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domenica 11 aprile 2010

Cavaliere allo specchio


Modello francese, ma con grande beneficio di inventario. Silvio Berlusconi, dopo il brevissimo incontro con Nicolas Sarkozy per il 28esimo vertice franco-italiano liquidato in non più di un’ora, si è dedicato a tracciare le grandi linee della riforma costituzionale che ha in testa per l’Italia. La Costituzione è sorpassata,ha detto in sostanza, perché il sistema «era nato dopo vent’anni di regime fascista», si trattava di «un sistema assembleare» che è «andato un po’ troppo in là», ma allora la cosa poteva spiegarsi per il timore di nuove derive autoritarie. La conseguenza è che oggi, per Berlusconi, la Costituzione italiana «dà troppo potere al parlamento e nessuno all’esecutivo». Ma adesso siamo «in un’epoca di decisioni tempestive ed efficaci», afferma. E già precisa che, tra queste, c’è il ritorno al nucleare, visto che «le centrali oggi sono assolutamente sicure»: la tecnologia sarà francese, la collaborazione sempre più stretta, è stato deciso ieri, anche se i particolari ancora non sono stati definiti.
Per Berlusconi, il modello francese va bene, «ma non tutto»: mentre in Francia, in occasione dell’ultima riforma costituzionale del luglio 2008, nessuno ha voluto mettere mano al sistema elettorale, che resta a suffragio universale a due turni, Berlusconi vuole un election day - presidenziale più legislativa - a un solo turno. Anche Sarkozy sogna questa riforma. Berlusconi lo esorta: «Se cambi qualcosa, dimmelo». Sarkozy vorrebbe imporre il turno unico alle regionali: con questo sistema, il 14 marzo scorso, avrebbe vinto dieci regioni, invece di perderne ventuno contro una. In Francia, su questo punto è guerra con l’opposizione, ma è chiaro che Sarkozy ha perso potere con la sconfitta.
La riforma istituzionale di Sarkozy del 2008 è stata presentata in Francia come una decisione per riequilibrare il troppo potere che era stato accumulato nelle mani del presidente, dopo l’introduzione del quinquennato (al posto dei sette anni di presidenza) e l’inversione della sequenza elettorale: ormai, in Francia prima c’è l’elezione presidenziale, seguita a ruota dalle legislative. Questo sistema permette di evitare con grande probabilità che si verifichino delle nuove coabitazioni, che avevano limitato i poteri sia di Mitterrand che di Chirac, quando i due presidenti erano stati costretti a nominare un primo ministro del campo opposto (ultimo è stato il socialista Lionel Jospin con Jacques Chirac all’Eliseo) perché l'opposizione aveva vinto le legislative. Con il quinquennato, il ruolo del primo ministro è diminuito e nel primo periodo di presidente Sarkozy è praticamente sparito. L’arrivo all’Eliseo di un iper-pesidente che si dichiarava tale, che mostrava i muscoli del «volontarismo» in politica, dove «basta volere per potere», aveva preoccupato non poco i francesi. La riforma di 47 articoli della Costituzione su 89 è stata fatta per rassicurare. Ma l’opposizione non ci ha creduto: la riforma è passata per un solo voto (quello del socialista Jack Lang, che non ha seguito le indicazioni del suo gruppo).
Il parlamento ha ottenuto un maggiore controllo dell’ordine del giorno delle due assemblee e la limitazione del ricorso al decreto-legge da parte del governo. Inoltre, c’è ormai l’obbligo di informare - ma senza che questa informazione sia seguita da un voto - le assemblee «entro tre giorni» dopo una decisione di impegno militare all’estero. Il presidente, però, ha rotto una tradizione repubblicana vecchia di 135 anni: ormai, può esprimersi di fronte al parlamento riunito. Nel 1873, era stata proibita la presenza fisica di un presidente in parlamento, per evitare derive populiste e troppa influenza sui deputati.
Quello che ancora manca nella riforma francese è la strutturazione di forti contro-poteri. Ma la riforma oggi rischia di trasformarsi in una trappola per Sarkozy, che da iperpresidente si sta trasformando in un perdente. La prima decisione presa dal governo dopo la sconfitta dell’Ump (il partito di maggioranza) alle regionali, è stato di mettere nel cassetto la carbon tax, peraltro presentata da Sarkozy solo qualche mese fa come una «svolta storica». I deputati dell’Ump non l’avevano mai voluta. Adesso, rischia di fare
la stessa fine la riforma della giustizia, contestata da tutto il mondo giudiziario, perché accentua la dipendenza del potere giudiziario dall’esecutivo, con l’abolizione del giudice istruttore indipendente.
I deputati rialzano la testa, in questo periodo di debolezza dell’Eliseo. Chiedono ora anche di soprassedere alla prevista abolizione della pubblicità sulle televisioni pubbliche (ora limitata a dopo le ore 20), a causa di un costo troppo alto per le finanze pubbliche in rosso.



