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domenica 2 maggio 2010

Primo maggio, una festa amara

Da una parte la crisi economica senza precedenti e la disoccupazione dilagante, dall’altra l’attacco ai diritti. Insomma, c’è davvero poco da stare allegri
di Paolo Serventi Longhi
Primo maggio 2010, Festa del lavoro. C’è proprio poco da festeggiare. La ricorrenza cade quest’anno nel mezzo di una crisi con pochi precedenti nella storia recente. I diversi paesi del Nord e del Sud del mondo, chi più chi meno, devono fare i conti con una crisi economica e finanziaria che sta trascinando i suoi effetti sul lavoro, sull’occupazione, sulle libertà, le tutele e i diritti di chi manda avanti l’economica mondiale: le lavoratrici e i lavoratori. E non è finita, le avvisaglie di ripresa in alcuni paesi e in qualche settore sono contraddette dalla paura che le difficoltà economiche, il lievitare della spesa pubblica, la fragilità del sistema finanziario determinino nuove condizioni di grave instabilità.

Da noi in Italia è un Primo maggio amaro, segnato dall’aumento della disoccupazione, dell’utilizzo della cassa integrazione, della mobilità, dalla riduzione dei redditi da lavoro e da pensione, dall’attacco ai diritti e alle tutele sociali faticosamente conquistate in decenni di battaglie sindacali. Come dimostra l’andamento del tutto insoddisfacente del dibattito parlamentare sul ddl che modifica le norme del processo e del diritto del lavoro. La Cgil ha confermato le manifestazioni, i sit in, i presidi organizzati in questi giorni in molte città e davanti alla Camera dei deputati, anche perché le modifiche proposte dal governo e dalla maggioranza non alleggeriscono la portata devastante del provvedimento soprattutto per i nuovi assunti, costretti ad accettare un arbitrato per qualunque controversia di lavoro eccetto, pare, il licenziamento.

In sostanza, viene confermato l’impianto previsto nello sciagurato “avviso comune”, firmato da Cisl, Uil e imprese, davanti al ministro Sacconi. Con un’enfatizzazione del ruolo degli enti bilaterali che va molto al di là della natura esclusivamente “di servizio” che questi debbono avere, come dice la Cgil. Ne parleremo ancora, seguendo con attenzione l’iter del provvedimento. Comunque, buon Primo maggio, cari lettori.

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sabato 1 maggio 2010

Un buon I Maggio a tutti noi. Storia e significato di una data importante



Il 1° maggio nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l'idea è il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese :
"Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi".
Poi, quando si passa a decidere sulla data, la scelta cade sul 1 maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue.

Man mano che ci si avvicina al 1 maggio 1890 le organizzazioni dei lavoratori intensificano l'opera di sensibilizzazione sul significato di quell'appuntamento.

"Lavoratori - si legge in un volantino diffuso a Napoli il 20 aprile 1890 - ricordatevi il 1 maggio di far festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro diritti, lasceranno il lavoro per provare ai padroni che, malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto a chi lavora. Viva la rivoluzione sociale! Viva l'Internazionale!".
Monta intanto un clima di tensione, alimentato da voci allarmistiche: la stampa conservatrice interpreta le paure della borghesia, consiglia a tutti di starsene tappati in casa, di fare provviste, perché non si sa quali gravi sconvolgimenti potranno accadere.

Da parte loro i governi, più o meno liberali o autoritari, allertano gli apparati repressivi.
In Italia il governo di Francesco Crispi usa la mano pesante, attuando drastiche misure di prevenzione e vietando qualsiasi manifestazione pubblica sia per la giornata del 1 maggio che per la domenica successiva, 4 maggio.

In diverse località, per incoraggiare la partecipazione del maggior numero di lavoratori, si è infatti deciso di far slittare la manifestazione alla giornata festiva.

Del resto si tratta di una scommessa dall'esito quanto mai incerto: la mancanza di un unico centro coordinatore a livello nazionale - il Partito socialista e la Confederazione generale del lavoro sono di là da venire - rappresenta un grave handicap dal punto di vista organizzativo. Non si sa poi in che misura i lavoratori saranno disposti a scendere in piazza per rivendicare un obiettivo, quello delle otto ore, considerato prematuro da gran parte dei dirigenti del movimento operaio italiano o per testimoniare semplicemente una solidarietà internazionale di classe.

Proprio per questo la riuscita del 1 maggio 1890 costituisce una felice sorpresa, un salto di qualità del movimento dei lavoratori,che per la prima volta dà vita ad una mobilitazione su scala nazionale, per di più collegata ad un'iniziativa di carattere internazionale.

In numerosi centri, grandi e piccoli, si svolgono manifestazioni, che fanno registrare quasi ovunque una vasta partecipazione di lavoratori. Un episodio significativo accade a Voghera, dove gli operai, costretti a recarsi al lavoro, ci vanno vestiti a festa.
"La manifestazione del 1 maggio - commenta a caldo Antonio Labriola - ha in ogni caso superato di molto tutte le speranze riposte in essa da socialisti e da operai progrediti. Ancora pochi giorni innanzi, la opinione di molti socialisti, che operano con la parola e con lo scritto, era alquanto pessimista".
Anche negli altri paesi il 1 maggio ha un'ottima riuscita:
"Il proletariato d'Europa e d'America - afferma compiaciuto Fiedrich Engels - passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito. E lo spettacolo di questa giornata aprirà gli occhi ai capitalisti".
Visto il successo di quella che avrebbe dovuto essere una rappresentazione unica, viene deciso di replicarla per l'anno successivo.
Il 1 maggio 1891 conferma la straordinaria presa di quell'appuntamento e induce la Seconda Internazionale a rendere permanente quella che, da lì in avanti, dovrà essere la "festa dei lavoratori di tutti i paesi".


