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mercoledì 10 marzo 2010

Report e conclusioni del forum su organizzazione e partito dei comunisti nell'Italia del XXI° Secolo


Si è svolto sabato 27 febbraio a Roma il forum nazionale promosso dalla Rete dei Comunisti su organizzazione e partito come questione impellente per i comunisti nell’Italia del XXI° Secolo. Il primo dato che ha colpito è stata la partecipazione, decisamente superiore alle aspettative.

Il dibattito è stato aperto dalla relazione introduttiva del compagno Mauro Casadio che ha sintetizzato le questioni contenute nel documento di convocazione distribuito sia in rete sia stampato (a disposizione per chi le volesse ricevere). Per la relazione introduttiva clicca suwww.contropiano.org.

Prima di aprire il dibattito con i compagni delle varie organizzazioni e collettivi, è intervenuto brevemente l’ambasciatore di Cuba in Italia Rodney Lopez Clemente, portando il saluto del Partito Comunista Cubano all’incontro, sottolineando le ottime e storiche relazioni con la Rete dei Comunisti e cogliendo l’occasione per denunciare l’ennesima campagna di demonizzazione di Cuba che stavolta ha preso a pretesto la morte di un detenuto.

Al dibattito sono intervenuti il compagno Fausto Sorini (redazione de L’Ernesto), Annalisa Maule (collettivo Antiper), Marco Rizzo (Comunisti-Sinistra Popolare); Fabio Nobile (ufficio politico del PdCI), Nando Simeone (Sinistra Critica), Aldo Romaro (collettivo de Il Pane e il Rose), Gualtiero Alunni (Comunisti Uniti).

Alla ripresa dei lavori dopo la pausa è stato letta la lettera inviata appositamente per questo incontro da due compagni del Partito Socialista Olandese (Matt Delahay e Jakob Wedemijer) che hanno ricostruito – anche criticamente – il percorso che ha visto questo partito di origine maoista arrivare fino al 17% dei voti e diventare il terzo partito politico in Olanda. E’ poi intervenuto il compagno Sven Tarp del Partito Comunista Danese che ha portato un interessantissimo contributo su partito di massa e partito di quadri confermando che tale questione – indicata nel documento di convocazione del forum - è in discussione anche in altri partiti comunisti europei (dal Belgio alla Francia). Con l’intervento del compagno Salvatore Ferraro di Unità Comunista si sono conclusi gli interventi programmati ed è stato dato spazio ad alcuni compagni che avevano richiesto di poter intervenire (Ursella, De Marchis, Mazzone). All’incontro non ha partecipato il segretario del PRC Paolo Ferrero - che era previsto e confermato tra i relatori – per sopraggiunti impegni non rinviabili.

Le conclusioni sono state tirate dal compagno Sergio Cararo che ha replicato ad alcune osservazioni presentate nel dibattito e indicato come questo primo forum su partito e organizzazione dei comunisti prelude ad un processo di confronto che la Rete dei Comunisti intende aprire già dalle prossime settimane con tutte le compagne e i compagni, già organizzati in strutture o meno, che ravvedono come il corto circuito tra crisi capitalista e crisi politica della sinistra storicamente conosciuta nel nostro paese, portino questo confronto su un piano di priorità non più rinviabile.

La discussione del forum di sabato è stata decisamente positiva. Anche se non tutti gli interventi sono entrati nel merito dei problemi posti dal documento di convocazione e sono state segnalate alcune divergenze sulle scelte contingenti (dal confronto aperto dalla RdC con la Federazione della Sinistra all’atteggiamento sulle prossima scadenza elettorale), l’atteggiamento è stato largamente disponibile ad individuare uno spazio comune per il confronto tra le varie realtà emerse dalla polverizzazione e dalla crisi del movimento comunista nel nostro paese (e dall’esaurimento dell’esperienza storica del PCI prima e del PRC poi). Indubbiamente c’è da lavorare molto per individuare i nodi irrisolti sul piano teorico e storico ed anche per sperimentare forme innovative di organizzazione e protagonismo dei comunisti dentro il conflitto sociale in atto dentro la crisi sistemica del capitalismo, un fattore questo che in Italia si configura nella dimensione di un capitalismo arretrato (una “borghesia senza capitalismo” è scritto sull’ultimo numero di Contropiano) che è profondamente innervato con la struttura sociale del paese.

La Rete dei Comunisti continua ad essere convinta sull’importanza della costruzione di un intellettuale collettivo che rimetta mano ai nodi strategici e lavori ed affianchi reciprocamente i militanti già impegnati sul piano sociale, sindacale, internazionalista, culturale.

A breve saranno disponibili, oltre al documento, alla relazione introduttiva e alla relazione conclusiva, anche i vari contributi che sono stati portati alla discussione del 27 febbraio.

Le conclusioni di Sergio Cararo al forum su organizzazione e partito

Innanzitutto vorremmo segnalare alle compagne e ai compagni che dopo tanto tempo in questo dibattito si è parlato di organizzazione e di partito dei comunisti e non si è parlato di elezioni. E’ una discontinuità interessante rispetto ad abitudini ormai consolidate.

In secondo luogo vorremmo sottolineare come il merito di aver aperto questa discussione su organizzazione e partito dei comunisti nell’Italia del XXI° Secolo, non sia tanto merito della Rete dei Comunisti quanto un effetto della situazione, una situazione caratterizzata da due fattori strettamente intrecciati tra loro come la crisi capitalistica e la crisi dei partiti della sinistra storicamente esistiti nel nostro paese.

Il nesso tra questi due fattori ha obiettivamente (oltre che soggettivamente ) spinto in avanti le esigenze di confronto tra tante compagne e compagni organizzati o meno.

La terza questione è che era immaginabile che oggi il dibattito sarebbe stato quantomeno articolato, un dibattito che riflette la polverizzazione delle esperienze dei comunisti in Italia alla luce dell’esaurimento delle esperienze storiche del PCI prima e di Rifondazione Comunista poi.

Per paradosso, proprio in questa realtà troviamo conferma della nostra tesi secondo cui il piano sociale resta ancora più avanzato di quello politico. Infatti mentre i comunisti aumentano la loro polverizzazione in varie strutture, i sindacati di base procedono verso l’unificazione e la ricomposizione delle loro esperienze. Questo è un processo che a nostro avviso va aiutato, affiancato e per certi versi emulato anche sul piano politico.

Il documento che abbiamo elaborato e proposto come base di discussione su organizzazione e partito dei comunisti, è un passaggio tesi a riporre in avanti le questioni con cui dobbiamo fare i conti.

Il 31 ottobre scorso abbiamo posto con un incontro pubblico simile a questo forum, la questione della rappresentanza politica e del suo rapporto con il blocco sociale antagonista. Lo abbiamo fatto non per aderire alla Federazione della Sinistra – come erroneamente ritengono i compagni di Antiper nel loro contributo – ma perché abbiamo voluto riaffermare anche nel confronto con i partiti che hanno dato vita alla FdS, che è finito il tempo in cui potevano limitarsi a dire che nelle nostre esperienze ci sono buone analisi o bravi organizzatori sociali e sindacali ma “la politica è un’altra cosa”, che la politica è fatta di alleanze, scadenze elettorali etc. Questo schema su cui si è retta la funzione della sinistra e dei partiti comunisti in Italia fino ad oggi - e che però li ha portati alle difficoltà di oggi – non regge più. Sarebbe sbagliato pensare che PRC e PdCI non sono cambiati e che non è possibile discutere con loro, sono cambiati eccome, anzi è stata propria la realtà a cambiarli ed a porli in una condizione inimmaginabile fino a soli due anni fa. Questo dato è ormai evidente e lo è anche a migliaia di compagni che a questi partiti hanno fatto o fanno ancora riferimento e con questi compagni occorre discutere e confrontarsi.

Il compagno Sorini de L’Ernesto, questa mattina sollevava un problema reale, quello dell’autofinanziamento senza il quale diventa difficile fare politica. Su questo vorremmo sottolineare due cose, la prima è un paradosso. In questi anni le forze filo-USA o filosioniste come i radicali ci hanno accusato di essere finanziati da Cuba o dai paesi arabi a causa della nostra attività di solidarietà con la rivoluzione cubana o con la resistenza palestinese, libanese etc. Il paradosso è che in questi anni gli abbiamo risposto sistematicamente che siamo stati noi in qualche modo e con la solidarietà popolare e militante a finanziare Cuba o i palestinesi affinché resistessero alle pressioni e all’aggressività dell’imperialismo e non il contrario.