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lunedì 1 marzo 2010

L’Italia ringrazierà per sempre i suoi 57 italianuzzi (+ 7 furbi astenuti e/o assenti) che a Strasburgo hanno votato a favore della suppostina nucleare “nascosta” nella risoluzione europea sui cambiamenti climatici

O qualcuno non legge ciò che vota, o lo legge e non lo capisce, o lo legge lo capisce e spera che non lo leggano anche gli altri, oppure non lo legge non lo capisce e crede che nessuno andrà mai a controllare.
Fatto sta che i 736 parlamentari europei ci hanno fatto un gran bel regalo. Una suppostina atomica, sotto forma di poche righe, nascosta tra le pieghe di una ridondante risoluzione europarlamentare: quella sui cambiamenti climatici, votata il 25 novembre 2009 e portata come voce unica della Ue alla conferenza di Copenaghen del dicembre scorso.
Dov’è la suppostina?
Eccola, al punto 36 della risoluzione di cui stiamo parlando: “Il Parlamento europeo – dice il comma 36 – sottolinea che una transizione internazionale verso un’economia a basse emissioni di carbonio porterà a considerare l’energia nucleare come un elemento importante del mix energetico nel medio termine; precisa tuttavia che la questione della sicurezza del ciclo del combustibile nucleare va affrontata in modo adeguato a livello internazionale al fine di garantire il massimo livello possibile di sicurezza”.
Chiaro no? Con l’assicurazione che nel “mix energetico” europeo – nemmeno nel breve periodo, ma addirittura “a medio termine” – ci sarà il nucleare, in via transitoria si capisce, e solo per il nobile fine di abbattere le emissioni di anidride carbonica, la lobby nucleare è potuta sbarcare a Copenaghen soddisfatta.
Vediamo come si è arrivati a questo risultato e cerchiamo di capire chi ha votato cosa e perché. E soprattutto, chi dobbiamo ringraziare, sia per l’esito, sia per ciò che è stato fatto sapere al “popolo”, cioè praticamente nulla.
A Strasburgo, nell’europarlamento, ci sono state due votazioni per raggiungere questo risultato.
Nella prima, si è votato sul punto 36 che avete appena letto. Ci sono stati 358 voti a favore, 297 contrari, 21 astenuti, 29 assenti e 31 deputati che non hanno preso parte al voto.
Nella seconda votazione, quella che conta, perché ci si esprime sull’intero testo della risoluzione, ci sono stati ben 516 voti favorevoli e appena 92 no (oltre a 70 astenuti, 29assenti e 27 deputati che non hanno votato).
Cosa è accaduto? Come mai quasi tutti quelli che avevano votato contro l’emendamento 36 hanno poi votato a favore del testo definitivo, in cui quell’emendamento “vive” a pieno titolo?
Va bene che Amsterdam non è lontana e magari qualcuno se n’è approfittato per “cannarsi” di brutto, ma una gita in massa di eurodeputati in Olanda alla ricerca di roba buona sarebbe stata subito notata.
Una risposta, che è anche la più spontanea, può essere la seguente: gli eurodeputati che hanno votato contro l’emendamento 36 ma a favore del testo definitivo della risoluzione hanno considerato positivamente il complesso della risoluzione medesima. Già. Ma allora perché non lo hanno spiegato al “popolo”, non dico uno per uno, ma gruppo per gruppo, Stato per Stato, come hanno fatto (sebbene costretti dall’interrogazione pubblica rivolta loro dal network “Sortir du Nucleaire”) i Verdi francesi del gruppo parlamentare europeo Europe écologie?
I membri di questo gruppo si sono spaccati sul punto, ma quelli che han votato a favore del testo definitivo si sono pubblicamente assunti la responsabilità della propria scelta. Anche perché, va sottolineato, si sapeva benissimo che la finalità della conferenza di Copenaghen sarebbe stata un accordo globale sul clima, giuridicamente vincolante, in vigore dal primo gennaio 2013.
E tuttavia, nonostante l’importanza della questione, il voto espresso dagli eurodeputati lascia sconcertati, come la chiarezza della scelta di ognuno di loro.
A guardare analiticamente le tabelle di voto non si capisce se abbia prevalso l’interesse nazionale (i francesi che hanno tanto nucleare e votano sì in massa, o i tedeschi all’avanguardia nelle energie alternative che votano no, o si astengono), oppure se ci siano state intese trasversalissime, pro e contro, oppure ancora se di fronte a una scelta impegnativa si sia preferito sorvolare sulla presenza dell’emendamento 36 e votare a occhi chiusi… perché in fondo poi è così che vanno le cose nella Ue… a dettare l’agenda e a fare i giochi sono in pochi, mentre la pratica del voto non è dissimile da quella che si vede nel Parlamento italiano… c’è uno che alza o rovescia il pollice e c’è la truppa che esegue…
In Italia, anche per le polemiche seguite alla scelta del governo di imporre un ritorno forzato al nucleare, nonostante il referendum del 1987 lo abbia bocciato, il tema avrebbe dovuto essere più sentito. Se non altro da parte di coloro che dicono di opporsi al nucleare.
Invece, i 72 europarlamentari italiani sono stati i più “sorprendenti”. Il loro è stato il voto più “vario” e “diversificato”. E quelli che al nucleare dicono (o pensano) di opporsi, adesso non sanno che pesci pigliare nei confronti di un governo che sul nucleare potrà giustificarsi dicendo di essere “in linea con l’Europa”.
Ma vediamo in dettaglio cos’hanno combinato i nostri 72, che sono distribuiti in 4 gruppi parlamentari (quelli del Pdl stanno nel Ppe, quelli del Pd in S&D, quelli dell’IdV nell’Alde, i leghisti in Efd) degli 8 presenti a Strasburgo (gli altri 4 sono: Greens/Efa, Ecr, Gue/Ngl, NI).
La sopresa, in estrema sintesi, è la seguente: hanno votato no al testo definitivo della risoluzione-supposta soltanto otto italiani: sette leghisti (Efd) e l’ottuagenario Ciriaco De Mita (Ppe).
Quattro furbetti si sono astenuti (tre leghisti e uno del Ppe) e tre furbacchioni si sono dati assenti (uno del Ppe, uno di S&D, uno di Alde). Gli altri, todos caballeros, tutti a favore. Per amore o per forza, per distrazione o per quieto vivere, o per come vi pare, ma tutti a favore.
La lista completa, nome per nome, e gruppo per gruppo, potete leggerla qui di seguito. Buon divertimento.
FAVOREVOLI (57)
PPE (32)
Salvatore TATARELLA , Gabriele ALBERTINI, Alfredo PALLONE, Alfredo ANTONIOZZI, Lara COMI, Antonio CANCIAN, Paolo BARTOLOZZI, Sergio BERLATO, Erminia MAZZONI, Cristiana MUSCARDINI, Barbara MATERA, Giovanni LA VIA, Antonello ANTINORO, Licia RONZULLI, Aldo PATRICIELLO, Salvatore IACOLINO, Iva ZANICCHI, Sergio Paolo Francesco SILVESTRIS, Roberta ANGELILLI, Amalia SARTORI, Crescenzio RIVELLINI, Herbert DORFMANN, Clemente MASTELLA, Andrea COZZOLINO, Carlo CASINI, Mario MAURO, Potito SALATTO, Marco SCURRIA, Carlo FIDANZA, Magdi Cristiano ALLAM, Raffaele BALDASSARRE, Tiziano MOTTI
 