Tra Ottocento e Novecento

Inizia così la tradizione del 1 maggio, un appuntamento al quale il movimento dei lavoratori si prepara con sempre minore improvvisazione e maggiore consapevolezza. L'obiettivo originario delle otto ore viene messo da parte e lascia il posto ad altre rivendicazioni politiche e sociali considerate più impellenti. La protesta per le condizioni di miseria delle masse lavoratrici anima le manifestazioni di fine Ottocento.

Il 1 maggio 1898 coincide con la fase più acuta dei "moti per il pane", che investono tutta Italia e hanno il loro tragico epilogo a Milano. Nei primi anni del Novecento il 1 maggio si caratterizza anche per la rivendicazione del suffraggio universale e poi per la protesta contro l'impresa libica e contro la partecipazione dell'Italia alla guerra mondiale.

Si discute intanto sul significato di questa ricorrenza: giorno di festa, di svago e di divertimento oppure di mobilitazione e di lotta ?

Un binomio, questo di festa e lotta, che accompagna la celebrazione del 1 maggio nella sua evoluzione più che secolare, dividendo i fautori dell'una e dell'altra caratterizzazione.

Qualcuno ha inteso conciliare gli opposti, definendola una "festa ribelle", ma nei fatti il 1 maggio è l'una e l'altra cosa insieme, a seconda delle circostanze più lotta o più festa.

Il 1 maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori possono festeggiare il conseguimento dell'obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore.


Il ventennio fascista

Nel volgere di due anni però la situazione muta radicalmente: Mussolini arriva al potere e proibisce la celebrazione del 1 maggio.

Durante il fascismo la festa del lavoro viene spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma; così snaturata, essa non dice più niente ai lavoratori, mentre il 1 maggio assume una connotazione quanto mai "sovversiva", divenendo occasione per esprimere in forme diverse - dal garofano rosso all'occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria - l'opposizione al regime.


Dal dopoguerra a oggi

All'indomani della Liberazione, il 1 maggio 1945, partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani che non hanno memoria della festa del lavoro, si ritrovano insieme nelle piazze d'Italia in un clima di entusiasmo.

Appena due anni dopo il 1 maggio è segnato dalla strage di Portella della Ginestra, dove gli uomini del bandito Giuliano fanno fuoco contro i lavoratori che assistono al comizio.

Nel 1948 le piazze diventano lo scenario della profonda spaccatura che, di lì a poco, porterà alla scissione sindacale. Bisognerà attendere il 1970 per vedere di nuovo i lavoratori di ogni tendenza politica celebrare uniti la loro festa.

Le trasformazioni sociali, il mutamento delle abitudini ed anche il fatto che al movimento dei lavoratori si offrono altre occasioni per far sentire la propria presenza, hanno portato al progressivo abbandono delle tradizionali forme di celebrazione del 1 maggio.

Oggi un'unica grande manifestazione unitaria esaurisce il momento politico, mentre il concerto rock che da qualche anno Cgil, Cisl e Uil organizzano per i giovani sembra aderire perfettamente allo spirito del 1 maggio, come lo aveva colto nel lontano 1903 Ettore Ciccotti:
"Un giorno di riposo diventa naturalmente un giorno di festa, l'interruzione volontaria del lavoro cerca la sua corrispondenza in una festa de'sensi; e un'accolta di gente, chiamata ad acquistare la coscienza delle proprie forze, a gioire delle prospettive dell'avvenire, naturalmente è portata a quell'esuberanza di sentimento e a quel bisogno di gioire, che è causa ed effetto al tempo stesso di una festa".

fonte: Cgil di Roma e del Lazio - Archivio Storico "Manuela Mezzelani"


sempre per non dimenticare....




BUON PRIMO MAGGIO, COMPAGNI.






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Portella della Ginestra: CGIL e ANPI nel nome dei braccianti morti per la libertà


