferisce e sciolto da vincoli inutili.
Il funzionamento del sistema politico non sarà più come prima. La sola minaccia di un aspro conflitto reale, sorretto dalla «sostanza» ovvero dalla forza del governo che evoca la piazza, ha sciolto tutte le capacità di controllo e di freno oggi disponibili. La plateale esibizione dei muscoli del potere, che non indietreggia dinanzi ad alcun inciampo costituzionale, ha imposto la sua decisione come irresistibile e ha sfarinato ogni controllo di legalità. La forza senza infingimenti del potere che si autotutela non lascia scampo all'addomesticamento del Leviatano attraverso il diritto o l'incontro con le opposizione sul tema delle regole.
In nome del popolo è stato varato il decreto salva liste. E l'unico argine all'abuso di potere, a questo punto, resta il popolo. Nel Lazio e in Lombardia le urne si trasformano in un referendum a difesa della democrazia o a sostegno ex post di un atto autoritario. È chiaro che, pervenuti a questo triste stato di cose, Casini non può più far finta di nulla e continuare ad appoggiare le candidature (di Formigoni e Polverini) ripescate solo con uno sfacciato colpo di mano. Costituzionalismo e autoritarismo strisciante questa è ormai la vera posta in gioco del voto. Il paese, i partiti, le istituzioni non hanno più alibi dopo la notte della repubblica del 5 marzo.


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domenica 7 marzo 2010

Cari pirla, care pirla


Messaggio alla Nazione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Care pirla e cari pirla che avete consumato diottrie a studiarvi le norme elettorali fino all’ultimo codicillo in corpo 2, avete consumato scarpe andando in giro a raccogliere firme regolari, vi siete congelati stazionando per ore ai banchetti per convincere i passanti a sottoscrivere le liste, avete rinunciato al tempo libero per inseguire gli autenticatori in capo al mondo e vi siete svegliati alle tre del mattino per presentarvi per tempo agli uffici elettorali, questo discorso a reti unificate è dedicato a voi imbecilli ancora convinti di vivere in uno Stato di diritto, in una democrazia fondata su elezioni regolari, cioè conformi alle leggi vigenti.

Spiacente di informarvi, casomai non ve ne foste ancora accorti, che viviamo in un regime fondato sulla legge del più ricco e del più forte, di chi grida e minaccia di più. Una legge che varia a seconda delle esigenze del più prepotente. Se, puta caso, costui vìola la legge, non ha sbagliato lui: è sbagliata la legge, che viene cambiata su due piedi. Se poi, puta caso, la Costituzione non lo consente, non è sbagliata la nuova legge: è sbagliata la Costituzione. Che si può cambiare come un calzino  sporco . Se penso che da cinquant’anni mi chiamano “il figlio del re” per la mia somiglianza con Umberto II, mi scompiscio. Hanno sbagliato re: io sono l’erede di Vittorio Emanuele III, quello che nel 1922 non mosse un dito contro la marcia su Roma e nel 1943 se ne fuggì a Brindisi. Sempre di notte. Infatti quando ho firmato il decreto salva-Banana? Di notte. Del resto chi sono io per respingere una legge con messaggio motivato alle Camere come previsto dall’articolo 74 della Costituzione? Mica sono il garante della Costituzione. L’ho già detto per lo scudo fiscale: se non firmo, quelli mi rimandano indietro la stessa legge e poi devo firmarla comunque. Tanto vale farlo subito. A chi mi prospetta le dimissioni, rispondo che non conosco questa parola: sono in Parlamento dal 1953, figuriamoci. E in vita mia ho fatto ben di peggio che firmare leggi illegali: ho plaudito all’invasione sovietica dell’Ungheria, ho attaccato Berlinguer che evocava la questione morale, ero amico di Craxi, ho scritto pure alla vedova che il marito corrotto era un perseguitato.
Conosco l’obiezione: non c’è elezione senza qualche lista esclusa per ritardi o irregolarità. In Molise nel 2000 aveva vinto la sinistra con Giovanni Di Stasi, poi la destra di Michele Iorio fece ricorso contro alcune liste irregolari, Tar e Consiglio di Stato lo accolsero, si rifecero le elezioni e vinse Iorio che ancora governa. E il governo D’Alema non ci pensò neppure di fare un decreto per legalizzare le illegalità: peggio per lui, poi dicono che è intelligente. Del resto al Quirinale c’era ancora Ciampi, mica io. Due anni fa invece c’ero già io, quando alle Provinciali in Trentino venne esclusa, dopo i ricorsi di Lega e Pdl, la lista Udc alleata della sinistra. Nemmeno allora l’Unione pensò di salvarel’alleato con un decreto interpretativo: peggio per loro, pirla.
Ecco, care pirla e cari pirla: la prossima volta, anziché prendere sul serio la legge e rischiare l’assideramento per raccogliere le firme e presentarle in tempo utile, fate come me: statevene a casetta vostra davanti al caminetto, con la vestaglia di lana e le babbucce di velluto. Poi fate come i bananieri: all’ultima ora dell’ultimo giorno vi presentate in Corte d’Appello con le firme tarocche di Romolo Augustolo, George Clooney, Giovanni Rana e soprattutto Gambadilegno, magari vi fate pure un panino e una pennica per non arrivare proprio in orario, poi minacciate la marcia su Roma, portate in piazza una dozzina di esaltati, mi urlate “buh” sotto le finestre del Quirinale, mi fate sparare dai vostri giornali e io vi firmo la qualsiasi. Anche la lista della spesa, il menu del ristorante, la ricevuta del parrucchiere, lo scontrino dell’intimissimo. Tanto Santoro l’hanno chiuso e per un mese non rompe con le sue notizie: fa tutto Minzolini, che sta dalla parte del Banana, cioè dalla mia.
Statemi allegri. Il vostro presidente della Repubblica. Vostro, si fa per dire.

