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domenica 14 marzo 2010

Il 14 marzo del 1883 moriva Marx. Un modo semplice per ricordarlo.

Il 14 marzo del 1883 moriva Karl Marx a Londra. 
Non scriveremo post di commemorazione per anniversari liturgici. Le parole per ricordare un pensatore, un rivoluzionario della levatura di Marx non fanno parte del nostro vocabolario di  semplici militanti comunisti.
 Marx NON è morto. 
Tanto ci basta per ricordarlo e condividere questo spazio con i lettori de Il Comunista Quotidiano.  

Ognuno se vuole può, liberamente, lasciare un suo pensiero o commento su questo post. Basta anche un parola!


A testa alta,
Peppe Genchi, Laura Jurevic (Ladytux)
"Redazione" de Il Comunista Quotidiano


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giovedì 11 febbraio 2010

"Bentornato Marx!"

Intervista a Diego Fusaro, giovane autore del libro "Bentornato Marx!". Una riflessione sull'attualità politica economica e filosofica del pensiero di Karl Marx alla luce del XXI secolo.
             

martedì 26 gennaio 2010

Politica 26/01/2010 alle ore: 11:26 I comunisti e la crisi; Il corso per una risposta marxista alla crisi

Corso di cultura marxista organizzato dal circolo del Partito della rifondazione comunista “Gaspare Bocchini”, Viterbo 


Intervengono Alexander Höbel e Domenico Moro 

gennaio - marzo 2010 

“L'aumento dei prodotti e delle necessità finisce col produrre appetiti raffinati, innaturali e immaginari” KARL MARX 

Alexander Höbel (studioso del movimento operaio e comunista) giovedì 28 gennaio alle ore 17,30 darà inizio al percorso culturale orientato allo studio e alla riscoperta di Karl Marx. Con Il suo primo appuntamento dal titolo “Il movimento comunista e le crisi del 1929 e del 1973.” inizieremo questo cammino verso un’analisi più approfondita della crisi attuale attraverso le teorie di chi, per primo, gettò le basi per la creazione di una società anticapitalista. Tutti gli appuntamenti presso i locali della Federazione provinciale Prc, via Garibaldi, 46, Viterbo: 

Giovedì 28 gennaio, h 17,30 Alexander Höbel, Il movimento comunista e le crisi del 1929 e del 1973. 

Sabato 13 febbraio, h 17,30 Domenico Moro, Crisi finanziaria o crisi del capitale? Le vere cause della crisi attuale. 

Giovedì 25 febbraio, h 17,30 Alexander Höbel, La crisi capitalistica come crisi di civiltà. 

Sabato 13 marzo, h 17,30 Domenico Moro, Le conseguenze internazionali della crisi: la decadenza dell’imperialismo Usa. 

Durante gli incontri, alla fine dei quali sarà offerto un aperitivo, saranno distribuite delle dispense scelte dai relatori. 

Per motivi dovuti al’organizzazione è gradita l’iscrizione (gratuita) al corso da effettuarsi per e-mail (prcviterbo@libero.it) o per telefono (3772654829). E’ ancora possibile l’iscrizione.

sabato 23 gennaio 2010

La storia del comunismo visto al di fuori dei partiti (1949)


 (Riproponiamo un interessantissimo articolo tratto da il Corriere della Sera, del 16/06/1949 a firma di Benedetto Croce)


La conclusione che mercé dell'analisi dei concetti si ottiene della nullità dell'ideale comunistico non ha uopo di essere convalidata dalla narrazione storica, che questo non può fare, e che, invece, da quell'analisi riceve la spiegazione del perché l'ideale comunistico non si sia mai attuato. Giuoco d'idilliaca immaginazione nei vecchi libri di utopia comunistica, esso fu presto smentito quando tentò di attuarsi con la fondazione di colonie per virtù di piccole società di fedeli ed entusiasti, le quali trassero vita stentata e presto si estinsero. Il Marx aspettò per più tempo la catastrofe rivoluzionaria della società borghese, prevedendola prossima di decennio in decennio, e pensando che si sarebbe aperta con una crisi nell'economia mondiale, come quella di cui si era avuto saggio negli anni 1846-47, che avevano perciò, secondo lui, generato il '48 e le sue grandi speranze, deluse poi per la chiusura della crisi; ma queste crisi generali, che egli credeva conseguenze necessarie ed effetti fatali dell'ordinamento capitalistico, non si ripeterono, e il Jevons finì, circa quel tempo, con l'attribuirne la causa alle macchie del sole!

