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domenica 21 marzo 2010

“Impresa semplice”? No grazie! Fermiamo tutte le cessioni! IT: le polpette avvelenate di Telecom Italia - Partecipa e diffondi!


“Impresa semplice”? No grazie! Fermiamo tutte le cessioni!
IT: le polpetta avvelenate di Telecom Italia

Il 4 marzo 2010 Telecom Italia ha avviato le procedure per la cessione di IT Operations alla società del gruppo, la SSC s.r.l. con il bilancio in rosso, che coinvolgerà circa 2150 colleghi e colleghe. In data 11 marzo si è tenuto l’esame congiunto con le RSU e le OO.SS nel corso del quale, i rappresentanti aziendali hanno confermato la definizione della cessione di IT Operations dal 1 aprile (prospettando ulteriori cessioni di ramo d’azienda per altri settori come i customer, la rete,le vendite, …) e affermato che sia in SSC che in Telecom Italia sarà comunque necessario avviare percorsi di riduzione dei costi, i cosiddetti “efficientamenti” che, come sempre si concretizzeranno in mobilità, CIGS, contratti di solidarietà.

In sostanza, si sta delineando la nuova “architettura societaria”, “l’impresa semplice”, che il CdA intende realizzare nel prossimo futuro: una holding leggera, proprietaria però di tutta l’infrastruttura, e tante aziende satelliti attraverso le quali “governare” i singoli processi produttivi. Il “polpettone” Telecom Italia sarà spezzettato in tante polpette condite, al momento, dalla “bufala” che quest’ultime rimarranno nel perimetro del gruppo.

Si tratta, però, di polpette contaminate con il veleno più subdolo, quello che “ammazza” gradualmente e anche dopo diverso tempo dall’evento. Quanto tempo rimarranno le mini-aziende nel perimetro del gruppo?! Tramite il nuovo riassetto, il CdA vuole realizzare risparmi e profitti nel breve e medio termine per poter ridurre il famoso debito ma, lè bene ricordare a tutti e tutte che, le precedenti esperienze di cessioni di ramo hanno avuto, quasi tutte, lo stesso medesimo e tragico epilogo. Si parte con il peggioramento delle condizioni economiche e normative, si passa per la chiusura delle sedi territoriali, si arriva alla fine alla mancata retribuzione, ai licenziamenti, alla chiusura dell’azienda, come nei casi di Telemaco Immobiliare e TILS. Per non parlare del caso da “manuale” EUTELIA-AGILE-OMEGA che ha ben descritto come in poco tempo si possa passare dalle “stelle alle stalle” grazie al passaggio di mano in mano dei pacchetti azionari.

Questo è il futuro che ci attende, per questo crediamo che vada impedita questa cessione e qualsiasi ipotesi di spezzatino di Telecom Italia con la mobilitazione di TUTTA l’azienda.

Ancora una volta dobbiamo ribadire che non si risana il bilancio mettendo mano all’occupazione e ai diritti di chi lavora. Questa azienda ha sperperato e continua a sperperare ricorse economiche verso consulenze, appalti, favolose politiche premiali in favore dei dirigenti. Si dovrebbe operare in questa direzione se si volesse realmente fare gli interessi dell’azienda. L’Information Tecnology è un esempio eclatante. Quanto è stato speso fin d’ora per le consulenze e gli appalti nell’informatica?! Quanti progetti sono stati svolti da personale esterno (e lo sono tutt’ora), mettendo da parte il personale interno in grado di svolgere le stesse attività, con un enorme e ingiustificato aggravio di spesa?! I vertici aziendali continuano a non rispondere a queste banali osservazioni. Si dovrà forse attendere, ancora una volta, “la sirena delle fiamme gialle” per avere qualche spiegazione sul “carosello” di consulenze che ruota attorno all’informatica?!


Nonostante gli enormi profitti realizzati in questi anni, se il debito che grava sul bilancio di T.I. è ancora tutto lì a pesare sul nostro futuro, ciò è dovuto esclusivamente alla gestione scelleratamente “allegra” delle casse e del patrimonio aziendale messo in atto dai vertici aziendali i cui costi diretti ed indiretti, non certo per il costo del lavoro dipendente.