La seconda questione è che se il problema dell’autofinanziamento diventa quello principale, quello che guida le scelte sul piano politico, si ritorna a quel pragmatismo senza identità, in cui il mezzo sopravanza il fine. E’ lo stesso rischio che si corre pensando che la costruzione del partito dei comunisti sia oggi il fine principale da raggiungere e non più lo strumento utile per raggiungere l’obiettivo della trasformazione politica e sociale del sistema.

Infine l’ultima questione che vorremmo segnalare in queste conclusioni è la lotta politica e culturale che dobbiamo cominciare a condurre tra i compagni contro lo scetticismo. Lo scetticismo è una corrente filosofica antica, ma nei tempi più recenti è diventato un atteggiamento che la stessa borghesia alimenta tra le nostre file indicandolo come un indicatore di maturità. Il compagno Aldo Romaro (Il Pane e le Rose) diceva giustamente che se alla trasformazione sociale del sistema non ci credono più nemmeno i comunisti, come fanno ad essere credibili tra i lavoratori, i settori popolari, i giovani, gli scienziati o gli intellettuali e a coinvolgerli nella lotta per il cambiamento politico e sociale?

Non solo. Molto spesso davanti a nuove ipotesi politiche, a proposte che cercano di invertire la tendenza alla sconfitta o alla liquidazione, viene alimentato uno scetticismo di principio contro “i partitini”, i “sindacatini”. Ma poi stiamo verificando come i grandi partiti o i grandi sindacati o non esistono più o sono diventati delle gabbie che depotenziano e imbrigliano i settori più combattivi di lavoratori e di delegati. Se dentro questa crisi è possibile solo ripartire da piccole strutture di quadri ma con forti legami di massa, chi non vuole abbandonare la partita e arrendersi deve poter partire da quello che c’è e dalle potenzialità e progettualità che indicano per il futuro.

Sbaglia chi pensa che l’idea del partito di quadri sia una giustificazione per una concezione minoritaria della funzione dei comunisti. Al contrario, abbiamo cercato di spiegare più chiaramente possibile che il nesso tra un partito di quadri e la sua funzione di massa è inscindibile.

Qui si sta aprendo una fase storica. C’è la crisi di sistema del capitalismo, cresce la competizione globale e crescono i pericoli di guerra. Dentro questo scenario la questione di come si organizzano e di quale funzione debbano e possono svolgere i comunisti non è più un problema accademico ma un terreno di progetto sul quale intendiamo confrontarci a fondo, nel merito e senza sconti con tutti i compagni nei prossimi mesi.



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venerdì 5 marzo 2010

Controcorrente intervista Andrea Fioretti, Comunisti Uniti

Resistenze numero26
Giornale di Controcorrente – sinistra del PRC
http://www.controcorrentesinistraprc.org/archresistenze.php

D. Comunisti Uniti nasce quando PRC e PDCI, reduci dalla catastrofe del secondo Governo Prodi, sembrano riflettere sui propri errori e “svoltare a sinistra”. Che bilancio dai di quella fase.

R. La perdita di consenso da parte dei due partiti comunisti ex-parlamentari viene da lontano e non è certo limitabile al solo loro appoggio alle politiche fallimentari e antioperaie dell’ultimo governo Prodi. Viene da almeno dieci-quindici anni di appoggi a governi locali e nazionali improponibili in cui si è accettato ogni mediazione pur di restare attaccati alle poltrone istituzionali. Non è una questione di sottovalutare le elezioni, ma qui la tattica (elettorale) si è completamente sostituita alla strategia (la trasformazione sociale).
La scelta di partecipazione all’ultimo governo Prodi è uno sbocco coerente di questo percorso, ma ha portato alla distruzione pressoché completa della credibilità residua di PRC e PdCI. Con il crollo dell’ultimo governo di centrosinistra, questi partiti comunisti sono stati considerati addirittura più responsabili dell’Ulivo (ora PD) da parte delle masse, visto che proprio loro si erano presentati come “clausola di salvaguardia” per gli interessi dei precari, dei lavoratori salariati in generale e del movimento contro la guerra in quell’esecutivo filo-padronale. Questi motivi e il successivo sbocco meramente politicista dell’Arcobaleno hanno portato al tracollo elettorale dell’aprile 2008. E’ qui che matura la “svolta a sinistra” dei congressi, per arginare questo crollo verticale e cercare di recuperare un minimo di connessione coi sentimenti diffusi del cosiddetto “popolo della sinistra”.
Ovviamente, vi era un’opzione di “uscita” da questa crisi ancor più pericolosa che andava arginata e battuta: la liquidazione totale bertinottiana e vendoliana attraverso la costruzione di un partito genericamente di sinistra e geneticamente orpello del PD. Dentro questo contesto esce l’appello dei Comunisti Uniti che, al di là di tutte le differenti intenzioni che indubbiamente vi hanno lavorato, ha messo per la prima volta in connessione la convinzione diffusasi, sia in buona parte di PRC e PdCI che in tantissimi compagni della cosiddetta “diaspora”, che non esiste rilancio del ruolo dei comunisti in questa fase senza riconquistarsi un’autonomia dal quadro delle compatibilità imposte dal “governismo” e senza rimettere al centro dell’azione il conflitto di classe rispetto ai pur necessari passaggi elettorali.
Poi lo spazio politico per questa opzione di unità dei comunisti, non a caso, cresce molto negli ultimi mesi quando diventa chiaro che la “svolta” dei congressi non è affatto definitiva e, con la Federazione, si torna oggi a parlare di soggetti politici di sinistra alleati col PD e magari persino con l’UDC.

D. Dalle alpi alle piramidi gli accordi di governo tra la sinistra e il PD, talvolta allargati all’UDC, si moltiplicano. E la base dei due partiti spesso si ribella. Lo abbiamo visto in Liguria, Piemonte, Lazio, Basilicata.

R. Purtroppo sin dalla sua nascita, la Federazione della Sinistra si è presentata come un tentativo di costruire una mera coalizione elettorale. E nel fare questo si è guardato unicamente alla propria destra per occupare gli spazi di Sinistra e Libertà come interlocutore principale del PD. La subalternità a questo partito centrista, francamente ormai di stampo più social-liberista persino di quanto sia social-democratico, è dimostrata dal fatto che ci si è subito allineati alla sua tattica di avvicinamento all’UDC. Questo si è riflettuto anche in alcune alleanze locali nelle prossime regionali. Moltissimi compagni dentro e fuori PRC e PdCI si aspettavano dai congressi una svolta in senso opposto che portasse i comunisti ad essere “cuore dell’opposizione di classe” e non stampella di forze moderate liberiste e spesso colluse col malaffare. In queste elezioni regionali invece si va in alleanza col PD, non in base all’imposizione di punti di un programma minimo di classe, ma ovunque questo vuole e si va da soli solo dove le forze moderate non hanno voluto l’alleanza con la Federazione. Alla faccia dell’autonomia!
Era quindi logico (ma non scontato) aspettarsi una ribellione di circoli e sezioni, nonché federazioni intere. Così come all’esterno dei due partiti aumenta la sfiducia verso la Federazione e le prospettive in cui si va cacciando. Il movimento che si è creato attorno al rilancio dei Comunisti Uniti è certamente composto da parte di quelli che nei due partiti si stanno ribellando a questa nuova svolta moderata e da quelli che fuori vogliono costruire una prospettiva politica che dia un segnale di discontinuità con questo andazzo fallimentare. Anche perché le sorti dei comunisti di fronte alle larghe masse sono purtroppo comuni. Non basta fare le “anime belle” e dire “io con queste scelte non c’entro nulla”. Bisogna cominciare, rispettando le appartenenze di ciascuno, a costruire un’alternativa politica e gettare le basi per andare verso un Partito per tutti i comunisti ovunque collocati degno di questo nome.

