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sabato 29 maggio 2010
mercoledì 7 aprile 2010
Perché in Italia lavorare non paga abbastanza
I numeri dell'ultimo decennio: calo dei redditi da lavoro, aumento dell'indebitamento delle famiglie, mancato rilancio produttivo. Come uscirne?
L’Istat, mediante un’indagine provvisoria sui Conti regionali, nei mesi scorsi ha comunicato che da ottobre 2008 a settembre 2009 è calato il potere d’acquisto delle famiglie, definito come reddito disponibile familiare. Le stime regionali del reddito delle famiglie sono elaborate in piena coerenza con le analoghe stime nazionali, presentate nei Conti Nazionali per settore istituzionale.
La fonte principale del reddito disponibile familiare è data dai redditi da lavoro dipendente (59,8% nel 2006), in misura minore dai redditi misti (imprese non costituite in società - 22%nel 2006) e da quelli da capitale netti (20,5% nel 2006).
In questo quadro, la crisi del reddito disponibile familiare italiano è strettamente legata alla dinamica dei salari.Dall’analisi delle buste paga ogni singolo lavoratore dipendente, nel periodo 1993 – 2008, ha trasferito al fisco circa 6.700 euro cumulati in termini di potere d’acquisto (Megale A., D’Aloia G., Birindelli L., Salari in crisi, Roma, 2009 - IV rapporto IRES-CGIL 2007 – 2008).
Questo è dovuto alle retribuzioni nette cresciute di 3,5 punti percentuali in meno delle retribuzioni lorde. L’ammontare di cui lo Stato ha beneficiato, sia in termini di maggiore pressione fiscale che come drenaggio fiscale, è stato di 112 miliardi di euro. Il problema sta nella dinamica della crescita dei salari netti che in 15 anni è pari a zero contro un inflazione cresciuta del 41,6 per cento.
Il fisco dunque ha assorbito i pochi guadagni di produttività del lavoro ottenuti nel tempo e ciò è alla base della riduzione della domanda interna che, negli ultimi anni, è andata sempre più fondandosi sull’indebitamento delle famiglie. Il rapporto tra debito (mutui, credito al consumo, etc.) e reddito medio lordo delle famiglie italiane ha raggiunto, nel 2008, il 50 per cento (circa 17 punti percentuali in più dal 2001 al 2008). A corroborare questo quadro, rileva come nel periodo 2002 – 2008 le retribuzioni di fatto (inclusive di elementi come ad esempio gli straordinari) abbiano accumulato una perdita del potere d’acquisto pari a circa 2.500 euro di cui circa 1.200 euro di mancata restituzione del fiscal drag, portando 3,6 miliardi in più nelle casse dello Stato soltanto nel 2008.
Nel confronto internazionale le retribuzioni lorde reali italiane nel periodo 1993 – 2007 sono cresciute solo del 4 per cento (appena 750 euro), rispetto alla crescita reale del 10 per cento delle retribuzioni lorde dei lavoratori spagnoli (1.700 euro) e dei lavoratori tedeschi (4.000 euro), a quella del 13 percento degli americani(3.400 euro), del 23 percento dei francesi (4.000 euro) e del 28 per cento degli inglesi (8.300 euro). La produttività di questi paesi, d’altronde, è nettamente più alta di quella italiana, ad eccezione delle medie imprese in cui, ad esclusione del Regno Unito, siamo i primi tra i paesi industrializzati europei. Nello specifico, i ricercatori dell’IRES-CGIL, su dati Eurostat, hanno rilevato nell’industria manifatturiera italiana una produttività delle imprese con numero di dipendenti compreso nell’intervallo 50 – 249 più alta rispetto a quella di Germania, Spagna, Francia e Svezia.
Tuttavia, se si escludono le piccole imprese dai raffronti sulla produttività, i differenziali con gli altri paesi si riducono radicalmente. Se avessimo la stessa dimensione media d’impresa della Germania, i differenziali di produttività si ridurrebbero dall’attuale 32,2 al 4,5 per cento e, analogamente, gli stessi cadrebbero dall’attuale 26,5 al 7,5 per cento, se avessimo quella della Francia.
Secondo i dati elaborati sulle dichiarazioni dei redditi presso i CAAF CGIL, nell’anno 2006 circa 13,6 milioni di lavoratori hanno guadagnato meno di 1.300 euro netti al mese, circa 6,9 milioni - v - ne hanno guadagnati meno di 1.000. Oltre 7,5 milioni dei lavoratori in pensione guadagna meno di 1000 euro netti mensili. Nell’anno 2006 il reddito medio lordo di un lavoratore dipendente si è attestato attorno circa ai 23.117 euro ed il reddito netto a 18.364. La mediana della distribuzione indica un reddito pari a 20.693 euro, che si traduce in 17.002 euro netti.
Nel periodo 1993 – 2006 i mutamenti orizzontali tra gruppi differenti di percettori di reddito definiti in base a caratteristiche socio demografiche, hanno riscontrato un aumento medio del reddito disponibile equivalente reale - deflazionato con i consumi delle famiglie - dell’1,2 per cento all’anno nel caso dei nuclei familiari con lavoratore autonomo come principale percettore, del 2,6 per cento per quelli dei dirigenti pubblici, dell’1,5 per cento per quelli dei dirigenti privati e dell’1,6 per cento per quelle dei pensionati. Per le famiglie degli operai l’aumento è stato dello 0,6 per cento, mentre per gli impiegati direttivi e gli insegnanti è stato appena dello 0,3 per cento (Indagine conoscitiva sul livello dei redditi di lavoro nonché sulla redistribuzione della ricchezza in Italia nel periodo 1993 – 2008, Servizio Studi di struttura economica, Banca d’Italia, 21 aprile 2009).
L'Istat rileva come nel periodo 2005 – 2007, rispetto ai nuclei familiari la cui fonte principale di reddito proviene da lavoro autonomo, quelli con lavoratori dipendenti riscontrano obiettive maggiori difficoltà ad arrivare a fine mese, nonché a sostenere le spese impreviste e le spese mediche (Indagine campionaria ISTAT “Reddito e condizioni economiche in Italia”, anni 2005 2006 2007 – anni 2005 e 2006 Tavola 9, anno 2007 Tavola 11).
Di fronte a questo scenario è opportuno sottolineare che le linee guida siglate nell’ottobre 2008 tra Confindustria, CISL e UIL e l’accordo Quadro tra Associazioni Datoriali, Governo, CISL e UIL del 22 gennaio 2009 hanno introdotto alcuni nuovi apprezzabili istituti, come quello del tasso di inflazione atteso in sostituzione del tasso di inflazione programmato - causa del mancato allineamento dei salari all’inflazione effettiva a partire dal protocollo del 1993 - e quello dell’elemento di garanzia retributiva per i dipendenti non coperti dalla contrattazione decentrata. Esso tuttavia non contempla meccanismi di copertura contro i rischi di erosione del salario reale. Il problema è determinato da una serie di clausole quali l’esclusione dell’indice dei prezzi dei beni energetici importati dal paniere dell’inflazione, il non automatico recupero del gap tra inflazione attesa ed inflazione effettiva, la poca chiarezza sul modo con cui il salario contrattato a livello decentrato possa essere messo al riparo dall’inflazione ed infine la condizione secondo cui l’elemento di garanzia retributiva non scatterebbe in presenza di incentivi erogati unilateralmente dalle imprese, condizione che scoraggerebbe la diffusione della contrattazione decentrata, già di per sé poco presente in Italia.
Continuare nella direzione di accordi finalizzati ad un generico sostegno della produttività porta a risultati poco efficaci, soprattutto se le nostre imprese continueranno sulla strada della precarizzazione del lavoro come unica via per reggere la competitività internazionale.
Una linea d’intervento sostenibile sarebbe quella di un “Patto sociale per la produttività e la crescita” che consideri una triangolazione tra maggiori investimenti in ICT, nell’organizzazione e nello sviluppo delle competenze cognitive e relazionali, oltre che tecniche, dei dipendenti, in cambio di una moderata crescita del salario reale.
Misure immediate di politica economica, opportune ai fini di una concreta risposta al disagio economico e sociale che le famiglie italiane lamentano da ormai più di un decennio, dovrebbero prevedere interventi fiscali più equi, mirati alla riduzione dell’imposizione sui redditi da lavoro, tenendo conto che la modifica delle aliquote, degli scaglioni e delle detrazioni da lavoro dipendente sono strumenti previsti dalla legge per la restituzione del drenaggio fiscale. Resta la necessità di una seria lotta all’evasione ed all’elusione fiscale che rendono i contribuenti assai troppo diversi di fronte al fisco. Infine, ci parrebbe essenziale azzerare il dumping di costo tra le numerose fattispecie contrattuali generali, causa dello spostamento tra flessibilità e precarietà del lavoro. Il fattore lavoro necessita di processi di formazione permanente per essere adeguato all’insieme delle conoscenze e delle procedure operative correnti (paradigma tecnologico), cosa non facile da attuare sino a che, in Italia, il lavoro precario costerà meno di quello stabile.
La fonte principale del reddito disponibile familiare è data dai redditi da lavoro dipendente (59,8% nel 2006), in misura minore dai redditi misti (imprese non costituite in società - 22%nel 2006) e da quelli da capitale netti (20,5% nel 2006).
In questo quadro, la crisi del reddito disponibile familiare italiano è strettamente legata alla dinamica dei salari.Dall’analisi delle buste paga ogni singolo lavoratore dipendente, nel periodo 1993 – 2008, ha trasferito al fisco circa 6.700 euro cumulati in termini di potere d’acquisto (Megale A., D’Aloia G., Birindelli L., Salari in crisi, Roma, 2009 - IV rapporto IRES-CGIL 2007 – 2008).
Questo è dovuto alle retribuzioni nette cresciute di 3,5 punti percentuali in meno delle retribuzioni lorde. L’ammontare di cui lo Stato ha beneficiato, sia in termini di maggiore pressione fiscale che come drenaggio fiscale, è stato di 112 miliardi di euro. Il problema sta nella dinamica della crescita dei salari netti che in 15 anni è pari a zero contro un inflazione cresciuta del 41,6 per cento.
Il fisco dunque ha assorbito i pochi guadagni di produttività del lavoro ottenuti nel tempo e ciò è alla base della riduzione della domanda interna che, negli ultimi anni, è andata sempre più fondandosi sull’indebitamento delle famiglie. Il rapporto tra debito (mutui, credito al consumo, etc.) e reddito medio lordo delle famiglie italiane ha raggiunto, nel 2008, il 50 per cento (circa 17 punti percentuali in più dal 2001 al 2008). A corroborare questo quadro, rileva come nel periodo 2002 – 2008 le retribuzioni di fatto (inclusive di elementi come ad esempio gli straordinari) abbiano accumulato una perdita del potere d’acquisto pari a circa 2.500 euro di cui circa 1.200 euro di mancata restituzione del fiscal drag, portando 3,6 miliardi in più nelle casse dello Stato soltanto nel 2008.
Nel confronto internazionale le retribuzioni lorde reali italiane nel periodo 1993 – 2007 sono cresciute solo del 4 per cento (appena 750 euro), rispetto alla crescita reale del 10 per cento delle retribuzioni lorde dei lavoratori spagnoli (1.700 euro) e dei lavoratori tedeschi (4.000 euro), a quella del 13 percento degli americani(3.400 euro), del 23 percento dei francesi (4.000 euro) e del 28 per cento degli inglesi (8.300 euro). La produttività di questi paesi, d’altronde, è nettamente più alta di quella italiana, ad eccezione delle medie imprese in cui, ad esclusione del Regno Unito, siamo i primi tra i paesi industrializzati europei. Nello specifico, i ricercatori dell’IRES-CGIL, su dati Eurostat, hanno rilevato nell’industria manifatturiera italiana una produttività delle imprese con numero di dipendenti compreso nell’intervallo 50 – 249 più alta rispetto a quella di Germania, Spagna, Francia e Svezia.
Tuttavia, se si escludono le piccole imprese dai raffronti sulla produttività, i differenziali con gli altri paesi si riducono radicalmente. Se avessimo la stessa dimensione media d’impresa della Germania, i differenziali di produttività si ridurrebbero dall’attuale 32,2 al 4,5 per cento e, analogamente, gli stessi cadrebbero dall’attuale 26,5 al 7,5 per cento, se avessimo quella della Francia.
Secondo i dati elaborati sulle dichiarazioni dei redditi presso i CAAF CGIL, nell’anno 2006 circa 13,6 milioni di lavoratori hanno guadagnato meno di 1.300 euro netti al mese, circa 6,9 milioni - v - ne hanno guadagnati meno di 1.000. Oltre 7,5 milioni dei lavoratori in pensione guadagna meno di 1000 euro netti mensili. Nell’anno 2006 il reddito medio lordo di un lavoratore dipendente si è attestato attorno circa ai 23.117 euro ed il reddito netto a 18.364. La mediana della distribuzione indica un reddito pari a 20.693 euro, che si traduce in 17.002 euro netti.
Nel periodo 1993 – 2006 i mutamenti orizzontali tra gruppi differenti di percettori di reddito definiti in base a caratteristiche socio demografiche, hanno riscontrato un aumento medio del reddito disponibile equivalente reale - deflazionato con i consumi delle famiglie - dell’1,2 per cento all’anno nel caso dei nuclei familiari con lavoratore autonomo come principale percettore, del 2,6 per cento per quelli dei dirigenti pubblici, dell’1,5 per cento per quelli dei dirigenti privati e dell’1,6 per cento per quelle dei pensionati. Per le famiglie degli operai l’aumento è stato dello 0,6 per cento, mentre per gli impiegati direttivi e gli insegnanti è stato appena dello 0,3 per cento (Indagine conoscitiva sul livello dei redditi di lavoro nonché sulla redistribuzione della ricchezza in Italia nel periodo 1993 – 2008, Servizio Studi di struttura economica, Banca d’Italia, 21 aprile 2009).
L'Istat rileva come nel periodo 2005 – 2007, rispetto ai nuclei familiari la cui fonte principale di reddito proviene da lavoro autonomo, quelli con lavoratori dipendenti riscontrano obiettive maggiori difficoltà ad arrivare a fine mese, nonché a sostenere le spese impreviste e le spese mediche (Indagine campionaria ISTAT “Reddito e condizioni economiche in Italia”, anni 2005 2006 2007 – anni 2005 e 2006 Tavola 9, anno 2007 Tavola 11).