S&D (19)
Francesco DE ANGELIS, Guido MILANA, David Maria SASSOLI, Leonardo DOMENICI, Sergio Gaetano COFFERATI, Luigi BERLINGUER, Debora SERRACCHIANI, Salvatore CARONNA, Pier Antonio PANZERI, Gianni PITTELLA, Rita BORSELLINO, Francesca BALZANI, Rosario CROCETTA, Gianluca SUSTA, Patrizia TOIA, Roberto GUALTIERI, Vittorio PRODI, Paolo DE CASTRO, Mario PIRILLO
 
ALDE (6)
Luigi de MAGISTRIS, Gianni VATTIMO, Vincenzo IOVINE, Giommaria UGGIAS, Niccolò RINALDI, Pino ARLACCHI (ha votato sì anche per l’emendamento 36)
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CONTRARI (8)
EDF (7)
Claudio MORGANTI, Giancarlo SCOTTA’, Matteo SALVINI, Mario BORGHEZIO, Lorenzo FONTANA, Oreste ROSSI, Mara BIZZOTTO
PPE (1)
Luigi Ciriaco DE MITA
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ASTENUTI (4)
EDF (2)
Francesco SPERONI, Fiorello PROVERA
PPE (2)
Vito BONSIGNORE, Elisabetta GARDINI
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ASSENTI (3)
PPE (1)
Giovanni COLLINO
S&D (1)
Silvia COSTA
ALDE (1)
Sonia ALFANO

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sabato 20 febbraio 2010

Nucleare:Impossibile in Italia


Affidereste la gestione degli appalti a Bertolaso? Vi fidereste della competenza dell'Impregilo che per anni ha riempito la Campania di ecoballe di spazzatura indifferenziata destinate a un termovalorizzatore incapace di bruciarle? E sareste soddisfatti se dello smaltimento delle scorie si occupassero gli amici dei casalesi?
Non sono domande provocatorie. Rispecchiano soltanto la dura realtà di fatti accertati e di atti ufficiali. E, dunque, perché Floris non incarica Pagnoncelli di condurre un sondaggio sull'opinione degli italiani con queste domande?