Per “onorare” quel debito, oggi vogliono definitivamente polverizzare l’azienda Telecom Italia e passare all’incasso con l’accaparramento della rete o dei clienti!!

FERMIAMOLI: TELECOM UNICA E PUBBLICA

- NO ALLO SPEZZATINO DI TELECOM ITALIA
- NO A NUOVI TAGLI DI PERSONALE
- TELECOM ITALIA DEVE FERMARE LA CESSIONE IN CORSO, RIUNIRE TUTTO IL SETTORE INFORMATICO ALL’INTERNO DELL’AZIENDA CON L’INCORPORAZIONE DI SSC, TAGLIARE GLI SPRECHI SU CONSULENZE, APPALTI E RETRIBUZIONI D’ORO DI MANAGER E DIRIGENTI.

Contro il piano di riassetto aziendale, la riduzione di personale, i contratti di solidarietà, il piano di dismissioni, l’appalto e la delocalizzazione delle attività i COBAS del Lavoro Privato e la FLMUNITI/CUB hanno indetto per

Martedì 23 marzo 2010
lo sciopero nazionale di tutti i lavoratori e lavoratrici di Telecom Italia
(esclusione della PROVINCIA DI UDINE – per disposizioni commissione di garanzia)
con le seguenti articolazioni:

• lavoratori e lavoratrici Telecom Italia di Information Technology appartenente a Technology & Operations, sciopero intero turno lavorativo;

• lavoratori e lavoratrici Telecom Italia dei restanti settori, 4 ore di sciopero a fine di ogni turno lavorativo (part-time in proporzione);

Nel corso dello sciopero invitiamo tutti e tutte a partecipare alle iniziative e i presidi che si terranno nei diversi territori.

ABBIAMO APERTO DEI GRUPPI DI DISCUSSIONE SU INTERNET:

BLOG: nospezzatinotelecom.blogspot.com

FACEBOOK: Telecom Italia UNICA e PUBBLICA
http://www.facebook.com/home.php#!/group.php?gid=401079108942&ref=ts

Partecipa e diffondi!!