Di fronte a questo scenario è opportuno sottolineare che le linee guida siglate nell’ottobre 2008 tra Confindustria, CISL e UIL e l’accordo Quadro tra Associazioni Datoriali, Governo, CISL e UIL del 22 gennaio 2009 hanno introdotto alcuni nuovi apprezzabili istituti, come quello del tasso di inflazione atteso in sostituzione del tasso di inflazione programmato - causa del mancato allineamento dei salari all’inflazione effettiva a partire dal protocollo del 1993 - e quello dell’elemento di garanzia retributiva per i dipendenti non coperti dalla contrattazione decentrata. Esso tuttavia non contempla meccanismi di copertura contro i rischi di erosione del salario reale. Il problema è determinato da una serie di clausole quali l’esclusione dell’indice dei prezzi dei beni energetici importati dal paniere dell’inflazione, il non automatico recupero del gap tra inflazione attesa ed inflazione effettiva, la poca chiarezza sul modo con cui il salario contrattato a livello decentrato possa essere messo al riparo dall’inflazione ed infine la condizione secondo cui l’elemento di garanzia retributiva non scatterebbe in presenza di incentivi erogati unilateralmente dalle imprese, condizione che scoraggerebbe la diffusione della contrattazione decentrata, già di per sé poco presente in Italia.
Continuare nella direzione di accordi finalizzati ad un generico sostegno della produttività porta a risultati poco efficaci, soprattutto se le nostre imprese continueranno sulla strada della precarizzazione del lavoro come unica via per reggere la competitività internazionale.
Una linea d’intervento sostenibile sarebbe quella di un “Patto sociale per la produttività e la crescita” che consideri una triangolazione tra maggiori investimenti in ICT, nell’organizzazione e nello sviluppo delle competenze cognitive e relazionali, oltre che tecniche, dei dipendenti, in cambio di una moderata crescita del salario reale.
Misure immediate di politica economica, opportune ai fini di una concreta risposta al disagio economico e sociale che le famiglie italiane lamentano da ormai più di un decennio, dovrebbero prevedere interventi fiscali più equi, mirati alla riduzione dell’imposizione sui redditi da lavoro, tenendo conto che la modifica delle aliquote, degli scaglioni e delle detrazioni da lavoro dipendente sono strumenti previsti dalla legge per la restituzione del drenaggio fiscale. Resta la necessità di una seria lotta all’evasione ed all’elusione fiscale che rendono i contribuenti assai troppo diversi di fronte al fisco. Infine, ci parrebbe essenziale azzerare il dumping di costo tra le numerose fattispecie contrattuali generali, causa dello spostamento tra flessibilità e precarietà del lavoro. Il fattore lavoro necessita di processi di formazione permanente per essere adeguato all’insieme delle conoscenze e delle procedure operative correnti (paradigma tecnologico), cosa non facile da attuare sino a che, in Italia, il lavoro precario costerà meno di quello stabile.
da sbilanciamoci.info
martedì 30 marzo 2010
Riproponiamo: parla Francesca Marfur (lavoratrici OMSA)
Omsa: 320 donne in cassa integrazione, parla Francesca Marfur
Si invita al boicottaggio di OMSA e Golden lady
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venerdì 26 marzo 2010
L'Istat, crollano le vendite di prodotti alimentari
ROMA - Le vendite al dettaglio dei prodotti alimentari sono diminuite a gennaio dell'1% rispetto a dicembre e del 3,3% rispetto allo stesso periodo del 2009. Lo rileva l'Istat precisando che il dato congiunturale è il peggiore da aprile 2007 mentre quello tendenziale è il peggiore dal marzo 2009, quando segnò il -5,2%. Nel complesso le vendite al dettaglio a gennaio sono diminuite dello 0,5% rispetto a dicembre e del 2,6% rispetto a gennaio 2009. Lo rileva l'Istat precisando che il dato congiunturale è il peggiore da dicembre 2008 (allora segnò -0,7%).
Secondo l'istituto di statistica il calo delle vendite su dicembre (-0,5%) è la sintesi tra il -1% delle vendite alimentari (il dato peggiore da aprile 2007) e dello 0,3% dei prodotti non alimentari. Rispetto a gennaio 2009 le vendite alimentari sono diminuite del 3,3% (il calo più consistente da marzo 2009) mentre quelle dei prodotti non alimentari sono diminuite del 2,3%. Il calo tendenziale è stato forte soprattutto nelle imprese della grande distribuzione (-3,1%) mentre le imprese operanti su piccole superfici hanno segnato un -2,2% su gennaio.
Nell'alimentare le imprese della grande distribuzione hanno segnato un calo delle vendite del 3,5% mentre le imprese operanti su piccole superfici hanno registrato un calo delle vendite del 3,1%. Nel comparto non alimentare le aziende della grande distribuzione hanno segnato un calo delle vendite del 2,9% a fronte del calo del 2% dei piccoli negozi. Nell'alimentare gli ipermercati e i supermercati hanno perso il 3% del fatturato al livello tendenziale mentre i discount alimentare hanno segnato un -2,9%. Sul calo complessivo del 2,6% delle vendite a gennaio spicca quello dei prodotti farmaceutici (-4,2%) e delle dotazioni per l'informatica (-4,3%). Reggono meglio la crisi l'abbigliamento e le calzature (-1,2% per entrambi i comparti) la foto ottica (-0,6%) e il settore dei giocattoli, sport e campeggio (-0,9%).
Secondo l'istituto di statistica il calo delle vendite su dicembre (-0,5%) è la sintesi tra il -1% delle vendite alimentari (il dato peggiore da aprile 2007) e dello 0,3% dei prodotti non alimentari. Rispetto a gennaio 2009 le vendite alimentari sono diminuite del 3,3% (il calo più consistente da marzo 2009) mentre quelle dei prodotti non alimentari sono diminuite del 2,3%. Il calo tendenziale è stato forte soprattutto nelle imprese della grande distribuzione (-3,1%) mentre le imprese operanti su piccole superfici hanno segnato un -2,2% su gennaio.
Nell'alimentare le imprese della grande distribuzione hanno segnato un calo delle vendite del 3,5% mentre le imprese operanti su piccole superfici hanno registrato un calo delle vendite del 3,1%. Nel comparto non alimentare le aziende della grande distribuzione hanno segnato un calo delle vendite del 2,9% a fronte del calo del 2% dei piccoli negozi. Nell'alimentare gli ipermercati e i supermercati hanno perso il 3% del fatturato al livello tendenziale mentre i discount alimentare hanno segnato un -2,9%. Sul calo complessivo del 2,6% delle vendite a gennaio spicca quello dei prodotti farmaceutici (-4,2%) e delle dotazioni per l'informatica (-4,3%). Reggono meglio la crisi l'abbigliamento e le calzature (-1,2% per entrambi i comparti) la foto ottica (-0,6%) e il settore dei giocattoli, sport e campeggio (-0,9%).
lunedì 22 marzo 2010
Il perimetro ideologico (in economia) della sinistra
| Di: | Mario Paravano |
|---|
Questo post ripreso da Sollevazione offre lo spunto per una misera riflessione sulle "idee" in tema di economia della sinistra. meglio, una domanda? ma c'è solo l'armamentario ideologico delle burocrazie della Comunità Europea o il ferrovecchio Tremonti come unico perimetro dialettico per proporre un'idea di società diversa?
http://barricateemacerie.blogspot.com/2010/03/il-perimetro-ideologico-in-economia.html
http://barricateemacerie.blogspot.com/2010/03/il-perimetro-ideologico-in-economia.html
domenica 14 marzo 2010
Farmaci: tre miliardi buttati
Quest'anno le Regioni avranno un "buco" pauroso per le medicine acquistate. Colpa degli ospedali. E dei trucchi delle aziende farmaceutiche
di Daniela Minerva
Mancano 2,9 miliardi. Le previsioni per la spesa pubblica farmaceutica 2010 sono apocalittiche: il tetto è fissato al 15,7 per cento del Fondo sanitario nazionale, quindi a 16,4 miliardi: ma se ne spenderanno almeno 19,3. Fin qui è una storia abbastanza usuale: i tetti di spesa sanitaria sono costantemente disattesi per diverse ragioni. Ma il caso della farmaceutica fa scattare un campanello d'allarme alla Conferenza delle regioni. Per via di una cabala che si sta trasformando in nodo scorsoio per i governatori.
Oggi accade, e qui sta il mal di pancia dei governatori, che a crescere all'impazzata è proprio la spesa ospedaliera, mentre quella in farmacia è sostanzialmente stabile. Le mille misure di contenimento pensate dall'Aifa, l'Authority dei farmaci, tra il 2004 e il 2008, e la pressione delle Regioni sui medici di famiglia stanno dando i loro frutti: da un lato alle aziende non conviene spingere verso fatturati che poi dovranno restituire al Ssn; dall'altro, i dottori temono che accada a tutti quello che è successo a un collega di Bergamo condannato dalla Corte dei Conti a pagare 2.800 euro per «irragionevole prescrizione». Risultato: la pressione delle aziende sulla spesa farmaceutica ai privati si allenta, mentre si inasprisce quella sulla ospedaliera.
Non solo: negli ultimi anni, l'avvento di medicinali complessi e costosi, i cosiddetti biologici, per malattie di massa come il cancro e le reumatiche, ma anche per patologie più rare ma senza cure, ha sconquassato i budget degli ospedali. Risultato: tutti affermano che quel tetto del 2,4 per cento è assolutamente irrealistico. Ma anche che lasciar galoppare la spesa ospedaliera porterebbe a un mercato impazzito proprio come era quello delle farmacie prima della cura Aifa.
«La spesa per i farmaci negli ospedali oggi è il doppio del tetto. Siamo almeno al 4,6 per cento e questo dovrebbe essere il margine da osservare se si vuole essere credibili», commenta Giovanni Bissoni, assessore alla Sanità dell'Emilia-Romagna e consigliere dell'Aifa: «Ma dobbiamo anche introdurre dei meccanismi di governo della spesa ospedaliera che contengano la pressione delle aziende».
E qui si apre il nuovo fronte della guerra alle molteplici trovate degli addetti al marketing. Posto che la loro fantasia è infinita, sussurrano gli uomini dell'Aifa, si potrebbe cominciare a estendere all'ospedale i paletti disegnati per la spesa farmaceutica. Primo tra tutti lo stop alle false innovazioni.
Per anni le aziende hanno forzato il mercato mettendo in commercio specialità, differenziate da piccole variazioni chimiche e di associazione di composti, del tutto analoghe per valore terapeutico. Per ogni microscopica variazione spuntavano prezzi diversi e il pressing degli informatori sui medici spostava le prescrizioni sulle specialità più nuove e costose.
In ospedale le cose vanno un po' diversamente, specie perché i prodotti sono assai complessi e le farmacie ospedaliere hanno imparato a stoppare le fantasie innovative dei primari, ma il meccanismo è lo stesso. «L'Aifa deve mettere a punto dei metodi di governo delle innovazioni per bloccare quelle fasulle», dice Bissoni. La spesa, però, è già alle stelle, e i veri big spender sono i farmaci biologici per il cancro e le malattie reumatiche. La medicina dice chiaramente che si tratta di prodotti molto efficaci, ma che per lo più funzionano solo in presenza di determinate anomalie genetiche. Molte di queste anomalie sono rilevabili con analisi conosciute e qui il lavoro è facile: si fa il test e si somministra il farmaco solo se l'anomalia genetica è presente (l'herceptin per il tumore del seno è un esempio di questa procedura). Ma per la maggior parte dei nuovi oncologici il cosiddetto "profilo di efficacia" è molto più sfumato, le anomalie in causa sono diverse e alcune non conosciute. Così, i medici si trovano a decidere sulla base di pochi fattori noti se somministrare cicli che costano decine di migliaia di euro. E, ovviamente, decidono di farlo. Ma oggi il tema del governo di questa "spesa etica" si fa pressante. E un modo per equilibrare il sistema c'è.
L'ha messo a punto l'Aifa e alcuni oncologici sono, in effetti, sottoposti a questo regime, il "payment by results": il Ssn rimborserà il farmaco solo se funziona, altrimenti l'azienda copre le spese del medicamento. Se Pfizer e Glaxo l'hanno accettato per due loro prodotti, perché non estenderlo a tutti i nuovi farmaci biologici? Occorre affinare i meccanismi di autorizzazione di nuovi medicinali legando il rimborso alla loro efficacia. E stabilire un rapporto tra quanto un farmaco innova e quanto costa.
Pfizer al comando
Il rank delle principali farmaceutiche sul mercato italiano
Fatturato 2009 - Quote di mercato %
Pfizer 1.463.553.344 7,9%
Sanofi-Aventis 1.170.297.952 6,3%
Roche 1.106.597.440 6,0%
Menarini 977.820.785 5,3%
Novartis 951.000.800 5,2%
Merck & co 885.262.272 4,8%
Glaxosmithkline 874.445.728 4,7%
Bayer 761.743.808 4,1%
Astrazeneca 622.902.208 3,4%
Johnson & Johnson 598.166.272 3,2%
Abbott 439.997.952 2,4%
SigmaTau 412.120.046 2,2%
Lilly 385.204.032 2,1%
Boehringer ingel 361.548.168 2,0%
Bristol-myers sqb. 345.236.432 1,9%
Chiesi 300.563.910 1,6%
Gilead sciences 250.525.392 1,4%
Kedrion 240.776.721 1,3%
Angelini 230.017.855 1,2%
Merck Kgaa 227.628.484 1,2%
Bracco 223.123.304 1,2%
Recordati 217.018.974 1,2%
Amgen 197.249.528 1,1%
Servier 187.990.222 1,0%
Italfarmaco 185.740.560 1,0%
Fonte: elaborazione Il bisturi su dati Ims
mercoledì 10 marzo 2010
Europa e dopo crisi: la voce dei sindacati europei
07/03/2010
La recessione si è abbattuta su un tessuto sociale già fragile. E adesso il rischio è che, accantonati i sogni di Lisbona, si punti a una ricetta a base di bassi salari
Disoccupazione e bassi salari: sono queste le principali cause della povertà percepite dalla popolazione secondo l’Eurobarometer Survey on Poverty and Social Exclusion 2009, recente indagine condotta dalla Commissione Europea in occasione dell’apertura dell’Anno Europeo della Lotta alla Povertà e alla Esclusione Sociale. E sono questi i principali problemi economici che la European Trade Union Confederation (ETUC) – confederazione di sindacati europei con sede a Bruxelles rappresentante 82 gruppi sindacali e 12 federazioni industriali – intende affrontare. Soprattutto dopo la crisi dello scorso anno.
In Europa, la “grande crisi” del 2009 ha infatti colpito un mercato del lavoro già pesantemente vessato da precarietà e debole dinamica salariale. Dal 1997 al 2007 il numero di lavoratori dell’Unione con contratti temporanei è aumentato di 10 milioni di unità senza che a ciò abbia fatto seguito una pianificata e organica costruzione di un sistema di ammortizzatori sociali, mentre la crescita dei salari è spesso avvenuta a ritmi inferiori all’andamento di produttività e inflazione. Nel 2008 l’impennata nei prezzi del petrolio ha contribuito ad erodere il potere d’acquisto dei lavoratori, parzialmente recuperato nel corso del 2009 in seguito alla frenata della spirale inflazionistica. Ma il crollo dell’occupazione e la ristrutturazione di molti posti di lavoro hanno provocato il collasso della crescita dei salari per lavoratore, dimezzata dal 2008 al 2009 (si vedano a tal proposito le linee guida proposte dall'ETUC lo scorso dicembre “Resolution Guidelines for the coordination of collective bargaining in 2010”). I lavoratori, che non hanno certamente determinato la crisi, oggi rischiano dunque di pagarne gli effetti più di chiunque altro.