Una clava contro di noi?
È stata questa la mia prima reazione alla notizia che Obama ha preannunciato la costruzione di due centrali nucleari da realizzare nei prossimi sette-otto anni interrompendo una moratoria di trent'anni nella politica energetica degli Stati Uniti. «Per molto tempo - ha detto - si è creduto che chi si batte per l'ambiente debba essere contrario al nucleare ma è un controsenso: il nucleare è la nostra unica fonte di energia pulita». Non c'è dubbio che questa decisione verrà usata come una clava sulla testa di noi oppositori al programma nucleare approvato recentemente dal governo italiano. La prima ovvia reazione è dunque quella che ho descritto all'inizio. Occorre tuttavia aggiungere qualche altra considerazione meno amara sulle ragioni perché il contesto italiano differisce sostanzialmente da quelle degli Stati Uniti. È alla luce di questa differenza che va vista la scelta di Obama.

Una pubblicità ingannevole
Va preliminarmente osservato, comunque, che Obama non ha sostenuto, come fa invece il coro dei nostri nucleofili, che il costo del chilowattore nucleare sarà inferiore a quello delle altre fonti, Non è infatti un argomento serio. Senza entrare in dettagli, basta osservare che su queste ultime, rinnovabili e non rinnovabili, pesa comunque il costo del barile di petrolio, che è passato in un anno da centocinquanta dollari a cinquanta, ma potrà anche risalire se i padroni del petrolio decideranno di farlo. Se è vero che è sempre più difficile e costoso trovare nuovi giacimenti, è assai probabile che questo accada.
Il prezzo del petrolio condiziona tutti gli altri sia direttamente sia indirettamente, perché così come il suo basso prezzo ha ridotto drammaticamente gli investimenti nelle rinnovabili, ostacolandone la precedente tendenza alla diminuzione dei costi, una sua risalita farebbe rilanciare la convenienza delle altre fonti. L'esperienza insegna invece che in ogni caso i costi dedi reattori nucleari aumentano radicalmente in corso d'opera.
Qualunque raffronto oggi a favore del nucleare è dunque pubblicità ingannevole. Del resto, l'impegno di Obama a intervenire per la realizzazione delle due nuove centrali nucleari con un finanziamento pubblico significa che il mercato da solo non ritiene economicamente conveniente investire in questo settore.
La scelta di Obama è dunque una scelta strategica che ha l'obiettivo prioritario di mantenere la leadership tecnologica e la posizione egemonica degli Stati Uniti nei confronti dei paesi emergenti del mondo globalizzato.

Più rischi e meno occupazione
La seconda considerazione da fare riguarda la differenza fra la natura stessa della fonte nucleare rispetto a quella delle fonti solari, eoliche e delle varie forme di risparmio energetico. La fonte nucleare (che, ricordiamolo, è non rinnovabile perché l'uranio è una risorsa limitata e insufficiente a soddisfare una domanda globale massiccia) è localizzata in impianti grandi, molto costosi e tecnologicamente complessi, mentre quelle rinnovabili sono impianti diffusi sul territorio, piccoli e tecnologicamente semplici, per non parlare delle forme di risparmio energetico, localizzate ovunque per definizione. Inoltre, questi impianti non presentano particolari rischi, mentre i reattori nucleari, anche ammesso che siano protetti da sofisticati ed efficientissimi sistemi di sicurezza in condizioni di funzionamento normali, sono potenzialmente vulnerabili da imprevedibili atti terroristici o eventi sismici.
Questa differente natura produce effetti sostanzialmente diversi. Innanzitutto sull'occupazione. Per il nucleare si tratta, in fase di costruzione, di qualche migliaio di operai (i due reattori americani ne impiegheranno tremila) e in fase di funzionamento qualche centinaio (850 previsti). Numeri irrisori anche soltanto rispetto alle molte migliaia di lavoratori messi da noi sul lastrico dagli avvoltoi invisibili che hanno acquistato le imprese informatiche (ex Olivetti). La costruzione, la gestione e la manutenzione degli impianti energetici «dolci» può invece richiedere, al crescere della loro diffusione sul territorio e alla conseguente diminuzione dei costi, fino a centinaia di migliaia di lavoratori qualificati. È ovvio, per di più, che a questa crescita si accompagnerebbe uno sviluppo diretto e indiretto dell'economia italiana, che, come è noto, si regge prevalentemente sulla piccola e media industria.