Comunque, dei grandi Stati nessuno ha avuto mai una rivoluzione con assetto comunistico; né ai nostri giorni forma eccezione il caso della Russia e degli Stati e territori dalle sue armi per effetto della guerra occupati, perché solo in apparenza la Russia è comunistica, come ormai sanno tutti - tutti, diciamo, quelli che hanno occhi per vedere e orecchi per udire, - i quali sanno altresì che il comunismo e le dottrine del Marx, a cui i suoi uomini politici si richiamano, valgono alla politica russa da strumento di propaganda.

Uno scrittore tedesco, che viaggiò quel Paese nei primi anni dell'istituito regime bolscevico, maravigliato di non vedere negli ordinamenti l'attuazione del comunismo, e ricevendo per risposta a ogni sua domanda che quel che non c'era si sarebbe avuto più tardi, osservò sorridendo che, per questa parte almeno, in Russia il verbo si coniuga sempre al futuro.

La qualità di regime politico che è stata foggiata colà e che porta il nome di comunismo, non abolisce lo Stato, come il Marx prescriveva, anzi lo pone fortissimo e assoluto come non mai per il passato, neppure con lo czarismo, che "totalitario" non era o non era giunto in ciò al culmine odierno; non si è ottenuta l'eguaglianza economica e la misura dei salari è disugualissima tra gli operai e gli alti gradi; non si permettono scioperi e il contadino è come affisso alla terra e l'operaio alla sua industria; non si riesce a far nascere nuova filosofia, arte, religione, morale, che siano quel che questi nomi importano e, insieme, materialistiche e proletarie; ma ben si riesce ad abbassare la vita spirituale in tutte le sue manifestazioni, se anche non si possa di queste strappare gli ascosi germi, dai quali rinasceranno, nel modo stesso che nella età che si disse primitiva e selvaggia nacquero.

La nullità della storiografia comunistica non può essere paragonata a quella della storiografia che si chiama "tendenziosa" e che viene a giusta ragione riprovata per le alterazioni che introduce nel quadro della verità al fine di conseguire effetti oratori e predeterminate azioni pratiche, giacché le sue pecche sono falsificazioni parziali e non una falsificazione totale della storia, che, in ogni altro riguardo, essa procura, pei suoi stessi fini, di rispettare quanto più può. Ma la storiografia comunistica, negando la idea stessa genuina della vita, sostituendole quella dualistica, e parsistica o manichea, della lotta del bene contro il male, del bene che è l'eguaglianza contro il male che è l'ineguaglianza, mettendo capo al trionfo finale dell'eguaglianza, che farebbe sparire la disuguaglianza e così abolirebbe la storia, è falsificazione e nullificazione totale.

La storiografia ha per suo fondamentale carattere quella che comunemente si chiama "oggettività" e "imparzialità", cioè nega i fatti concepiti di natura negativa, che sarebbero contraddizioni in termini, e riporta tutti i fatti alla loro positività, riconoscendo di ciascuno la razionalità, ossia l'ufficio tenuto nel tutto che l'occhio dello storico scorge, e con ciò la reciprocità del legame con gli altri fatti, che li adegua e dignifica tutti: al pari del medico che esegue una diagnosi, lo storico conosce la malattia solo in quanto la conosce non come cosa estranea alla natura, ma come processo naturale tra gli altri processi naturali.