Inoltre, i prossimi anni saranno certamente segnati dalle conseguenze della recessione: il tasso di disoccupazione rimarrà ancora a lungo a livelli piuttosto elevati (10.5% secondo le previsioni della BCE per il 2011), mentre le potenzialità di spesa del sistema pubblico resteranno contenute dalle stringenti regole di bilancio imposte dal Patto di Stabilità.
“Per incrementare l’occupazione è necessario tagliare il costo del lavoro” sentiamo spesso ripetere da governi ed economisti e in una fase economica come questa, proporre politiche di sostegno ai salari e, contestualmente, di incentivo all’occupazione sembrerebbe contraddittorio. Invece, è proprio quanto i sindacati europei si stanno impegnando a fare. Ciò che serve per la ripresa – dicono – è l’instaurazione di un nuovo paradigma economico che, abbandonando sfrenate politiche di deregolamentazione e flessibilizzazione, porti ad una nuova comprensione dei meccanismi del mercato del lavoro e alla definizione di nuove proposte, per difendere i salari e, allo stesso tempo, contrastare la disoccupazione. Ma vediamo nel dettaglio quali sono le proposte avanzate dalla Confederazione dei Sindacati Europei.
“No wage freeze and no wage cuts” è quanto, in primis, le European Trade Unions continuano a ripetere. Sarebbe solo controproducente – denunciano – cedere alla pressione di contenere i salari, proveniente tanto dal settore privato, che potrebbe tentare di ridefinire le negoziazioni a livello di impresa per ridurre i livelli delle retribuzioni nominali, quanto dallo Stato, che, nel tentativo di risollevare le finanze pubbliche e ridurre il deficit, potrebbe essere incentivato a tagliare la spesa per stipendi (ad esempio in settori in cui questa è particolarmente elevata come Salute e Istruzione). Gli stessi lavoratori, avvertono i sindacati europei, non dovrebbero assecondare tali tentativi nel timore di perdere il lavoro.
I salari – sottolinea la Confederazione – dovrebbero essere ancorati alla somma tra andamenti di medio termine dell’inflazione e della produttività, ma un loro irrigidimento non può essere giustificato nemmeno dalla caduta della produttività dello scorso anno: tale contrazione è stato un fenomeno ciclico provocato dal crollo della domanda, che deve invece essere sostenuta attraverso politiche retributive accomodanti. La contrazione dei redditi da lavoro rischierebbe unicamente di peggiorare la già atrofica dinamica della domanda, impedendo la ripresa e prolungando la stagnazione.
Il rilancio dell’occupazione – propone ancora l’ETUC – deve, invece, essere fondato su interventi diversi dal taglio dei salari e mirati tanto al breve che al lungo periodo: soluzioni nell’immediato vengono individuate nella flessibilità degli schemi lavorativi e nella redistribuzione del lavoro, ad esempio attraverso meccanismi di job sharing, che, ripartendo un’unica attività lavorativa tra due lavoratori, che, singolarmente, lavorano meno ore di quanto farebbero se svolgessero l’attività autonomamente, permetterebbero di mantenere il posto; mentre la perdita di reddito derivante dovrebbe essere bilanciata attraverso un’adeguata erogazione di strumenti compensativi da parte delle imprese o dello Stato. Inoltre, nel lungo periodo si sostiene la necessità di definire politiche attive per creare nuove possibilità occupazionali. Queste – suggerisce la Confederazione – potrebbero essere individuate nel settore dei servizi di interesse sociale, in cui un’adeguata offerta di strutture è spesso carente: il potenziamento, ad esempio, dei servizi all’infanzia o per il sostegno nelle attività di cura avrebbe il duplice effetto di creare posti di lavoro e offrire nuovi servizi alla società e ai lavoratori.
Per quanto riguarda gli interventi attivi di supporto all’occupazione e di sostegno ai disoccupati, L’ETUC osserva che, in primo luogo, si dovrebbero evitare mere politiche di workfare che, vincolando l’erogazione dei trattamenti allo svolgimento di un'attività di lavoro, rischiano di confinare i disoccupati in lavori precari e sottopagati, ma si dovrebbe prestare attenzione anche agli aspetti formativi, cercando di equilibrare la domanda di lavoro con le capacità dei lavoratori e promuovendo lo sviluppo di nuove conoscenze e competenze o il loro aggiornamento. In secondo luogo, i sussidi di disoccupazione dovrebbero essere definiti in modo da svolgere un effettivo ruolo di stabilizzatori automatici, limitando gli shock nel mercato del lavoro lungo il ciclo economico.
Inoltre, l’evoluzione dell’occupazione dovrebbe essere valutata non solo in termini quantitativi, ma anche e soprattutto in termini qualitativi, cercando di costruire un mercato del lavoro più equo e giusto, attento alla tutela dei diritti dei lavoratori e alle condizioni di lavoro. Un mercato in cui si attuino efficaci politiche anti-discriminatorie nei confronti dei soggetti deboli (quali immigrati, anziani e persone diversamente abili) e in cui si riescano a colmare gli ampi divari di genere tutt’ora presenti (nelle possibilità di carriera, nel livello delle retribuzioni, nella distribuzione degli impegni familiari). In questo senso, sono centrali per i sindacati il tema della regolamentazione delle ore di lavoro e quello della flexicurity,ossia dell’equilibrio tra aumento della flessibilità delle relazioni contrattuali e sicurezza per i lavoratori. Una maggiore flessibilità negli schemi lavorativi – avvertono – non deve infatti alimentare la segmentazione del mercato del lavoro tra chi lavora secondo i ritmi classici e chi sceglie soluzioni diverse. La garanzia di un adeguato sistema di ammortizzatori sociali deve essere assicurata, la qualità delle tipologie di lavoro flessibili deve essere monitorata e l’accesso ad attività di formazione e di training assicurata per tutti, affinché i lavori flessibili non diventino lavori di serie B.
Il vero problema è che la crisi ha colpito un tessuto sociale già estremamente fragile. Dove sono andati a finire i buoni propositi per la realizzazione di una Social Europe che bisognava costruire con la Strategia di Lisbona? Soprattutto a partire dal 2005 – lamenta la Confederazione – a livello europeo l’interesse per le tematiche sociali è andato via via scemando e ha preso il sopravvento una sempre maggiore attenzione alla liberalizzazione dei mercati e al liberismo economico.Infine, l’ETUC accusa le aziende di aver contribuito al diffondersi della crisi, alimentando atteggiamenti speculativi attraverso l’eccessiva attenzione ad obiettivi di brevissimo periodo (ad esempio attraverso l’agganciamento delle retribuzioni di top managers agli andamenti di breve periodo nel valore delle azioni).
In conclusione, per costruire un nuovo paradigma economico che permetta di uscire dalla depressione la European Trade Union Confederation sostiene che è necessario abbandonare comportamenti puramente speculativi, ritornare a dare priorità ad aspetti quali sicurezza sociale, istruzione e formazione e perseguire obiettivi di lungo periodo come, ad esempio, sviluppo dell’innovazione e degli investimenti in energie rinnovabili. E per fare ciò serve partire dal basso, dalla stessa cultura imprenditoriale.
In Europa, la “grande crisi” del 2009 ha infatti colpito un mercato del lavoro già pesantemente vessato da precarietà e debole dinamica salariale. Dal 1997 al 2007 il numero di lavoratori dell’Unione con contratti temporanei è aumentato di 10 milioni di unità senza che a ciò abbia fatto seguito una pianificata e organica costruzione di un sistema di ammortizzatori sociali, mentre la crescita dei salari è spesso avvenuta a ritmi inferiori all’andamento di produttività e inflazione. Nel 2008 l’impennata nei prezzi del petrolio ha contribuito ad erodere il potere d’acquisto dei lavoratori, parzialmente recuperato nel corso del 2009 in seguito alla frenata della spirale inflazionistica. Ma il crollo dell’occupazione e la ristrutturazione di molti posti di lavoro hanno provocato il collasso della crescita dei salari per lavoratore, dimezzata dal 2008 al 2009 (si vedano a tal proposito le linee guida proposte dall'ETUC lo scorso dicembre “Resolution Guidelines for the coordination of collective bargaining in 2010”). I lavoratori, che non hanno certamente determinato la crisi, oggi rischiano dunque di pagarne gli effetti più di chiunque altro.
Inoltre, i prossimi anni saranno certamente segnati dalle conseguenze della recessione: il tasso di disoccupazione rimarrà ancora a lungo a livelli piuttosto elevati (10.5% secondo le previsioni della BCE per il 2011), mentre le potenzialità di spesa del sistema pubblico resteranno contenute dalle stringenti regole di bilancio imposte dal Patto di Stabilità.
“Per incrementare l’occupazione è necessario tagliare il costo del lavoro” sentiamo spesso ripetere da governi ed economisti e in una fase economica come questa, proporre politiche di sostegno ai salari e, contestualmente, di incentivo all’occupazione sembrerebbe contraddittorio. Invece, è proprio quanto i sindacati europei si stanno impegnando a fare. Ciò che serve per la ripresa – dicono – è l’instaurazione di un nuovo paradigma economico che, abbandonando sfrenate politiche di deregolamentazione e flessibilizzazione, porti ad una nuova comprensione dei meccanismi del mercato del lavoro e alla definizione di nuove proposte, per difendere i salari e, allo stesso tempo, contrastare la disoccupazione. Ma vediamo nel dettaglio quali sono le proposte avanzate dalla Confederazione dei Sindacati Europei.
“No wage freeze and no wage cuts” è quanto, in primis, le European Trade Unions continuano a ripetere. Sarebbe solo controproducente – denunciano – cedere alla pressione di contenere i salari, proveniente tanto dal settore privato, che potrebbe tentare di ridefinire le negoziazioni a livello di impresa per ridurre i livelli delle retribuzioni nominali, quanto dallo Stato, che, nel tentativo di risollevare le finanze pubbliche e ridurre il deficit, potrebbe essere incentivato a tagliare la spesa per stipendi (ad esempio in settori in cui questa è particolarmente elevata come Salute e Istruzione). Gli stessi lavoratori, avvertono i sindacati europei, non dovrebbero assecondare tali tentativi nel timore di perdere il lavoro.
I salari – sottolinea la Confederazione – dovrebbero essere ancorati alla somma tra andamenti di medio termine dell’inflazione e della produttività, ma un loro irrigidimento non può essere giustificato nemmeno dalla caduta della produttività dello scorso anno: tale contrazione è stato un fenomeno ciclico provocato dal crollo della domanda, che deve invece essere sostenuta attraverso politiche retributive accomodanti. La contrazione dei redditi da lavoro rischierebbe unicamente di peggiorare la già atrofica dinamica della domanda, impedendo la ripresa e prolungando la stagnazione.
Il rilancio dell’occupazione – propone ancora l’ETUC – deve, invece, essere fondato su interventi diversi dal taglio dei salari e mirati tanto al breve che al lungo periodo: soluzioni nell’immediato vengono individuate nella flessibilità degli schemi lavorativi e nella redistribuzione del lavoro, ad esempio attraverso meccanismi di job sharing, che, ripartendo un’unica attività lavorativa tra due lavoratori, che, singolarmente, lavorano meno ore di quanto farebbero se svolgessero l’attività autonomamente, permetterebbero di mantenere il posto; mentre la perdita di reddito derivante dovrebbe essere bilanciata attraverso un’adeguata erogazione di strumenti compensativi da parte delle imprese o dello Stato. Inoltre, nel lungo periodo si sostiene la necessità di definire politiche attive per creare nuove possibilità occupazionali. Queste – suggerisce la Confederazione – potrebbero essere individuate nel settore dei servizi di interesse sociale, in cui un’adeguata offerta di strutture è spesso carente: il potenziamento, ad esempio, dei servizi all’infanzia o per il sostegno nelle attività di cura avrebbe il duplice effetto di creare posti di lavoro e offrire nuovi servizi alla società e ai lavoratori.
Per quanto riguarda gli interventi attivi di supporto all’occupazione e di sostegno ai disoccupati, L’ETUC osserva che, in primo luogo, si dovrebbero evitare mere politiche di workfare che, vincolando l’erogazione dei trattamenti allo svolgimento di un'attività di lavoro, rischiano di confinare i disoccupati in lavori precari e sottopagati, ma si dovrebbe prestare attenzione anche agli aspetti formativi, cercando di equilibrare la domanda di lavoro con le capacità dei lavoratori e promuovendo lo sviluppo di nuove conoscenze e competenze o il loro aggiornamento. In secondo luogo, i sussidi di disoccupazione dovrebbero essere definiti in modo da svolgere un effettivo ruolo di stabilizzatori automatici, limitando gli shock nel mercato del lavoro lungo il ciclo economico.
Inoltre, l’evoluzione dell’occupazione dovrebbe essere valutata non solo in termini quantitativi, ma anche e soprattutto in termini qualitativi, cercando di costruire un mercato del lavoro più equo e giusto, attento alla tutela dei diritti dei lavoratori e alle condizioni di lavoro. Un mercato in cui si attuino efficaci politiche anti-discriminatorie nei confronti dei soggetti deboli (quali immigrati, anziani e persone diversamente abili) e in cui si riescano a colmare gli ampi divari di genere tutt’ora presenti (nelle possibilità di carriera, nel livello delle retribuzioni, nella distribuzione degli impegni familiari). In questo senso, sono centrali per i sindacati il tema della regolamentazione delle ore di lavoro e quello della flexicurity,ossia dell’equilibrio tra aumento della flessibilità delle relazioni contrattuali e sicurezza per i lavoratori. Una maggiore flessibilità negli schemi lavorativi – avvertono – non deve infatti alimentare la segmentazione del mercato del lavoro tra chi lavora secondo i ritmi classici e chi sceglie soluzioni diverse. La garanzia di un adeguato sistema di ammortizzatori sociali deve essere assicurata, la qualità delle tipologie di lavoro flessibili deve essere monitorata e l’accesso ad attività di formazione e di training assicurata per tutti, affinché i lavori flessibili non diventino lavori di serie B.
Il vero problema è che la crisi ha colpito un tessuto sociale già estremamente fragile. Dove sono andati a finire i buoni propositi per la realizzazione di una Social Europe che bisognava costruire con la Strategia di Lisbona? Soprattutto a partire dal 2005 – lamenta la Confederazione – a livello europeo l’interesse per le tematiche sociali è andato via via scemando e ha preso il sopravvento una sempre maggiore attenzione alla liberalizzazione dei mercati e al liberismo economico.Infine, l’ETUC accusa le aziende di aver contribuito al diffondersi della crisi, alimentando atteggiamenti speculativi attraverso l’eccessiva attenzione ad obiettivi di brevissimo periodo (ad esempio attraverso l’agganciamento delle retribuzioni di top managers agli andamenti di breve periodo nel valore delle azioni).