L'abissale differenza
Ultima considerazione: l'abissale differenza fra il nostro paese e quelli che hanno sviluppato per primi le armi nucleari. Non si tratta, va da sé, di un peccato originale. Si tratta invece di riconoscere che lo sviluppo dell'industria dei reattori nucleari è frutto di una pluridecennale sinergia fra il settore militare e quello civile. Questo significa che uno sviluppo di questa industria non si può inventare dal nulla. L'Italia è dunque condannata, se e quando sarà eventualmente necessario farlo, a comprare reattori da chi li ha sempre costruiti.
Questo non è vero per l'industria degli impianti per la produzione delle energie rinnovabili e del risparmio energetico, che siamo ancora in tempo a sviluppare in competizione seria con i paesi che hanno già imboccata questa via, purché questa scelta di politica energetica sia fatta subito e con gli ingenti investimenti in uomini e mezzi necessari.
Concluderei con un richiamo alla dura realtà del nostro Paese, ricordando che l'articolo 640 del Codice penale definisce il reato di truffa con queste parole: «Chiunque con artifizi o raggiri inducendo taluno in errore, procura a sé e ad altri un ingiusto profitto con altrui danno è punito...». Non vi fa venire in mente qualcuno?

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sabato 6 febbraio 2010

Nucleare, Prc Basilicata: mobilitazione e referendum popolare

“La decisione del Governo Berlusconi di impugnare davanti alla Corte Costituzionale le legge regionale della Basilicata (unitamente a quelle delle regioni Pugia e Campania) che impedisce di costruire centrali nucleari sul territorio lucano è una scelta sbagliata e miope, oltre che in palese violazione dei poteri delle Regioni italiane sancite dalla Costituzione e dalla riforma del federalismo”.
E’ quanto afferma in una nota il segretario regionale del Prc di Basilicata, Italo Di Sabato che aggiunge: “La regione Basilicata è sotto attacco ed ha fatto benissimo ad opporsi alla dissennata rincorsa del nucleare , cui ricorre questo Governo infischiandosene della volontà popolare”.
“Per ribadire tale volontà ci stiamo preparando a raccogliere, come Rifondazione Comunista e comitati ambientalisti e antinucleari, le firme per un nuovo referendum popolare che ribadisca il secco no del popolo italiano e lucano al ritorno al nucleare”.