(Marco Travaglio, 7.03.2010)
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Varato il salvaliste, l'opposizione in rivolta. Di Pietro: impeachment per Napolitano. Il Pd: inaccettabile. Formigoni riammesso dal Tar


L'opposizione scende in strada contro il decreto legge varato ieri dal governo per superare l'impasse delle liste elettorali di Lazio e Lombardia, mentre il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro chiede l'«impeachment» del capo dello Stato per aver firmato il provvedimento. E, poche ore dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del contestatissimo decreto, il Tar della Lombardia riammette il listino di Formigoni, che si era presentato con oltre 500 firme non valide. Lunedì la pronuncia del Tar del Lazio sulla lista Pdl di Roma.

«Il collegio ha accolto la richiesta di sospensiva emanando un provvedimento che sospende quello della Corte d'Appello riservandosi nell'ordinanza di fare una sentenza breve a giorni», ha detto un funzionario del Tar lombardo. La camera di consiglio straordinaria si è riunita stamani alle 9:30, dopo la presentazione di due ricorsi contro l'esclusione della lista dalla corsa elettorale. Il listino era stato bocciato nei giorni scorsi dalla corte d'appello di Milano a causa di irregolarità nella raccolta delle firme.

Nessun ritiro dalla competizione elettorale da parte del centro sinistra «perchè con l'Aventino non abbiamo mai risolto niente». Lo ha detto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani commentando oggi a Genova l'ipotesi che qualche componente del centro sinistra possa ritirarsi dalle elezioni. «Capisco la scossa e il turbamento - ha detto Bersani -, soprattutto nella situazione del Lazio perchè la soluzione trovata è incredibile, tre volte incredibile. Detto questo, con l'Aventino non abbiamo mai risolto niente». Le parole di Bersani sono una risposta alle fibrillazioni radicali, che stanno pensando di ritirarsi dalla competizione elettorale. Durante il sit-in al Pantheon di oggi pomeriggio, la Bonino ha lasciato intendere che potrebbe gettare la spugna. «Ci dobbiamo chiedere: è questo il Paese che vogliamo? Dobbiamo essere forti, ma non fare come se nulla fosse accaduto - ha aggiunto la Bonino - So bene che verrò derisa ed in parte vilipesa, facciano pure. Ma, se non ora, quando potremo dire che con i ladri e con i bari non si gioca? Vogliamo vivere - ha concluso - in un Paese democratico in cui tutti siano garantiti dal diritto»

Berlusconi: deluso dal Pd Il premier ha accolto con molto favore la lettera con cui napolitano motiva la sua firma al decreto. premier, che con Napolitano ha un rapporto da tempo fatto di alti e bassi come ha dimostrato lo scontro avuto nel faccia a faccia di giovedì sera, con chi gli ha parlato si è detto convinto che in questo caso il capo dello Stato abbia dimostrato grande correttezza e un comportamento davvero 'super partes'. A dimostrazione Berlusconi cita proprio il fatto che la scelta di approvare un decreto che è meramente interpretativo sia arrivata dopo il netto no del Colle a un provvedimento che riaprisse la proroga dei termini per la presentazione delle liste. Ma è soprattutto contro il Pd che il Cavaliere punta il dito, dicendosi «deluso» per l'ennesima volta dal partito di Pier Luigi Bersani che «sa soltanto dire no e inseguire Di Pietro». Berlusconi - viene spiegato - si sarebbe detto convinto che questa scelta dei democratici gli si ritorcerà contro in campagna elettorale perché - sarebbe stato il ragionamento - la maggioranza avrà buon gioco a sottolineare come sappiano difendere le istituzioni e il capo dello Stato solo quando non va contro i loro interessi.

Bersani: andremo fino alla Consulta «A partire da oggi faremo una mobilitazione anche nelle sedi giurisdizionali, i Tar sono ancora aperti, faremo una mobilitazione mi auguro fino alla Corte Costituzionale, dice il leader Pd Bersani. La giunta della regione Lazio solleverà davanti alla Corte costituzionale un conflitto di competenza con il governo per il decreto salva-liste, che lederebbe le attribuzioni della Regione. Lo ha annunciato Esterino Montino, vice presidente della giunta, alla manifestazione del centrosinistra in piazza del Pantheon.«Stamattina come Regione - ha detto Montino - abbiamo messo al lavoro un gruppo di giuristi per verificare gli estremi di un ricorso alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione con il governo». A giudizio di Montino il decreto del governo «non è solo interpretativo, ma è anche innovativo». «In base alla sentenza della Corte costituzionale del 2004 - ha proseguito - la Regione è l'unica istituzione competente per le elezioni regionali, che determinano i termini e le modalità di presentazione delle liste; e infatti dopo quella sentenza la regione varò una propria legge». «Domani - ha quindi annunciato Montino - ho convocato una seduta straordinaria della giunta alle ore 19, per approvare una proposta di delibera con cui dare mandato ai legali per adire alla Corte costituzionale». Montino ha quindi annunciato che la Regione si è costituita anche presso il Tar, dove verrà annunciata la decisione di aver sollevato il conflitto di competenza. Montino ha riferito di aver sentito Emma Bonino un'ora fa e di averla trovata d'accordo su questa decisione.