In conclusione, per costruire un nuovo paradigma economico che permetta di uscire dalla depressione la European Trade Union Confederation sostiene che è necessario abbandonare comportamenti puramente speculativi, ritornare a dare priorità ad aspetti quali sicurezza sociale, istruzione e formazione e perseguire obiettivi di lungo periodo come, ad esempio, sviluppo dell’innovazione e degli investimenti in energie rinnovabili. E per fare ciò serve partire dal basso, dalla stessa cultura imprenditoriale.
Una Guernica economica per la Grecia
Una via di Guernica dopo il bombardamento fascista del 26 aprile 1937
Nei confronti della Grecia si sta scatenando una vera e propria Guernica economica, un massacro di fronte al quale la sinistra europea mostra un'imperdonabile passività. Ciò che viene imposto ad Atene è un esempio, per incutere terrore alla Spagna, al Portogallo e anche all'Italia. Ma perfino la Francia, di fronte alle direttive tedesche, è crollata in una nuova Sedan, anch'essa economica.
L'estate scorsa Angela Merkel aveva lasciato correre il deficit di Berlino, temperando il fanatismo protestante dell'allora ministro socialdemocratico alla finanze. Ora con Schäuble in quel dicastero siamo di nuovo in piena maledizione biblica.
Secondo i sondaggi l'opinione pubblica europea tende ad accettare la giustificazione che a spese in deficit si rimedia con drastici tagli. Ciò equivale a equiparare lo Stato a una famiglia che spende più di quanto guadagna è che poi è costretta a ridurre il proprio livello di vita. Lo Stato si troverebbe forse in questa situazione se ci fosse la piena occupazione come tendenza naturale. Esclusa tale chimera, il deficit è sempre finanziabile, purché l'autorità che lo emette abbia il controllo tanto della politica monetaria che di quella fiscale, cosa che nell'ambito dell'Euro è impossibile.
Ma all'interno dell'euro vengono definiti i rapporti capitalistici intraeuropei per cui c'è chi può e chi non può. Oltre che dal fanatismo ideologico, il rapido rientro di Berlino nell'ortodossia finanziaria scaturisce da una visione molto semplice. Noi, dicono quelli di Berlino, non diamo un euro all'Europa (nella fattispecie alla Grecia e alla penisola iberica) perché intanto il nostro capitalismo uscirà dalla crisi grazie alle esportazioni nette. Il congelamento dei salari indotto dalla disoccupazione ci fa comodo mentre i nostri meccanismi interni di sussidi, sia a livello federale che statale, aiutano le ristrutturazioni. Queste e la deflazione salariale aumenteranno la competitività intercapitalistica della Germania.
Nei confronti della Grecia e degli iberici lo sola preoccupazione consiste nel proteggere i valori finanziari delle banche tedesche e francesi che detengono titoli pubblici di quei paesi. I vaghi accenni a eventuali prestiti alla Grecia sono infatti diretti solo in tal senso. I tagli imposti ad Atene devono tranquillizzare i mercati, come infatti è grosso modo successo, malgrado lo sconquasso che ciò sta producendo nell'economia del paese. Si è creata pertanto un'intesa strettissima tra Parigi, Berlino, Francoforte (sede della Bundesbank e della connessa Bce) e le società di rating, che valutano la solvibilità di chi emette i titoli, che fino a pochi mesi fa sia la Francia che la Germania additavano tra i principali colpevoli della crisi finanziaria.
I «mercati» organizzano lo strozzinaggio della Grecia col pieno appoggio di chi prima li criticava. Il 2008 non è mai successo direbbe il compianto Jean Baudrillard. Il populismo antifinanziario della Merkel, della Lagarde e di Sarkozy (e di Tremonti) ha mostrato di che stoffa è fatto. Nato estemporaneamente, esso si confonde con la miopia del capitalismo tanto tedesco quanto francese. Affondando la Grecia e obbligando Spagna e Portogallo a seguire a ruota, Berlino, Francoforte e Parigi colpiscono un gruppo di paesi che allo scoppio della crisi, fino al 2008, rappresentava oltre il 9% dell'export italiano, oltre il 10% di quello francese, nonché il 6% % di quello tedesco.
E con la crisi oggi di nuovi sbocchi all'orizzonte non se ne vedono, perché la Cina in crescita è esportatrice netta verso l'Europa. Nel frattempo la Grecia continua a essere un'area di riciclaggio dell'industria militare tedesca: l'acquisto di 150 carri armati Leopard stipulato lo scorso ottobre non è stato sospeso, nemmeno mentre vengono tagliate pensioni e stipendi.
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giovedì 18 febbraio 2010
I soldi sprecati per l'Italia che frana
Risorse sprecate. Soldi spesi male. Tanti soldi. Il tutto sulla scorta di un concetto che non semina solo tangenti ma anche mala gestione: l'emergenza. E' questa la storia del rischio idrogeologico in Italia, e delle sue vittime (in media 7 morti al mese negli ultimi cinquanta anni). Che l'Italia sai un paese fragile, malato di frane, con il 68,6% dei Comuni che ricade in aree classificate «ad alto rischio» dal ministero dell'Ambiente lo sanno anche i muri. Il 2 febbraio il parlamento ha approvato quasi all'unanimità una mozione che impegna il governo a predisporre piani di intervento. Ieri uno degli enti che vigila sulla tutela ambientale, l'Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni, ha presentato un piano pluriennale che consentirebbe il consolidamento dei suoli, la regolazione delle acque, la manutenzione di tutti i canali: azioni necessarie per ridurre il rischio idraulico del paese. L'Anbi ha fatto i conti, elencando anche quali sarebbero i cantieri da aprire in ciascuna regione. Un intervento di questo tipo costerebbe poco più di 4 miliardi di euro. Tanti? Dal '94 al 2004 - ultimi dati disponibili - lo Stato ha speso 21 miliardi di euro per tamponare i danni delle catastrofi idrogeologiche verificatesi in quel decennio. Secondo i calcoli del ministero dell'Ambiente, per mettere in sicurezza il territorio italiano servirebbero 44 miliardi. Sarebbe il nord a «succhiare» più risorse: nel settentrione ne servono infatti 27, al sud 13 e per il recupero delle coste 3. Troppi soldi? non abbiamo risorse sufficienti? Il ministro dell'economia Tremonti tiene stretti i cordoni della borsa? Non è così. I soldi si tagliano agli enti territoriali, mancano quelli destinati alla pianificazione, ma poi si buttano dalla finestra quando scoppiano le emergenze: dal '56 al 2000 - secondo un Dossier di Legambiente sul dopo Sarno - si sono spesi 48,2 miliardi. «Analizzando i costi - scrive l'associazione ambientalista - è evidente come all'aumentare delle spese in interventi ordinari per l'assetto idraulico vi è una contemporanea crescita delle spese in interventi straordinari per alluvioni». Che significa? Che gli interventi spesso vengono fatti male «un vecchio modo di agire che ha privilegiato gli interessi economici, sacrificando ad essi la tutela ecologica e la sicurezza idraulica». Una mala gestione che continua. Dopo la cosiddetta legge Sarno del '98, sono stati finanziati (i dati risalgono al 2007) 2.270 interventi urgenti per la riduzione del rischio idrogeologico. Il tutto è costato 1,7 miliardi di euro. Ma si è trattato perlopiù di interventi strutturali, che spesso e volentieri servono a ricostruire nei territori devastati da qualche frana, qualche alluvione e qualche smottamento. Del tutto - o quasi - assente, invece, la politica di prevenzione. Finisce così che o sull'onda dell'emergenza, o in base a conflitti di competenze, o per privilegiare interventi di cementificazione invece di abbracciare una politica del territorio volta a difendere la naturalità dei corsi dei fiumi e dei torrenti, si mettono in piedi delle opere dannose e costose. Gli esempi non mancano. In Piemonte ci sono delle «chicche». Una riguarda la Val Pellice: a Luserna San Giovanni qualche anno fa si accorsero di aver fatto male nel 2000 una scogliera (mancavano le fondamenta) e per questo l'intervento fu rifatto da capo bruciando un milione e mezzo di euro. Nel 2006 il torrente Maira, affluente sinistro del fiume Po, è stato invece canalizzato: con le cosiddette «gabbionate» e «prismate» (in una parola: cemento) sono stati sostituiti gli argini naturali. L'opera è stata messa in campo per l'emergenza esondazione. Ma il Maira non è a rischio esondazione, ha denunciato all'epoca Legambiente, secondo cui anzi l'intervento ha «ucciso» un ecosistema il cui valore è difficilmente stimabile. La cementificazione, invece, un costo ce l'ha, elevatissimo: 5 milioni di euro solo il primo stralcio. Soldi stanziati dal governo con un decreto d'emergenza e versati attraverso l'intervento della Protezione civile «La Protezione civile va benissimo quando si tratta di intervenire sull'emergenza, per salvare persone e cose o per prevenire nel momento di allerta - osserva Vanda Bonardo presidente di Legambiente Piemonte e Valle d'Aosta - Ma da sempre sosteniamo che non può e non deve occuparsi di politiche di intervento del territorio. Lì serve una pianificazione e per farla ci sono gli enti preposti, come le autorità di bacino».
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sabato 13 febbraio 2010
Vivere nel 2010 L'individuo merce da ricattare
| Di: | silvano fantilli |
|---|---|
La società moderna quali forme ha adottate per garantire la vita essenziale e primaria del capitale umano?
Il crollo del capitalismo e del comunismo reale, doveva essere la nuova sfida per rilanciare l'individuo nelle forme più nude, è riandare alla radice dell'essere umano e i bisogni essenziali, lavoro – casa - famiglia. Questa doveva essere una fase di rilancio e di studio di nuove formule, assetti, mettendo al centro l'individuo, e non il capitale come negli anni passati, ma tutto questo resta ancora vano.
Avere stessi diritti, stessi doveri tra governati e governatori, essere alla pari tra mutuanti e mutuatari, conduttori-locatore, ma tutto questo ancora una volta il sacrificio è vano.
I poteri forti sempre più forti e abusivi che impongono le regole verso chi non può difendersi o per ignoranza o per situazione economica.
L'individuo normale onesto emigrante o immigrato, valutando il proprio lavoro, le proprie possibilità economiche decide, essendo obbligato dai costi esagerati degli affitti nelle grandi città, di acquistare una casa, si rivolge a un istituto di credito, da un primo approccio scoraggiato sente parlare un'altra lingua, allora decide di consultare un promotore finanziario, nulla di più abusivo e delinquenziale, che non fa altro il gioco delle banche, stilano preventivi, interessi, e quant' altro, tutto falso perché in seguito si rivelerà nullo. Arrivato il giorno del rogito, l'individuo normale, s'accinge a firmare garanzie su garanzie che lui non conosce, garantendo solo la banca con notai compiacenti. I promotori finanziari pur di prendere parcelle onerose e spesso in nero scelgono notai compiacenti, spesso facendo i piedini mentre viene fatta la stilizzazione del rogito, per avere sempre più garanzie delle banca di riferimento. L'individuo normale indifeso trattato come pollo da spennare, le banche gli propongono delle mega polizze vita, che gli dicono che in caso di malattia o d' incidenti intervengono per risarcire alla banca il mutuo, il tutto stilizzato con una fretta ultrasonica, senza garanzie per il contraente, in ambienti bancari, polizze quasi sempre truffaldine o scambiando individui per la non attuabilità della polizza, se l'individuo è lavoratore dipendente la polizza è per lavoratore autonomo e viceversa. Per quanto riguarda le opzioni d'invalidità hanno loro la capacita di valutare, tutto questo per la prima casa, costringendo ad aprire conti correnti con addebiti di spese che tutti i mesi cambiano, questo è il passo che l'individuo si vende confezionato garantendo che la sua esistenza non deve mai ammalarsi perché sono dolori e non c'è società che tenga.
Vogliono garanzie su garanzie, ma la società che garanzie da hai suoi cittadini?
Ma io mi chiedo e vi chiedo:
Dove è lo stato?
Tutti i giorni sentiamo parlare di politiche, di aiuto per le famiglie, ma di quale famiglie parlano?
Forse delle famiglie dei grandi banchieri che manovrano la vita di milioni d'italiani che hanno un mutuo e farli vivere sotto ricatto, approfittando dell'ignoranza e delle poche risorse finanziarie, per fare opposizione all'irregolarità dei soprusi che tutti i giorni praticano verso i loro clienti.
Il contratto di mutuo che milioni d'italiani sottoscrivono quotidianamente, non sapendo di cosa stanno sottoscrivendo, e le istituzioni assenti o meglio presenti nel titolare le banche a fare e disfare le vite degl'italiani.
Il voto legislativo nel tutelare in eguale misura tra banca e cliente nessuno se ne vuol far carico, inutile buttarla che sono problemi privati tra banca e cliente è nullo è evasivo, per non affrontare un problema sociale come quello dell'abitazione dell'individuo, che è alla base di una società compiuta e della sua convivenza civile.
Come a suo tempo si è riuscito a regolamentare i contratti d'affitto per uso abitativo, facendo delle leggi nazionali che tutti si dovevano affiliare, in egual misura si dovrebbe riuscire a regolamentare i contratti di mutuo, cosciente che i pesi sociali delle banche e quelli dei locatori sono molti diversi, ma non si può
più tollerare che una società evoluta debba vivere nel ricatto delle banche in un settore cosi delicato e nevralgico come quelle abitative, in maggior ragione dopo aver assistito ai disastri planetari che si sono resi responsabili.
Il crollo del capitalismo e del comunismo reale, doveva essere la nuova sfida per rilanciare l'individuo nelle forme più nude, è riandare alla radice dell'essere umano e i bisogni essenziali, lavoro – casa - famiglia. Questa doveva essere una fase di rilancio e di studio di nuove formule, assetti, mettendo al centro l'individuo, e non il capitale come negli anni passati, ma tutto questo resta ancora vano.
Avere stessi diritti, stessi doveri tra governati e governatori, essere alla pari tra mutuanti e mutuatari, conduttori-locatore, ma tutto questo ancora una volta il sacrificio è vano.
I poteri forti sempre più forti e abusivi che impongono le regole verso chi non può difendersi o per ignoranza o per situazione economica.