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venerdì 19 marzo 2010

A Torino ricercatori giù dalla cattedra


Per la prima volta nella storia dell’università di Torino, i ricercatori della facoltà di Scienze hanno annunciato un’astensione dalle attività didattiche a partire dal prossimo anno accademico. Il documento che ha reso nota questa decisione senza precedenti è stato sottoscritto da 140 sui 180 ricercatori presenti nella facoltà. A questa schiacciante maggioranza si sono aggiunti i 30 ricercatori della facoltà di matematica, che hanno controfirmato un altro documento insieme ai loro docenti, i 30 (su 37) di Psicologia e i due terzi dei ricercatori di Agraria. Nella stessa direzione stanno andando i ricercatori di Fisica, ai quali potrebbero aggiungersi quelli di Medicina e del Politecnico dove nei prossimi giorni saranno convocate alcune assemblee per decidere le forme di protesta contro il disegno di legge Gelmini che prevede la scomparsa della figura del ricercatore a tempo indeterminato.
Una protesta che segue quella già adottata dai ricercatori della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali della Federico II di Napoli dove dall’8 marzo scorso 110 ricercatori si astengono dagli insegnamenti previsti nel secondo semestre, limitandosi a fare didattica di sostegno e non quella «frontale» come prevede la legge del 1980 che ha istituito questa figura centrale, ma disconosciuta, nell’università italiana. Forme analoghe di protesta si stanno registrando a Cagliari, mentre i ricercatori dell’Alma Mater di Bologna hanno sottoscritto nel febbraio scorso un documento consegnato al Rettore in cui si chiede di adottare soluzioni per scongiurare una simile ipotesi.
I documenti che stanno circolando nell’università del capoluogo torinese denunciano i tagli operati dal governo al Fondo di finanziamento ordinario per l’università e del nuovo sistema di reclutamento prospettato nel Ddl che «portano gli atenei sull’orlo della bancarotta e strozzano ulteriormente le già scarse prospettive di carriera dei ricercatori estromettendoli dalle commissioni di concorso». Ma le polemiche più aspre si registrano sulla nuova figura del ricercatore a tempo determinato previsto nella riforma Gelmini.
Un contratto di massimo sei anni che si aggiunge all’attuale moltitudine di assegni, borse e contratti, estende la durata del precariato fino a 10 anni senza alcuna certezza di assunzione e rischia di aprire con i ricercatori confermati una «guerra tra poveri» sui concorsi da associato. I ricercatori torinesi sono convinti che l’introduzione di questa figura non risolverà il problema dell’enorme precariato esistente ma lo aggraverà.
La loro decisione minaccia di bloccare un terzo degli insegnamenti delle facoltà scientifiche. I presidi saranno costretti a chiedere l’affidamento delle cattedre mancanti all’esterno ricorrendo a docenti a contratto a titolo gratuito, visto che i tagli hanno ridotto il budget della sola facoltà di Scienze da circa 900 mila euro a poco più di 300 mila. Facile immaginare che non ci sarà la fila per coprire questi ruoli. C’è però anche una soluzione alternativa. Che i corsi vengano affidati ai docenti di ruolo. I ricercatori chiedono ai docenti di limitare la loro didattica sostitutiva ad un numero minimo di ore, da 90 a 120. Una richiesta che, secondo Lorenza Operti, vicepreside di Scienze, sarà valutata con attenzione, visto che già nel documento dei ricercatori di matematica discusso a febbraio «c’era una frase sulla solidarietà dei docenti che sottintendeva la richiesta ai docenti di non farsi carico della didattica lasciata dai ricercatori rendendo in questo caso inutile la loro astensione».
Una decisione verrà comunque presa il prossimo 25 marzo quando, in un consiglio di facoltà, i ricercatori proporranno che lo «sciopero bianco» venga esteso all’intera facoltà. Negli incontri che si sono succeduti negli ultimi giorni nelle commissioni didattiche è emersa la possibilità che anche i professori – gli associati e gli ordinari - solidarizzino con la protesta. «Sono molto d’accordo con le motivazioni dei ricercatori – afferma Lorenza Operti – meno sulle modalità.
Ritengo che l’astensione dalla didattica sia qualcosa che va troppo in là nel tempo. Dovrebbe essere un’azione un po' più immediata. Penso alle lezioni in piazza, al volantinaggio, azioni forse un po' più soft, ma di effetto immediato».
Azioni che non vengono del resto escluse dagli stessi ricercatori che stanno riflettendo sulle conseguenze di una situazione inedita nella storia dell’università italiana. Per valutarne l’impatto, il loro orientamento è di convocare dopo il 25 una commissione paritetica composta da ordinari, associati, ricercatori e studenti che esaminino tutte le questioni legali che nasceranno. L’obiettivo è di presentare un documento al consiglio di facoltà del prossimo mese ed assumere una linea comune.
Il Ddl Gelmini è la goccia che ha scosso le ultime, residue, certezze dei ricercatori che vivono la condizione paradossale in cui la didattica è un obbligo e la ricerca è volontariato, quando invece dovrebbe essere il contrario. «I tagli bloccano la ricerca. Le macchine diventano nel frattempo obsolete, non ci sono soldi per comprare le riviste, assistiamo alla demoralizzazione di un’intera categoria – afferma Davide Levy, ricercatore in Scienze mineralogiche - La nostra è una protesta per fare capire che il mondo universitario si è stancato di questa situazione, i governi di destra e di sinistra devono capire che l’università è un valore culturale e morale di questo paese».
A differenza di un’immagine consolidata che attribuisce agli umanisti il primato della politica nell’università, da molti anni ormai il testimone è passato agli scienziati. Alessandro Ferretti, ricercatore in Fisica, spiega questo protagonismo con il fatto che «nelle nostre facoltà i ricercatori sono pressoché indispensabili per il funzionamento della didattica, oltre che della ricerca. Sono persone che hanno indipendenza di giudizio, abituate a confrontarsi a livello internazionale». Un’immagine confermata da Davide Levy per il quale «siamo meno legati ad una situazione baronale. Il rapporto con il professore ordinario è quasi paritetico. Nelle nostre facoltà riceviamo un grosso sostegno da parte dei professori e questo ci stimola a portare avanti la protesta».
La protesta dei ricercatori torinesi ha assunto il profilo di un’assunzione collettiva di responsabilità verso le generazioni future che non si rassegnano a fuggire all’estero a causa della guerra contro l’intelligenza che da più di vent’anni si sta conducendo in Italia. Ma è anche la ricerca di una soluzione per i 3 mila precari – età media 35 anni - che quest’anno, solo a Torino, non vedranno rinnovati i loro contratti a causa dei tagli incombenti. Ferretti conferma l’intenzione di formare un coordinamento congiunto tra ricercatori di ruolo e i precari per affrontare un’emergenza sociale di grandi dimensioni. Per Valentina Barrera, rappresentante dei precari della Flc-Cgil, «è urgente affrontare questo problema legato al transitorio. Dopo la chiusura del tavolo di ateneo con i soggetti colpiti dai tagli, chiederemo di riconvocare un tavolo a livello regionale. La nostra prospettiva resta la difesa del contratto da ricercatore a tempo indeterminato».