Palermo - Il 1° maggio 1947 si tornava - dopo 21 anni - a celebrare la festa dei lavoratori, dopo che il fascismo l’aveva conculcata al punto da renderla un’appendice del natale di Roma, spostandola al 21 aprile
Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza braccianti e contadini, decisero di riunirsi nella vallata di Portella della Ginestra per manifestare contro il latifondismo, a favore dell’occupazione delle terre incolte ma, anche per festeggiare la vittoria del “Blocco del Popolo” alle recenti elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI - PCI aveva conquistato 29 rappresentanti (con il 29 per cento dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata a meno del 20 per cento).
All’improvviso, sulla gente in festa, partirono - dalle colline circostanti - un numero incalcolabile di raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti (9 adulti e 2 bambini) e più di 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate.
La CGL - allora gli mancava una “I” essendo ancora la Confederazione Generale del Lavoro un’organizzazione unitaria - proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori” ma questa tesi non fu sposata dal Governo che, per bocca dell’allora ministro dell’interno, Mario Scelba rispondendo alle interrogazioni in Assemblea Costituente, addossò l’intera responsabilità della strage agli uomini del bandito Salvatore Giuliano, già colonnello dell’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (EVIS) che, come veniva indicato chiaramente nel rapporto dei carabinieri sulla strage, “faceva riferimento ad elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali”.
La posizione di Girolamo Li Causi
Una tesi che, invece, non convinceva Girolamo Li Causi, deputato siciliano del PCI che, in sede parlamentare, a nome di tutte le forze della sinistra e della stessa CGL, sostenne che il bandito Giuliano era solo l’esecutore materiale del massacro mentre i mandanti fossero gli agrari e i mafiosi, che avevano voluto lanciare un preciso messaggio politico proprio all’indomani della vittoria del “Blocco del Popolo” alle elezioni regionali.
Lo stesso Li Causi, in un articolo dal titolo “La belva scatenata”, apparso su “La voce della Sicilia” il 2 maggio,  scriveva che: “Sconfitta sul terreno della democrazia, della civile competizione, la casta dominante della nostra Isola ha minuziosamente, freddamente premeditato il piano di provocazione e di aggressione contro le sane vive forze che hanno voluto con le elezioni del 20 aprile manifestare il loro profondo deciso desiderio di rinnovamento”. Lungi dal rassegnarsi alla sconfitta e di trarre le necessarie conseguenze dalla affermazione delle forze democratiche, il blocco monarchico-liberal-qualunquista è passato alla controffensiva e non potendo più contare sulla intimidazione ha ricorso alla aperta violenza”.
La lettera del bandito Giuliano
Ad avvalorare la tesi del deputato siciliano del PCI, nel ’49, arrivò una lettera autografa - che proprio Giuliano scrisse ai giornali - in cui affermava lo scopo politico della strage. Una tesi - prontamente smentita da Scelba - che il malvivente, però, non riuscì a dimostrare durante il processo di Viterbo (a cui la Cassazione aveva rimesso gli atti per legittima suspicione del tribunale di Palermo) perché, nel frattempo, il 5 luglio del ‘50, fu assassinato nel carcere di Castelvetrano dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale morì, anch’egli avvelenato in carcere, quattro anni più tardi, dopo aver affermato di voler rivelare i nomi dei mandanti della strage”.
La sentenza senza mandanti
Il 3 maggio 1952, con la condanna all’ergastolo di 12 imputati - tutti esecutori materiali - si concluse il processo di primo grado con una sentenza che, a proposito della ricerca della causale, sostiene che Giuliano compiendo la strage e gli attentati successivi ha voluto combattere i comunisti e si richiama la tesi degli avvocati difensori secondo cui la banda Giuliano aveva operato come “un plotone di polizia”, supplendo in tal modo alla “carenza dello Stato che in quel momento si notò in Sicilia”. La sentenza di Viterbo, però, non toccava il problema dei mandanti della strage e dell’offensiva contro il movimento contadino e le forze di sinistra, affermando esplicitamente che la causa doveva essere ricercata altrove. La vicenda giudiziaria si concluse con una sentenza della Cassazione che, dichiarando inammissibile il ricorso del Pubblico MInistero, confermava la sentenza dl 10 agosto ’56 della Corte d’Assise d’appello di Roma con cui venivano confermate alcune condanne di primo grado e assolti altri imputati per insufficienza di prove.
63 anni dopo ANPI e CGIL insieme nel ricordo dei morti per la libertà
Da allora sono passati 63 anni in cui, alla mancata individuazione dei mandanti, ha fatto riscontro l’impegno della CGIL (non più unitaria) per mantenere viva la memoria di quei morti ammazzati per la libertà.
E, proprio nel ricordo di quei morti, quest’anno l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e la CGIL si ritroveranno insieme, per la prima volta dopo 63 anni, a Portella della Ginestra per celebrare il Primo Maggio. “Per la prima volta nella tradizione delle iniziative commemorative di quella strage - sottolinea il sindacato - la lotta alla mafia si incontrerà con l’antifascismo e la Resistenza”.
Nell’appello dal titolo “Il dovere della memoria, il futuro dei diritti” con cui la CGIL di Palermo e l’ANPI hanno spiegato il senso della manifestazione si legge “Portella della Ginestra ha ancora oggi il volto e il sangue di una generazione disperata, privata di diritti, lavoro e democrazia. Ha il profilo inquietante di un emblematico buco nero della giustizia, della responsabilità collettiva, istituzionale. Politica. La prima strage nell’era repubblicana”.
L’appello, quindi, ritornando ai momenti e alle motivazioni di quella strage, afferma: “Tra i monti di Portella si intrecciano storie diverse: da un lato ambienti deviati dello Stato che si coniugano agli interessi degli agrari, della mafia e del banditismo in un unico progetto reazionario e criminale. Dall’altro - prosegue il testo - i lavoratori della terra, in festa per il 1° maggio, con il cuore pieno di ansia di progresso e la voglia di cambiare il loro mondo. Il fuoco assassino spegne la vita di 12 di loro e tenta di cancellarne le speranze”. Portella della Ginestra ha passato, e reclama futuro”.
Per un’Italia migliore
“Ecco perché - conclude l’appello sottoscritto, tra gli altri da: Bice Biagi, Giorgio Bocca, Andrea Camilleri, Pierluigi Bersani, Nichi Vendola, don Luigi Ciotti - questo Primo Maggio, 63 anni dopo, per la prima volta, la lotta alla mafia s’incontrerà con l’antifascismo e la Resistenza.
Il segno, il simbolo di un impegno comune: la memoria diffusa del sacrificio più alto, la libertà, il lavoro, la dignità. E il loro domani. Per un’Italia migliore. Delle radici: Resistenza, Costituzione, Democrazia”.
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Portella della Ginestra: (archivio) la ricostruzione della strage

RICOSTRUZIONE DELL’AVVENIMENTO (Giuseppe Casarrubea)