L'individuo normale onesto emigrante o immigrato, valutando il proprio lavoro, le proprie possibilità economiche decide, essendo obbligato dai costi esagerati degli affitti nelle grandi città, di acquistare una casa, si rivolge a un istituto di credito, da un primo approccio scoraggiato sente parlare un'altra lingua, allora decide di consultare un promotore finanziario, nulla di più abusivo e delinquenziale, che non fa altro il gioco delle banche, stilano preventivi, interessi, e quant' altro, tutto falso perché in seguito si rivelerà nullo. Arrivato il giorno del rogito, l'individuo normale, s'accinge a firmare garanzie su garanzie che lui non conosce, garantendo solo la banca con notai compiacenti. I promotori finanziari pur di prendere parcelle onerose e spesso in nero scelgono notai compiacenti, spesso facendo i piedini mentre viene fatta la stilizzazione del rogito, per avere sempre più garanzie delle banca di riferimento. L'individuo normale indifeso trattato come pollo da spennare, le banche gli propongono delle mega polizze vita, che gli dicono che in caso di malattia o d' incidenti intervengono per risarcire alla banca il mutuo, il tutto stilizzato con una fretta ultrasonica, senza garanzie per il contraente, in ambienti bancari, polizze quasi sempre truffaldine o scambiando individui per la non attuabilità della polizza, se l'individuo è lavoratore dipendente la polizza è per lavoratore autonomo e viceversa. Per quanto riguarda le opzioni d'invalidità hanno loro la capacita di valutare, tutto questo per la prima casa, costringendo ad aprire conti correnti con addebiti di spese che tutti i mesi cambiano, questo è il passo che l'individuo si vende confezionato garantendo che la sua esistenza non deve mai ammalarsi perché sono dolori e non c'è società che tenga.
Vogliono garanzie su garanzie, ma la società che garanzie da hai suoi cittadini?
Ma io mi chiedo e vi chiedo:
Dove è lo stato?
Tutti i giorni sentiamo parlare di politiche, di aiuto per le famiglie, ma di quale famiglie parlano?
Forse delle famiglie dei grandi banchieri che manovrano la vita di milioni d'italiani che hanno un mutuo e farli vivere sotto ricatto, approfittando dell'ignoranza e delle poche risorse finanziarie, per fare opposizione all'irregolarità dei soprusi che tutti i giorni praticano verso i loro clienti.
Il contratto di mutuo che milioni d'italiani sottoscrivono quotidianamente, non sapendo di cosa stanno sottoscrivendo, e le istituzioni assenti o meglio presenti nel titolare le banche a fare e disfare le vite degl'italiani.
Il voto legislativo nel tutelare in eguale misura tra banca e cliente nessuno se ne vuol far carico, inutile buttarla che sono problemi privati tra banca e cliente è nullo è evasivo, per non affrontare un problema sociale come quello dell'abitazione dell'individuo, che è alla base di una società compiuta e della sua convivenza civile.
Come a suo tempo si è riuscito a regolamentare i contratti d'affitto per uso abitativo, facendo delle leggi nazionali che tutti si dovevano affiliare, in egual misura si dovrebbe riuscire a regolamentare i contratti di mutuo, cosciente che i pesi sociali delle banche e quelli dei locatori sono molti diversi, ma non si può
più tollerare che una società evoluta debba vivere nel ricatto delle banche in un settore cosi delicato e nevralgico come quelle abitative, in maggior ragione dopo aver assistito ai disastri planetari che si sono resi responsabili.
Silvano Fantilli
Il prezzo del lavoro: uomini in carne e ossa
La crisi ha fatto nuove vittime: in Francia due lavoratori Telecom si sono tolti la vita, come in passato avevano fatto altri 38. Vicino Torino, un operaio di 28 anni in mobilità si è impiccato nel capannone della sua fabbrica. Eventi drammatici, che esprimono una «ordinaria» disperazione, quella del profondo disagio sociale nel quale sta affogando parte della popolazione e dei lavoratori europei travolti da una crisi terribile della quale non hanno responsabilità ma pagano, anche con la vita.
Era terribile e anticipatore anche l'agosto 2008 quando la crisi si manifestò appieno: il Giappone dichiarava di essere entrato in recessione, negli Usa la disoccupazione galoppava, in Europa la Bce era pessimista sulla crescita e la Confindustria parlava di forti rischi per l'economia. Nel panorama solo Tremonti, che il 6 agosto «festeggiava» il decreto definito «anticrisi», era ottimista. Promise 20 mila nuove abitazioni nel 2009, un Pil in crescita nell'anno dello 0,5% e il pareggio di bilancio nel 2011. Nulla è stato fatto. Salvo l'inizio dello smantellamento della scuola pubblica che era in quel decreto. Nel 2008 il Pil è andato indietro dell'1,0% e da ieri sappiamo che nel 2009 è crollato del 4.9%, la peggiore caduta dal '71. In 2 anni la ricchezza prodotta è scesa del 6%. Per l'Istat il Pil nell'ultimo trimestre del 2009 è inferiore a quello del terzo trimestre del 2003: un salto all'indietro di 6 anni e mezzo.
C'è da stare allegri? Ovviamente no. E non solo perché dopo la ripresina del terzo trimestre (+0,6%) il Pil è di nuovo affondato dello 0,2%, mentre nei grandi paesi europei non c'è stata flessione. Preoccupa l'insistenza del governo che seguita a ripetere: «Stiamo meglio degli altri paesi». E basa l'affermazione sul tasso di disoccupazione inferiore a quello medio europeo. Falso: la percentuale inferiore dell'Italia è legata unicamente alla Cig, un istituto da fame che c'è solo da noi e serve a mascherare i dati sui disoccupati effettivi. Non a caso è scesa in campo anche la Banca d'Italia (dopo il manifesto e la Cgil) a sollevare dubbi, sostenendo che i cassintegrati spesso sono disoccupati mascherati con un'indennità da fame come i licenziati e i lavoratori in mobilità. E correggendo le cifre, emerge che la disoccupazione italiana è sopra quella media europea.
Quello che stupisce è che un ministro così presuntuoso e irresponsabile non si dimetta e nessuno gli chieda di farlo. Eppure ha sbagliato tutto o quasi. Con una attenuante: la crisi è davvero globale e seria. Ma non aver predisposto strumenti di politica economica anticiclica l'ha resa ancora più drammatica e pesante. La speranza è oggi riposta in una perdita di terreno dell'euro, che renderebbe più competitivo l'export, e da impulsi esogeni, cioè dalla domanda estera, secondo un modello di crescita tradizionale e dalle gambe corte. Invece non c'è alcun segnale dall'interno: la domanda endogena è silente come confermano gli ultimi dati dell'Istat. Certo servirebbero risorse. E invece si procede con trucchi. Come l'ennesimo condono (lo scudo fiscale) a chi ha esportato clandestinamente capitali all'estero. Al contrario di altri stati che spendono un paio di milioni di euro per comprare informazioni riservate sugli evasori, l'Italia li premia.
Le prospettive per il 2010 non sono rosee: è prevista una crescita del Pil dell'1%, ma questo presuppone una forte accelerazione che non è in vista. Salvo un piccolo recupero dei livelli infimi nei quali è precipitato il Pil. Il tutto aggravato da una crescita della disoccupazione che frena ulteriormente la domanda. «Servono risorse» si dice. Perché non cominciare dall'evasione fiscale? Possibile che in Italia ci siano solo 76 mila persone che guadagnano più di 100 mila euro, ma si vendano 206 mila auto di lusso da oltre 100 mila euro?
Il giovane operaio impiccato non sognava una Ferrari ma solo di continuare a lavorare insieme ai suoi compagni. Adesso, per lui, la crisi è davvero finita.
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martedì 19 gennaio 2010
Crisi: “L'emergenza non è finita”
Secondo Paolo Guerrieri, dagli Usa arriva un’indicazione molto netta: "O riusciremo a mettere in campo delle strategie efficaci in termini occupazionali o andremo incontro a situazioni che avranno riflessi preoccupanti sul fronte economico e sociale"
di Enrico Galantini
La ripresa economica a livello internazionale oggi è un fatto, non più un auspicio. Se qualche mese fa parlavamo ancora di ‘germogli’ di ripresa, oggi quei segnali si sono rafforzati. Quindi oggi si può dire che il peggio è alle spalle. L’inversione del ciclo c’è stata: i dati – soprattutto quelli del terzo trimestre – ci dicono che negli Stati Uniti e in Europa, per quanto riguarda l’andamento del pil, dal segno meno siamo passati al segno più”. Inizia con una nota d’ottimismo, la nostra intervista con Paolo Guerrieri, docente di Economia alla Sapienza di Roma e vicepresidente dello Iai, l’Istituto per gli affari internazionali fondato più di quarant’anni fa su iniziativa di Altiero Spinelli. Ma è un ottimismo assai cauto quello del professor Guerrieri. “La ripresa nasce, ed è ancora fortemente sostenuta, dalla domanda pubblica, dalle politiche economiche che sono state messe in campo in tutto il mondo, soprattutto a livello monetario e fiscale. Si è inondato di liquidità il mercato e le istituzioni finanziarie, per tamponare quella che era una paralisi del credito e di qualunque transazione. E soprattutto si sono spesi molti soldi dappertutto: la stima del Fondo monetario è che siamo arrivati intorno a quel 2 per cento del Pil che si auspicava necessario per rilanciare la domanda mondiale. Politiche come queste, che a ben vedere non erano mai state attuate con una tale intensità e una tale sincronizzazione, hanno dato i frutti sperati. E la ripresa è arrivata. Il problema è che tipo di ripresa è questa e che prospettive ha di consolidarsi e di offrire un sentiero di nuova crescita.
Rassegna Si parla di molti possibili tipi di ripresa. A doppia v, a elle e via dicendo: a seconda se più o meno veloce e/o duratura. Ecco, si può immaginare lo stesso tipo di ripresa in ogni parte del mondo o ci saranno tante riprese?
Guerrieri La ripresa c’è un po’ dappertutto ma è fortemente differenziata. Non va dimenticato che questa è una crisi anomala. Innanzitutto per l’intensità: la recessione che abbiamo subito è stata come non se ne vedeva dai tempi della Grande Depressione; non tanto per lunghezza – ché la crisi dei primi anni novanta negli Stati Uniti fu più lunga – quanto per intensità, che non ha avuto precedenti. Il dato fondamentale però è la differenziazione: nei paesi dove la crisi è nata – in primis negli Stati Uniti – essa è nata non come di solito succede per politiche restrittive causate da una domanda troppo forte, ma è nata invece da bilanci dissestati, da un indebitamento eccessivo, non più sostenibile. E siccome questo indebitamento sosteneva delle attività, a quel punto anche l’altra parte del bilancio, le attività, ne hanno risentito. Questo sovraccarico di debiti riguarda molti soggetti: le istituzioni finanziarie, le famiglie, le imprese. Il problema che grava oggi su questa ripresa è che quei bilanci vanno rimessi a posto. E questa non è un’operazione che si fa in poco tempo. Quella che si è fatta finora è un’operazione classica. Va detto subito: c’era poco altro da fare per scongiurare la Grande Depressione. Si è fatto quello che andava fatto: sostituire all’indebitamento privato l’indebitamento pubblico. L’indebitamento privato aveva paralizzato la domanda, la spesa. È intervenuto lo Stato che facendosi carico di parte di questi debiti privati, quindi indebitandosi a sua volta, ha speso sostituendosi ai privati. Essendo la loro una crisi da indebitamento, per i paesi avanzati occorrerà tempo per far ripartire davvero l’economia. Quindi per essi, se facciamo riferimento alle lettere che lei evocava, penso a una ripresa a “u” molto addolcita, una ripresa cioè lenta.
Rassegna E per quanto riguarda invece i paesi emergenti?
Guerrieri Per questi la situazione è assai diversa. Qui non c’è stato un problema di eccesso di debito. La crisi nell’area emergente nasce dal crollo della domanda e del commercio mondiale, con i riflessi che questo comporta ovviamente per la produzione. E anche dal venir meno del flusso di capitali che per anni aveva garantito a tutti un finanziamento dei deficit di bilancia dei pagamenti. Una prima annotazione è che queste aree hanno reagito alla crisi in maniera diversa dal solito: per la prima volta infatti anche esse hanno messo in campo politiche fiscali. È la prima volta che l’Asia ha una ripresa (anche se la sua crisi è stata più che altro un rallentamento) trainata non dalle esportazioni ma dalla domanda pubblica. La Cina ha speso somme enormi per investimenti e infrastrutture. Ma questo sforzo di tutti non può continuare indefinitamente. Perché le risorse sono scarse. Perché ormai abbiamo attinto a tutto quello cui si poteva attingere: oggi il grande spettro è l’esplosione del debito pubblico. Il grande interrogativo è: quando e come ripartirà una domanda privata, consumi e investimenti, in grado di sostituire la domanda pubblica e di dare alla ripresa un vero e proprio consolidamento? Non è facile intravedere come e fino a che punto questa domanda privata sarà in grado di ripartire: dappertutto c’è un eccesso di capacità produttiva, e quando questo succede, non è che si fanno investimenti, le imprese devono prima smaltire quello che hanno in eccesso. Quindi oggi il problema è capire che possibilità ci sono nelle varie aree che riparta la domanda privata, che è l’unico vero motore della crescita: la domanda pubblica può essere una spinta, poi però il motore deve ripartire.
Rassegna Vediamo un altro aspetto. Le conseguenze sociali della crisi. Noi le abbiamo viste (e le stiamo vedendo) in Italia, abbiamo letto del resto d’Europa e degli Stati Uniti. Nei paesi emergenti che conseguenze ci sono state?
Guerrieri Le conseguenze sono state e sono gravissime sul piano dell’occupazione. Lo sono nei paesi forti dell’Occidente. E non si tratta solo dei numeri, che pure sono impressionanti. Per gli Stati Uniti una stima attendibile parla oggi di 7 milioni e mezzo di posti di lavoro perduti. Qualcosa che non si era mai visto. C’è una disoccupazione a due cifre. E dati recenti ci parlano di una crescita della disoccupazione in Europa altrettanto drammatica. Ma leggere dentro queste cifre significa andare a vedere che sono state colpiti soprattutto i segmenti più fragili della forza lavoro: i giovani e i lavori meno solidi. La crisi sta quindi avendo delle ripercussioni gravissime nelle aree avanzate. Se andiamo a vedere le aree emergenti le ripercussioni sono state molto differenziate a seconda delle aree. Se guardiamo la Cina, c’è stata una fortissima disoccupazione nel settore industriale. Quello che sta avvenendo oggi è un “tamponamento” della situazione sul piano dei lavori pubblici, con investimenti soprattutto nell’industria pesante, però i costi in termini di disoccupazione, sempre in Cina, non sarebbero sostenibili se dovessero protrarsi a lungo: se non riparte la produzione industriale non riparte l’occupazione. Se poi andiamo a vedere i paesi più poveri, le conseguenze sono state ancora più gravi perché questi hanno avuto un doppio shock drammatico: da un lato, prima della crisi, hanno dovuto sopportare un aumento dei costi delle materie prime, soprattutto di quelle agricole, che è stato pesantissimo – la Banca Mondiale ha parlato di decine di milioni di persone che ne hanno sofferto –. A questo si è aggiunto poi un contraccolpo in termini di crollo della domanda. Le stime parlavano recentemente di 100 milioni di nuovi poveri, intesi come persone che oggi sono rientrate nell’area purtroppo vastissima di chi non è in grado di assicurarsi una sopravvivenza.