E tanto la coscienza storica è ferma in questo convincimento, e tanto è sicura di se stessa e della impossibilità di venir meno alla sua propria natura ed essenza che, attenendosi all'omnia munda mundis, non dubita di ammettere in sua compagnia le tendenze pratiche dello scrittore di storie, come si vede dal più al meno in tutti i libri di storia, dai quali, anche senza esplicite professioni di fede, è ben facile ricavarle.

Per uno scambio, ciò è stato recato a prova che una trattazione storica realmente imparziale non è attuabile e non è mai stata al mondo, o se n'è vagheggiata come attuazione la indifferenza della cronaca e del puro filologismo; laddove bisognava semplicemente dire che il "libro" di storia non è esclusivamente "pensiero storico" e, pel fatto stesso che si concreta nella parola e nello stile, da' intera la personalità dell'uomo e dello scrittore, il quale, per storico o per filosofo che sia, non può deporla lasciandola alla porta, se nella sua stessa parola, nel timbro della sua parola, quella risuona.

Ma lo storico, nel prendere con sé compagno il suo se stesso praticamente e moralmente impegnato, non solo non confonde, ma fa vieppiù netta risaltare la distinzione tra il pensatore e l'uomo di passione e con ciò si può dire che rammenti all'uomo intero che ogni pensiero storico deve metter capo all'azione personale e al dovere morale. Ed ecco perché ogni libro di storia contiene un elemento di oratoria, di raccomandazione, di polemica politica, e sarebbe cattivo indizio che mancasse la passione per la materia che è oggetto di storia; passione che acuisce la intelligenza stessa della storia, laddove la tiepidezza e l'indifferenza tendono a traviarla, come s'è accennato, verso il mero cronachismo e filologismo. In quali limiti l'un elemento debba contenersi rispetto all'altro, l'intellettivo verso il passionale, è questione che il gusto letterario caso per caso risolve; quel gusto che si chiama anche il senso del conveniente.

Ma la nullità della storiografia comunistica ha il suo suggello nel fatto che il comunismo, incapace come è di ogni storiografia, non può scrivere, ossia pensare, neppure la storia di se stesso, e resterebbe senza storia se non lo raccogliesse nella sua liberale larghezza la storiografia senza partito o imparziale, la storiografia filosofica e critica, che non può certo trascurare un gruppo di fatti così cospicuo come quello che nell'ultimo secolo e mezzo s'iscrive sotto nome di comunismo.

Senonché, nel trattarlo, verrà a lumeggiarlo alquanto diversamente da come tenta di presentarlo la pseudostoriografia o l'invettiva storicamente colorata dei comunisti, perché, anzitutto, la genesi mentale di esso non si trova direttamente nelle sofferenze e nelle agitazioni delle masse operaie, ma nel pensiero che ha innalzato (come non accadde né per le rivolte degli schiavi e dei gladiatori dell'antichità, né per le jacqueries e guerre di contadini di tempi posteriori) quei movimenti e convulsioni sociali a problemi, e perciò negli uomini di cultura e nella coscienza morale, cristiana e liberale, che riempì quei problemi della propria sollecitudine, e nella classe politica che li venne traducendo in pratici provvedimenti; donde il fatto, strano in apparenza ma ovvio nella realtà, che i promotori del comunismo e socialismo furono tutti di quella classe che la faziosa polemica denomina e aborrisce e sprezza come "borghese".

E certamente i primi atti a difesa dei lavoratori e ad affermazione dei loro diritti vennero dai parlamenti, che, con le grandi inchieste come quelle inglesi sulle condizioni del lavoro, iniziarono la legislazione sociale, la quale si è estesa sempre più nel secolo scorso da allora. Nacque nella prima metà dell'Ottocento la parola "questione sociale", considerata la grande "questione del secolo": parola che, sebbene suscitasse la vivace negazione di qualche uomo politico come il Gambetta (ma il detto famigerato del Gambetta si trova già, e assai ben ragionato, in una lettera del Flaubert del 1857: "La question sociale n'existe pas"), veniva negata nelle aspettazioni utopiche che portava in sé ma non nei fatti che adombrava, i quali erano la nuova fisionomia dell'industria moderna e della classe operaia che a questa si lega e il sentimento che si era formato della somma gravità dei contrasti e conflitti che ne nascevano, e del bisogno di regolarli senza che, per raccogliere il frutto, si abbattesse l'albero.