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domenica 7 marzo 2010

Scuola: Coordinamento precari Catania, 22 marzo a Roma per sciopero


Catania 6 mar. - (Adnkronos) - ''Il prossimo 22 marzo parteciperemo al corteo nazionale di Roma per lo sciopero contro la riforma della scuola indetto dai Cobas del quale condividiamo la piattaforma. Siamo ormai convinti che, a causa dell'ostinata indifferenza del governo alle proteste che da mesi si levano dal mondo della scuola, le tradizionali forme di mobilitazione praticate da noi tutti finora, sciopero e manifestazioni di piazza, vadano oggi affiancate da forme di lotta piu' incisive". Lo annuncia in una nota il Coordinamento precari scuola di Catania. "Sempre il 12 marzo a Catania parteciperemo anche alla manifestazione provinciale della Cgil", aggiunge la nota del Coordinamento
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giovedì 31 dicembre 2009

ISPRA: capodanno da disoccupati



(IRIS) - ROMA, 30 DIC - “Al nuovo irrigidimento della struttura commissariale rispondiamo generalizzando la lotta”, annuncia Claudio Argentini, della Segreteria Nazionale USI RdB Ricerca. “Da stamani i cancelli della sede ISPRA di via Casalotti 300, dove da 38 giorni prosegue l’occupazione pacifica del tetto da parte dei precari che già da dopodomani rischiano il licenziamento, sono stati chiusi ai giornalisti  e probabilmente rimarranno sbarrati anche alle personalità politiche di entrambi gli schieramenti”.
Prosegue Argentini: “Questa decisione potrebbe essere propedeutica allo sgombero dei lavoratori. Ebbene, questo ci rafforza nella decisione di generalizzare la lotta e stamani formalizzeremo le procedure per arrivare allo sciopero della Ricerca Pubblica. La vertenza ISPRA deve vedere il sostegno di tutti i lavoratori degli Enti e la generalizzazione della lotta ha come obbiettivi sia l’ottenimento di una soluzione immediata per i lavoratori dell’ISPRA sia quello di bloccare lo smantellamento non solo di ISPRA ma anche dell’ENEA, dell’ISFOL e degli altri enti in riordino”.
Aggiunge Argentini: “Il silenzio del Ministro Prestigiacomo determina da parte nostra la richiesta forte di intervento da parte del Governo, che non può permettere che un singolo dicastero determini, in un periodo di crisi, ulteriori licenziamenti. Lo sciopero sarà un appuntamento importante ma non unico. La Federazione RdB sta infatti preparando un’assemblea cittadina proprio su ISPRA che veda il contributo di forze politiche e istituzionali e che faccia capire al Governo che i precari ISPRA non sono soli ma fanno parte di un tessuto che reagisce duramente contro il tentativo di emarginarli, contro i licenziamenti ed i tagli alla cosa pubblica. Questi lavoratori vogliono posti di lavoro, non ammortizzatori, vogliono essere utili alla collettività recuperando dignità e diritti. Contro chi anche con mezzucci di basso livello tenta di isolarli, risponderemo portando la città e la Ricerca Pubblica all’ISPRA”, conclude Argentini.