Rassegna Questo riguarda soprattutto i paesi poveri dell’Asia e dell’Africa…
Guerrieri Sì, l’America Latina vede invece paesi con situazioni relativamente favorevoli, come Brasile e Cile, paesi con situazioni incerte, vedi l’Argentina, e poi situazioni da diverso tempo di grande confusione sul piano economico, come potrebbe essere il caso del Venezuela.
Rassegna Insomma c’è la ripresa ma la crisi è ancora tutta qui. È questa la sintesi?
Guerrieri Noi dovremo fronteggiare ancora a lungo i contraccolpi di questa crisi. È importante sottolinearlo. Parlare di ripresa è giusto perché significa parlare di possibilità di reazione, come ci sono state. È giusto sottolineare che si è evitata una grande depressione stile anni trenta. Ma sarebbe gravissimo considerare superato lo stato d’emergenza. Non è così. Sul fronte dell’occupazione – e qui parliamo anche dell’Europa e dell’Italia – o riusciremo a mettere in campo delle strategie efficaci di uscita dalla crisi, soprattutto in termini di nuova occupazione, o andremo incontro a situazioni che avranno riflessi preoccupanti dal punto di vista economico e sociale. La situazione è molto delicata in molte aree e molte regioni.
Rassegna Cosa intende quando parla di nuova occupazione?
Guerrieri Parlo del fatto che per molti paesi, compreso anche il nostro, non si può semplicemente puntare su una ripresa della domanda internazionale per riassorbire in tempi relativamente rapidi i contraccolpi di questa crisi, quello che è stato cioè distrutto in termini di posti di lavoro e di imprese. Dagli Stati Uniti ci viene un’indicazione molto netta: bisogna mettere in campo una serie di misure, sia di sostegno alla domanda, sia di sostegno alla capacità di questa domanda di creare occupazione. E sono misure variegate, che vanno in più direzioni, sono misure altrettanto attive di quelle messe in campo fino a oggi.
Rassegna Ma, come diceva prima, le risorse ormai sono ridotte…
Guerrieri Qui non si tratta di spendere di più: si tratta di spendere meglio. Di avere la capacità di riorientare tutta una serie di capitoli di spesa. Il problema di paesi come l’Italia è soprattutto questo: come riuscire a dare contenuto sul piano della solidità e su quello occupazionale a una ripresa che sarà molto modesta. Le previsioni sono che nella migliore delle ipotesi l’Europa possa arrivare ad assicurarsi l’1,5 per cento di crescita del pil. Quell’1,5 per cento che fino a qualche anno fa veniva considerato più o meno una situazione di ristagno. Non possiamo accontentarci di questo. Allora bisogna mettere in campo nuove strategie. Con misure che: primo, siano in grado di aumentare il potenziale di crescita; secondo, siano in grado, all’interno di questo potenziale, di creare occupazione. Questa deve essere la strategia di uscita dalla crisi. Tenendo conto ovviamente del fatto che va gestito l’enorme indebitamento che a questo punto non è solo privato ma è pubblico. È una fase migliore di quella di un anno fa, non c’è dubbio. Ma è una fase altrettanto difficile. Per questo non si può parlare di fine dell’emergenza.
Rassegna Ma come farà l’Europa a fare tutto questo, con una Banca centrale che è stata a lungo “ossessionata” dal problema dell’inflazione quando questa era praticamente inesistente, proprio adesso che con le misure prese contro la crisi il rischio inflazione è invece più che concreto?
Guerrieri La Banca centrale europea avrà il problema di gestire il rientro dalle misure straordinarie con cui sono state tamponate le situazioni di paralisi del mercato finanziario e creditizio. Va riconosciuto alla Banca centrale di aver gestito questa fase, almeno nell’ultimo anno, con grande capacità e grande efficacia. Io sposterei però l’accento sul fatto che l’appuntamento riguarda l’economia reale dell’Europa. Adesso abbiamo una nuova commissione appena insediata, un Trattato di Lisbona entrato in vigore il 1° gennaio. Che cosa farà l’Europa nei prossimi cinque anni? Uno scenario potrebbe essere quello di gestire la situazione come si è fatto in passato: con una politica economica ancora prerogativa quasi esclusiva dei singoli paesi. Se la strategia futura è quella di un aggiustamento all’insegna del mettere ordine in casa propria, senza nessuna visione d’insieme, questo vorrà dire accontentarsi di quell’uno e qualcosa in più di Pil. Un’Europa che parte all’insegna della competitività dei singoli paesi è un’Europa condannata a crescere poco e a contare anche poco a livello internazionale. Lo scenario alternativo è quello di un’Europa che finalmente si accorge di avere una straordinaria risorsa che si chiama mercato interno, 450 milioni di consumatori, e finalmente usa in senso strategico la possibilità di rilanciare la crescita attraverso un rilancio della propria domanda interna e quindi della capacità che l’Europa ha in sé potenzialmente di generare motori di crescita in proprio. Questo significa certo mettere ordine in casa dei singoli paesi, ma significa soprattutto avere una strategia d’insieme come area, puntando ad esempio sul fatto che ci sono grandi aree del futuro – c’è l’area delle tecnologie dell’informazione, quella dell’economia verde, l’area della sanità e della salute, quella del trasporto sostenibile – che aspettano grandi investimenti a livello europeo. Per questo dico che è sul piano dell’economia reale che si giocherà la partita. Se prevale il primo scenario possiamo essere sicuri che l’Europa avrà grandi difficoltà: all’interno, perché una crescita dell’1 per cento non è una crescita; e all’esterno, perché a quel punto avremmo poca capacità di influire sugli equilibri mondiali. Il secondo scenario vorrebbe dire scommettere sul rilancio dell’Europa, cosa che in tempi come questi di nazionalismi imperanti è un auspicio. Però bisogna spingere in questa direzione.
Rassegna Ma in un contesto nel quale sono i paesi emergenti a competere sempre meglio e a prendersi sempre maggiori fette di mercato, non c’è il rischio che alla domanda crescente dell’Europa corrisponda una maggiore quota di importazioni proprio da questi paesi?
Guerrieri La grande sfida che tutti abbiamo di fronte è come incorporare queste nuove aree, e innanzitutto la Cina e l’Asia del Pacifico, all’interno di un’economia mondiale che deve restare aperta, e in qualche modo interdipendente. Incorporare significa fare in modo che ogni polo contribuisca alla crescita e non si limiti a prendere dalla crescita mondiale. L’Europa deve fare la sua parte. Perché non ci saranno più gli Stati Uniti di una volta a sostenere con il loro consumo la domanda mondiale. Quell’epoca è finita. Non perché negli Stati Uniti non si consumerà. Ma perché un consumo tutto sostenuto dall’indebitamento non è più possibile per le ragioni che ricordavamo prima. Questo discorso vale anche per l’Asia. La Cina è un paese che esporta più della Germania e importa come la Spagna, ma non può pensare di continuare nei prossimi anni a esportare non consumando. Ogni polo dovrà contribuire a creare la crescita, sviluppando per esempio l’economia dei servizi, che è basata soprattutto sulla domanda interna. La ripresa mondiale riuscirà a essere sostenuta nel tempo se ci sarà una domanda mondiale a cui contribuiranno l’Europa, gli Stati Uniti e l’Asia. Ognuno dei tre grandi poli ha grosso modo il 30 per cento del Pil mondiale. Ognuno deve fare la sua parte. Il meccanismo per ognuno deve essere un mix di domanda interna e di export, un meccanismo molto più equilibrato, senza consistenti avanzi commerciali da un lato e senza troppi disavanzi dall’altro. Diciamo le cose come stanno. La crisi è figlia degli eccessi e delle sregolatezze dei mercati finanziari. Ma senza gli squilibri globali che per anni si sono accumulati, essa non avrebbe avuto queste dimensioni e questa intensità. Se l’Europa riuscirà a fare le cose che abbiamo detto prima, sarà un contributo fondamentale alla stabilità dell’economia mondiale e alla possibilità di integrare le nuove aree. Questo è l’appuntamento dei prossimi dieci anni. È un po’ la storia della torta: se riesco a ingrandirla, uno che si siede e vuole tagliarne delle fette per sé non necessariamente mi danneggia; se le dimensioni sono grandi c’è posto per tutti. L’integrazione può creare un gioco a somma positiva. Senza integrazione è molto più facile che il gioco sia a somma zero, dove quello che io riesco ad avere in più lo sottraggo a te.
Rassegna La necessità che lei indica è chiara. I segnali politici non inducono a eccessivo ottimismo...
Guerrieri I segnali che abbiamo a oggi lasciano aperti tutti e due gli scenari. Abbiamo avuto una reazione significativa alla crisi, che ha rilanciato la cooperazione tra i paesi e una visione di governance internazionale. Il passaggio dal G8 al G20 è un segno importante. Questo però non basta. Il vero appuntamento è rafforzare le istituzioni internazionali incorporando i nuovi paesi. Queste istituzioni sono il frutto del bipolarismo Stati Uniti-Europa. Un Fondo monetario non può vivere e contare se la Cina conta come il Belgio. Anche questa è una partita importante. Anche qui l’Europa può dire molte cose. Un’Europa, al contrario, poco unita, che si limita a lamentarsi di un’intesa tra Cina e Stati Uniti che la estromette, non può essere l’Europa del futuro. Anche una crescita diversa, basata sulla capacità di sfruttare la risorsa mercato interno, può essere un modo di rafforzare il suo ruolo nel mondo.
Rassegna Si parla di molti possibili tipi di ripresa. A doppia v, a elle e via dicendo: a seconda se più o meno veloce e/o duratura. Ecco, si può immaginare lo stesso tipo di ripresa in ogni parte del mondo o ci saranno tante riprese?
Guerrieri La ripresa c’è un po’ dappertutto ma è fortemente differenziata. Non va dimenticato che questa è una crisi anomala. Innanzitutto per l’intensità: la recessione che abbiamo subito è stata come non se ne vedeva dai tempi della Grande Depressione; non tanto per lunghezza – ché la crisi dei primi anni novanta negli Stati Uniti fu più lunga – quanto per intensità, che non ha avuto precedenti. Il dato fondamentale però è la differenziazione: nei paesi dove la crisi è nata – in primis negli Stati Uniti – essa è nata non come di solito succede per politiche restrittive causate da una domanda troppo forte, ma è nata invece da bilanci dissestati, da un indebitamento eccessivo, non più sostenibile. E siccome questo indebitamento sosteneva delle attività, a quel punto anche l’altra parte del bilancio, le attività, ne hanno risentito. Questo sovraccarico di debiti riguarda molti soggetti: le istituzioni finanziarie, le famiglie, le imprese. Il problema che grava oggi su questa ripresa è che quei bilanci vanno rimessi a posto. E questa non è un’operazione che si fa in poco tempo. Quella che si è fatta finora è un’operazione classica. Va detto subito: c’era poco altro da fare per scongiurare la Grande Depressione. Si è fatto quello che andava fatto: sostituire all’indebitamento privato l’indebitamento pubblico. L’indebitamento privato aveva paralizzato la domanda, la spesa. È intervenuto lo Stato che facendosi carico di parte di questi debiti privati, quindi indebitandosi a sua volta, ha speso sostituendosi ai privati. Essendo la loro una crisi da indebitamento, per i paesi avanzati occorrerà tempo per far ripartire davvero l’economia. Quindi per essi, se facciamo riferimento alle lettere che lei evocava, penso a una ripresa a “u” molto addolcita, una ripresa cioè lenta.
Rassegna E per quanto riguarda invece i paesi emergenti?
Guerrieri Per questi la situazione è assai diversa. Qui non c’è stato un problema di eccesso di debito. La crisi nell’area emergente nasce dal crollo della domanda e del commercio mondiale, con i riflessi che questo comporta ovviamente per la produzione. E anche dal venir meno del flusso di capitali che per anni aveva garantito a tutti un finanziamento dei deficit di bilancia dei pagamenti. Una prima annotazione è che queste aree hanno reagito alla crisi in maniera diversa dal solito: per la prima volta infatti anche esse hanno messo in campo politiche fiscali. È la prima volta che l’Asia ha una ripresa (anche se la sua crisi è stata più che altro un rallentamento) trainata non dalle esportazioni ma dalla domanda pubblica. La Cina ha speso somme enormi per investimenti e infrastrutture. Ma questo sforzo di tutti non può continuare indefinitamente. Perché le risorse sono scarse. Perché ormai abbiamo attinto a tutto quello cui si poteva attingere: oggi il grande spettro è l’esplosione del debito pubblico. Il grande interrogativo è: quando e come ripartirà una domanda privata, consumi e investimenti, in grado di sostituire la domanda pubblica e di dare alla ripresa un vero e proprio consolidamento? Non è facile intravedere come e fino a che punto questa domanda privata sarà in grado di ripartire: dappertutto c’è un eccesso di capacità produttiva, e quando questo succede, non è che si fanno investimenti, le imprese devono prima smaltire quello che hanno in eccesso. Quindi oggi il problema è capire che possibilità ci sono nelle varie aree che riparta la domanda privata, che è l’unico vero motore della crescita: la domanda pubblica può essere una spinta, poi però il motore deve ripartire.
Rassegna Vediamo un altro aspetto. Le conseguenze sociali della crisi. Noi le abbiamo viste (e le stiamo vedendo) in Italia, abbiamo letto del resto d’Europa e degli Stati Uniti. Nei paesi emergenti che conseguenze ci sono state?
Guerrieri Le conseguenze sono state e sono gravissime sul piano dell’occupazione. Lo sono nei paesi forti dell’Occidente. E non si tratta solo dei numeri, che pure sono impressionanti. Per gli Stati Uniti una stima attendibile parla oggi di 7 milioni e mezzo di posti di lavoro perduti. Qualcosa che non si era mai visto. C’è una disoccupazione a due cifre. E dati recenti ci parlano di una crescita della disoccupazione in Europa altrettanto drammatica. Ma leggere dentro queste cifre significa andare a vedere che sono state colpiti soprattutto i segmenti più fragili della forza lavoro: i giovani e i lavori meno solidi. La crisi sta quindi avendo delle ripercussioni gravissime nelle aree avanzate. Se andiamo a vedere le aree emergenti le ripercussioni sono state molto differenziate a seconda delle aree. Se guardiamo la Cina, c’è stata una fortissima disoccupazione nel settore industriale. Quello che sta avvenendo oggi è un “tamponamento” della situazione sul piano dei lavori pubblici, con investimenti soprattutto nell’industria pesante, però i costi in termini di disoccupazione, sempre in Cina, non sarebbero sostenibili se dovessero protrarsi a lungo: se non riparte la produzione industriale non riparte l’occupazione. Se poi andiamo a vedere i paesi più poveri, le conseguenze sono state ancora più gravi perché questi hanno avuto un doppio shock drammatico: da un lato, prima della crisi, hanno dovuto sopportare un aumento dei costi delle materie prime, soprattutto di quelle agricole, che è stato pesantissimo – la Banca Mondiale ha parlato di decine di milioni di persone che ne hanno sofferto –. A questo si è aggiunto poi un contraccolpo in termini di crollo della domanda. Le stime parlavano recentemente di 100 milioni di nuovi poveri, intesi come persone che oggi sono rientrate nell’area purtroppo vastissima di chi non è in grado di assicurarsi una sopravvivenza.