Ma l'opera, attiva e paziente dei governi, era dai comunisti sospettata, screditata e male accolta, perché essi pensavano di dover tagliare e non già sciogliere il nodo o i nodi, e con la violenza mettere in atto in modo integrale il loro ideale e il trapasso o salto dalla esistente a una affatto nuova società, della qual cosa si è di sopra accennata la critica, e perciò anteponevano il peggioramento delle condizioni sociali che, stimolando alla rivolta, dava speranza di aprire un processo rivoluzionario. E tuttavia con la sua negazione e con le sue minacce il comunismo operò pure in qualche modo positivamente col disporre gli uomini e le classi riluttanti a cedere alla necessità dei tempi, non potendosi contare sugli entusiasmi generosi, su quelle "notti del quattro agosto", che sono rare e di labili effetti.

Altre formazioni o effetti sociali del comunismo furono meno pregevoli e meno fecondi di bene, come l'"odio di classe", piuttosto che spontaneamente sentito, introdotto o eccitato negli animi delle classi popolari con la facile alleanza dei poco salutari sentimenti della cupidigia e dell'invidia; la diminuzione del posto che prima si riconosceva alla cultura e la sostituzione ad essa della incultura della propaganda, che lascia sussistere, e per di più avvelena, l'ignoranza; il poco riguardoso trattamento verso le stesse classi proletarie, delle quali i demagoghi si valgono, col nome di masse, come di proiettili umani per i loro fanatismi o le loro ambizioni, ma che essi né ben conoscono né amano, come furono sentite, comprese e fatte amare dagli artisti non di partito perché quelli di partito sono privi di questo dono o lo perdono nell'assumere tale ufficio, né par che giovino le scuole speciali aperte in Russia di arte proletaria, tanto poco proficue all'arte quanto al proletariato.

Tuttavia queste cose inutili o dannose non erano tali da impensierire troppo sulla sorte della società umana, essendo l'ignoranza sterile e le sue radici deboli.

Ciò che ha determinato le nuove fortune del comunismo non è stata la sua forza ideale e sociale, ma le grandi guerre del secolo ventesimo, che hanno portato alla distruzione o piuttosto al suicidio della possente e operosa e fiorente Germania e a dividere l'Europa, e si può dire il mondo, in due potenze o due gruppi di contrapposte potenze: l'uno, nel suo complesso storico e liberale, che è dell'Occidente, e l'altro antistorico e dittatoriale, che è dell'Oriente, con a capo la Russia: e questa potenza, che, come ogni potenza, è, tendenzialmente, imperialistica, non poteva certamente in sede di politica e di guerra rinunziare a un mezzo che le si offriva pronto ed efficace, e non innalzare la bandiera del comunismo e del marxismo e con essa indurre, se non la scissione, il turbamento nel seno dei popoli avversari, e così indebolirli.

Per tali vie il comunismo è asceso ad una forza che era ben lungi dall'avere prima delle due guerre, quando già languiva dappertutto, ed è ora delle maggiori che siano nel mondo; sebbene nel toccare questo alto grado di forza si sia intieramente disciolto come comunismo, scoprendo l'irrealtà del suo ideale, e sia divenuto semplicemente "slavismo", cioè la maschera di quella minaccia slava che si profilò sull'Europa e sul mondo subito dopo la vittoria riportata dalla Russia contro Napoleone, e che, dopo esser passata per molteplici vicende nel corso di un secolo e per lunghi tratti quasi scomparsa e come dimenticata, si è ravvivata infine, raccolta e maturata con la caduta dello czarismo e della non ingenerosa ma inetta e fantastica e infingarda nobiltà che lo circondava, e con l'avvento di un nuovo czarismo, che ha messo in atto una rivoluzione sociale, ed è formato e sostenuto da gerarchie spregiudicate, non intese ad altro che alla volontà di potenza e armate di tecnica moderna.