martedì 2 febbraio 2010

Bufera a Caorso, sciopero nucleare


Dopo un anno e 52 cask partiti a Caorso tutto è fermo. L'azienda che deve gestire il lavoro addirittura commissariata e i 115 dipendenti della centrale in sciopero perché nessuno sa dirgli quale sarà il loro futuro.
L'invio del combustibile è iniziato a dicembre del 2008, procedendo celermente per mandar via l'80% della radioattività ereditata dalla stagione atomica degli anni '70. Dopo Caorso toccherà a Trino e poi a Saluggia, gli altri comuni nucleari del nord. Trasferito tutto il combustibile all'estero si potrà finalmente iniziare a smantellare la centrale.
Ad agosto dell'anno scorso, con la maggior parte delle barre ormai trasferite, seppur temporaneamente, sul suolo francese, tutto si è fermato. Ma il tempo fugge e ogni ritardo può compromettere un accordo che è costato alle famiglie italiane, per pagarsi la loro sicurezza nucleare, ben 277 milioni di euro. Quello che sta succedendo a Caorso ce lo raccontano i protagonisti stessi.
«Da dicembre del 2008 ad agosto del 2009 abbiamo fatto partire 52 cask per un totale di 884 elementi radioattivi. Abbiamo lavorato su tre turni e i giorni festivi, visto che le disposizioni europee permettono il trasporto di materiale radioattivo solo la domenica. E ora ci sentiamo dire che blocchiamo lo smantellamento della centrale solo perché chiediamo di sapere che fine faremo. Siamo i primi a volere che la centrale sia smantellata. Ma abbiamo qualche diritto anche noi».
Quando a ottobre del 2008, con il disegno legge "Sviluppo", l'esecutivo ha deciso di commissariare e smembrare l'azienda, hanno chiesto rassicurazioni al governo sui posti di lavoro senza ottenere risposta. Anzi il ministero, ci dicono, cestinava le mail senza nemmeno aprirle. È in quel periodo che inizia un'agitazione sindacale unitaria. Verso la metà di agosto il neo commissario rassicura verbalmente le organizzazioni riportando la situazione alla normalità. Solo la Cgil, e soprattutto la Rsu di Caorso, non ci stanno trasformando l'agitazione in uno sciopero degli straordinari e delle turnazioni. Come ci tengono a precisare, è però d'accordo tutta l'assemblea dei lavoratori, anche quelli iscritti alla Cisl.
«Pur non spendo cosa sarebbe successo abbiamo lavorato con impegno sino ad agosto. Poi abbiamo deciso di farci sentire. Sfido chiunque a lavorare facendo straordinari, anche di notte, domeniche comprese, quando una legge dice che sarai venduto a pezzetti a qualcuno - e non sai a chi - e le uniche promesse sono parole».
Il loro è un lavoro particolare e rischioso. Devono prendere delle barre radioattive depositate dentro una piscina piena d'acqua a 12 metri di profondità e metterle dentro dei cask, cilindri d'acciaio alti 4 metri. Tutto il lavoro avviene sott'acqua usando un carro ponte che pilotano da svariati metri d'altezza. L'acqua è l'unica barriera che li protegge dalle radiazioni. Ma quando il cask sigillato viene tirato fuori dall'acqua e asciugato la loro dose di radiazioni, seppur bassa, la prendono. Ogni giorno.
Sono persone che conoscono l'impianto come le loro tasche. Qualcuno lo ha addirittura visto nascere e sono consapevoli della responsabilità che hanno verso la popolazione. Per questo quasi si offendono quando gli domandiamo se la Sogin potrebbe utilizzare personale esterno per fare il loro lavoro.
«Certamente che potrebbero farlo. Alcuni lavori li hanno già appaltati a ditte esterne. Ma la legge (ddl 230 del 15 marzo 1995, ndr) dice che al momento dell'invio di materiale radioattivo fuori dalla centrale devono essere presenti le squadre di sicurezza. Cioè noi. E siccome i trasporti di materiale radioattivo la prefettura li autorizza solo di domenica non parte nulla».
Però ai primi di dicembre finalmente qualcosa si muove. «Abbiamo incontrato il commissario Mazzuca in videoconferenza che ci ha assicurato come l'azienda rimarrà in mani pubbliche e che crescerà grazie al ritorno al nucleare. E per dimostrare che non erano promesse ma impegni lo ha messo nero su bianco e firmato. Quando gli abbiamo chiesto che volevamo anche la firma di Scajola ci ha assicurato che non avrebbe firmato se non fosse questa la volontà del ministero. Certo se era questa la soluzione perché non lo hanno detto subito?»
La domanda è interessante. Anche perché la legge parlava di "smembramento" della società e vendita dei beni ad aziende energetiche controllate al 20% dallo stato. La lettera del commissario parla invece di una Sogin divisa in due con lo Stato azionista di maggioranza sia della prima (100%) che della seconda (51%). Non è una differenza da poco.
«Noi abbiamo voluto credere alle parole del commissario ed il 6 dicembre, per dimostrare che non è nostra intenzione mettere in imbarazzo l'azienda, abbiamo fatto partire i due cask pronti da settembre. E così abbiamo zittito chi getta la colpa addosso a noi per il rallentamento delle operazioni di smantellamento. Ma ci teniamo ad essere chiari: se il 18 gennaio, quando ripartiranno le operazioni per l'invio, non ci sarà il decreto ministeriale con gli indirizzi operativi del governo che confermano la lettera del commissario, da qui non parte più niente».
Mentre veniamo via da Caorso pensiamo a quell'impianto nucleare e a quei tecnici che sembrano vivere in simbiosi con la loro centrale. Ci hanno raccontato come hanno cambiato lavoro, e casacca, ormai troppe volte. Negli anni '70 tecnici Enel del ramo nucleare. Poi, quando il sogno è finito, ecco la casacca di Enel-Sogin e la trasformazione in costose guardie giurate di impianti diventati improvvisamente vecchi. Infine smantellatori di impianti atomici con la casacca Sogin, cioè l'esternalizzazione da parte di Enel dei servizi di gestione del "vecchio" nucleare: un onere costoso che non dava alcuna remunerazione e che avrebbe potuto danneggiare un'azienda pronta per il collocamento in borsa. In fondo chi poteva smontarli se non chi li conosceva meglio?
Ci hanno colpito le parole di commiato: «Chi opera nelle vecchie centrali nucleari italiane è un bene prezioso. È la memoria storica di quel luogo. Chiuderci non solo non avrebbe senso. Ma sarebbe un grave errore anche per il nucleare futuro».


martedì 22 dicembre 2009

Nucleare: Soldi per chi ospiterà le centrali.

Nel 2013 la costruzione del primo impianto nel luogo indicato dalle imprese interessate