Rassegna Questo riguarda soprattutto i paesi poveri dell’Asia e dell’Africa…
Guerrieri Sì, l’America Latina vede invece paesi con situazioni relativamente favorevoli, come Brasile e Cile, paesi con situazioni incerte, vedi l’Argentina, e poi situazioni da diverso tempo di grande confusione sul piano economico, come potrebbe essere il caso del Venezuela.
Rassegna Insomma c’è la ripresa ma la crisi è ancora tutta qui. È questa la sintesi?
Guerrieri Noi dovremo fronteggiare ancora a lungo i contraccolpi di questa crisi. È importante sottolinearlo. Parlare di ripresa è giusto perché significa parlare di possibilità di reazione, come ci sono state. È giusto sottolineare che si è evitata una grande depressione stile anni trenta. Ma sarebbe gravissimo considerare superato lo stato d’emergenza. Non è così. Sul fronte dell’occupazione – e qui parliamo anche dell’Europa e dell’Italia – o riusciremo a mettere in campo delle strategie efficaci di uscita dalla crisi, soprattutto in termini di nuova occupazione, o andremo incontro a situazioni che avranno riflessi preoccupanti dal punto di vista economico e sociale. La situazione è molto delicata in molte aree e molte regioni.
Rassegna Cosa intende quando parla di nuova occupazione?
Guerrieri Parlo del fatto che per molti paesi, compreso anche il nostro, non si può semplicemente puntare su una ripresa della domanda internazionale per riassorbire in tempi relativamente rapidi i contraccolpi di questa crisi, quello che è stato cioè distrutto in termini di posti di lavoro e di imprese. Dagli Stati Uniti ci viene un’indicazione molto netta: bisogna mettere in campo una serie di misure, sia di sostegno alla domanda, sia di sostegno alla capacità di questa domanda di creare occupazione. E sono misure variegate, che vanno in più direzioni, sono misure altrettanto attive di quelle messe in campo fino a oggi.
Rassegna Ma, come diceva prima, le risorse ormai sono ridotte…
Guerrieri Qui non si tratta di spendere di più: si tratta di spendere meglio. Di avere la capacità di riorientare tutta una serie di capitoli di spesa. Il problema di paesi come l’Italia è soprattutto questo: come riuscire a dare contenuto sul piano della solidità e su quello occupazionale a una ripresa che sarà molto modesta. Le previsioni sono che nella migliore delle ipotesi l’Europa possa arrivare ad assicurarsi l’1,5 per cento di crescita del pil. Quell’1,5 per cento che fino a qualche anno fa veniva considerato più o meno una situazione di ristagno. Non possiamo accontentarci di questo. Allora bisogna mettere in campo nuove strategie. Con misure che: primo, siano in grado di aumentare il potenziale di crescita; secondo, siano in grado, all’interno di questo potenziale, di creare occupazione. Questa deve essere la strategia di uscita dalla crisi. Tenendo conto ovviamente del fatto che va gestito l’enorme indebitamento che a questo punto non è solo privato ma è pubblico. È una fase migliore di quella di un anno fa, non c’è dubbio. Ma è una fase altrettanto difficile. Per questo non si può parlare di fine dell’emergenza.
Rassegna Ma come farà l’Europa a fare tutto questo, con una Banca centrale che è stata a lungo “ossessionata” dal problema dell’inflazione quando questa era praticamente inesistente, proprio adesso che con le misure prese contro la crisi il rischio inflazione è invece più che concreto?
Guerrieri La Banca centrale europea avrà il problema di gestire il rientro dalle misure straordinarie con cui sono state tamponate le situazioni di paralisi del mercato finanziario e creditizio. Va riconosciuto alla Banca centrale di aver gestito questa fase, almeno nell’ultimo anno, con grande capacità e grande efficacia. Io sposterei però l’accento sul fatto che l’appuntamento riguarda l’economia reale dell’Europa. Adesso abbiamo una nuova commissione appena insediata, un Trattato di Lisbona entrato in vigore il 1° gennaio. Che cosa farà l’Europa nei prossimi cinque anni? Uno scenario potrebbe essere quello di gestire la situazione come si è fatto in passato: con una politica economica ancora prerogativa quasi esclusiva dei singoli paesi. Se la strategia futura è quella di un aggiustamento all’insegna del mettere ordine in casa propria, senza nessuna visione d’insieme, questo vorrà dire accontentarsi di quell’uno e qualcosa in più di Pil. Un’Europa che parte all’insegna della competitività dei singoli paesi è un’Europa condannata a crescere poco e a contare anche poco a livello internazionale. Lo scenario alternativo è quello di un’Europa che finalmente si accorge di avere una straordinaria risorsa che si chiama mercato interno, 450 milioni di consumatori, e finalmente usa in senso strategico la possibilità di rilanciare la crescita attraverso un rilancio della propria domanda interna e quindi della capacità che l’Europa ha in sé potenzialmente di generare motori di crescita in proprio. Questo significa certo mettere ordine in casa dei singoli paesi, ma significa soprattutto avere una strategia d’insieme come area, puntando ad esempio sul fatto che ci sono grandi aree del futuro – c’è l’area delle tecnologie dell’informazione, quella dell’economia verde, l’area della sanità e della salute, quella del trasporto sostenibile – che aspettano grandi investimenti a livello europeo. Per questo dico che è sul piano dell’economia reale che si giocherà la partita. Se prevale il primo scenario possiamo essere sicuri che l’Europa avrà grandi difficoltà: all’interno, perché una crescita dell’1 per cento non è una crescita; e all’esterno, perché a quel punto avremmo poca capacità di influire sugli equilibri mondiali. Il secondo scenario vorrebbe dire scommettere sul rilancio dell’Europa, cosa che in tempi come questi di nazionalismi imperanti è un auspicio. Però bisogna spingere in questa direzione.
Rassegna Ma in un contesto nel quale sono i paesi emergenti a competere sempre meglio e a prendersi sempre maggiori fette di mercato, non c’è il rischio che alla domanda crescente dell’Europa corrisponda una maggiore quota di importazioni proprio da questi paesi?
Guerrieri La grande sfida che tutti abbiamo di fronte è come incorporare queste nuove aree, e innanzitutto la Cina e l’Asia del Pacifico, all’interno di un’economia mondiale che deve restare aperta, e in qualche modo interdipendente. Incorporare significa fare in modo che ogni polo contribuisca alla crescita e non si limiti a prendere dalla crescita mondiale. L’Europa deve fare la sua parte. Perché non ci saranno più gli Stati Uniti di una volta a sostenere con il loro consumo la domanda mondiale. Quell’epoca è finita. Non perché negli Stati Uniti non si consumerà. Ma perché un consumo tutto sostenuto dall’indebitamento non è più possibile per le ragioni che ricordavamo prima. Questo discorso vale anche per l’Asia. La Cina è un paese che esporta più della Germania e importa come la Spagna, ma non può pensare di continuare nei prossimi anni a esportare non consumando. Ogni polo dovrà contribuire a creare la crescita, sviluppando per esempio l’economia dei servizi, che è basata soprattutto sulla domanda interna. La ripresa mondiale riuscirà a essere sostenuta nel tempo se ci sarà una domanda mondiale a cui contribuiranno l’Europa, gli Stati Uniti e l’Asia. Ognuno dei tre grandi poli ha grosso modo il 30 per cento del Pil mondiale. Ognuno deve fare la sua parte. Il meccanismo per ognuno deve essere un mix di domanda interna e di export, un meccanismo molto più equilibrato, senza consistenti avanzi commerciali da un lato e senza troppi disavanzi dall’altro. Diciamo le cose come stanno. La crisi è figlia degli eccessi e delle sregolatezze dei mercati finanziari. Ma senza gli squilibri globali che per anni si sono accumulati, essa non avrebbe avuto queste dimensioni e questa intensità. Se l’Europa riuscirà a fare le cose che abbiamo detto prima, sarà un contributo fondamentale alla stabilità dell’economia mondiale e alla possibilità di integrare le nuove aree. Questo è l’appuntamento dei prossimi dieci anni. È un po’ la storia della torta: se riesco a ingrandirla, uno che si siede e vuole tagliarne delle fette per sé non necessariamente mi danneggia; se le dimensioni sono grandi c’è posto per tutti. L’integrazione può creare un gioco a somma positiva. Senza integrazione è molto più facile che il gioco sia a somma zero, dove quello che io riesco ad avere in più lo sottraggo a te.
Rassegna La necessità che lei indica è chiara. I segnali politici non inducono a eccessivo ottimismo...
Guerrieri I segnali che abbiamo a oggi lasciano aperti tutti e due gli scenari. Abbiamo avuto una reazione significativa alla crisi, che ha rilanciato la cooperazione tra i paesi e una visione di governance internazionale. Il passaggio dal G8 al G20 è un segno importante. Questo però non basta. Il vero appuntamento è rafforzare le istituzioni internazionali incorporando i nuovi paesi. Queste istituzioni sono il frutto del bipolarismo Stati Uniti-Europa. Un Fondo monetario non può vivere e contare se la Cina conta come il Belgio. Anche questa è una partita importante. Anche qui l’Europa può dire molte cose. Un’Europa, al contrario, poco unita, che si limita a lamentarsi di un’intesa tra Cina e Stati Uniti che la estromette, non può essere l’Europa del futuro. Anche una crescita diversa, basata sulla capacità di sfruttare la risorsa mercato interno, può essere un modo di rafforzare il suo ruolo nel mondo.
da rassegna.it
sabato 9 gennaio 2010
Crisi: disoccupazione a 8,3%, il dato più alto da aprile 2004.
Da Repubblica -
ROMA - Nubi nere continuano a caratterizzare la situazione economica. I dati dell'Istat non lasciano dubbi. Si parte dal brusco innalzamento del deficit-pil nei primi nove mesi del 2009, un dato quasi raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell'anno prima. Si prosegue con l'occupazione che, a novembre, è diminuita di 389.000 unità rispetto allo stesso mese del 2008 e di 44.000 rispetto ad ottobre. Sempre secondo l'Istat il tasso di disoccupazione a novembre ha raggiunto l'8,3%, il dato più alto da aprile 2004.
Deficit-Pil. Nei primi tre trimestri del 2009, comunica l'istat, l'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al pil è stato del 5,2%, contro il 2,8% di gennaio-settembre del 2008 (era 6,1% al termine del secondo trimestre del 2009). Solo nel terzo trimestre dell'anno scorso il disavanzo pubblico è stato pari al 3,3% (era 3,2% ad aprile-giugno), più che raddoppiato rispetto all'1,3% dello stesso periodo del 2008. Nel terzo trimestre del 2009 il saldo primario è stato positivo e pari a 2,244 miliardi (era 14,921 miliardi nello stesso periodo del 2008), con un'incidenza positiva sul pil dello 0,6%, mentre era +3,9% a luglio-settembre dell'anno prima. Nei primi nove mesi del 2009, il saldo primario rispetto al pil è negativo e pari allo 0,8%, contro il +2,3% dello stesso periodo del 2008. A luglio-settembre, aggiunge l'istituto di statistica, il saldo corrente (risparmio) è stato negativo e pari a 940 milioni, contro il valore positivo di 6,499 miliardi dello stesso trimestre dell'anno precedente, con un'incidenza negativa sul pil pari allo 0,2% (+1,7% nello stesso periodo del 2008). Nei primi nove mesi del 2009, inoltre, il saldo corrente in rapporto al pil è negativo e pari al 2,3% (era +0,3% nei primi tre trimestri del 2008).
Disoccupazione. Il tasso di disoccupazione a novembre ha raggiunto l'8,3%, il dato più alto da aprile 2004. A novembre 2008 il tasso di disoccupazione si era attestato al 7,1%. Le persone in cerca di occupazione nel mese erano 2.079.000, cioè 313.000 in più rispetto ad un anno prima e 30.000 in più rispetto ad ottobre. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 26,5%, segnando una riduzione di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente contro un aumento di 2,9 punti percentuali rispetto a novembre 2008.
Occupazione. L'occupazione a novembre è diminuita di 389.000 unità rispetto allo stesso mese del 2008 e di 44.000 rispetto ad ottobre. Lo rileva l'Istat sulla base dei dati destagionalizzati precisando che il calo tendenziale è dell'1,7% mentre quello congiunturale è dello 0,2%.
Eurozona. La disoccupazione nell'eurozona a novembre ha toccato quota 10% rispetto al 9,9% di ottobre. E' il dato destagionalizzato diffuso da Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione Europea, che precisa come si tratti del tasso più elevato da agosto 1998. Nel novembre 2008 il dato era pari all'8%. I dati sono stati diffusi da Eurostat, secondo cui i disoccupati nell'Eurozona sono 15,712 milioni nell'area euro a novembre (+185 mila da ottobre) e 22,899 milioni nell'Ue (+102 mila).
mercoledì 6 gennaio 2010
Carovita: tutti gli aumenti di Gennaio
Roma, 1 gen. - (Adnkronos) - Canone Rai, bolletta del gas, autostrade, tariffe aeroportuali: con il nuovo anno arriva anche una raffica di aumenti che secondo le associazioni dei consumatori Federconsumatori e Adusbef peserà sulle famiglie italiane per oltre 590 euro su base annua. Unica voce in controtendenza quella dell'elettricità che registra un calo.
Autostrade: dal primo gennaio il pedaggio sulle tratte di Autostrade per l'Italia, che gestisce il 53% della viabilita' nazionale, aumentera' del 2,4%, esattamente come lo scorso anno. Quello di Ativa (Autostrada Torino Ivrea Valle d'Aosta) crescera' del 6,23%, quello di Autostrada del Brennero dell'1,6%, della Brescia-Padova adel 6,56%, quello del Centropadane dello 0,74%; quello della Cisa dell'1,76%; della Fiori dell'1,15%; della Milano Serravalle Milano Tangenziali dell'1,41%; della Tangenziale di Napoli del 2,17%; della Rav dello 0,94%; della Salt dell'1,50%; quello della Sat del 2,11%; quello di Autostrade Meridionali (Sam) dell'1,43%; quello della Satap Tronco A4 per la Novara Est-Milano del 15,83% e per la Torino-Novara Est del 15,29%; quello della Satap Tronco A21 del 9,7%; quello della Sav per l'Autostrada dell'1,36% e per il raccordo Gran S. Bernardo dell'1,04%. Dalla mezzanotte di domani il pedaggio della Sitaf aumentera' del 2,35%; quello della Torino-Savona dell'1,47%; quello della Strada dei Parchi del 4,78%. Per il consorzio per le Autostrade Siciliane (Messina-Catania e Messina-Palermo), per Autovie Venete Spa e per Asti-Cuneo, invece, non sono stati riconosciuti incrementi tariffari. Infine le tariffe di pedaggio della societa' Cav Spa sono state ridotte, rispettivamente, del 1% per l'A4 Ve-Pd, Tang. Ovest di Mestre e raccordo con aeroporto Marco Polo e del 1,18% per il Passante di Mestre.