Come in Russia, così nelle menti dei comunisti che formano grossi partiti in altri Paesi non c'è più nulla del comunismo d'un tempo, razionalistico e umanitario, ma l'incanto dell'imperialismo slavo a cui essi soggiacciono e che comunicano ad altrui come il fato imminente dell'Europa e del mondo; sicché, pur continuandosi a recitare il catechismo marxistico, si avverte che questo è recitato tanto più insistentemente quanto meno è creduto e quanto meno si fa sentire nella scienza e nella cultura, che nel fatto vanno innanzi senza di esso, tuttoché infastidite dal rimbombo della sua voce stentorea.

La storiografia comunista si viene ora convertendo in una diversamente atteggiata storiografia del bene contro il male, della Russia comunistica e umanitaria e zelatrice di pace contro il mondo occidentale capitalistico dal cuore antiumano dell'usuraio e spietatamente bramoso di nuove guerre e di nuovo spargimento di sangue.
Non oso affermare che vi sia gente, usa alla critica e usa a discendere nel fondo di se stessa, che creda a questa nuova mitologia della luce e della tenebra; ma certo moltissimi ve ne ha che si persuadono di credervi, la qual cosa induce a penose considerazioni chi non molto ami il vivere in tempi in cui abbondano la rozzezza spirituale e l'indistinzione della menzogna dalla verità, e il dire il contrario di quel che si sa vero, e gli sguardi stanno fissi al proprio comodo o alla propria paura, e l'anima si è indurita a tal segno che pare di vedersi dinanzi non uomini come noi ma esseri meccanicamente costruiti e forti di meccanica coerenza, coi quali non si possiede comunanza alcuna di pensieri e di affetti, ed è precluso ogni reciproco abbandono. Ma di tra le ombre di questo pessimismo , pur torna la visione dei tanti che soffrono la medesima tristezza, e, nel raccogliere in sé questa fraternità di dolore, si ritempra di continuo in noi la risolutezza a difendere tenacemente il retaggio ricevuto dagli spiriti che hanno creato, con lavoro di secoli questa che è l'unica idea di civiltà, che sia dato pensare come perpetuo ampliamento e arricchimento di se stessa e che a noi, che passiamo ora sulla terra, è ora affidata (Benedetto Croce)

lunedì 16 novembre 2009

Perché il marxismo è una scienza



L’affermazione che il marxismo è una scienza è particolarmente pertinente alla luce di una simile, ma più dubbia affermazione avanzata in riferimento agli studi economici moderni. L'economia insegnata in molte università, alla stessa stregua della fisica, la chimica e la biologia, vanta di sicuro solo un diritto molto debole a un tale titolo onorifico, dopo i sui pessimi risultati nello spiegare e sanare la nostra tenace crisi economica. Nonostante tutti i formalismi, le quantificazioni, i modelli ed i teoremi (cioè i simboli della scienza moderna), che gonfiano i libri ed i saggi dell’ economia accademica, tale disciplina riesce a mala pena a dimostrare di aver fatto qualcosa di concreto per indirizzare la vita economica verso la razionalità, l'efficienza, e, naturalmente, la giustizia . Se la fisica fosse così impantanata in convenzionalità quanto lo è l'economia, saremmo ancora alla ricerca del flogisto. Nonostante la ricchezza di nuovi dati, strumenti di calcolo e dell’esperienza economica, non è così esagerato dire che l’insieme degli strumenti concettuali predisposto dagli economisti classici – Adam Smith e David Ricardo – ci sarebbe servito in modo analogo per capire e ad affrontare la tempesta economica in corso.
 
Ma il fallimento dell’economia, o della sociologia, o della psicologia sociale, non può in alcun modo dimostrare che un approccio alternativo - per esempio, il marxismo - è superiore o più scientifico.
 