Roma, 30 dic. - (Adnkronos) - Ben 230 ricercatori dell'Ispra 'festeggeranno' il Capodanno da disoccupati. Mancano infatti poco più di 24 ore allo scadere dei contratti dei precari dell'Istituto vigilato dal ministero dell'Ambiente, nato dall'accorpamento di Apat, Icram, Infs e principale ente pubblico di ricerca ambientale. E, l'unica luce in questa vicenda, sembra essere al momento la fiaccolata del 1° gennaio che vedrà sfilare tanti cittadini del quartiere in cui ha sede l'Istituto in segno di solidarietà. Dopo oltre un mese trascorso sul tetto della sede di Via Casalotti, i precari Ispra non hanno infatti ottenuto neppure l'apertura di una trattativa: insomma nulla si è mosso. Il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo si è limitata a chiedere ai delegati Usi Rdb di scendere dal tetto in attesa di qualche soluzione, ma non ha ancora aperto il dialogo per la soluzione della vertenza in corso. Ed è un fatto che allo scoccare della mezzanotte di Capodanno i contratti decadranno.
"Sono sul tetto del palazzo dell'Ispra da 37 giorni - racconta all'ADNKRONOS Michela Mannozzi, delegato Usi Rdb Ricerca e ricercatrice precaria Ispra - e il ministro non ci ha dato ancora modo di spiegare le nostre ragioni e di indicare le soluzioni che noi proponiamo. Se la Prestigiacomo per esempio applicasse le norme e i pareri della Funzione Pubblica e quindi del ministro Brunetta, almeno verrebbe garantita la continuità contrattuale, risolvendo l'emergenza occupazionale del momento. E invece il ministro Prestigacomo, così come la struttura commissariale da lei nominata, interpretano la legge 133 del 2008 e le successive sui precari in modo restrittivo, nonostante le deroghe previste per il comparto della ricerca. E così dal 1° gennaio, in assenza di una misura dell'ultima ora, noi saremo tutti disoccupati".
"La legge 133 stabilisce regole che limitano l'utilizzo di personale precario nella PA - spiega la ricercatrice salutando dalla webcam installata sul tetto - ma prevede anche deroghe per le quali ha rilievo la continuità della linea di ricerca e del singolo ricercatore e non il finanziamento del progetto per il quale viene pagato. Per esempio - spiega - non ha senso interrompere il contratto di un ricercatore precario dell'Ispra se le sue competenze in acquacoltura vengono usate prima per il progetto della Laguna di Orbetello e poi per quello della Laguna di Venezia. In entrambi i casi, infatti - sottolinea Mannozzi - la competenza richiesta è la stessa e quindi non ha senso interrompere la continuità contrattuale con l'Ispra in base allo specifico progetto cui il ricercatore fa capo. Questo in sostanza prevedono le deroghe applicate dalla Funzione Pubblica che, invece, né la Prestigiacomo, né i commissari vogliono attuare costringendo così il ricercatore a restare a spasso per 8 -10 mesi anche quando il bando è stato espletato e il concorso vinto".
Altra cosa che la delegata Usi Rdb Ricerca mette in evidenza è "il non senso dello stacco di 20 giorni nell'ambito del rinnovo dei contratti a tempo determinato. Stacco che - chiarisce - significa perdita di anzianità di servizio ed è espressione di una interpretazione restrittiva della norma che per il comparto ricerca prevede la possibilità di un contratto continuativo fino a 5 anni. Noi, invece, dopo un anno e mezzo ci vediamo licenziati senza alcuna certezza di riassunzione, promesse a parte".
"Siamo accampati in una sorta di tenda da 37 giorni - ricorda Mannozzi - e siamo riusciti a superare il freddo e i relativi malanni grazie alla solidarietà concreta di tanti cittadini che ci hanno portato viveri, stufe a gas e molto altro. In tutto questo abbiamo anche continuato a lavorare per quanto possibile. L'8 dicembre per esempio è stato rinvenuto uno squalo a porto Empedocole e la Capitaneria di porto ci ha chiamato mandandoci le foto per effettuare il riconoscimento. Cosa che abbiamo puntualmente fatto".
Tra i disagi c'è stata anche la chiusura dei cancelli dell'Istituto il 24 dicembre scorso per ordinanza dei commissari che ha di fatto isolato i precari nel corso della notte. Un diktat che si ripeterà anche da domani alle 15,50 fino alle 7 di mattina del 4 gennaio. "Durante il giorno possiamo uscire perché c'è il vigilante - fa sapere Mannozzi - ma durante la notte, dalle 20 in poi, siamo chiusi dentro con tutti i rischi del caso".
Cosa chiedono i 230 precari per scendere dal tetto? "Subito, il rinnovo contrattuale per tutti. Le risorse economiche ci sono - dice - Si tratta solo di un problema politico. Per i prossimi 3 anni, infatti, ci sono finanziamenti già erogati che ammontano a complessivi 10,5 mln, 3,5 per tre anni. Nel medio periodo, invece, chiediamo impegni seri, scritti nero su bianco, per una progettazione che preveda il risconoscimento della natura subordinata del lavoro effettuato sotto forma di contratti atipici dal personale precario e quindi la stabilizzazione". Insomma, "basta con i contratti atipici. Solo contratti di natura subordinata. Questo sì - spiega la delegata Usi Rdb, precaria Ispra - sarebbe il vero segnale che il ministro e il ministero puntano sull'Ispra per un rilancio della politica di protezione e tutela dell'ambiente".