 
A distanza di mezzo secolo, la ricerca testarda dello storico, culminata nel suo libro, ha gettato squarci di luce su zone d’ombra dove avevano riposato tranquille connivenze e strani intrecci. Un contesto che, secondo i documenti raccolti, aveva tra i suoi attori anche l’allora capitano Giallombardo. Giuseppe Casarrubea ha mirato alto, ha contestualizzato microeventi per ricondurli a un quadro assai grande e sconosciuto ai più. E alla fine qualcuno ha colpito. Il rinculo della schioppettata è stato il rinvio a giudizio, deciso dal Gip di Palermo Antonio Tricoli e innescato dalla denuncia per diffamazione dell’ex ufficiale. Certamente soddisfatto di questo provvedimento a tutela dell’onorabilità del suo assistito l’avvocato Enzo Fragalà, deputato nazionale sotto le insegne di An, le stesse di Marzio Tricoli, deputato regionale e fratello del Gip in questione. Ad accrescere il legittimo sospetto che per lo storico potrebbe non essere una passeggiata si aggiunga che Marzio e Antonio sono figli di Giuseppe Tricoli, riconosciuto storico di destra, per molti anni leader missino in Sicilia e docente universitario.
Dopo la sua scomparsa, a lui è intitolata l’aula multimediale della facoltà di Scienze Politiche dell’Ateneo palermitano. Ma ogni congettura potrebbe anche non voler dire nulla. La storiografia di destra ha sempre liquidato Portella come la più efferata strage compiuta dalla banda Giuliano, così come si premurò di riferire in parlamento, fin dal giorno dopo l’eccidio, l’allora ministro degli Interni Mario Scelba, sia pur sulla base dei pochi elementi raccolti. Alle medesime conclusioni arrivò il processo d’Appello concluso a Viterbo nel 1952, ma secondo altre tesi tante cose non sono state mai chiarite. Su questi aspetti ha lavorato lo storico di Partinico.

UNA FORATURA PROVVIDENZIALE.

Secondo le sue ricostruzioni, il primo maggio del 1947 Giuliano era a Portella della Ginestra perché qualcuno gli aveva fatto credere che l’operazione da fare fosse un’altra: al via del comizio avrebbe dovuto disperdere la folla sparando per aria e grazie all’aiuto di un’altra sua squadra, proveniente dalla parte opposta, sequestrare, processare pubblicamente e giustiziare sul posto l’oratore ufficiale di quella mattina, che lui credeva fosse il leader comunista Girolamo Li Causi. L’oratore designato era invece il giovane dirigente della Federterra Francesco Renda, oggi storico e professore emerito dell’Università di Palermo che, fatalità volle, avendo forato una gomma della sua moto giunse sul posto quando l’attacco era già in corso. Ma le cose andarono diversamente: la seconda squadra attesa da Giuliano non arrivò mai e Frà Diavolo, al comando di un altro gruppo di fuoco, sparò per uccidere. Gli esami autoptici sugli undici morti e le perizie balistiche sui sopravvissuti offrono prove e spunti di riflessione in questo senso. Giuliano e i suoi spararono dall’alto, molto distanti dal pianoro di Portella, altri erano più in basso e più vicini… Fra’ Diavolo, noto confidente della polizia, sapeva bene cosa fare. E quell’azione non sembrava proprio farina del suo sacco. Fin dai giorni precedenti le elezioni regionali siciliane del 20 aprile, che avrebbero segnato la vittoria del Blocco del Popolo, nei paesi vicini a Portella (Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello) i mafiosi avevano apertamente fatto capire che qualcosa sarebbe accaduto il primo maggio. Il capomafia di San Cipirello, Salvatore Celeste, in un pubblico comizio si esprimeva in questi termini: «Una vittoria del Blocco del Popolo sarà tanti fossi che si scaveranno per i comunisti e tanto sangue sarà sparso. I figli non troveranno il padre e la madre perché conoscete chi sono io». Di ciò si trova ampia documentazione nel verbale sulla strage indirizzato alla procura di Palermo e redatto dal questore di Palermo Filippo Cosenza l’8 maggio 1947. Il sindaco di San Cipirello dichiarava di aver sentito direttamente e di avere appreso da altri cittadini che si preparava un attacco per la Festa del lavoro. La mattina del primo maggio testimoni affermano di avere sentito tre mafiosi, Giuseppe e Salvatore Romano e Peppino Troia, visti più tardi tornare armati dal luogo dell’eccidio, affermare ad alta voce: «Sarebbe cosa stamattina di piazzare una mitragliatrice e lasciarli tutti là».