La lettura di un articolo di opinione, “L’evoluzione lascia Dio senza niente da fare”,scritto da Richard Dawkins, il famoso biologo evoluzionista, e apparso su The Wall Street Journal il 12-13 settembre 2009, mi ha ricordato che cos’è la buona scienza. Nonostante il bersaglio apparente di Dawkins fosse l'esistenza di Dio, mi ha attratto la sua splendida difesa del darwinismo e la visione scientifica del mondo. Faremmo bene a riflettere su un passaggio in particolare:
 
“Le leggi della fisica, prima che l'evoluzione darwiniana prorompa da esse, possono creare le rocce e la sabbia, nubi di gas e stelle, vortici e onde, galassie a forma di spirale e la luce che viaggia in modo ondulatorio pur mantenendo il comportamento delle particelle ... Ma ora entra in scena la vita. Guarda, attraverso gli occhi di un fisico, un canguro che salta, un pipistrello che vola, un delfino che balza, una sequoia che alza i rami al cielo. Non c'è mai stata una pietra capace di rimbalzare come un canguro, mai un sassolino che zampettava come un scarabeo nel tentativo di accoppiarsi ... Nemmeno una volta queste creature disobbediscono alle leggi della fisica. Lungi dal violare le leggi della termodinamica (come spesso è affermato da persone ignoranti) sono implacabilmente sospinti da esse. Lungi dal violare le leggi del moto, gli animali le sfruttano a loro vantaggio mentre camminano. Correre, eludere e schivare un inseguitore, saltare e volare, balzare sulla preda o scattare per mettersi in salvo.
 
Mai una volta sono violate le leggi della fisica, ma la vita emerge in un territorio inesplorato. In cosa consiste il trucco? ... L'evoluzione darwiniana, la sopravvivenza non casuale di informazioni codificate in maniera casuale”.
 
Questa difesa appassionata ed esposizione cristallina del ruolo dell’evoluzione darwiniana nel campo scientifico potrebbero anche servire come difesa ed esposizione - con la sostituzione di alcune parole chiave - del marxismo come scienza. La società, come la vita, mostra una vasta gamma di forme con modelli distinti di sviluppo. La società, come la vita, cambia con il passare del tempo in modi adattativi che nascono da fattori apparentemente casuali. Al centro di entrambi i processi - l'evoluzione biologica e la trasformazione della società - c’è la lotta per sopravvivere e prosperare, un processo naturale che separa le rocce, le nuvole di gas ed i vortici citati da Dawkins, dalle amebe e dalle istituzioni sociali. La grande intuizione di Marx ed Engels nel 1845-1846 (scrivendo L'ideologia tedesca) è stata di vedere il cambiamento sociale come un modello evolutivo generato da questa lotta. La grande intuizione di Darwin nel 1859 (con L'origine delle specie) è stata di vedere la vasta e diversificata massa di essere viventi come il risultato di un processo evolutivo intelligibile. Laddove la grande intuizione di Darwin si è basata su un enorme compendio di diverse forme di vita, Marx ed Engels si sono basati su un’abbondanza di dati storici e sociali. Entrambe le indagini hanno rivelato degli schemi: l'evoluzione delle specie nel primo caso, l'evoluzione della società nell’altro.
 
Questa intuizione comune, elemento centrale di tutte le scienze biologiche ma che è largamente disprezzata dall’establishment delle scienze sociali, rappresenta il pilastro della rivendicazione dello status scientifico del marxismo. Prima della pubblicazione dell’epocale opera di Darwin, Marx ed Engels avevano individuato un’evoluzione sociale, rilevando il continuo sviluppo degli esseri umani e le loro organizzazioni sociali, spinti - come per l'evoluzione biologica - da una lotta con la natura. Al fine di affrontare meglio le sfide della natura - il clima, la scarsità, la sicurezza, le malattie, ecc. - gli esseri umani hanno creato relazioni sociali sempre più complesse che miglioravano le loro possibilità di successo nella lotta per la sopravvivenza. Il cospicuo aumento della durata della vita degli esseri umani dalla preistoria a oggi dimostra vividamente questo processo, un successo ineguagliato da nessun altro organismo biologico. Lo sviluppo biologico della presa di coscienza, della consapevolezza di sé, assieme allo sviluppo della rappresentazione simbolica sono all’origine della costruzione della comunità e delle relazioni sociali, e spiegano il netto vantaggio che deriva agli esseri umani dalla sopravvivenza del più adatto.
 