Franceschini e Finocchiaro: in Parlamento saremo duri
Il decreto interpretativo sulle regionali è un «gravissimo precedente» che avrà «conseguenze» sull'atteggiamento parlamentare del Partito democratico. Lo hanno scritto i presidenti dei guppi Pd di Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, in una lettera inviata ai presidenti dei due rami del Parlamento, Gianfranco Fini e Renato Schifani. «Signori presidenti, è nostra opinione che il decreto legge ieri approvato dal governo in materia elettorale rappresenti un gravissimo precedente nella storia repubblicana -si legge-. È evidente che questo atto avrà immediate conseguenze». In concreto, dal Partito democratico si parla senza metafore di «blocco dell'attività parlamentare». Il primo passo sarà, alla Camera, l'iscrizione a parlare di numerosi deputati nella discussione sull'Agenzia per i beni sequestrati alla mafia in calendario lunedì. Stesso discorso per il voto finale sulla conversione del decreto sugli Enti locali, per non parlare dello stesso decreto 'interpretativò sulle regionali il cui iter prenderà il via proprio da Montecitorio. A finire sotto la "tagliola" del blocco del Pd, invece, al Senato sarà primo tra tutti il legittimo impedimento, atteso a palazzo Madama da martedì prossimo. Bersani ha convocato per domani sera alle 20.30 il coordinamento politico alla sede del partito in via Sant'Andrea delle Fratte: in quella sede lo stato maggiore dei democratici discuterà su come proseguire la battaglia contro il decreto dentro e fuori il Parlamento.

In  piazza il 13 marzo
Il decreto salva-liste «è un vero e proprio condono, un provvedimento che serve solo a occultare gli errori e le divisioni, a sanare il vero e proprio pasticcio combinato da una destra che pensa di vincere calpestando le regole». Per questo il Pd «e l'intero centrosinistra moltiplicheranno le iniziative elettorali per questo fine settimana». Manifestazioni si sono tenute già oggi a Roma, Milano, Torino, Bologna. Ma l'appuntamento clou organizzato dalle forze del centrosinistra è per sabato 13 marzo, con una grande manifestazione per dire no al «trucco» del Pdl.

Questo pomeriggio, alla manifestazione al Pantheon a Roma, oltre a Emma Bonino sono scesi in piazza molti big del Pd, tra cui D'Alema e Franceschini. La Bonino ha definito il decreto «uno schiaffo in faccia e un'umiliazione ai cittadini onesti, comunque abbiamo votato. Un atto demoralizzante di chi opera per la legalità, magistrati in testa».   «Il paese - ha proseguito Bonino - può capire cosa sta capitando; si sta facendo di tutti per trasformare l'Italia in una larva, in una forma senza contenuto. Oggi lo dico a voi tutti - ha detto la candidata rivolgendosi alla folla - non porsi il problema della democrazia sarebbe imprudente e irresponsabile».  Vendola ha telefonato a Bersani, assicurando la presenza in piazza il 13 marzo di Sinistra e libertà e chiedendo di allargare la protesta anche alle nuove norme che aggirano l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Al suo arrivo in piazza del Pantheon, D'Alema ha ricevuto molti applausi e qualche fischio. Al suo arrivo parte subito una selva di fischi, presto soffocata dagli applausi della piazza dove ci sono le bandiere di tutti i partiti del centrosinistra. Quindi due manifestanti lo avvicinano "minacciosi". Appartengono ai viola. Uno sventola il quotidiano «Il fatto» e urla all'esponente del Pd: «Via i furbetti del quartierino!». L'altro prima provoca D'Alema chiedendogli: «Che sei venuto a fare?». quindi lo incalza sempre più da vicino: «Non credi di avere responsabilità su quello che accade?». D'Alema alza il sopracciglio e risponde secco, neppure ascoltato dall'interlocutore: «Niente affatto». Più forti anche delle sue parole sono le grida dei manifestanti che lo difendono e ai contestatori dicono: «Ma fatela finita! andate a piazza Farnese (dove ieri ha manifestato il Pdl, ndr), quella è la vostra piazza...».

Popolo viola: domani a piazza Navona
Dopo le proteste di oggi, il popolo viola ha lanciato un tam tam per l'appuntamento di domani alle 15 a piazza Navona.  «Noi cittadini», si legge in una nota, «rivendichiamo un Paese in cui l'incompetenza e l'illegalità trovino la sanzione prevista dalla legge».

Già stamane gli esponenti del Popolo viola hanno manifestato in piazza Montecitorio per «chiedere spiegazioni al presidente della Repubblica e agli esponenti del governo sulle ragioni del decreto legge “salvaliste”. Dopo essersi sdraiati a terra davanti al Quirinale inscenando questa notte «il funerale della democrazia», i manifestanti del Popolo viola, muniti di sciarpe, magliette e bandiere, rigorosamente  viola, hanno chiesto a gran voce il rispetto delle regole contestando  il decreto che arriva a poche settimane dal voto.  «Presidente non abbiamo capito», si legge sui dei cartelli viola esposti dai manifestanti davanti alla sede del Parlamento. «Non capiamo e per questo chiediamo al Presidente della Repubblica di spiegarci perchè lo abbia firmato», dicono i manifestanti, che hanno diffuso l'invito alla manifestazione anche via sms e Facebook, chiedendo di inviare una mail al Quirinale.

Di Pietro contro il Quirinale: polemiche. Antonio Di Pietro contesta duramente le firma messa dal Capo dello Stato al decreto salvaliste. «Ieri sera appena ho saputo che Napolitano aveva firmato la legge salva Pdl, che permette a chi ha violato la legge di essere riammesso alla competizione elettorale, ho pensato tra me e me, come già è avvenuto per le altre leggi ad personam, che il presidente della Repubblica si era comportato da Ponzio Pilato, lavandosene le mani», dice il leader Idv. «Poi, stamattina, dalla lettura dei giornali ho appreso che il Colle avrebbe partecipato attivamente alla stesura del testo. Se così fosse sarebbe correo visto che, invece di fare l'arbitro, avrebbe collaborato per cambiare le regole del gioco mentre la partita era aperta. Allora c'è la necessità di capire bene il ruolo di Napolitano in questa sporca faccenda onde valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l'impeachment nei suoi confronti per aver violato il suo ruolo e le sue funzioni. Lo dico con tutto il rispetto per la sua funzione ma anche con il dovere che spetta ad una forza politica presente in parlamento che deve salvaguardare la democrazia».