Da questo quadro emergono dunque alcuni elementi chiave: quella di Portella era una strage annunciata; era noto il coinvolgimento della mafia; erano almeno due i gruppi di fuoco presenti sul luogo con ordini e obiettivi diversi: da un lato Giuliano, animato dal suo feroce anticomunismo e forse da promesse di impunità non mantenute dall’altro Fra’ Diavolo, esecutore materiale di un più ampio disegno di matrice politico-mafiosa-istituzionale, gradito e caldeggiato anche oltreoceano. Figura centrale in un simile scenario è dunque Fra’ Diavolo, al secolo Salvatore Ferreri, «un bandito “speciale”», afferma Giuseppe Casarrubea, «che godeva delle più alte coperture all’interno dell’Ispettorato generale di Ps della Sicilia. Ferreri è più importante di Giuliano, troppo mitizzato in virtù anche dei “servizi” resi dal giornalista americano e capitano dell’Office of Strategic Service Mike Stern, che fu uno dei primi divulgatori del mito Giuliano negli Usa, oltre che sostenitore delle “trame sotterranee” del fronte anticomunista vicino a Truman in quegli anni. Al bandito di Montelepre si è sempre attribuito un ruolo da attore su un palcoscenico nel quale si poteva operare agevolmente dietro le quinte senza destare sospetti. La differenza tra Giuliano e Ferreri», prosegue lo storico, «è che il primo rappresenta il personaggio principale visibile sulla scena, una sorta di specchietto per le allodole; l’altro, il vero protagonista, si muove nell’ombra di un’eversione neofascista e terroristica voluta da altri. Questa è la vera novità». Ferreri, agganciato attraverso circuiti mafiosi e istituzionali, era stato fatto rientrare da Firenze, dove era scappato dopo il fallimento della vicenda del separatismo in Sicilia. La motivazione ufficiale era quella di infiltrarlo nella banda Giuliano per spiare e fare catturare il «re di Montelepre». In realtà fu usato per ordire ben altre trame e non a caso il suo nome non figurò neppure nella denuncia della strage alla Procura di Palermo. Dopo il primo maggio l’attacco alla sinistra proseguì con gli attentati alle Camere del lavoro del Palermitano. Lo stesso Ferreri potrebbe essere stato tra gli esecutori dell’assalto di Partinico. Ci fu allora un momento in cui Fra’ Diavolo e i suoi uomini divennero testimoni scomodi. E non deve essere stata una coincidenza che appena quattro giorni dopo gli attacchi alle Camere del lavoro furono uccisi. Da Giallombardo appunto. Su come ciò sia avvenuto è la materia del contendere che ha portato alla sbarra Giuseppe Casarrubea il quale, secondo l’allora capitano, avrebbe fatto una ricostruzione dell’accaduto non vera e soprattutto gravemente diffamatoria.
LO SCENARIO DEI FATTI.
Lo scenario dei fatti è Alcamo, comune della provincia di Trapani, regno di Vincenzo Rimi, capomafia indiscusso e fortemente politicizzato, divenuto negli anni successivi segretario della locale Democrazia Cristiana. Alcamo non è un luogo qualunque, anche geograficamente: confina col palermitano ed è a circa 20 chilometri da Montelepre, il paese del bandito Salvatore Giuliano. Giallombardo sostiene che l’uccisione di Frà Diavolo, del padre e dei fratelli Pianello avvenne in un normale conflitto a fuoco. Casarrubea sostiene, al contrario, che il conflitto fu costruito a tavolino, con la complicità della mafia e di Rimi in particolare. In Sicilia nessun malvivente poteva permettersi il lusso di circolare liberamente senza il consenso della mafia, che ebbe delle contropartite per consegnare i banditi alla polizia, cioè una sorta di legittimazione del suo potere nel territorio. A leggere le carte ufficiali le discordanze non mancano. La perizia del procuratore della Repubblica di Palermo Arcangelo Rodanò, fatta otto ore dopo l’uccisione di Ferreri & C, rilevò che i cadaveri furono trovati in un punto abbastanza lontano dai luoghi del conflitto indicatati nei verbali scritti dall’ufficiale. Chi diceva la verità? Il procuratore o il carabiniere? Ecco dunque uno dei materiali inediti, utili per una rilettura di questa misteriosa pagina di storia italiana, che il professore Casarrubea e il suo legale, avvocato Vincenzo Gervasi, stanno mettendo a punto per il dibattimento. Lunga sarà la lista dei testimoni citati dalla difesa: storici del calibro di Nicola Tranfaglia e Salvatore Lupo, l’ex presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino, familiari delle vittime di Portella e persone sopravvissute alla strage. Prepara le sue cartucce anche Giallombardo, che per l’uccisione di Fra’ Diavolo ricevette nel 1949 dall’allora ministro della Difesa Randolfo Pacciardi una medaglia al valore militare.
«Peccato», chiosa Casarrubea, «che il nome di Pacciardi ritorni costantemente negli ambienti in cui maturarono tutte le stragi italiane degli ultimi quarant’anni. Basta leggere in proposito gli atti della Commissione parlamentare». Intanto, mentre la vigilia del processo scalda gli animi e gli schieramenti, Giuseppe Casarrubea incassa tanta solidarietà, compresa anche quella di Sergio Cofferati, e conclude: «Se qualcuno si è messo in testa di portare la storia in tribunale, dopo le battaglie fatte dall’Associazione dei familiari delle vittime di Portella per desecretare le carte tenute segrete per oltre cinquant’anni, ha fatto male i conti».