Per Marx ed Engels, le organizzazioni sociali più adatte sono sopravvissute e hanno prosperato proprio come gli organismi biologici più forti sopravvivono ai rivali meno adattati. Marx ed Engels hanno visto la creazione di un surplus economico - una riserva di mezzi di sostentamento - come il fattore determinante nel dare un vantaggio ad una società nella lotta contro la natura e contro altre organizzazioni sociali rivali. Più una comunità è in grado di accumulare i mezzi materiali della sopravvivenza, più riesce a prendere provvedimenti per accumulare ancora di più di questi mezzi materiali e progredire ulteriormente nella lotta per la sopravvivenza. Ma l'accumulo è lento e limitato in una comunità in cui manca sia il dominio che il privilegio. Le prime società egualitarie e pacifiche tendevano a cercare poco più di quanto sarebbe stato sufficiente per superare i morsi della fame, evitare il dolore e la mortalità, e riprodursi. Agendo in questo modo, rispecchiavano il comportamento delle altre specie. Ma grazie alle caratteristiche uniche sviluppate dagli esseri umani, le comunità godevano di un vantaggio evolutivo: si sono dedicate al saccheggio e al dominio. Con i vantaggi materiali acquisiti grazie a queste attività adattative di sopravvivenza, tali società sono state in grado di espandere e proteggere i loro privilegi. Sono emerse nuove strutture sociali che hanno elevato i mezzi materiali - la sostenibilità adattativa - dei pochi che dominavano i molti.
 
È stato questo motore di dominio e di sfruttamento primitivo poco diverso, all’inizio, da ciò che oggi chiamiamo "furto", che Marx ed Engels hanno posto al centro dell'evoluzione sociale. Come scienziati sociali, la hanno esaminata freddamente, come processo fondamentale alla trasformazione sociale (benché, come esseri umani, non potessero fare a meno di dipingere vividamente il dolore e la degradazione del processo). Inoltre, videro questo processo sociale come la base per la creazione della divisione del lavoro - operai, soldati, ecc - e la differenziazione in classi (nella misura in cui questo processo può rispecchiare le strutture sociali delle api, si deve ricordare che gli esseri umani hanno generato queste divisioni socialmente e non geneticamente).
 
Analogamente all’evoluzione delle specie, alcuni percorsi di trasformazione sociale non hanno avuto successo o sono stati conservati da confini naturali o dall’isolamento, lasciando alcune società sostenibili ma congelate nel tempo. I meccanismi di sfruttamento e di dominio di classe, però, sono andati avanti nelle altre, producendo sempre maggiori accumuli di eccedenze. Marx ed Engels hanno individuato i modelli di sfruttamento - la schiavitù, la servitù della gleba e l'acquisto del potere del libero lavoro - che costituivano gli indicatori nell'evoluzione sociale degli esseri umani. Attingendo ai loro rigorosi studi su questi precedenti cambiamenti, Marx ed Engels hanno previsto un momento in cui il meccanismo di sfruttamento non solo non sarebbe servito a nulla come motore di sviluppo sociale, ma, anzi, sarebbe diventato un freno alla sopravvivenza umana. Sostengo che ci troviamo nel bel mezzo del periodo in cui tale proiezione è diventata una realtà. La forma dominante di organizzazione sociale - il capitalismo - ora minaccia la sopravvivenza umana su tanti fronti - la guerra, il caos ambientale, la povertà estrema, la diminuzione del tenore di vita, il degrado culturale, la perdita della comunità, i valori vuoti - che la trasformazione ulteriore non solo è auspicabile, ma necessaria .
 