Il Pd prende nettamente la distanze da Di Pietro, con numerosi big che invitano a non tirare in ballo il Capo dello Stato. «Lasciamo fuori il Presidente Napolitano. Non è il suo mestiere entrare nel merito dei decreti. Il governo ha la responsabilità di questo decreto. È a lui che bisogna rivolgersi», dice Bersani. Sulla stessa linea D'Alema:  è il Governo che porta la «responsabilità politica» del decreto 'salvalistè, il capo dello Stato ha compiuto solo un atto «istituzionale» firmando il provvedimento e le polemiche vanno indirizzate verso la maggioranza. «Nel nostro ordinamento il capo dello Stato non fa decreti, non ha la responsabilità politica dei decreti che firma, la firma è un atto istituzionale: quindi non vedo motivo di fare polemiche con il presidente della Repubblica». «Questo decreto - aggiunge D'Alema - è stato voluto e scritto dal Governo, che ne porta l'intera responsabilità politica. È nei confronti del Governo, naturalmente, che deve esercitarsi la nostra critica e la nostra opposizione». E Veltroni: «Di fronte all'enorme gravità di questo decreto di esclusiva responsabilità della destra, la cosa più sbagliata che si possa fare, una follia, è attaccare il capo dello stato . Ma dall'Idv anche il moderato capogruppo Donadi, che spesso aveva preso le distanze dagli attacchi di Di Pietro al Colle, stavolta rincara la dose:  «Il comportamento di Napolitano è simile a quello di Vittorio Emanuele III che non ebbe il coraggio di impedire la Marcia su Roma e chinò la testa. Ieri notte il presidente della Repubblica ha chinato la testa».

«La posizione dell'onorevole Di Pietro è francamente incomprensibile e comunque inaccettabile», dice il presidente della Camera, Gianfranco Fini. «Evidentemente l'onorevole Di Pietro non sa o finge di non sapere che il Capo dello Stato che firma un decreto lo fa unicamente se quel decreto ha i necessari profili di costituzionalità», aggiunge Fini. «Il Capo dello Stato non entra mai nel merito del provvedimento d'urgenza varato dal governo - spiega Fini - quindi invocare addirittura l'impeachment significa perdere una buona occasione per tacere o comunque per studiare in modo più approfondito la Costituzione». In difesa del Capo dello Stato interviene anche il presidente del Senato Schifani.

«Napolitano ogni giorno che passa, vicenda dopo vicenda si dimostra un ottimo presidente della Repubblica»: lo ha detto il leader della Lega, Umberto Bossi, commentando l'ipotesi di impeachment ventilata dal leader di Idv Antonio Di Pietro dopo la firma del capo dello Stato al dl 'salvalistè. «Di Pietro non ha niente da fare. Sta sempre a sognare quella roba lì. Il capo dello Stato è stato molto equilibrato», ha aggiunto il leader del Carroccio.

Fini:  decreto è il male minore - «La via del decreto è  la scelta del male minore», ha detto Fini, spiegando che si tratta della scelta del male minore in virtù «di tutto quello che è stato detto e che si sarebbe verificato in mancanza di una interpretazione autentica della legge,  garantendo a tutti la possibilità di partecipare e agli elettori il  diritto-dovere di pronunciarsi in ragione di quello che è il  programma e di quelli che sono i comportamenti che hanno contraddistinto le parti».

Sel: noi esclusi in Lombardia ma non useremo nuove norme. «Sono indignato. sono indignato con il presidente del consiglio per i suoi trucchi elettorali, ma lo confesso con amarezza, sono indignato anche per la firma del capo dello stato. quando c'è bisogno di dire no nel merito e sulle procedure, occorre dire no»., dice Claudio Fava, coordinatore della segreteria nazionale di Sinistra ecologia libertà (sel), intervenendo al sit in del popolo viola in piazza montecitorio. «In queste ore -ha proseguito- è in gioco la democrazia: le leggi, le norme si fanno alla luce del sole, non nelle ore più buie ed oscure. In Lombardia -ha detto ancora fava- la lista di Sinistra ecologia libertà non è stata ammessa in alcune provincie. e noi non intendiamo utilizzare questo decreto per sanare la nostra situazione: le regole si rispettano, e non riconosciamo un decreto che legalizza l'illegalità»
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Il Quirinale scalda il pasticcio