D. In questo quadro, molto diverso da quello in cui siete nati, esce il secondo appello di Comunisti Uniti. Quali obiettivi vi proponete di ottenere in questa nuova fase?

R. Per ora l’obiettivo è diffondere il più possibile la lettera aperta, pubblicata su “il manifesto” il 21 gennaio scorso, e raccogliere quante più adesioni possibili coi nostri ridotti mezzi.
Nella lettera pubblicata sul sito www.comunistiuniti.it sono contenuti i “paletti” principali con cui vogliamo aprire poi dei gruppi di lavoro locali, delle “case comuni”, che mettano in collegamento questi compagni trasversalmente alle appartenenze politico-organizzative di ciascuno dando uno strumento di battaglia politica in più e non inventandosi un nuovo ennesimo partitino o organizzazione. Dobbiamo aprire una fase nuova che rompa col passato, pertanto rifiutiamo la dicotomia tra strade già provate e che hanno dimostrato non funzionare. Quella del semplice “entrismo” con l’accettazione passiva del meno peggio (sia il PRC, il PdCI o la Federazione) che porta sempre all’ancora peggio. Quella della divisione dell’atomo con il quale si operano scissioni infinite o creazione nuovi di micro-partitini con macro-rivoluzionari.

D. Un “controappello” dall’interno della Federazione vi accusa di utilizzare il malumore dei militanti di PRC e PDCI per fomentare posizioni “estremiste” che porterebbero all’isolamento della sinistra.

R. Ne abbiamo parlato ma non siamo particolarmente colpiti da queste critiche. Non credo neanche si voglia fare un vero “controappello”. Sarebbe sciocco da parte degli estensori. Mi sembra più che si inseguano dei “fantasmi” dove non ci sono e che non si voglia leggere la fase attuale contestualizzando una serie di riferimenti teorici totalmente inefficaci se non calibrati nella situazione concreta. Infatti, in questa lettera di alcuni compagni dell’Ernesto e del PdCI, la parte che mi sembra sostanziale è quella dove, in sostanza, si da una copertura dotta al giudizio sulle alleanze e sulla federazione con un’accettazione della logica del “meno peggio”. Questo stravolge il senso sia del primo che del secondo appello di Comunisti Uniti. D’altronde la nostra valutazione sulle alleanze col PD non è data da un pregiudizio “ideologico” ma da una precisa analisi (che può non essere condivisa ma non mistificata) sulla natura di classe di questa formazione politica e sugli obiettivi che i comunisti ed il moderno movimento dei lavoratori salariati si dovrebbero dare in questa fase di resistenza alle ristrutturazioni padronali e governative. Al contrario continueremo a subire l’attuale egemonia reazionaria nella crisi del capitalismo senza svolgere un ruolo utile o necessario alla classe figuriamoci di esserne poi la parte avanzata in un fronte anticapitalista!

D. A gennaio siete stati tra i promotori di un riuscito incontro nazionale di lavoratori di aziende in crisi. Come si legano “unità dei comunisti” e rappresentanza del mondo del lavoro e dei movimenti di lotta?

R. Quella riunione di lavoratori delle aziende in crisi venute da tutta Italia e appartenenti a differenti sigle sindacali (principalmente FIOM e CGIL e sindacalismo di base), in cui anche nostri delegati erano promotori, è stata un osservatorio interessante e l’incarnazione di parte di quanto andiamo dicendo sulla centralità del conflitto di classe. Non c’è unità dei comunisti se non la si vincola alla riconquista di un’autonomia di classe. E non c’è autonomia senza la costruzione di un’agenda politica autonoma, quindi non subordinata alle esigenze imposte dalla governabilità nazionale o locale, sulla difesa del salario (globalmente inteso, quindi anche della casa, dei servizi, delle pensioni, ecc..), difesa dei posti di lavoro, democrazia sindacale, ecc… Bisogna ripartire da quello che veniva chiamato “programma minimo di classe” e rimettere al centro dell’azione la costruzione di un vasto fronte anticapitalista. Essere utili a riconnettere le singole lotte in una piattaforma più ampia di resistenza sociale alla crisi e gettare le basi per un’alternativa di sistema e non di mero “governo”. Sulla base di questo e della formazione di un nuovo blocco sociale di riferimento si può parlare di quali “larghe alleanze” convengano o meno. Si possono affrontare tornate elettorali e quant’altro. Ovviamente, noi possiamo solo dare un contributo a rimettere insieme quanti più compagne e compagni possibile a fare questo lavoro. Non possiamo risolvere il problema a partire da noi. Il tema della non autosufficienza dei singoli spezzoni dell’attuale movimento comunista è per noi centrale.

D. Quando ci si propone di “unire i comunisti” ci si imbatte inevitabilmente nel problema dei riferimenti internazionali. Come pensate di affrontarlo?

R. Come dicevo, non possiamo “mettere le braghe al mondo” a partire solo dai Comunisti Uniti e risolvere a partire da noi tutti i problemi del movimento comunista. Oltretutto noi non siamo un partito ma un movimento e certe differenze continueremo ad averle anche al nostro interno. Di volta in volta analizzeremo e prenderemo la posizione più avanzata possibile da un punto di vista di classe nell’attuale fase. Sicuramente tenteremo di avere una visione antimperialista che ci porta a essere dalla parte dei popoli che resistono alle aggressioni imperialiste, sia sotto l’egida unilateralista USA che sotto quella multilateralista della UE. Partiamo intanto dal denunciare il ruolo del nostro paese nel gotha delle potenze imperialiste, chiedere il ritiro delle truppe militari, la chiusura della basi, la riconversione delle spese militari verso quelle sociali. E’ sempre facile prendere posizione su processi complessi che avvengono a migliaia di chilometri di distanza, molto meno lo è quando devi farlo sulle questioni che ti sono più vicine e che influenzano più direttamente il conflitto capitale/lavoro nel tuo paese.

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La rivoluzione non è un pranzo di gala (ma una cena sociale aiuta la causa!)


VENERDI 5 MARZO 2010
presso la Coooperativa "Agricoltura Nuova" in Via Valle di Perna n.315 traversa della complanare alla Via Pontina, Spinaceto - Roma

Ore 19,30: Breve presentazione del "Progetto Comunisti Uniti"

Intervengono:

GUALTIERO ALUNNI
ANDREA FIORETTI
(referenti nazionali Comunisti Uniti)

rappresentanti di movimenti e gruppi locali

Ore 20,30: CENA SOCIALE

Menù:
Pasta e fagioli, grigliata mista di carne, patate e insalata, acqua, vino, caffè e dolce.

Tutti gli ingredienti sono biologici e provengono dalla fattoria della Coop.

Prezzo compreso di autofinanziamento: 20 euro

Per info e prenotazioni:
cell. 3337335919 - 3316037273
comunistiunitilazio@gmail.com

Data:
venerdì 5 marzo 2010
Ora:
19.30 - 22.30
Luogo:
Coooperativa "Agricoltura Nuova"
Indirizzo:
Via Valle di Perna 315
Città/Paese:
Roma, Italy



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giovedì 18 febbraio 2010

RIUNIONE DEI COMUNISTI UNITI di ROMA e del LAZIO

Sabato 20 febbraio 2010 al DLF Pettinelli della Stazione Termini.

Riunione è aperta a tutte le compagne ed i compagni interessati, iscritti a PRC e PdCI e comunisti senza tessera.

RIUNIONE DEI COMUNISTI UNITI di ROMA e del LAZIOaperta a tutti i firmatari e sostenitori degli appelli comunisti uniti.

presso la Sala PETTINELLI del Dopo Lavoro Ferroviario della Stazione Termini di Roma

All'odg:

1) Punto della situazione sulle adesioni nazionali e regionali all'appello Comunisti Uniti 2.0;
2) Percorso politici per l'unità dei comunisti in questa fase politica;
3) Iniziative di finanziamento e di presentazione del progetto dei Comunisti Uniti nel Lazio.

Info: comunistiunitilazio@gmail.com

La Sala Pettinelli del Dopolavoro Ferroviario è raggiungibile dall'interno della Stazione Termini alla fine del binario 24: dalla testa del binario percorrere il marciapiede verso la fine e scendere nel secondo sottopassaggio che si incontra. Alla fine delle scale vi troverete di fronte l'entrata della Sala.