Concludendo, Dawkins fa delle osservazioni casuali e incidentali sulle leggi della termodinamica, rilevando che coloro che vedono un conflitto fra queste leggi e il darwinismo sono ignoranti. Con questa digressione, egli si riferisce principalmente alla Seconda legge della termodinamica - l'aumento irreversibile dell'entropia all'interno di sistemi chiusi. Aumentare l'entropia - in parole semplici, la tendenza dell’ordine a dissolversi nel disordine - rappresenta un’unica legge che introduce la direzionalità nei processi fisici. Mentre la maggior parte dei processi sono reversibili - l'acqua può diventare vapore e successivamente diventare nuovamente acqua - la Seconda legge pone un processo che, nel lungo periodo, riduce ciò che noi percepiamo come ordine od organizzazione in un blando e fortuito disordine: le nostre scarpe si consumano, i nostri castelli di sabbia si sbriciolano, le nostre montagne subiscono l’erosione ed i nostri muscoli si indeboliscano. Ma spesso questo casualizzare genera interessanti combinazioni nuove, come la vita stessa. Questo affascinante e fortuito evento organico porta in se una caratteristica altrettanto interessante: benché la vita abbia una tenuta fragile, riesce ad andare avanti sfruttando i cambiamenti casuali per migliorare la sua capacità di sopravvivenza. L'evoluzione di nuove specie è riuscita a stare un passo, un piccolissimo passo, davanti all'entropia crescente del nostro sistema chiuso. Tutti, tranne gli ignoranti, riconoscono come questo sia nello stesso tempo coerente e subordinato alla Seconda legge.
 
Come l'evoluzione darwiniana, la teoria marxista della trasformazione sociale - comunemente chiamata "materialismo storico" - abbraccia la Seconda legge della termodinamica, ma, in questo caso, nelle continue ri-organizzazioni della società per contrastare le infinite sfide poste dall’entropia alla sopravvivenza umana: le malattie, la fame, le calamità ambientali e l’autodistruzione. Analogamente all'evoluzione biologica, l'evoluzione sociale è un processo fragile che, nelle migliori condizioni, resterà per sempre un solo passo davanti alle forze dissolutrici della natura. Tuttavia, nel caso della società, ciò che è determinante non sono i cambiamenti fortuiti selezionati in base all’idoneità alla sopravvivenza, ma le coscienti costruzioni umane selezionate nella loro resistenza alle sfide della natura e della follia umana.
 
Engels, nell'introduzione alla Dialettica della Natura (1), ha riconosciuto la scienza di Darwin, mentre prevedeva le enormi possibilità scatenate da una comprensione della scienza della società:
 
«Darwin non sapeva quale amara satira scrivesse sugli uomini, ed in particolare sui suoi compatrioti, quando dimostrava che la libera concorrenza, la lotta per l'esistenza, che gli economisti esaltano come il più alto prodotto storico, sono lo stato normale del regno animale. Solo un'organizzazione cosciente della produzione sociale, nella quale si produce e si ripartisce secondo un piano, può sollevare gli uomini al di sopra del restante mondo animale sotto l'aspetto sociale di tanto, quanto la produzione in generale lo ha fatto per l'uomo come specie. L'evoluzione storica rende ogni giorno più indispensabile, ma anche ogni giorno più realizzabile una tale organizzazione. Essa segnerà la data iniziale di una nuova epoca storica nella quale l'umanità stessa, e con essa tutti i rami della sua attività, in particolare la scienza della natura, prenderanno uno slancio tale da lasciare in una fonda ombra tutto ciò che c'è stato prima. »
 
È questa la ricerca più profonda per capire l'evoluzione della società che Marx ed Engels hanno condotto a scienza. È questa la scienza di cui c’è così urgente bisogno per affrontare i problemi del nostro tempo.
 
1) Karl Marx – Friedrich Engels, Opere Complete, vol. 25, Editori Riuniti, Roma, 1974 - Friedrich Engels, Dialettica della natura, Introduzione, 332

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