Attacco alla democrazia. Regime. Dittatura. Golpe. Quando, alle 19.30, sulle agenzie escono le anticipazioni del decreto «interpretativo» del governo sulla presentazione delle liste elettorali che sarà approvato due ore dopo, nell'opposizione è un crescendo. Il decreto ancora non c'è. Non è nemmeno in discussione in consiglio dei ministri, perché la riunione non è ancora cominciato. In un primo momento, dopo l'ennesimo vertice di maggioranza fiume a palazzo Grazioli, con i ministri Calderoli, Maroni, Alfano, La Russa, Matteoli, viene convocato per le 18, poi si fa slittare alle 19.30. Ma passa un'altra ora e non accade nulla. Segno, sembrerebbe, che il governo ha fatto filtrare i possibili contenuti del provvedimento d'urgenza «per vedere l'effetto che fa». E l'effetto è pessimo, perché con la singolare formula del decreto «interpretativo» e non «innovativo» si prevede il ripescaggio delle liste escluse di fatto riaprendo i termini per la loro presentazione (ma solo per quanto riguarda Lazio e Lombardia, 24 per «sanare eventuali irregolarità»), cioè l'ipotesi stoppata giovedì dal capo dello stato Giorgio Napolitano. Che già nei giorni precedenti invitava a aspettare la risposta della magistratura.
A sera, il risultato del «lungo lavoro di mediazione» che - si dice nel Pdl - è stato portato avanti per tutta la giornata, non si vede. In mattinata Gianni Letta si intrattiene per qualche minuto con Napolitano nel corso di una cerimonia al Quirinale, per parlare del «pasticcio» delle regionali. Anche Gianfranco Fini è attaccato al telefono. Lo scopo, preme far sapere alla destra, è quello di arrivare a un testo condiviso con l'opposizione e ovviamente accettabile per il presidente della repubblica. Ma alle nove di sera l'obiettivo, per quanto riguarda l'opposizione, è lontanissimo e non sembra a portata di mano. L'Italia dei valori è già pronta a scendere in piazza e anzi Antonio Di Pietro non vedrebbe male un intervento delle forze armate per «fermare il dittatore». Dice picche, convinto, il Pd. Lo dice, però in modo più sfumato, l'Udc. Il Quirinale - i cui tecnici, secondo le indiscrezioni, sarebbero in stretto contatto per tutta la giornata con gli addetti del Pdl - è comunque pronto a valutare un testo ma solo se meramente «interpretativo», da adottare d'urgenza per arrivare, si spiega, a una rapida e certa modalità di svolgimento delle elezioni. Insomma, il capo dello stato è comunque pronto alla soluzione del «pasticcio» anche per decreto. Eppure giovedì il muro alzato dall'opposizione sembrava troppo alto anche per il Colle più alto, che dopo l'incontro con Silvio Berlusconi aveva opposto un secco «no comment»..
Nel corso della serata di ieri, i contatti tra Palazzo Chigi e Quirinale sono costanti. Si prende tempo, si dice che la bozza è ancora in limatura, anzi sembra che le bozze siano in realtà più d'una. Poco prima delle nove di sera Silvio Berlusconi si collega in videoconferenza con Bari, dove è in corso un'iniziativa a sostegno del candidato del Pdl in Puglia Rocco Palese, e riferisce: «Sono uscito dal consiglio dei ministri dove stiamo facendo un decreto legge interpretativo delle norme che attengono alle elezioni, e in questo modo speriamo di poter ritornare a dare il diritto di voto anche ai nostri elettori del Lazio e della Lombardia». La riunione sta cominciando proprio in quei minuti. Nel frattempo, di fronte alla piega che la prova di forza del governo sta prendendo, il Cavaliere coglie anche l'occasione per attaccare «la sinistra» che vuole «uno stato di polizia tributaria».
In consiglio dei ministri non serve nemmeno discutere più di tanto. Lo si è già fatto per tutto il giorno. E così, poco prima delle dieci, il decreto salva-liste, pardon, per «il regolare svolgimento delle elezioni», viene approvato. Escono i ministri, si dicono soddisfatti, il titolare del Viminale Roberto Maroni, dopo aver detto per giorni che era impossibile intervenire con un decreto per condonare le irregolarità, deve precisare che non c'è nessuna modifica della legge elettorale e non si riaprono i termini per la presentazione delle liste. Una prevaricazione rispetto ai Tar di Lazio e Lombardia? Figurarsi: a questo punto, non si risparmia il ministro, «valuteranno serenamente».

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sabato 6 marzo 2010

LUNEDI’ LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA AL QUIRINALE. 4° GIORNO SCIOPERO FAME FERRERO SU ART. 18


COMUNICATO STAMPA URGENTE
 
 
NAPOLITANO – LUNEDI’ LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA AL QUIRINALE. 4° GIORNO SCIOPERO FAME FERRERO SU ART. 18
 
Roma, 6 mar. 2010 – “Lunedì pomeriggio la Federazione della Sinistra avrà un incontro con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per esprimergli e illustrargli direttamente la sentita richiesta di non promulgare la legge approvata giovedì in via definitiva dal senato in materia di lavoro, e che intende sostanzialmente abrogare i risultati di un secolo di conquiste del movimento operaio, a partire dall’articolo 18 dello statuto dei lavoratori”. E’ quanto annuncia il portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero.
Il portavoce della Federazione e segretario del Prc, Ferrero, è attualmente impegnato nella regione Campania ad affrontare la sfida della buona politica e di sinistra contro la destra di Stefano Caldoro e il moderatismo implicato con problemi giudiziari di Vicenzo De Luca.
Già da quattro giorni, inoltre, Ferrero è ininterrottamente in sciopero della fame in segno di denuncia e di protesta per il blitz con cui la maggioranza ha brutalmente stravolto aspetti dirimenti della legislazione sul lavoro; a cominciare da quell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori in difesa del quale in questi anni tanta parte delle classi lavoratrici e del paese si è impegnata per arginare gli attacchi della destra berlusconiana, tra l’altro sconfiggendo anche un referendum.
In occasione del’incontro al Quirinale la Federazione della sinistra avrà altresì modo di “esporre  i sensi della propria amarezza” per il decreto legge governativo “inteso a sanare gli errori e le inadempienze compiuti della maggioranza in relazione alla presentazione delle liste regionali”.
Ed è “con questo stesso impeto di lotta in difesa delle regole della democrazia, della separazione dei poteri che ad esse sovrintende, e delle conquiste delle classi lavoratrici e dei diritti sociali e civili, che sabato prossimo la Federazione della sinistra parteciperà unitariamente alla manifestazione di tutte le forze dell’opposizione contro le violazione della Costituzione che si stanno perpetrando con impressionante levità e sbrigatività in queste ore – continua Ferrero –  Contro il decreto “salva potenti”, che sancisce il fatto che le leggi valgono solo per i deboli e non per i forti. Ma con altrettanta forza contro la legge approvata dal senato in materia di lavoro e che cancella di fatto l’articolo 18”.
 