Il recapito telefononico della Sala Pettinelli è 0647306862

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sabato 13 febbraio 2010

Comunisti Uniti e la lettera aperta di alcuni compagni dell'Ernesto e del PdCI

Di: Comunisti Uniti



CU 2.0 e la lettera aperta di alcuni compagni dell'Ernesto e del PdCI



L'Ernesto, un'area politica interna al PRC nella quale alcuni degli aderenti a Comunisti Uniti 2.0 si riconoscono, e diversi compagni del PdCI, hanno diffuso in rete una lettera aperta nella quale - nel riaffermare le ragioni che hanno portato alla fondazione dell'Associazione Marx XXI - si denuncia in sostanza un atteggiamento genericamente definito "basista", "purista" e "bordighista" presente in alcune settori della militanza comunista interna ed esterna ai due partiti principali e si prende posizione sul tema delle alleanze alle prossime regionali. Questa lettera è stata interpretata da qualcuno anche come una risposta al rilancio dell'appello originario "Comunisti e Comuniste cominciamo da noi", che sta raccogliendo centinaia di adesioni dentro e fuori PRC e PdCI.

Approfittiamo quindi di questa iniziativa del PdCI e dell'Ernesto tentando di portare la discussione su un piano costruttivo e sul quale sia possibile un confronto tra posizioni diverse, entrando nel merito solo di alcune cose che ci sembrano più significative.

Diciamo subito che non ci sentiamo chiamati in causa da quel che si dice nella lettera. Certamente nella foga di molti compagni verso le organizzazioni politiche "ufficiali" c'è anche la rabbia e la delusione di chi si è impegnato in buona fede, a lungo e con dedizione in un proprio partito e lo ha visto pian piano ridursi in uno stato critico spesso comatoso: un po' di sfiducia è dunque legittima e sarebbe necessario uno sforzo volto a capirne le ragioni piuttosto che a tentare di esorcizzarla tout court. Da parte nostra, nell'appello CU2 abbiamo evitato accuratamente ogni mitologia o strumentalità "basista". Nella lettera aperta per il rilancio dell'unità dei comunisti CU2, infatti, i compagni sono invitati esplicitamente a lavorare insieme unitariamente anche rimanendo nei partiti, se lo ritengono opportuno. Sebbene noi siamo fortemente critici verso la Federazione della Sinistra e non riteniamo che questa abbia delle prospettive reali, rispettiamo chi opera all'interno di essa e dei partiti che la compongono ("Non chiediamo perciò a nessuno di uscire da questi partiti o da altre organizzazioni, coordinamenti o federazioni"). Questi partiti, o le loro aree interne, vengono dunque riconosciute in quanto tali, compresi i loro organismi dirigenti con la loro autorità, tanto più che molti di noi ancora militano in essi. Di essi e dei loro organismi dirigenti, però, si vorrebbe anche sollecitare un rinnovamento e un'apertura, in collegamento con la vasta diaspora comunista, attraverso la collaborazione con quei compagni che da essi sono usciti da tempo o che non ci sono mai stati, proprio per affrontare la degenerazione di quel "rapporto dirigenti-diretti" (compresi i meccanismi di selezione dei quadri) di cui parla anche la lettera di questi compagni dell'Ernesto e del Pdci. A questo allude il nostro invito alla"apertura di sedi di dibattito e di iniziativa" e alla messa in discussione dei "meccanismi di funzionamento" dei partiti stessi e per questo ci rivolgiamo ai singoli compagni e alle singole compagne di qualunque appartenenza comunista. Riteniamo infatti che, di fronte alla crisi pesantissima del movimento comunista nel nostro paese, nessuno possa oggi autoassolversi e ritenersi autosufficiente: né all'interno di PRC e PdCI né all'esterno di essi. Crediamo che questa sia una prospettiva alla quale gli stessi partiti, e in primo luogo il PdCI, dovrebbero guardare non con ostilità ma con interesse, visto che versano innegabilmente in una crisi di militanza piuttosto grave.

Sul PdCI il nostro appello non lancia nessun anatema, come non lo fa verso nessun altra organizzazione, partito o associazione dell'attuale arcipelago comunista, oggi ancor più frammentato del periodo in cui era uscito l'appello nell'aprile 2008 (basti pensare alle successive separazioni nel PdCI e nella vecchia terza mozione congressuale del PRC). Semmai, c'è stata in qualcuno dei firmatari di CU2 nei mesi passati un'aspettativa molto grande nei confronti del PdCI. Un'aspettativa che oggi però fa i conti con le lentezze del processo e che proprio per questo a volte si esprime in maniera reattiva. Oltretutto questo sentimento reattivo interno a aree del PRC e al PdCI avviene principalmente non "contro" questo o quell'apparato, ma soprattutto di fronte a una crisi capitalistica e ad un attacco padronale pesantissimo su scala internazionale che vede il ruolo dei comunisti ridotto ad opzione collaterale e subalterna alle logiche tutte interne alle compatibil ità di sistema. Bisogna comprendere che tale sentimento va assolutamente coniugato e non contrapposto con le medesime aspettative che si sono create all'esterno dei due partiti comunisti che oggi hanno fatto la scelta della Federazione della Sinistra. Un compito difficile e di cui non conosciamo i tempi di risoluzione, ma al quale non ci possiamo sottrarre se vogliamo veramente riaprire la strada verso un Partito per tutti i comunisti ovunque collocati, radicato nella classe ed efficace nella lotta politica.

Proprio per questo, l'appello CU2 sostiene a chiare lettere che "non serve allora un ennesimo partitino ma è necessario andare tutti insieme verso la ricostruzione di un solo Partito" e che i Comunisti Uniti si coordinano per "sostenere" - e non certo per guidare, come erroneamente si lascia trasparire – "il progetto strategico dell'unità dei comunisti": un progetto del quale di fatto l'Ernesto e il PdCI, se ci credono, possono essere due componenti importanti e che nessuno ha mai preso pregiudizialmente di mira. Questo è lo spirito - del tutto costruttivo - con cui abbiamo promosso CU2.

Dobbiamo dire anche, tuttavia, che parlare di necessità di alleanze di governo locale e nazionale senza quest'approccio strategico, senza il tentativo di dotarsi di un programma minimo di classe attorno al quale farle e senza una reale analisi della natura di classe delle forze politiche interne alla logica bipolare/bipartitica attuale è oggi altamente rischioso.

Su tale questione, che noi avevamo messo in primo piano insieme a quella del partito e della linea sindacale nel rilanciare l'appello, riprendevamo non a caso quanto era scritto nel primo testo del 17 aprile 2008 e attualizzavamo quelle riflessioni a questa fase, proprio come la stessa lettera di questi compagni dell'Ernesto e del PdCI chiede di fare.

In linea di principio, in questa lettera si dicono infatti delle cose del tutto condivisibili per chi ha una formazione politica comunista. Tuttavia, proprio per mantenersi fedeli alla concretezza che essa evoca, sappiamo che questi sono principi che vanno anche inquadrati storicamente e che vanno utilizzati con onestà intellettuale, altrimenti rischiano di essere la legittimazione ideologica dotta di una prassi molto meno nobile, come è spesso avvenuto. E questa storicizzazione va fatta a nostro avviso a due livelli.

1) Al primo livello, questi principi vanno inquadrati nella storia delle formazioni politiche delle quali alcuni di noi fanno o facevamo parte. Il principio per cui gli accordi si fanno se convengono al partito, se ce ne sono le condizioni, se ci rafforzano ecc. ecc. è stato infatti utilizzato sistematicamente come argomentazione per sedare gli animi dei più riottosi ad ogni appuntamento elettorale dal 1991 sino ad oggi, a volte in maniera comprensibile altre meno. Il problema è allora, come dice questa lettera, quello di valutare se l'alleanza concretamente "consente il rafforzamento e l'avanzata delle forze comuniste... o se ne favorisce invece l'arretramento e l'indebolimento". A nostro avviso - ma anche per molti compagni dentro PRC e PdCI - il calcolo dei vantaggi e degli svantaggi e l'analisi della natura e degli obiettivi di classe dei potenziali alleati, e non il pregiudizio ideologico, indica oggi decisamente nella seconda direzione: in questo moment o le alleanze, rendendo indistinguibile la proposta politica dei comunisti da quella del PD, ci fanno apparire subalterni ad un partito con una posizione prevalentemente liberaldemocratica e profondamente in crisi. Nella migliore delle ipotesi questo ci rende invisibili, ci indebolisce e ci fa apparire inutili proprio alla classe. Una semplice variante politica che risulta funzionale alle forze moderate e socialdemocratiche solo se serve loro per raggiungere una maggioranza e per sostenere le politiche liberiste coprendole "a sinistra"..