Gas: dopo un anno di ribassi, che hanno rappresentato per la spesa media della famiglia tipo riduzioni di 185 euro nel 2009, tornano a salire le tariffe del gas. Da gennaio i prezzi di riferimento saliranno del 2,8%, ovvero circa 26 euro in piu' su base annua.
Elettricità: si continuerà, invece, a risparmiare per la bolletta della luce. da gennaio scvatta infatti una riduzione delle tariffe del 2,2%: la spesa media della famiglia tipo per l'elettricita' si ridurra' cosi' di circa 10 euro su base annua, in aggiunta ai 39 euro di riduzioni del 2009.
Canone Rai: adeguamento anche per il canone Rai. Per il 2010 è stato fissato in 109 euro con un aumento rispetto al 2009 di 1,50 euro.
Aeroporti: da marzo gli scali aeroportuali potranno applicare rincari tra 1 e 3 euro, in base al volume degli investimenti e al numero di passeggeri di ogni scalo. Un aumento che le compagnie aeree metteranno a carico dei passeggeri attraverso i biglietti aerei. L'aumento sarà di 65 euro con un aumento di 3 euro a biglietto.
Rc auto: Ogni famiglia, secondo le due associazioni dei consumatori, spenderà 130 euro in piu' (aumento medio del 15%) per l'assicurazione Rc Auto.
Multe: il ricorso al giudice di pace per contestare le multe costera' 55 euro in piu' per ogni ricorso.
Acqua: l'aumento per il consumo di acqua sara' di 18 euro a famiglia. - TRENI: viaggiare in treno costerà 65 euro in più.
Tarsu: aumento stimato di 35 euro per la tariffa sui rifiuti solidi urbani.
Banche: aumento di 30 euro per i servizi bancari.
Mutui: 80 euro in più per le rate dei mutui.
Carburanti: i rincari registrati nell'ultima parte del 2009 avranno un effetto sul 2010 di circa 90 euro in più per i carburanti
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lunedì 4 gennaio 2010
L'economia dopo gli anni zero
Se oggi state peggio dell'anno scorso - e per quasi tutti nei paesi ricchi è così, con i redditi scesi del 4,3 per cento in Europa, disoccupazione al 10 per cento, precarietà dilagante - provate a ricordare come si stava dieci anni fa. Meglio di oggi, secondo Paul Krugman e Floyd Norris. Sul New York Times dei giorni scorsi proponevano di chiamare il decennio passato "gli anni zero", un periodo in cui negli Stati Uniti il reddito medio delle famiglie è diminuito pesantemente, i posti di lavoro non sono aumentati e per la prima volta nella storia sono calati nel settore privato. Quanto ai patrimoni, i valori delle case sono tornati a quelli di dieci anni fa e la borsa ha perso il 12 per cento; se teniamo conto dell'inflazione la caduta arriva addirittura al 30 per cento. Nemmeno negli anni trenta della grande depressione i valori azionari avevano registrato una caduta nel decennio.
E in Italia? Il Prodotto interno lordo, in termini reali, oggi è pari a quello del 2001, rispetto a dieci anni fa la produttività del lavoro è immutata, redditi pro capite e salari sono diminuiti, l'occupazione anche, il rapporto debito pubblico/Pil è risalito ai livelli di quindici anni fa, le entrate tributarie (al netto dei condoni) per la prima volta registrano un calo in valore assoluto. La crescita delle quotazioni azionarie tra 1999 e 2009 è stata in Italia del 2,1 per cento in media l'anno, al di sotto del tasso d'inflazione. La capitalizzazione di borsa italiana è stata superata da quelle di Cina, Brasile, Spagna e Corea del Sud. Un decennio che in Italia potremmo chiamare gli "anni sottozero".
Che fare allora, all'alba degli anni dieci? Un'altra eco degli anni trenta viene da Krugman, che riabilita nientemeno che il protezionismo, in chiave anti-cinese. In presenza di disoccupazione interna e di esportatori cinesi con un cambio sottovalutato, il protezionismo aiuterebbe a evitare che il deficit commerciale Usa verso la Cina provochi 1,4 milioni di posti di lavoro persi in due anni. Una tesi (o un pentimento?) non da poco per chi ha vinto il Nobel con la nuova teoria sui vantaggi del libero commercio internazionale.
Ma non saranno le esportazioni in mercati globali ancora in crisi a farci uscire dalla crisi. Piuttosto, si dovrebbero affrontare i nodi strutturali dell'economia. Innanzi tutto regolare, tassare e ridimensionare la finanza per ridare centralità all'economia reale. Poi, dal lato della domanda, redistribuire redditi e potere d'acquisto dai ricchi ai poveri, sia all'interno dei paesi che a scala internazionale, stimolando consumi (più sobri) e investimenti, e allargando la spesa per servizi pubblici. Infine, dal lato dell'offerta, la sfida è quella di sviluppare - attraverso nuove politiche industriali e tecnologiche - attività economiche capaci di usare lavoro qualificato ed essere sostenibili sul piano ambientale, ricordandoci delle lezioni di Copenhagen.
(Altre proposte di uscita dalla crisi potete trovarle sul sito www.sbilanciamoci.info)
E in Italia? Il Prodotto interno lordo, in termini reali, oggi è pari a quello del 2001, rispetto a dieci anni fa la produttività del lavoro è immutata, redditi pro capite e salari sono diminuiti, l'occupazione anche, il rapporto debito pubblico/Pil è risalito ai livelli di quindici anni fa, le entrate tributarie (al netto dei condoni) per la prima volta registrano un calo in valore assoluto. La crescita delle quotazioni azionarie tra 1999 e 2009 è stata in Italia del 2,1 per cento in media l'anno, al di sotto del tasso d'inflazione. La capitalizzazione di borsa italiana è stata superata da quelle di Cina, Brasile, Spagna e Corea del Sud. Un decennio che in Italia potremmo chiamare gli "anni sottozero".
Che fare allora, all'alba degli anni dieci? Un'altra eco degli anni trenta viene da Krugman, che riabilita nientemeno che il protezionismo, in chiave anti-cinese. In presenza di disoccupazione interna e di esportatori cinesi con un cambio sottovalutato, il protezionismo aiuterebbe a evitare che il deficit commerciale Usa verso la Cina provochi 1,4 milioni di posti di lavoro persi in due anni. Una tesi (o un pentimento?) non da poco per chi ha vinto il Nobel con la nuova teoria sui vantaggi del libero commercio internazionale.
Ma non saranno le esportazioni in mercati globali ancora in crisi a farci uscire dalla crisi. Piuttosto, si dovrebbero affrontare i nodi strutturali dell'economia. Innanzi tutto regolare, tassare e ridimensionare la finanza per ridare centralità all'economia reale. Poi, dal lato della domanda, redistribuire redditi e potere d'acquisto dai ricchi ai poveri, sia all'interno dei paesi che a scala internazionale, stimolando consumi (più sobri) e investimenti, e allargando la spesa per servizi pubblici. Infine, dal lato dell'offerta, la sfida è quella di sviluppare - attraverso nuove politiche industriali e tecnologiche - attività economiche capaci di usare lavoro qualificato ed essere sostenibili sul piano ambientale, ricordandoci delle lezioni di Copenhagen.
(Altre proposte di uscita dalla crisi potete trovarle sul sito www.sbilanciamoci.info)
domenica 3 gennaio 2010
Se Marchionne scopre la sovraproduzione...
Il Financial Times del 15 dicembre ha pubblicato le stime più recenti riguardo alle economie europee per il 2010. Si prevede che in tutte, perfino in Norvegia, la disoccupazione aumenterà notevolmente. Per la Germania la stima è del 9,2%, con un incremento del 1,5%; la Francia, con lo 0,7% in più, toccherà il 10,5%; l'Italia l'8,7% con un aumento dello 0,9%, così come la Gran Bretagna. Questo calcolando come «occupati» anche i semidisoccupati part-time ed escludendo i disoccupati che non cercano più lavoro. Colpisce che nella magnifica Svezia si preveda una disoccupazione del 10,2%, mentre nei celebrati modelli danesi ed olandesi si passerà rispettivamente dal 4,5% al 5,8% e dal 3,4% al 5,4%. Meno male che la ripresa c'è!
Il cuore dell'esplosione disoccupazionale risiede nella crisi della produzione industriale e nel nucleo centrale del mercato dei beni di consumo, che è quello dell'auto. Ci si dimentica spesso che l'auto rappresenta tuttora una grossa spesa per le famiglie in termini diretti di acquisto, in termini di indebitamento e spese correnti (assicurazione, carburante, pedaggi autostradali). Nella fase di produzione diretta l'auto genera un indotto ormai globalizzato e in quanto valore d'uso, sebbene sia funzionalmente inefficiente - è una scatola metallica che sta ferma per la maggioranza del tempo - l'automabile sostiene le società finanziarie, petrolifere, assicurative, nonché gli investimenti pubblici in infrastrutture. E' anche un fattore decisivo nella creazione delle rendita urbana. In Italia, basti pensare ai box. Quindi la crisi dell'auto esprime (ma definisce anche) le tendenze generali dell'economia. Due sono le fonti di domanda per ogni prodotto: quella connessa alla specificità del prodotto - che può essere a scapito di altri beni - e la domanda generale, dipendente dalla dinamica del reddito globale disponibile per la popolazione. La domanda di auto è guidata prevalentemente dall'andamento generale.
Possiamo ora valutare la relazione svolta da Marchionne il 22 dicembre. L'amministratore delegato della Fiat presenta il 2014 come data-obiettivo; i dati della Fiat verranno presentati nei dettagli in primavera, mentre Marchionne ci comunica già quelli della Chrysler: 2,8 milioni di unità, cioè un aumento del 40% rispetto ad oggi. Per l'Italia, la Fiat dovrà passare dalle 650mila alle 900mila auto prodotte localmente, cui si sommerebbero 200mila veicoli commerciali. Ma tutto ciò dipende sia dalla domanda aggregata dell'economia europea - e Marchionne non ha particolari facoltà di prevedere il futuro - sia dalla capacità concorrenziale del gruppo. In ambo i casi, il perno della strategia Fiat risiede nella ristrutturazione aziendale. Si deve ottenere una drastica riduzione delle capacità produttive eccedentarie, problema che il settore automobilistico europeo si porta dietro dagli anni settanta, e un aumento considerovole della produzione per addetto. Ne consegue che l'espansione produttiva della Fiat in Italia si basa su una drastica riduzione dell'occupazione. Da qui non si scappa.
Tuttavia tale espansione disoccupazionale non è per niente garantita, dato che la sua realizzazione non dipende solo dai piani del gruppo, ma soprattutto dalla domanda di mercato. Allo stato attuale la situazione è catastrofica ed emerge dalla relazione stessa. Nel 2009 le vendite europee sono state di 13,5 milioni di unità grazie agli ecoincentivi ed alle rottamazioni. Per il 2010 si prevedono 12 milioni di unità.
Si sovrappongono quindi due ondate disoccupazionali: una dovuta alla strategia di ristrutturazione e una dovuta alla crisi. Le due ondate possono cumularsi, in quanto le frustrazioni di mercato accentuano la necessità di operare ulteriori ristrutturazioni. E' evidente che la soluzione non si situa nell'ambito aziendale, ma comporta una politica industriale globale. Che non c'è, né a livello europeo né, tantomeno, sul piano nazionale. Sia a destra che a sinistra.
Il cuore dell'esplosione disoccupazionale risiede nella crisi della produzione industriale e nel nucleo centrale del mercato dei beni di consumo, che è quello dell'auto. Ci si dimentica spesso che l'auto rappresenta tuttora una grossa spesa per le famiglie in termini diretti di acquisto, in termini di indebitamento e spese correnti (assicurazione, carburante, pedaggi autostradali). Nella fase di produzione diretta l'auto genera un indotto ormai globalizzato e in quanto valore d'uso, sebbene sia funzionalmente inefficiente - è una scatola metallica che sta ferma per la maggioranza del tempo - l'automabile sostiene le società finanziarie, petrolifere, assicurative, nonché gli investimenti pubblici in infrastrutture. E' anche un fattore decisivo nella creazione delle rendita urbana. In Italia, basti pensare ai box. Quindi la crisi dell'auto esprime (ma definisce anche) le tendenze generali dell'economia. Due sono le fonti di domanda per ogni prodotto: quella connessa alla specificità del prodotto - che può essere a scapito di altri beni - e la domanda generale, dipendente dalla dinamica del reddito globale disponibile per la popolazione. La domanda di auto è guidata prevalentemente dall'andamento generale.
Possiamo ora valutare la relazione svolta da Marchionne il 22 dicembre. L'amministratore delegato della Fiat presenta il 2014 come data-obiettivo; i dati della Fiat verranno presentati nei dettagli in primavera, mentre Marchionne ci comunica già quelli della Chrysler: 2,8 milioni di unità, cioè un aumento del 40% rispetto ad oggi. Per l'Italia, la Fiat dovrà passare dalle 650mila alle 900mila auto prodotte localmente, cui si sommerebbero 200mila veicoli commerciali. Ma tutto ciò dipende sia dalla domanda aggregata dell'economia europea - e Marchionne non ha particolari facoltà di prevedere il futuro - sia dalla capacità concorrenziale del gruppo. In ambo i casi, il perno della strategia Fiat risiede nella ristrutturazione aziendale. Si deve ottenere una drastica riduzione delle capacità produttive eccedentarie, problema che il settore automobilistico europeo si porta dietro dagli anni settanta, e un aumento considerovole della produzione per addetto. Ne consegue che l'espansione produttiva della Fiat in Italia si basa su una drastica riduzione dell'occupazione. Da qui non si scappa.
Tuttavia tale espansione disoccupazionale non è per niente garantita, dato che la sua realizzazione non dipende solo dai piani del gruppo, ma soprattutto dalla domanda di mercato. Allo stato attuale la situazione è catastrofica ed emerge dalla relazione stessa. Nel 2009 le vendite europee sono state di 13,5 milioni di unità grazie agli ecoincentivi ed alle rottamazioni. Per il 2010 si prevedono 12 milioni di unità.
Si sovrappongono quindi due ondate disoccupazionali: una dovuta alla strategia di ristrutturazione e una dovuta alla crisi. Le due ondate possono cumularsi, in quanto le frustrazioni di mercato accentuano la necessità di operare ulteriori ristrutturazioni. E' evidente che la soluzione non si situa nell'ambito aziendale, ma comporta una politica industriale globale. Che non c'è, né a livello europeo né, tantomeno, sul piano nazionale. Sia a destra che a sinistra.
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