ROMA - Nel 2013 inizierà la costruzione della prima centrale atomica italiana. Lo ha assicurato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, dopo il via libera del Consiglio dei ministri al decreto legislativo che prevede la localizzazione e l'esercizio di impianti di produzione di energia elettrica e nucleare, di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio, di misure compensative e campagne informative. Un secondo decreto approvato riguarda il «riassetto della normativa su ricerca e coltivazione delle risorse geotermiche». I decreti andranno ora al vaglio delle commissioni parlamentari competenti prima di tornare al Consiglio dei ministri per l'approvazione definitiva.
SCAJOLA E LA RUSSA - «Con questo provvedimento abbiamo fissato i criteri per la localizzazione dei siti. L'obiettivo prioritario non è soltanto la sicurezza, ma anche la tutela della salute della popolazione e di protezione dell'ambiente», ha commentato Scajola. «Sulla base di tali criteri saranno poi le imprese interessate a proporre in quali zone intendono realizzare gli impianti nucleari». Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha invece assicurato che nel decreto «non c'è alcun riferimento ai siti militari. Non vuol dire che sono esclusi, nessun sito è escluso», ha precisato il ministro. «Ma non c'è un riferimento diretto ai siti militari».
SOLDI - Il decreto legislativo sull'energia nucleare prevede benefici, a carico delle imprese coinvolte nella costruzione e nell'esercizio delle centrali, pari a 3 mila euro al megaWatt sino a 1.600 megaWatt realizzati nel sito, maggiorati del 20% per potenze superiori. Inoltre «un beneficio su base trimestrale commisurato all'energia prodotta e immessa in rete e pari a 0,40 euro al megawattora». I soldi sono destinati per il 10% alle province interessate, per il 55% ai Comuni ospitanti, per il 35% ai Comuni nel raggio di 20 chilometri dalla centrale, o di 10 dall'impianto nel caso di sola produzione di combustibile. I benefici legati alla produzione di energia elettrica vanno per il 40% agli enti locali e per il 60% ai residenti e alle imprese circostanti la centrale nucleare «mediante la riduzione della spesa energetica, della Tarsu (tassa sui rifiuti, ndr), delle addizionali Irpef, Irpeg e dell'Ici». Il decreto prevede infine la realizzazione di un deposito nazionale per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi.
PD - Molti i dubbi del Pd. «Il decreto prevede che, se una diversa maggioranza politica decidesse di abbandonare il programma nucleare, gli utenti pagherebbero comunque nelle bollette i costi sostenuti per avviare la realizzazione degli impianti», hanno chiarito i senatori Roberto Della Seta e Francesco Ferrante.
LEGAMBIENTE - Contrarie al decreto le associazioni ambientaliste, tra queste Legambiente. «Da dove arriverà questa montagna di soldi?», chiede il responsabile scientifico dell'organizzazione, Stefano Ciafani. «Il governo scopre le carte e svela la maxi stangata per il ritorno dell'atomo in Italia, con buona pace dell'alleggerimento delle bollette elettriche sbandierato finora. Spendendo non meno di 50 miliardi di euro per produrre il 25% dell'elettricità, distoglieremo tutte le risorse che potrebbero essere investite subito nell'efficienza energetica e nelle energie rinnovabili». Secondo Scajola, invece, il programma nucleare consentirà di produrre «energia elettrica a prezzi inferiori almeno del 30%».
VERDI - Il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, sostiene che «il governo va avanti con la truffa del nucleare e non dice due verità. Primo non dice dove verranno costruite le centrali per paura di un boomerang elettorale alle prossime elezioni regionali», mentre «la seconda verità taciuta - secondo il presidente dei Verdi - è il costo di questa folle avventura antieconomica ed antiambientale e che verrà pagata tutta dai contribuenti». Per Bonelli, infatti, «il ritorno al nucleare costerà almeno 1000 euro ad ogni famiglia italiana».
IDV - «Questo decreto è il regalo di Natale del governo agli italiani di Monfalcone, della provincia di Gorizia, di Scanzano Jonico in Basilicata, di Palma in provincia di Agrigento, di Oristano, di Chioggia, di Caorso, di Trino Vercellese, di Montalto di Castro, di Termini Imerese e di Termoli», ha detto Paolo Brutti, responsabile Ambiente per Italia dei valori. «Quattro di queste località ospiteranno subito un impianto nucleare e un sito di stoccaggio. Le altre lo avranno dopo».
REFERENDUM - Paolo Cento, del coordinamento nazionale di Sinistra ecologia e libertà, ha detto che il partito «è pronto a promuovere un referendum per abrogare queste norme antieconomiche che producono danni ambientali al Paese». Secondo Claudio Saroufim, responsabile ambiente dei Comunisti italiani, «non potendo fare i nomi dei siti scelti, pena l'impopolarità a soli tre mesi dalle regionali, il governo fa finta di partorire i criteri di selezione».

mercoledì 9 dicembre 2009

Trino, Caorso, Latina, Garigliano, Montalto nella mappa Top Secret dei nuovi reattori