La nostra non è dunque una fuga dalla politica nella declamazione "purista" ma un contributo per rilanciare l'autonomia di classe dei comunisti e la loro indipendenza politica. Il tentativo di garantire una resistenza più efficace e di individuare alcune condizioni che oggi sono molto lontane, ma che un domani potranno aiutarci a costruire una prospettiva di uscita dal capitalismo, tanto più che esso si trova in una profonda crisi alla quale non corrisponde un'alternativa strategica. Giocare meglio le nostre carte (sempre mantenendo un'accorta flessibilità tattica) e offrire un profilo di autonomia e anche di alternatività, facilita oltretutto il dialogo con i nostri ceti sociali di riferimento e può contribuire a frenare un'emorragia di consenso e credibilità che riguarda tutto il movimento comunista.

Il risultato elettorale, riteniamo, sia sempre la verifica, intermedia o finale, di un lavoro politico nelle contraddizioni di classe e non il contrario..

Le alleanze alle regionali, però, preludono pressoché inevitabilmente ad una corresponsabilità di governo locale, essendo in questo tipo di amministrative per lo più esclusa l'eventualità di un'alleanza che sia solo elettorale e che non comporti l'ingresso o il sostegno a giunte poco presentabili, come quelle che si configurano nella grande maggioranza delle regioni. Dati i rapporti di forza attuali, difficilmente nelle giunte si riuscirebbe ad incidere (e in effetti, nella maggioranza dei casi, non ci si riusciva molto nemmeno quando i numeri erano diversi). Al contrario, si sarebbe obbligati a condividere scelte di politica locale - pensiamo soprattutto alle privatizzazioni dei servizi pubblici, alle devastazioni urbanistiche, alle esternalizzazione - che dovrebbero andare contro i nostri programmi e i nostri intendimenti e che, soprattutto, metterebbero tutti i comunisti di nuovo in contraddizione con quei contenuti sulla base dei quali si è tentato di costruir e quel poco di legami di massa che ancora rimangono (pensiamo a cosa può accadere a Roma con il sostegno a una Bonino liberista, antisindacale e filoisraeliana).

Cosa conviene alle coalizioni che si richiamano al comunismo oggi in questo momento? Prendere un assessore e recidere questi legami oppure avere un assessore in meno e rafforzarli? Che le due cose possano stare insieme in questo momento è molto difficile. E a questo punto andrebbe approfondito anche il contesto economico-produttivo in cui ci muoviamo e andrebbero indagati gli spazi politici reali che l'acuirsi di questa crisi capitalistica strutturale lascia ai comunisti.

Data la fragilità ideologica dei quadri dirigenti comunisti e di quelli istituzionali, poi, è più facile oggi che questa corresponsabilizzazione contribuisca ad un ulteriore aggravamento della degenerazione dei meccanismi di funzionamento dei partiti e di selezione dei gruppi dirigenti. In linea teorica c'è, ovviamente, la possibilità che gli istituzionali tengano la linea giusta. Questo però, come sappiamo, comporterebbe fibrillazioni sulle Giunte esponendosi ancora una volta alle solite accuse di scarsa affidabilità con conseguenze negative di un tipo diverso. Ci si legherebbe da soli un cappio al collo, il cui nodo sarebbe nelle mani degli amministratori del PD e, peggio, anche dell'UDC.

Tra l'altro, non si può nascondere la testa sotto la sabbia e non ascoltare le critiche sempre più forti di chi anche all'interno delle aree comuniste presenti nella Federazione della Sinistra condivide questa impostazione.. Non è tutto liquidabile come mero "populismo" il mal di pancia che su questi punti si sta largamente esprimendo nel Lazio come in Calabria, in Basilicata come in Sardegna, in Toscana come in Liguria e Piemonte.

Per inciso questo nostro giudizio, per cui - in sintesi – l'emorragia elettorale ci faceva e ci fa perdere consenso a sinistra a causa dell'eccessivo "governismo", era esplicitamente espresso nella stessa mozione sostenuta dall'Ernesto e dalle altre aree della Terza Mozione all'ultimo congresso del PRC: "la nostra crisi", si diceva in quella mozione, "è anche il risultato finale della politica di due anni del governo Prodi, del conseguente crollo di fiducia dell'elettorato popolare e di sinistra. A ciò ha contribuito, obiettivamente, la scelta, assunta tre anni fa, della linea di alleanza organica col centro-sinistra (prima la Gad e poi l'Unione) e di partecipazione al governo Prodi, senza aver conquistato significativi punti programmatici e men che meno una impostazione generale alternativa al neoliberismo e alla guerra e soprattutto senza che vi fossero nella società rapporti di forza tali da determinare un'inversione di rotta". Così come que sti concetti erano espressi anche nell'appello Comunisti Uniti dell'aprile 2008, condiviso (e questo è un punto che viene sottovalutato) con vasti settori di militanti e quadri delle lotte esterni a PRC e PdCI: la sconfitta nasce dalla "delusione estesa e profonda del popolo della sinistra e dei movimenti per la politica del governo Prodi e l´emergere in settori dell´Arcobaleno di una prospettiva di liquidazione dell´autonomia politica, teorica e organizzativa dei comunisti in una nuova formazione non comunista, non anticapitalista, orientata verso posizioni e culture neo-riformiste. Una formazione che non avrebbe alcuna valenza alternativa e sarebbe subalterna al progetto moderato del Partito Democratico e ad una logica di alternanza di sistema".

Se non c'era "bordighismo" né infantilismo nella mozione dell'Ernesto e nell'appello CU1, insomma, non ci sono nemmeno nell'appello CU2 che ne ricalca le argomentazioni. Anche perché, come cercheremo di dire più sotto appena dopo il punto 2, il problema è in realtà secondo noi un altro.

2) Il secondo livello di storicizzazione è più complesso e vogliamo qui solo accennarvi. Il principio a cui fa riferimento la lettera di questi compagni dell'Ernesto e del PdCI, così come molti altri principi ai quali spesso ci richiamiamo, sono stati espressi in una fase nella quale, con tutti gli arretramenti, le sconfitte e le difficoltà del caso, il movimento comunista internazionale nel suo complesso stava attraversando un percorso di potente crescita ed ascesa, parallelamente all'ascesa delle classi subalterne in Occidente e all'avanzata della società di massa così come all'avvio delle lotte di decolonizzazione. Non si trattava ovviamente di un percorso lineare e scontato e sappiamo bene che ci sono state fratture imponenti come le guerre mondiali o i fascismi. Possiamo però retrospettivamente concepire quella macrofase, che si apre con il 1848, come una fase di avanzata, sebbene contraddittoria.

In quel contesto era a nostro avviso oggettivamente più facile maneggiare la tattica e anche affrontare la questione delle alleanze, perché la spinta del movimento complessivo, le dinamiche di "fusione", con l'entusiasmo e le motivazioni che sapevano suscitare, ma soprattutto la preparazione ideologica dei quadri e dei militanti e il riconoscimento che questi avevano da parte dei ceti sociali di riferimento, aiutava le singole forze politiche comuniste a essere elemento dirigente o comunque a "governare" i processi nei quali si impegnavano. Dunque c'erano maggiori probabilità che quel tipo di linea politica trovasse conferma nella prassi. Oggi ci troviamo invece in una fase di ritirata strategica nella quale il movimento complessivo è, almeno in Occidente, sulla difensiva e non ha legami con ciò che avviene al di fuori dell'Occidente, i quadri sono quelli che sono e la nostra credibilità è pari pressoché a zero. E' più probabile, allora, che nel tenta tivo "ambizioso" di governare questi processi si venga piuttosto governati da essi.