(archivio 2009)
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Portella della Ginestra (archivio) Parla Casarrubea, storico, autore di cinque libri sulla strage.


Parla Casarrubea, storico, autore di cinque libri sulla strage.
C’ era un commando che sparò dall’ alto dietro quel massacro mafiosi e fascisti. E la probabile regìa occulta degli americani’
Giuseppe Casarrubea, 56 anni, storico, ha passato l’ ultimo decennio a studiare la strage di Portella della Ginestra. All’ avvenimento ha dedicato cinque volumi. Proprio per uno di questi libri, paradossalmente, Casarrubea è l’ unico imputato per quei fatti del 1947. Lo ha querelato il generale dei carabinieri Roberto Giallombardo. L’ ufficiale si è sentito diffamato per la ricostruzione della misteriosa morte in una caserma di Alcamo di Salvatore Ferreri, uno dei banditi di Giuliano conosciuto come frà Diavolo. Il generale sostiene di avere sparato per legittima difesa durante una colluttazione; lo storico ritiene che si sia trattato di un’ eliminazione per chiudere la bocca a un testimone che poteva “parlare” dei mandanti di Portella.
Professore, lei da tempo scrive che Giuliano fu solo uno strumento usato da altri per fini eversivi. Vuole spiegare la sua tesi?
“Negli atti del processo di Viterbo sulla strage ci sono numerose circostanze che fanno pensare a una manipolazione per coprire i veri responsabili. Le centinaia di documenti dell’ Oss rinvenuti nel 2002 dal ricercatore Mario J. Cereghino all’ Archivio nazionale degli Stati Uniti di College Park, dove ha trascorso sei settimane, ci forniscono nuovi elementi che porterebbero a una regia occulta americana”. Cosa accadde veramente quel Primo maggio a Portella? “Secondo la versione ufficiale Giuliano fu l’ unico esecutore della strage, invece fu solo un parafulmine. In realtà quella mattina interagirono diversi soggetti. Innanzitutto i mafiosi: tre giorni prima avevano tenuto un summit in una masseria vicina, ebbero loro il compito di controllare il territorio. Poi elementi fascisti si mossero dietro le quinte: per manovrare la banda Giuliano e per preparare militarmente il massacro. A Salvatore Ferreri, confidente numero uno del capo della polizia isolana Ettore Messana, fu ordinato di caricare i mitra e uccidere. Tanti soggetti interessati all’ “affare politico” di Portella ma una sola mente”. 
Giuliano ha sparato o no? 
“Si, ma in aria. I proiettili trovati sui corpi dei morti sono quelli del mitra Beretta calibro 9 che avevaSalvatore Ferreri, mentre il re di Montelepre era dotato di altre armi. Della presenza di frà Diavolo, documentata dai testi, non c’ è traccia negli atti investigativi. Giuliano cadde in una trappola: la mente della strage gli fece credere che quel giorno si sarebbe solo dovuto assassinare il capo dei comunisti Girolamo Li Causi. Oggi si può legittimamente ritenere che sul pizzo di fronte al pianoro, a lanciare quelle bombe-petardo non potevano che essere uomini di un commando militare. Poi c’ è un’ altra inquietante coincidenza nei sei mesi precedenti: si muovono con sincronia in Sicilia tre personaggi chiave: Lucky Luciano, Mike Stern e Salvatore Ferreri. E proprio in quei mesi le tante mafie diventano un’ unica potente mafia”.
Fu il primo eccidio nell’ Italia del dopoguerra
Quella di Portella della Ginestra è la prima strage del dopoguerra italiano. Il Primo Maggio del 1947 migliaia di contadini provenienti da San Giuseppe Jato e da Piana degli Albanesi, scesero nel pianoro per la festa dei lavoratori. I primi colpi di mitraglia partirono alle dieci, i morti furono 11 e i feriti 57. Il processo per la strage si aprì a Viterbo nell’ aprile del 1950 e si concluse con la condanna di vari membri della banda Giuliano. Tra questi anche Gaspare Pisciotta che, nel 1954, morirà avvelenato all’ Ucciardone. Il bandito Giuliano fu ucciso nel luglio del ’50.
La necessità del cinema
Il Primo Maggio del 1947, a Portella della Ginestra in Sicilia, qualcuno spara sulla folla: 11 morti e 27 feriti. Poche ore dopo la strage gli inquirenti fanno già un nome: il bandito Salvatore Giuliano. Ma, stranamente, la rapida inchiesta sul massacro di uomini donne e bambini avvenuto durante la Festa del Lavoro e la misteriosa uccisione del famoso bandito che avrebbe causato tale misfatto, verranno dichiarati dal Governo Italiano “segreti di Stato”.
Dopo anni di ricerche e studi dell’ampia bibliografia pubblicata sull’argomento delle testimonianze raccolte da Danilo Dolci, dei documenti desegretati dalla Commissione Parlamentare Antimafia, degli incartamenti relativi al processo depositati presso il Tribunale di Roma, e soprattutto grazie all’analisi sistematica della documentazione rinvenuta negli archivi dell’Office of Strategic Services di Washington (un materiale impressionante e tuttora inedito), Paolo Benvenuti presenta con “Segreti di Stato” una ricostruzione nuova di quel tragico evento. Il film prende le mosse dal 1951 quando durante il processo per l’eccidio di Portella della Ginestra, tenutosi a Viterbo contro i membri della banda Giuliano, un avvocato non convinto dei risultati dell’inchiesta decide di condurre segretamente una propria indagine sulla strage.