 
Ufficio Stampa Prc-Se/Federazione della sinistra
 


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giovedì 4 febbraio 2010

Sul legittimo impedimento, l'ok preventivo di Napolitano

ROMA - Se c'erano ancora persone dubbiose, sull'atteggiamento che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano avrebbe avuto sui provvedimenti salva-Berlusconi che il Parlamento sta discutendo, l'incontro di ieri tra lo stesso Presidente e il Ministro della Giustizia Angelino Alfano li ha dissolti. Ovviamente nulla di ufficiale, neanche la solita nota del Quirinale che parlasse di un incontro di routine, come poteva essere dato che si è appena aperto l'anno giudiziario tra le polemiche e il Capo dello Stato è anche Presidente del CSM.
Tuttavia le indiscrezioni parlano di un Napolitano che si è detto dispostissimo a firmare la legge sul legittimo impedimento, nonostante la palese incostituzionalità del provvedimento. Per ora è meno disposto a firmare quella sul processo breve, pare, ma è chiaro che la linea scelta da Napolitano non è quella di difendere la Costituzione e le sue prerogative, come è compito di un Presidente della Repubblica. Quindi è facile che alla fine firmi anche la legge sul processo breve senza fiatare
 

giovedì 31 dicembre 2009

Il messaggio di fine anno del presidente Napolitano


Tradizionale appuntamento con il discorso di fine anno del capo dello Stato. Per Napolitano appuntamento di metà mandato

20:31 Il saluto di Giorgio Napolitano

Nel rivolgervi, mentre sta per concludersi il 2009, il più cordiale e affettuoso augurio, vorrei provarmi a condividere con voi qualche riflessione sul difficile periodo che abbiamo vissuto e su quel che ci attende. Un anno fa, molto forte era la nostra preoccupazione per la crisi finanziaria ed economica da cui tutto il mondo era stato investito. La questione non riguardava solo l'Italia, ma avevamo motivi particolari di inquietudine per il nostro paese.

20:32 Un grande sforzo è stato compiuto

Oggi, a un anno di distanza, possiamo dire che un grande sforzo è stato compiuto e che risultati importanti sono stati raggiunti al livello mondiale : non era mai accaduto nel passato, in situazioni simili, che i rappresentanti degli Stati più importanti, di tutti i continenti, si incontrassero così di frequente, discutessero e lavorassero insieme per cercare delle vie d'uscita nel comune interesse, e per concordare le decisioni necessarie. Proprio questo è invece accaduto nel corso dell'ultimo anno. L'Italia - sempre restando ancorata all'Europa - ha dato il suo apprezzato contributo, con il grande incontro del luglio scorso a L'Aquila, e ha per suo conto compiuto un serio sforzo.

20:33 Abbiamo vissuto mesi molto agitati sul piano politico

Dico questo, vedete, guardando a quel che si è mosso nel profondo del nostro paese. Perché, lo so bene, abbiamo vissuto mesi molto agitati sul piano politico, ma ciò non deve impedirci di vedere come si sia operato in concreto da parte di tutte le istituzioni, realizzandosi, nonostante i forti contrasti, anche momenti di impegno comune e di positiva convergenza. Nello stesso tempo, nel tessuto più ampio e profondo della società si è reagito alla crisi con intelligenza, duttilità, senso di responsabilità, da parte delle imprese, delle famiglie, del mondo del lavoro. Perciò guardiamo con fiducia, con più fiducia del 31 dicembre scorso, al nuovo anno.

20:33 C'è stata una pesante caduta della produzione e dei consumi

Non posso tuttavia fare a meno di parlare del prezzo che da noi, in Italia, si è pagato alla crisi e di quello che ancora si rischia di pagare, specialmente in termini sociali e umani. C'è stata una pesante caduta della produzione e dei consumi ; ce ne stiamo sollevando ; si è confermata la vocazione e intraprendenza industriale dell'Italia ; ma ci sono state aziende, soprattutto piccole e medie imprese, che hanno subito colpi non lievi ; e a rischio, nel 2010, è soprattutto l'occupazione.

20:34 Hanno pagato i lavoratori a tempo determinato

Si è fatto non poco per salvaguardare il capitale umano, per mantenere al lavoro forze preziose anche nelle aziende in difficoltà, e si è allargata la rete delle misure di protezione e di sostegno; ma hanno pagato, in centinaia di migliaia, i lavoratori a tempo determinato i cui contratti non sono stati rinnovati e le cui tutele sono rimaste deboli o inesistenti ; e indubbia è oggi la tendenza a un aumento della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile.

20:35 Porre mano a riforme e scelte che non possono più essere rinviate

Vengono così in primo piano antiche contraddizioni, caratteristiche dell'economia e della società italiana. Dissi da questi schermi un anno fa : affrontiamo la crisi come grande prova e occasione per aprire al Paese nuove prospettive di sviluppo, facendo i conti con le insufficienze e i problemi che ci portiamo dietro da troppo tempo - dalla crisi deve e può uscire un'Italia più giusta. Ebbene, questo è il discorso che resta ancora interamente aperto, questo è l'impegno di fondo che dobbiamo assumere insieme noi italiani. Ma come riuscirvi? Guardando con coraggio alla realtà nei suoi aspetti più critici, ponendo mano a quelle riforme e a quelle scelte che non possono più essere rinviate, e facendoci guidare da grandi valori : solidarietà umana, coesione sociale, unità nazionale.