Quando si riflette sui principi che guidano la linea politica, allora, crediamo che si dovrebbe fare anche questo sforzo di contestualizzazione. Se in passato, sulla spinta del movimento complessivo, c'erano maggiori margini di manovra anche in presenza di rapporti di forza sfavorevoli e le alleanze potevano essere utilizzate e forzate per migliorare questi rapporti di forza, oggi è possibile che le cose stiano diversamente e che dunque i principi enunciati in passato vadano commisurati anche con quanto è avvenuto nel frattempo. E' legittimo questo dubbio? Noi pensiamo di sì..

Ma il problema vero, come anticipavamo, è un altro. Il problema, cioè, non è soltanto quello di discutere tra noi quale sia in linea di principio ed in astratto l'atteggiamento dei comunisti di fronte alle alleanze e alle elezioni. E' una questione sulla quale ci sono intere biblioteche e una semplice rassegna delle indicazioni presenti nella nostra tradizione non è sufficiente senza quel doppio sforzo di contestualizzazione al quale abbiamo accennato.
Il problema è anche molto più terra terra: nello specifico di queste elezioni regionali ci sono le condizioni per fare le alleanze oppure no? Conviene davvero sul piano tattico? Posta l'esigenza di ottenere una rappresentanza istituzionale, esiste una contraddizione tra la strada che si sceglie per ottenerla e l'esigenza altrettanto importante di riconquistare un minimo di credibilità nei confronti dei soggetti sociali di riferimento (ovviamente non strumentalmente per poi tornare al punto di partenza)? Fino a che punto è legittimo, per partiti gracili, con i quadri amministrativi e con l'esperienza istituzionale che tutti conosciamo, sostenere che comunque è fondamentale avere delle forme di finanziamento di tipo elettorale e che perciò si è "obbligati" alle alleanze? Insieme a quella economica, non si rischia la cancellazione totale della propria indipendenza politica e culturale? Se anche questo potesse essere efficace nel breve periodo, non c'è il risc hio che nei tempi medio-lunghi gli svantaggi si dimostrino superiori ai vantaggi, come è avvenuto sinora?

E' un criterio sacrosanto: le alleanze si fanno o non si fanno sulla base di una valutazione delle condizioni politiche e dell'utilità che il partito (quando ce n'è uno) ne trarrà. E queste alleanze si fanno attorno a un programma minimo mirato a costruire e rafforzare un blocco sociale che si opponga al capitalismo e, in prospettiva, costruisca la base per la trasformazione sociale.

Tutti noi ci ricordiamo benissimo, però, che nell'esperienza di questi partiti comunisti tale valutazione delle condizioni non ha mai - o forse: quasi mai - risposto a criteri oggettivi ma che i criteri sono stati quasi sempre così vaghi e indefiniti da poter essere forzati a favore degli accordi.. E di accordi che spesso erano stati già fatti e rispetto ai quali l'enunciazione dei principi valeva come giustificazione preventiva.

Infine, questa parte dei compagni dell'Ernesto e del PdCI invitano ad avere uno sguardo dialettico sulla Federazione della Sinistra e a distinguere in essa gli elementi positivi da quelli negativi. E' un invito che accogliamo, pur mantenendo il nostro giudizio complessivo critico sulla Federazione chiaramente enunciato nel nostro rilancio. Da parte nostra, invitiamo al tempo stesso quei compagni e tutti gli altri ad avere uno sguardo altrettanto dialettico su CU2.

Comunisti Uniti è o può essere - e per quanto ci riguarda vuole essere - anche il tentativo di dare un senso costruttivo al dissenso e spinta all'organizzazione. E cioè di aiutare i compagni più delusi a rimanere legati a quel processo di ricomposizione che tutti noi speriamo di vedere partire prima possibile, ma su basi avanzate e non di mero ritorno a posizioni anche unitarie ma subalterne e fallimentari. E persino di mantenerli legati anche a quei partiti - o a quelle aree - che di questo processo, come tutti sappiano, possono essere componenti importanti, incanalandone politicamente le insofferenze verso il terreno della lotta unitaria ed evitando ulteriori defezioni.

Presenteremo un ragionamento più articolato in una prossima analisi della fase complessiva, che speriamo di pubblicare presto. Detto questo, auguriamo ogni successo all'Associazione Marx XXI - della quale la lettera di questi compagni dell'Ernesto e del PdCI parla e della quale noi avevamo già riconosciuto delle potenzialità nel testo integrale dell'appello CU2, tant'è che alcuni di noi vi entreranno - e ribadiamo la nostra disponibilità al dialogo e alla collaborazione, nel rispetto reciproco e nella consapevolezza che tutti i differenti percorsi oggi in campo, dentro e fuori PRC e PdCI, se basati sulla condivisione di pochi ma chiari paletti dell'unità e dell'autonomia dei comunisti, non sono alternativi ma potrebbero essere persino complementari.


Stefano G. Azzarà, docente filosofia Università Urbino
Andrea Fioretti, assemblea dei lavoratori autoconvocati Roma
Gualtiero Alunni, Resp. Naz. Trasporti e membro del CPN PRC
Mao Calliano, direzione naz.le PdCI e segr. prov.le Federazione di Torino

La lettera di alcuni compagni de L'Ernesto e del PdCI è presente alla pagina: http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=get_filearticolo&IDArticolo=19080

La lettera aperta per il rilancio del progetto dei Comunisti Uniti è consultabile sul sito: http://www.comunistiuniti.it/

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venerdì 22 gennaio 2010

Lettera aperta: Comuniste e comunisti cominciamo da noi 2.0!

Di
Comunisti Uniti


Per aderire all'Appello scrivere a: adesioni@comunistiuniti.it

Ci rivolgiamo a tutte le compagne ed i compagni comunisti ovunque collocati: nel PRC e nel PdCI; a tutto l'arcipelago comunista e anticapitalista; alla vasta diaspora dei "senza tessera" che ieri come oggi resistono all'attacco dei padroni sui posti di lavoro, sui tetti, nelle piazze, nelle occupazioni per il diritto al lavoro; nelle scuole e nelle università per l'accesso al sapere; nei territori dove si pratica il conflitto sociale per la difesa dell'ambiente. Attorno a questo patrimonio potenziale riteniamo necessaria e non più rimandabile una ricucitura unitaria di tutte le esperienze oggi in campo.

L'appello "Comuniste e comunisti cominciamo da noi", che aveva dato vita all'esperienza di Comunisti Uniti, era stato pubblicato sui principali quotidiani nazionali il 17 aprile 2008, all'indomani della sconfitta elettorale dell'Arcobaleno, che per la prima volta aveva cancellato la presenza dei comunisti nel parlamento italiano. Per tutti noi non si trattava di una semplice flessione di consenso delle forze comuniste ma di una profonda lacerazione con quel piccolo blocco sociale che si era faticosamente coagulato in quasi 20 anni. Di tutto questo l'appello prendeva consapevolezza, cercando di riaprire una stagione di ricomposizione organizzativa dei comunisti e di riconquista del loro ruolo autonomo nel conflitto di classe, indicando la strada verso un Partito degno di questo nome. Non a caso raccolse in poco tempo migliaia di firme e fece discutere nel variegato popolo della sinistra, fin dentro i congressi dei due partiti e anche oltre.

Decisivo era stato il bilancio dell'esperienza fallimentare del governo di centrosinistra, che aveva tradito tutte le aspettative popolari. Così come era stata evidente l'incapacità e impossibilità della galassia delle altre organizzazioni comuniste di costruire una strada alternativa credibile e riconoscibile a livello di massa. Sin d'allora ci siamo resi conto che assistevamo all'irrazionale frantumazione delle forze comuniste, divise in due fragili partiti e in una vasta costellazione di organizzazioni e gruppi. Il tentativo di mettere in campo una lista comunista unitaria e alternativa al bipolarismo e al PD alle elezioni europee è stato però deludente: si è cercato semplicemente di conservare una presenza istituzionale, costruendo una lista con basi politiche troppo contraddittorie e con troppi elementi di continuità con il bertinottismo. Tutto ciò ha impedito di invertire quella deriva ideologica e materiale – pensiamo al venir meno della democrazia interna, alla questione morale e ai processi di cooptazione sistematica dei gruppi dirigenti, alla separatezza istituzionale – che è una parte rilevante del problema che abbiamo davanti.