Lei ha costruito Segreti di Stato attraverso migliaia di documenti raccolti dal sociologo Danilo Dolci e attraverso le centinaia di carte desecretate dalla Commissione antimafia e dal governo americano. Cosa ha scoperto?
La strage della Portella della Ginestra non fu un atto banditesco, come disse l’allora ministro degli interni Mario Scelba, bensì un eccidio organizzato dai servizi segreti americani. Dieci giorni prima della strage, il 20 aprile, i socialcomunisti avevano ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni regionali siciliane e quella di Portella deve essere considerata la risposta politica a tale voto. La guerra fredda era incominciata ufficialmente da pochi mesi, ovvero dal marzo del 1947. Gli americani non potevano pensare che la loro ‘portaerei nel Mediterraneo’ ovvero la Sicilia, venisse governata dai comunisti, ovvero dagli alleati di Mosca. Non è un caso, quindi, che il 12 maggio i comunisti escano dal governo di unità nazionale. Togliatti aveva capito perfettamente il messaggio e le elezioni del 1948 non furono perse ‘per caso’. Una vittoria comunista, avrebbe precipitato il nostro paese in una spirale di sangue senza fine.
Togliatti ha voluto perdere le elezioni?!?
Certo, perché aveva capito che non era possibile vincerle. Yalta aveva sancito una certa divisione del mondo che non poteva essere alterata da nessuno: l’Italia era di qua e Stalin non avrebbe mosso un dito per aiutare i comunisti italiani. Avrebbe lasciato che venissero massacrati come, esattamente in quei mesi, erano trucidati la maggior parte dei comunisti greci.
Alcuni ritengono che Portella della Ginestra sia stata, invece, propedeutica alla cosiddetta lotta per l’indipendenza della Sicilia dall’Italia…
È una sciocchezza. L’indipendentismo siciliano era finito da un anno. Il 2 giugno 1946 questo partito era quasi scomparso. Gli americani all’inizio lo avevano appoggiato, ma poi – su consiglio di Sturzo che all’epoca si trovava negli Usa – avevano lasciato perdere. Se la Sicilia fosse diventata indipendente dall’Italia, i voti in meridione si sarebbero squilibrati in favore dei comunisti. Sturzo stesso aveva fatto notare a Washington che un’Italia senza la Sicilia sarebbe diventata facilmente un feudo rosso. Nel giugno del ’46 improvvisamente il fronte separatista crolla, e nel1947 è solo Giuliano a credere ancora nell’indipendentismo.
Cosa pensa di Giuliano?
Nel mio film gli do uno spazio minimo. Giuliano è il Lee Oswald della situazione. Joseph Jesus Angleton, l’anima nera del maccartismo americano, nonché probabilmente dell’omicidio Kennedy, fu il regista occulto della strage di Portella della Ginestra.
Cinematograficamente, la strage di Portella della Ginestra è stata già mostrata in Salvatore Giuliano di Francesco Rosi e ne Il Siciliano di Michael Cimino…
Non ho visto questi film e non me ne frega niente. Io non sono un regista vero, ma un ricercatore storico che anziché scrivere saggi, poiché ama il cinema, fa dei film. Il cinema è un linguaggio complesso che uso anche a scopo pedagogico per mostrare i risultati dei miei lavori di ricerca storica.
Teme le critiche?
No, perché ogni parola del film è stata soppesata da ben cinque avvocati. Ad ogni modo la prima nazionale di “Segreti di Stato” sarà a Pisa, in modo che se mi devono denunciare, valendo la prima uscita pubblica per il tribunale di competenza, gioco in casa…
Lei offre un viaggio nella memoria in un paese che, in nome della pacificazione, sembra avere dimenticato…
Io non sono un pacificato. Da 35 anni porto avanti la mia battaglia sulla memoria e il mio cinema è tutta un’indicazione di metodo. In Italia la memoria dura tre giorni, mentre io sono una voce fuori dal coro. Vengo fuori dalla scuola di Rossellini… non potevo fare altrimenti. Del resto se in Italia non ci fosse il cinema chi potrebbe tentare di ricordare il nostro passato? La televisione certamente no… La televisione è la scatola delle bugie. Io e mia moglie, la sceneggiatrice Paola Baroni ci siamo sforzati di rendere la trama di questo film accessibile ai giovani.
Il cinema civile italiano…
Che io non amo.
Perché?
Perché credo che questo tipo di cinema abbia spesso portato con sé delle menzogne ideologiche. Io non amo il cinema ideologico e non sono contento dei risultati del cinema civile. Ben altra cosa era il cinema di Rossellini di Paisà o Roma città aperta. Per me era più civile un film come “Catene” di Raffaello Matarazzo che “Todo Modo” di Elio Petri. C’era più civiltà, perché si cercava una maggiore comunicazione con le masse popolari italiane che in altre situazioni non erano affatto considerate. Fare un cinema civile, per me, significa che forma e contenuto abbiano lo stesso livello.