20:36 Elevato è in Italia il livello della disuguaglianza e della povertà

Parto dalla realtà delle famiglie che hanno avuto maggiori problemi : le coppie con più figli minori, le famiglie con anziani, le famiglie in cui solo una persona è occupata ed è un operaio. Le indagini condotte anche in Parlamento ci dicono che nel confronto internazionale elevato è in Italia il livello della disuguaglianza e della povertà. Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti hanno continuato ad essere penalizzate da un'alta pressione fiscale e contributiva ; più basso è il reddito delle famiglie in cui ci sono occupati in impieghi "atipici", comunque temporanei.

20:37 Perché cresca l'Italia deve crescere il Mezzogiorno

Le condizioni più critiche si riscontrano nel Mezzogiorno e tra i giovani. Sono queste le questioni che richiedono di essere poste al centro dell'attenzione politica e sociale, e quindi dell'azione pubblica. L'economia italiana deve crescere di più e meglio che negli ultimi quindici anni : ecco il nostro obbiettivo fondamentale. E perché cresca in modo più sostenuto l'Italia, deve crescere il Mezzogiorno, molto più fortemente il Mezzogiorno. Solo così, crescendo tutta insieme l'Italia, si può dare una risposta ai giovani che s'interrogano sul loro futuro.

20:37 Non possiamo correre il rischio che i giovani si scoraggino,

C'è una cosa che non ci possiamo permettere: correre il rischio che i giovani si scoraggino, non vedano la possibilità di realizzarsi, di avere un'occupazione e una vita degna nel loro, nel nostro paese. Ci sono nelle nuove generazioni riserve magnifiche di energia, di talento, di volontà : ci credo non retoricamente, ma perché ho visto di persona come si manifestino in concreto quando se ne creino le condizioni.


20:38 Ho visto la motivazione e la passione di giovani

Ho visto la motivazione, ho visto la passione di giovani, tra i quali molte donne, che quest'anno mi è accaduto di incontrare nei laboratori di ricerca ; la motivazione e l'orgoglio dei giovani specializzati che sono il punto di forza di aziende di alta tecnologia ; la passione e l'impegno che si esprimono nelle giovani orchestre concepite e guidate da generosi maestri. E penso alla motivazione e alla qualità dei giovani che si preparano alle selezioni più difficili per entrare in carriere pubbliche come la magistratura.

20:38 Fiducia nell'insieme delle nuove generazioni che stanno crescendo

Certo, sono queste le energie giovanili che hanno potuto prendere le strade migliori ; e tante sono purtroppo quelle che ancora si dibattono in una ricerca vana. Ma ho fiducia nell'insieme delle nuove generazioni che stanno crescendo ; a tutti i giovani la società e i poteri pubblici debbono dare delle occasioni, e in primo luogo debbono garantire l'opportunità decisiva di formarsi grazie a un sistema di istruzione più moderno ed efficiente, capace di far emergere i talenti e di premiare il merito.

20:39 Riforme e scelte da non rinviare

Più crescita, più sviluppo nel Mezzogiorno, più futuro per i giovani, più equità sociale. Sappiamo che a tal fine ci sono riforme e scelte da non rinviare : proprio negli scorsi giorni il governo ne ha annunciato due su temi molto impegnativi, la riforma degli ammortizzatori sociali e la riforma fiscale. La prima è chiamata in particolare a dare finalmente risposte di sicurezza e tutela a coloro che lavorano in condizioni di estrema flessibilità e precarietà. La riforma annunciata per il fisco, è poi assolutamente cruciale ; in quel campo, è vero, non si può più procedere con "rattoppi", vanno presentate e dibattute un'analisi e una proposta d'insieme. E in quel dibattito si misurerà anche una rinnovata presa di coscienza del problema durissimo del debito dello Stato.

20:40 Finanza pubblica

Intanto, il Parlamento si è impegnato a riordinare la finanza pubblica con la legge sul federalismo fiscale e a regolarla con un nuovo sistema di leggi e procedure di bilancio. Due riforme già votate, su cui il Parlamento è stato largamente unito. E vengo alle riforme istituzionali, e alla riforma della giustizia, delle quali tanto si parla.

20:40 Riforme non possono essere ancora tenute in sospeso

Ho detto più volte quale sia il mio pensiero ; sulla base di valutazioni ispirate solo all'interesse generale, ho sostenuto che anche queste riforme non possono essere ancora tenute in sospeso, perché da esse dipende un più efficace funzionamento dello Stato al servizio dei cittadini e dello sviluppo del paese. Esse dunque non sono seconde alle riforme economiche e sociali e non possono essere bloccate da un clima di sospetto tra le forze politiche, e da opposte pregiudiziali.

20:41 La Costituzione può essere rivista

La Costituzione può essere rivista - come d'altronde si propone da diverse sponde politiche - nella sua Seconda Parte. Può essere modificata, secondo le procedure che essa stessa prevede. L'essenziale è che - in un rinnovato ancoraggio a quei principi che sono la base del nostro stare insieme come nazione - siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia, e che ci siano regole in cui debbano riconoscersi gli schieramenti sia di governo sia di opposizione.

20:41 Misura, realismo e ricerca dell'intesa

Ho consigliato misura, realismo e ricerca dell'intesa, per giungere a una condivisione quanto più larga possibile, come ha di recente e concordemente suggerito anche il Senato. Voglio esprimere fiducia che in questo senso si andrà avanti, che non ci si bloccherà in sterili recriminazioni e contrapposizioni.