Di fronte all'acuirsi della grave crisi economica in atto, la vecchia e nuova classe lavoratrice ha chiesto risposte concrete che non sono mai arrivate ed è perciò precipitata in un grave senso di smarrimento, rifugiandosi nell'astensione, nell'antipolitica o disperdendo il proprio voto. Perché è avvenuto tutto questo? Riteniamo che la rappresentanza coerente delle classi subalterne e del loro punto di vista nel conflitto politico-sociale sia oggi in contraddizione con l'assunzione di responsabilità di governo da parte dei comunisti o con alleanze strutturalmente subordinate alle forze moderate. Per resistere, riconquistare credibilità e accrescere le nostre forze, perciò, è necessario uscire dalla logica del "meno peggio" e fornire un'alternativa politica praticabile.

Al di là delle dichiarazioni di intenti iniziali, la Federazione della Sinistra non sembra poter rispondere a queste esigenze. La poiché elude la questione dell'unità dei comunisti e si presenta come un soggetto politico moderato genericamente "di sinistra", che ricorda nel suo statuto l'Arcobaleno e "apre" non per caso a Sinistra e Libertà, come se i congressi del 2008 non ci fossero stati. Ancora una volta, la Federazione pensa se stessa come la gamba sinistra delle alleanze del PD, in un quadro che si è nel frattempo spostato ancora più a destra e con l'Udc a svolgere il ruolo dell'ex-Margherita.

Ci rivolgiamo anche oggi a tutte le comuniste e i comunisti ovunque collocati e agli attivisti dei movimenti di lotta perché riteniamo che le ragioni di quelle compagne e di quei compagni che si sono spesi con energia nel progetto Comunisti Uniti siano ancora attuali. Per evitare la ripetizione degli errori del passato è necessario però reagire in fretta e sollecitare autonomamente un processo di ricostruzione. Di fronte all'attacco reazionario che stiamo vivendo in questa crisi del capitalismo abbiamo bisogno di rilanciare al più presto il ruolo dei comunisti come cuore dell'opposizione di classe alle ristrutturazioni padronali e alle politiche antipopolari e antidemocratiche del governo di centrodestra oggi e di qualsiasi governo le sostenga domani.

Non cerchiamo scorciatoie organizzativistiche e rifiutiamo la contrapposizione "tutti fuori" o "tutti dentro" il PRC e il PdCI.

Crediamo però che sia urgente costruire un cambiamento di rotta, a partire dall'apertura di sedi di dibattito e di iniziativa e dai loro meccanismi di funzionamento. Non chiediamo perciò a nessuno di uscire da questi partiti o da altre organizzazioni, coordinamenti o federazioni ma ci rivolgiamo a tutti i comunisti e alle comuniste per costruire insieme un collegamento dal basso sui territori, prendendo consapevolezza che quanto oggi esiste non è sufficiente per rilanciare il nostro ruolo e per ricostruire un'organizzazione unitaria ed efficace. Servono intenti comuni e piattaforme condivise da cui ripartire e su cui organizzarci: di fronte alla crisi, abbiamo bisogno di costruire una strada per un'alternativa di sistema e non di mero "governo" delle cose presenti. Per questo compito immane non serve allora un ennesimo partitino ma è necessario andare tutti insieme verso la ricostruzione di un solo Partito, che sia Comunista, radicato nella società ed efficace nella lotta politica.

Coscienti delle difficoltà di questa fase ci rivolgiamo in primo luogo ai quadri e ai militanti più consapevoli. Questi, forti della propria esperienza, possono iniziare a costruire nei propri territori un lavoro che raccolga sin d'ora in un progetto locale le energie disperse dell'arcipelago comunista dentro e fuori PRC e PdCI. Dei coordinamenti e gruppi di lavoro che, organizzandosi e articolandosi sul piano nazionale, potranno rappresentare un bacino di partenza che sostenga il progetto strategico dell'unità dei comunisti. Dobbiamo favorire insieme le condizioni di una resistenza di massa alla crisi che i padroni vogliono far pagare ai lavoratori salariati e alle fasce popolari.

Dobbiamo essere presenti nelle contraddizioni di un meccanismo sociale e politico che è diventato strutturalmente incapace di redistribuire lavoro e reddito. Un meccanismo che espelle forza-lavoro e deteriora ulteriormente le già gravi condizioni di sfruttamento di quella occupata. Che produce costantemente nuove sacche di esclusione e discriminazione all'interno degli Stati nazionali (la questione del lavoro precario, quella del lavoro immigrato e di una guerra tra poveri che rischia di diventare guerra razziale, la nuova questione meridionale come questione nazionale, il secessionismo…) così come tra gli Stati e tra le grandi aree geopolitiche del globo. Che aumenta le politiche guerrafondaie e le spese militari. La rappresentazione dei bisogni sociali e culturali delle classi sfruttate, senza alcuna distinzione di sesso e di nazionalità, dovrà essere al centro di una strategia e di un programma minimo condiviso basato su una piattaforma anticapitalista (per la dif esa del salario e dei posti di lavoro, contro la precarietà e per la democrazia sindacale) e antimperialista (contro le basi militari e le guerre imperialiste, per il ritiro delle truppe, a fianco della resistenza dei popoli oppressi e dei Paesi che resistono all'egemonismo americano). Un rinnovato progetto rivoluzionario per mettere insieme le nostre forze ed affrontare insieme un nuovo ciclo di resistenza, che ridia voce e motivazioni a chi è oppresso dalle difficoltà economiche e dal capitalismo.

Per costruire una concreta opposizione politica alla crisi del capitalismo, riteniamo, serve una linea fortemente alternativa a quella sino a questo momento praticata: una linea che rompa la subalternità strutturale nei confronti della sinistra moderata e che si liberi di quel politicismo che si è dimostrato incapace sia di rappresentare l'esigenza di liberazione dallo sfruttamento, sia di ottenere risultati concreti.

Con questa nostra lettera intendiamo perciò rilanciare il progetto dei Comunisti Uniti per dotarci di uno strumento efficace nella lotta di classe e per il superamento della frammentazione. Costruiremo i Comunisti Uniti come un luogo di dibattito e di iniziativa politica condivisa, una Casa Comune che abbia una sua autonomia di analisi e di proposta e sia capace di parlare a tutti i comunisti e alle comuniste indipendentemente dalla loro collocazione. Come un movimento trasversale, i Comunisti Uniti comprenderanno allo stesso titolo compagni del PRC, del PdCI, delle altre organizzazioni e quelli privi di appartenenza, sforzandosi di unire tutti quei compagni che, anche da prospettive diverse, si riconoscano in alcune semplici priorità:

1) la necessità di attivare un percorso di ricostruzione che unisca le forze dei comunisti in Italia;

2) la consapevolezza che l'unità comunista è indispensabile ma non è nulla se non si coniuga con una rigorosa autonomia culturale e politica, autonomia che in questa fase significa priorità del conflitto politico-sociale, della sua coerente organizzazione e rappresentanza per l'opposizione allo stato di cose presente;

3) la volontà di non circoscrivere questo processo ai soli partiti organizzati ma di innescare una partecipazione più ampia che riconosca a tutti i singoli compagni pari dignità.

Gli spazi politici istituzionali in senso stretto sembrano oggi schiacciati dal sistema bipolare/bipartitico, sostenuto tanto dal PDL che dal PD, e non possono essere riconquistati con escamotage organizzativistici o elettoralistici. Occorre ricostruire anzitutto una credibilità e un ruolo dei comunisti là dove ci sono ancora ampi spazi di azione politica, sia sul piano sociale e politico-sindacale (ricostruzione di una forza sindacale di classe e non concertativa, ricucitura delle molteplici esperienze di lotta oggi in campo sui territori, precariato e migranti, etc.) che su quello culturale (dove si tratta di coniugare l'eredità critica dell'esperienza del comunismo internazionale del Novecento con una comprensione delle trasformazioni della società e un aggiornamento degli strumenti concettuali del marxismo). Vogliamo incontrarci con chiunque condivida i punti chiave della nostra impostazione e li voglia praticare in maniera critica e autonoma, dentro i partiti e f uori di essi, nelle rappresentanze sindacali, nei luoghi di studio e di lavoro, in quelle associazioni politico-culturali delle quali riconosciamo un ruolo nella ricostruzione di una teoria all'altezza dei tempi e delle quali rispetteremo l'indipendenza.