 Il nucleare italiano non trasloca Stesse zone del 1987 Ma Enel attende le direttive del governo in arrivo a inizio 2010 con l`avvio dell`Agenzia per la sicurezza
DI ANGELA ZOPPO
Il dossier è rigorosamente top secret: chi ne è a conoscenza, come l`amministratore delegato dell`Enel, Fulvio Conti, afferma che non ne svelerebbe i contenuti «nemmeno sotto tortura».
A oggi, perciò, avere risposte ufficiali se si chiede dove sorgeranno le centrali nucleari italiane, è di fatto impossibile. Ma, ufficiosamente, il discorso è diverso.
Qualcosa trapela, e la mappa della rinascita nucleare nazionale può cominciare a prendere forma. Secondo quanto risulta a MF/Milano Finanza da fonti governative vicine al dossier, la nuova geografia dell`atomo ricalcherà quasi fedelmente la vecchia, con qualche new entry che tiene conto delle diverse esigenze dei reattori di allora e di quelli di nuova tecnologia che l`Enel grazie agli accordi con Edf, ovvero l`Epr che predilige le aree costiere o vicino ai grandi fiumi, purché scarsamente popolate e lontane da insediamenti industriali.
Le nuove centrali italiane, insomma, potranno sorgere in gran parte nelle immediate vicinanze dei siti che ospitano gli impianti chiusi dopo il referendum del 1987: Trino Vercellese (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano di Sessa Aurunca (Caserta).
Nella nuova lista rientra anche Montalto di Castro (Viterbo), già candidata a ospitare una centrale nucleare prima che l`Italia dicesse addio all`energia dell`atomo. Del resto, i criteri di base nella valutazione dei siti non sono cambiati, e le zone che andavano bene fino a 22 anni vanno bene oggi perché non presentano fattori di rischio geologico (terremoti, alluvioni e frane). A queste cinque aree d`elezione, se ne aggiungono altre, come Monfalcone (Gorizia), Termoli (Campobasso), Palma (Agrigento) e Oristano. L`elenco dei siti papabili supera di gran lunga il numero di Epr previsti dall`accordo EnelEdf.
Gli impianti italo-francesi, infatti, saranno quattro, da 1.600 Megawatt ciascuno, per un totale di 6.400 Mw, debutto previsto nel 2020, ma tre siti sarebbero già sufficienti perché due reattori potrebbero sorgere affiancati. Come noto, italiani e francesi costituiranno altrettante jv paritetiche e veicoli societari ad hoc per ownership ed esercizio degli impianti, a maggioranza Enel ma aperti a terzi.
L`ex monopoli sta ha già costituito con Edf la newco Sni, Sviluppo nucleare Italia, che è stata affidata a Francesco De Falco.
Prima di arrivare a una selezione definitiva delle aree bisognerà aspettare che il governo emani le direttive. Per questo, l`ad di Enel, pur ammettendo che «ai possibili siti dove sorgeranno le centrali nucleari in Italia abbiamo già pensato», risponde sempre che «si aspettano i criteri del governo».
L` attesa non dovrebbe essere lunga. Lo stesso Conti è fiducioso.
«Ci sono stati dei ritardi», ha dichiarato nei giorni scorsi, «ma ormai la macchina è avviata. Sono convinto che questo governo, che ha preso l`indirizzo corretto di far tornare il nucleare, abbia gli strumenti per pronunciarsi tra febbraio e marzo 2010, fornendo tutti gli anelli mancanti sul versante legislativo per consentire agli operatori di partire».
Il prossimo passo è l`istituzione dell`Agenzia per la sicurezza nucleare. L`avvio dell`authority era previsto per novembre, ma il ministero dello Sviluppo di Claudio Scajola ha dato il suo ok allo statuto solo nei giorni scorsi. I: iter prevede che anche Economia e Funzione pubblica debbano dare a loro volta il via libera. Intanto, circolano già i nomi dei commissari.
Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza in corsa ci sarebbero l`oncologo Umberto Veronesi, l`ex presidente della Sogin, Carlo Jean, il docente di Impianti nucleari, Maurizio Cumo, e Guido Possa, vicinissimo al premier Silvio Berlusconi e già viceministro all` Istruzione, università e ricerca.

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Le Regioni che resistono, attraverso ricorso alla Corte Costituzionale verso la L.99/2009 per palese contrasto al Capitolo V della Costituzione, sono 11:

Piemonte, Liguria, Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Marche, Lazio, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia.  Contrarie ma per ora a parole, anche Veneto e Sardegna.





martedì 8 dicembre 2009

REGIONALI: IL NO AL NUCLEARE un punto fermo per le alleanze



Rifondazione comunista porrà come condizione per fare gli accordi nelle regioni un pronunciamento chiaro contro l’installazione delle centrali nucleari. Con la salute dei cittadini non si scherza. Il governo, indifferente alla salute delle persone, interessato solamente ad ingrassare le imprese coinvolte, con fare omertoso non vuole rivelare i siti delle centrali prima delle elezioni regionali. I verdi hanno svelato il giochetto e noi proponiamo ai verdi una cosa chiara: nessun accordo alle regionali se la coalizione non dice un no chiaro al nucleare.

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