20:43 Riforme per andare oltre la crisi

Il nuovo slancio di cui ha bisogno l'Italia, per andare oltre la crisi, verso un futuro più sicuro, richiede riforme, richiede convinzione e partecipazione diffuse in tutte le sfere sociali, richiede recupero di valori condivisi. Valori di solidarietà : e il paese, in effetti, se ne è mostrato ricco in quest'anno segnato da eventi tragici e dolorosi, da ultimo sconvolgenti alluvioni. Se ne è mostrato ricco stringendosi con animo fraterno alle popolazioni dell'Aquila e dell'Abruzzo colpite dal terremoto, o raccogliendosi commosso attorno alle famiglie dei caduti in Afganistan, e come sempre impegnandosi generosamente in molte buone cause, quelle del volontariato, della fattiva e affettuosa vicinanza ai portatori di handicap, ai più poveri, agli anziani soli, e del sostegno alla lotta contro le malattie più insidiose di cui soffrono anche tanti bambini.

20:43 Detenuti in carceri terribilmente sovraffollate

E' necessario essere vicini a tutte le realtà in cui si soffre anche perché ci si sente privati di diritti elementari : penso ai detenuti in carceri terribilmente sovraffollate, nelle quali non si vive decentemente, si è esposti ad abusi e rischi, e di certo non ci si rieduca.

20:44 Non abbassare la guardia contro razzismo e xenofobia

Solidarietà significa anche comprensione e accoglienza verso gli stranieri che vengono in Italia, nei modi e nei limiti stabiliti, per svolgere un onesto lavoro o per trovare rifugio da guerre e da persecuzioni: le politiche volte ad affermare la legalità, e a garantire la sicurezza, pur nella loro severità, non possono far abbassare la guardia contro razzismo e xenofobia, non possono essere fraintese e prese a pretesto da chi nega ogni spirito di accoglienza con odiose preclusioni. Anche su questo versante va tutelata la coesione, e la qualità civile, della società italiana.

20:44 Qualità civile, qualità della vita

Qualità civile, qualità della vita : aspetti, questi, da considerare essenziali per valutare la condizione di una società, il benessere e il progresso umano. Contano sempre di più fattori non solo di ordine materiale ma di ordine morale, che danno senso alla vita delle persone e della collettività e ne costituiscono il tessuto connettivo.

20:45 Più sobrietà negli stili di vita

E' necessario che si riscoprano e si riaffermino valori troppo largamente ignorati e negati negli ultimi tempi. Più rispetto dei propri doveri verso la comunità, più sobrietà negli stili di vita, più attenzione e fraternità nei rapporti con gli altri, rifiuto intransigente della violenza e di ogni altra suggestione fatale che si insinua tra i giovani.

20:46 L'impegno della Chiesa

Considero importante il fatto che nel richiamo alla solidarietà e ai valori morali incontriamo la voce e l'impegno di religiosi e di laici, della Chiesa e del mondo cattolico. Così come nel discorso su una nuova concezione dello sviluppo - che tenga conto delle lezioni della crisi recente e dell'allarme per il clima e per l'ambiente - ritroviamo l'ispirazione e il pensiero del Pontefice. Vedo egualmente sentita da quel mondo l'esigenza dell'unità della nazione italiana.

20:46 Contenere da parte di tutti pericolose esasperazioni polemiche

In realtà, non è vero che il nostro paese sia diviso su tutto : esso è più unito di quanto appaia se si guarda solo alle tensioni della politica. Tensioni che è mio dovere sforzarmi di attenuare. E' uno sforzo che mi auguro possa dare dei frutti, come è sembrato dinanzi a un episodio grave, quello dell'aggressione al Presidente del Consiglio : si dovrebbero ormai, da parte di tutti, contenere anche nel linguaggio pericolose esasperazioni polemiche, si dovrebbe contribuire a un ritorno di lucidità e di misura nel confronto politico.


20:47 Per me confortante contribuire alla serenità di tutti voi

Io posso assicurarvi che sono deciso a perseverare nel mio impegno per una maggiore unità della nazione : un impegno che richiede ancora tempo e pazienza, ma da cui non desisterò. Anche perché nulla è per me come Presidente di tutti gli italiani più confortante che contribuire alla serenità di tutti voi. Mi hanno toccato le parole del comandante di un contingente dei nostri cari militari impegnati in missioni all'estero. Mi ha detto - dieci giorni fa in videoconferenza per gli auguri di Natale - che lui e i suoi "ragazzi" traggono serenità dai miei messaggi quando gli giungono attraverso la televisione.

20:48 Tutti i cittadini hanno bisogno di serenità in tempi difficili

Sì, hanno bisogno di maggiore serenità tutti i cittadini in tempi difficili come quelli attuali, lavoratori, disoccupati, giovani alle prese con problemi assillanti, quanti sono all'opera per rilanciare la nostra economia, e quanti servono con scrupolo lo Stato, in particolare le forze armate chiamate a tutelare la pace e la stabilità internazionale, o le forze dell'ordine che combattono con crescente successo le organizzazioni criminali. E a questo bisogno debbono corrispondere tutti coloro che hanno responsabilità elevate nella politica e nella società.

20:48 Speranza guardando al mondo

Serenità e speranza sento di potervi trasmettere oggi. Speranza guardando all'Italia che ha mostrato di volere e saper reagire alle difficoltà. Speranza guardando al mondo, per quanto turbato e sconvolto da conflitti e minacce, tra le quali si rinnova, sempre inquietante, quella del terrorismo. Speranza perché nuove luci per il nostro comune futuro sono venute dall'America e dal suo giovane Presidente, sono venute da tutti i paesi che si sono impegnati in un grande processo di cooperazione e riconciliazione, sono venute dalla nostra Europa, che ha scelto di rafforzare, con nuove istituzioni, la sua unità e rilanciare il suo ruolo, offrendo l'esempio della nostra pace nella libertà.


20:49 Questo è il mio messaggio e il mio augurio per il 2010

Questo è il mio messaggio e il mio augurio per il 2010, a voi italiane e italiani di ogni generazione e provenienza che salutate il nuovo anno con coloro che vi sono cari o lo salutate lontano dall'Italia ma con l'Italia nel cuore.

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