A prescindere da dove siamo collocati, occorre mettere al centro del nostro dibattito e di una nostra azione coerente la questione del partito, quella delle alleanze e quella della linea sindacale.

COMUNISTE E COMUNISTI UNIAMOCI!



Per adesioni: adesioni@…

Primi firmatari:



Ciro ARGENTINO ex-operaio ThyssenKrupp e segr.ria prov. PdCI Torino; Gualtiero ALUNNI CPN-Resp. Naz. Trasporti PRC; Andrea FIORETTI assemblea lavoratori autoconvocati Roma; Stefano AZZARA' docente filosofia Università Urbino; Mao CALLIANO direz. naz. e segr. prov.le PdCI Torino; Alessandro PERRONE cassintegrato Fiom Eaton Monfalcone; Daniela CORTESE Segretaria Circolo Tlc e informatica PRC Roma; Margherita HACK astronoma; Sergio RICALDONE partigiano consiglio mondiale per la pace; Antonio BERTUCCELLI Segretario Prov. PdCI Messina; Antonello TIDDIA RSU Carbosulcis; Pio DE ANGELIS Presidente CPR PRC Friuli-VG; Renato CAPUTO docente storia e filosofia Roma; Marco DE LEO CPR PRC Lazio; Sergio MANES editore La Città del Sole; Roberto CALLIANO Comit. Centr. e resp. Organizz. PdCI Torino; Mariano MASSARO delegato reg.le OrSA Sicilia; Mario MADDALONI RSU Napoletana Gas; Alberto PANTALONI Com.to comunista "T. Noce" Torino; Rolando GIAI-LEVRA Direttore "Gramsci oggi"; Marco VERUGGIO direz. naz. PRC portav. Controcorrente; Federico MARTINO docente Diritto Università Messina; Germano MERLIN comit. fed.le PdCI Milano; Francesco FUMAROLA Flmu-Cub Atesia Roma; Vittorio GIOIELLO Centro ricerca Fenomenologia e società; Maria Vittoria MOLINARI Segretaria Circ. Vill. Breda PRC Roma; Riccardo DE ANGELIS RSU Telecomitalia Roma; Giovanna BASTONE Comunisti-Sinistra Popolare Rho; Marcello LUCA Segretario Circ. Ferrovieri PRC Roma; Federico GIUSTI RSU Comune di Pisa; Seby MIDOLO Segretario Circ. PRC Siracusa; Salvatore INGHES Flmu-Cub Skf Airasca Torino; Tiziano TUSSI Comitato nazionale ANPI; Adele Monica PATRIARCHI docente storia e filosofia Roma; Massimo MURGO RSU Marcegaglia Sesto S. G.; Fabio FROSINI docente storia della filosofia Università Urbino; Nicola IOZZO coord.re PdCI Vibo Valentia; Maurizio BUDA RSU Iveco Torino; Walter CECCOTTI Giovani Comunisti Roma; Cristina CARPINELLI Centro studi problemi transizione socialista; Orestis FLOROS medico CIE ; Alberto BASSO ex Com. Centrale PdCI; Luigi CASALI Coord.re Reg.le RdB-Cub Piemonte; Antonio PISA Segretario Circ. PRC S.Cesareo; Luigi DOLCE RSU Itca Torino; Saro TRAINA Segretario PdCI Limbiate-Varedo–Vicesegretario ANPI Brianza; Katia SILVESTRINI Segretaria PRC Fabriano; Marino SEVERINI musicista dei "Gang"; Manola MAURINO RSU ASL1 Torino; Ivano PAVANI Segretario Circ. Tlc PRC Firenze; Filippo SUTERA NOPONTE Messina; Fawzi ISMAIL ass.ne amicizia Sardegna-Palestina; Fabio LIBRETTI RSU gruppo Form direttivo FIOM Milano; Danilo RUGGIERI Coll. Comunista Romano; Roberto TESTERA operaio Comau Torino; Enrico LEVONI Coll. Comunista Modenese; Cataldo BALLISTRERI RSU Fiat Powertrain Mirafiori; Emiliano CELLI segreteria PdCI Roma; Wasim DHAMASH docente lingua e letteratura araba Università Cagliari; Angela ZANATTA RSU Agile/Eutelia – Componente Dir.vo Fiom Roma Sud; Mirko SOLERO ex-PRC L'Ernesto Torino; Marco FORONI Segretario Sez. ANPI "don P. Pappagallo" Roma; Luig i TRANQUILLINO CPR PRC Lombardia; Luigi CEFARO RSU Slc-Cgil Telecomitalia Sparkle; Domenico CALDERONI RSU Fialtel Telecomitalia; Patrizia GRANCHELLI Segr. Circ. PRC Lavoratori Poste Milano; Roberto TESTERO Coll. Comunista Romano; Salvatore MONELLO RSU Fiom Fincantieri Monfalcone; Mara ARMELLIN Segreteria PRC Treviso; Luca CLIMATI RSU RdB Pubblico Impiego; Maria Elena TOMASSINI circ. ANPI "G. Sangalli" Roma; Raffaele TRISCHITTA RSU Snater Telecomitalia Sparkle; Maurizio D'AGO ex segr. org. PdCI Napoli; Stefania IACCARINO RSU Almaviva Contact Roma; Andrea MUSACCI Consiglio Studenti Università di Ferrara; Bartolo SENATORE ex presid. CR PdCI Campania; Eugenio TREBBI RSU Filcams HP; Vincenzo SANGIOVANNI ex segretario prov.le PdCI Napoli; Pietro SCORDO Coord.to Prov.le SdL Trasporti Roma; Gianfranco SUPPO RSA RdB Karmak Villar Perosa; Manuela AUSILIO Coll. Resistenza Universitaria; Roberto TESTA RLS Trenitalia; Maurizio TIMITILLI RSU Flaica-Cub Widex Italia; Claudio SIMBOL OTTI Coll. Comunista Romano; Marco PUGGIONI delegato Fiat Mirafiori; Ettore PASETTO RSU Fiom-Cgil Roma; Vincenzo GAGLIANO ex segretario reg.le PdCI Campania; Riccardo FILESI Coord.to Cassaintegrati Alitalia; Francesco CORI Coord.to Precari della Scuola; Artan SALA operaio indotto Fincantieri Monfalcone; Angelo CAPUTO Giovani Comunisti Roma; Roberto VILLANI Cobas Scuola Roma; Francesco CAPUTO Coord.to Precari della Scuola; Ivan PAGORIG operaio SBE Monfalcone; Marilena DI LEVA ex Presid. CF PdCI Napoli; Paolo AGRESTINI edile Cerveteri; Riccardo DI PALMA assemblea lavoratori autoconvocati Borgomanero; Marco ELIA Coll. Resistenza Universitaria; Vincenzo GRAZIANO Flmu-Cub Torino Com.to comunista "T. Noce"; Alessio BULLIAN operaio indotto Fincantieri Monfalcone; Irene ROSSETTI Flmu-Cub Comdata Torino; Adriana L'ALTRELLI ex Com.to Centr.le PdCI; Marco VETTORI universitario Coord.to per la Costituente Comunista Gorizia; Fabiola VARACALLI Coll. Comunista Romano; Paolo SACCO operaio Acque Spa Novara; Luigi MINGHETTI CPF PRC Torino; Luca BELLARDONE assemblea lavoratori autoconvocati Vercelli; Marco SANDRIN operaio Ansaldo Monfalcone; Monica SIGISMONDI Coll. Comunista Romano; Massimo PITTELLA Operaio Edicart Rho; Luca STERLE RSU Fiom Eaton Monfalcone; Maurizio CALLEGARI infermiere segr. reg.le PdCI Trentino Alto Adige; Giuseppe FONNESU operaio Carbosulcis; Catia GALASSI operatrice sociale assemblea lavoratori autoconvocati Novara; Osvaldo CELANO RSU Fiom Marcegaglia Sesto S.G.

Per aderire all'Appello scrivere a: adesioni@comunistiuniti.it





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