lunedì 30 novembre 2009

L'Italia è una Repubblica “antimeritocratica” fondata sul lavoro precario




A volte mi chiedo perché in Italia, come altrove, la cosiddetta “meritocrazia” venga invocata solo nei riguardi dei lavoratori subordinati, che sono sempre più soggetti e vincolati a parametri di efficienza produttiva, evidentemente per costringerli a farsi sfruttare in modo crescente, mentre tali principi meritocratici non valgono e non sono applicati nei confronti dei livelli padronali, ossia i megadirigenti e i supermanager che percepiscono compensi abnormi a prescindere dal rendimento e dai risultati ottenuti. Si pensi, ad esempio, al caso dei quadri dirigenti responsabili del fallimento dell’Alitalia o ad altri scandali e bancarotte indubbiamente eclatanti nella recente storia nazionale.
E’ evidente che un sistema economico sociale che pretenda di essere meritocratico, solo a chiacchiere, non potrebbe conciliarsi con la realtà di un paese clamorosamente ingiusto e sperequato, eccezionalmente sprecone, corrotto e mafioso come l’Italia.
Il nostro Paese si regge su un assetto economico privo di ogni criterio di giustizia sociale e materiale, di democrazia economica e di equa redistribuzione del reddito nazionale, è uno Stato in cui si evidenziano comportamenti furbeschi, spregevoli e cialtroneschi, in cui si registra il primato mondiale dell’evasione fiscale, in cui si pretende di imporre ai lavoratori, già fortemente precarizzati e sottosalariati, uno standard di meritocrazia e di efficienza produttiva in senso unilaterale, rischia di degenerare in modo ineluttabile, causando drammatiche iniquità, divaricazioni crescenti e sperequazioni assolutamente inaccettabili, scatenando dunque contraddizioni sociali esplosive. A maggior ragione in una fase storica contrassegnata da una gravissima recessione economica come quella attuale, una crisi di sistema che è di natura strutturale ed è estesa su scala globale.
Pensare (ingenuamente) di introdurre una concezione meritocratica in Italia, come altrove, equivale a compiere una vera rivoluzione sociale e materiale, etica e culturale.
Per adottare un regime di autentica meritocrazia, credo che occorra promuovere una profonda trasformazione, in senso egualitario, della struttura economico-sociale e della mentalità comune, attuando un cambiamento epocale sul piano politico e culturale.
In altri termini, la vera meritocrazia è possibile e praticabile solo in una società formata da lavoratori liberi ed uguali, in una società autenticamente comunista: "una società dove ognuno produce secondo le sue possibilità e riceve secondo i suoi bisogni". Questo è un modello  di società estremamente meritocratica, prima ancora che democratica.
Dunque, l'antitesi tra comunismo e meritocrazia è solo apparente. Con buona pace (e scandalo) dei ciarlatani e dei farisei dell’ideologia filo-capitalista: mi riferisco ai falsi liberisti, ai finti apologeti e fautori del sistema meritocratico quali, ad esempio, Berlusconi, Tremonti, Padoa Schioppa, Tronchetti Provera, i loro soci e lacchè.


di Lucio Garofalo

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