(archivio 2009)
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Per non dimenticare (archivo): le carte segrete sulla strage, l'ombra USA a Portella dela Ginestra


La Repubblica” 10 febbraio 2003
Le carte segrete sulla strage  – L’ ombra Usa a Portella della Ginestra
ATTILIO BOLZONI E TANO GULLO  GLI agenti speciali hanno lasciato le loro impronte a Portella della Ginestra. L’ ombra della strage che non ha avuto mai mandanti si allunga fino all’Office of Strategic Services, il servizio segreto americano che in quegli anni era comandato in Italia dal capitano James Jesus Angleton. Una pattuglia di quegli uomini che lui aveva reclutato tra le file della Decima Mas e nella sbirraglia fascista, sbarca a Palermo in anticipo su quel Primo Maggio. La missione siciliana e le altre incursioni contro i “rossi” in varie città d’ Italia erano state programmate da quattordici mesi.
Lo testimonia un cablogramma datato 12 febbraio 1946 indirizzato al War Department e firmato da Angleton in persona: “Ho bisogno immediatamente di almeno dieci agenti per aprire basi a Napoli, in Sicilia, a Bari e a Trieste. Devono essere sottoposti ad un addestramento intensivo… Servono per operazioni militari”.C’ è aria di festa quella mattina di primavera del 1947 sulle colline intorno a Piana degli Albanesi, all’ improvviso partono le sventagliate di mitraglia e il fuoco lascia per terra undici contadini. Ma non è solo Salvatore Giuliano a sparare. E non sono soltanto le armi dei suoi disgraziati banditi a far fuoco dalle rocce della montagna. Negli schedari degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti d’ America, gli atti desecretati dalla Cia svelano fatti e personaggi che raccontano le vicende di Portella prima e dopo il bagno di sangue. Ecco cosa è custodito nel labirinto di carte sepolte per oltre mezzo secolo alla Central Intelligence Agency. Ci sono indizi che portano ancora alle “squadre” del principe Junio Valerio Borghese addestrate dall’ Oss e spedite in Sicilia. Ci sono banditi che incontrano spie travestite da giornalisti. Ci sono monaci ed ex funzionari dell’ Ovra che trattano con il “re” di Montelepre. Ci sono mafiosi del calibro di Lucky Luciano che a sorpresa tornano nell’ isola. E, a Palermo, c’ è anche un covo antibolscevico collegato con le milizie di tutta Italia. Ogni foglio del “servizio” Usa emana odore di intrigo. Ma lì dentro c’ è soprattutto la storia di certe armi di cui nessuno si era mai curato. La prima traccia di Portella che conduce agli agenti di Angleton è ancora oggi conficcata nei corpi dei sopravvissuti: schegge di metallo di ignota provenienza. Non sono frammenti di proiettili, non sono bombe a mano andate in frantumi. Non sono niente, ufficialmente: solo “qualcosa” che il Primo Maggio ha colpito decine di contadini, donne e bambini. Quasi tutti i testimoni avevano allora raccontato “di aver sentito, prima degli spari, un sibilo e il tipico rumore dei mortaretti”. Alcuni avevano addirittura pensato ai giochi di fuoco allestiti per il giorno di festa. Nei documenti di College Park si trova quel “qualcosa” che fa un sibilo. Quel “qualcosa” è dentro il manuale di “Armi speciali, congegni ed equipaggiamenti” redatto dall’ Oss nel febbraio del 1945. Nell’ opuscolo c’ è la foto della “Special Weapon”, bomba aerea simulata in dotazione solo agli uomini del servizio segreto. Un testo ne spiega le caratteristiche tecniche e l’ uso: “Obiettivo: simulare il fischio e l’ esplosione di una bomba. Descrizione: è un congegno pirotecnico che produce un fischio dopo di che esplode come un grosso petardo…”. In molti, a Portella, vengono raggiunti da quei frammenti. In quasi tutti i primi referti se ne parla, poi le schegge scompaiono per sempre dai rapporti medico-legali. E le uniche armi che risultano agli atti sono quelle imbracciate dai banditi di Giuliano. Eppure, già all’ alba di quella mattina del Primo Maggio, i contadini che si incamminano verso il pianoro di Portella sentono le voci e le paure che si rincorrono per i paesi vicini. Tra le pieghe del processo per la strage c’ è una testimonianza. Quella di Maria Baio che riferisce cosa le sussurra la vicina di casa Antonia Partelli: “Mi disse : “I contadini vanno a Portella ma lo sanno che lì ci stanno gli americani che devono buttare le caramelle?”". Questo avviene poche ore prima della sparatoriaMa vediamo – attraverso la documentazione dell’ Oss – cosa è accaduto nei mesi precedenti. In un dossier “secret” del 20 febbraio 1946 si legge: “Molti elementi neofascisti provenienti dal Nord Italia sono stati inviati in Sicilia”. Un altro dossier, stavolta a firma Angleton informa: “L’ ex federale di Firenze Polvani ha promosso un incontro tra i principali gruppi neofascisti italiani… Polvani è arrivato per l’ occasione dal Centro Nazionale neo fascista di Palermo…”. Questo Polvani ricorre spesso negli archivi dell’ Oss. Il capitano Angleton non ne riporta mai il nome di battesimo ma negli schedari di College Park si trova il fascicolo (scritto in italiano) di un agente del Servizio Informazioni Difesa della Repubblica di Salò che si chiama proprio Massimo Polvani. A Palermo, come abbiamo visto, è attivo il Fronte antibolscevico.Lo sponsorizza in un’ “informativa” all’ Oss anche Nino Buttazzoni, ex capitano della Decima Mas, un luogotenente del principe Borghese, che comincia a collaborare con i servizi Usa. Il Fronte antibloscevico di Palermo ha sede nel centro storico, in via dell’ Orologio. Proprio qui, dopo la strage di Portella e dopo gli assalti del 22 giugno del 1947 alle Camere del Lavoro di mezza Sicilia, vengono ritrovati gli stessi volantini lanciati dai commandos che con bombe e mitra avevano seminato morte e terrore. Ma non ci sono solo i fascisti che fanno scorribande in Sicilia. A Palermo, soggiorna un boss che tutti davano ormai residente negli Stati Uniti. E’ Lucky Luciano. Si aggira per i paesi di mafia intorno a Portella a bordo di una Dodge rossa carrozzataTorpedo. Sul boss circolano tante leggende. Una – sempre smentita dagli storici – lo voleva a Gela durante lo sbarco Alleato. Ma questa volta la “prova” della sua presenza sull’ isola la forniscono gli stessi americani, catalogando nei loro archivi un “promemoria” che ricevono da Napoli il 27 agosto 1947: “Lucky Luciano giunse in Palermo proveniente da Genova il 2 gennaio ultimo scorso… dal 15 gennaio prese alloggio all’ Excelsior e il 30 maggio passò alle Palme. Il 22 giugno lasciò Palermo per Capri. Durante la sua dimora in Palermo non risulta abbia svolto attività di sorta”. L’ appunto poliziesco è vero solo in parte. Nei mesi trascorsi a Palermo il mafioso non sta proprio con le mani in mano. Lo avvistano a Carini con una ciurma “di otto eleganti giovanotti” due ore prima dell’ attacco alla Camera del Lavoro. Lo avvistano a San Giuseppe Jato quando da una Dodge rossa sparano contro la sezione comunista. Per conto di chi agisce Lucky Luciano? Perché torna in Sicilia libero mentre dovrebbe trovarsi in un pentitenziario americano per scontare una pena per traffico di droga? E’ lo stesso boss che confiderà in seguito allo scrittore Tom Mangold: “Spero che non accada mai niente a James Angleton perché verrebbero sicuramente a cercare me”. E’ sempre in quel periodo che in Sicilia vengono paracadutati altre pedine fondamentali della “rete” di Angleton. Uno è il monaco benedettino scomunicato Giuseppe Cornelio Biondi, catturato dall’ Oss (rapporto 4 aprile 1945) come “agente nemico” e poi internato in un campo di concentramento. All’ improvviso viene misteriosamente liberato, qualche mese dopo ce lo troviamo in Sicilia. E’ a Monreale insieme a Gaspare Pisciottail braccio destro di Giuliano. Poi c’ è Ciro Verdiani, ex agente dell’ Ovra che diventerà Ispettore Capo della polizia nell’ isola. Anche lui è catturato come “agente nemico” (rapporto Oss 9 luglio 1945), anche lui scende a Sud, da super poliziotto al servizio di Angleton, per banchettare con il “re” di Montelepre. E infine c’ è il giornalista Mike Stern che fa scoop a ripetizione intervistando il bandito. Più che giornalista Stern è una spia, ha il grado di capitano dell’ Office Strategic Services. Manda le sue corrispondenze alle riviste “Life” e “True” fino agli ultimi assalti alle Camere del Lavoro del palermitano. Poi sparisce per sempre dall’ isola. Nell’ orbita dell’ esercito di Angleton intanto entrano altri personaggi. Già siamo nel 1951 quando l’ Oss è ormai Cia. Il documento ha la data del 30 novembre: “Dovrebbe aver luogo la nascita di un Fronte nazionale che raggruppa neofascisti come Valerio Borghese e i fondatori del Fronte nazionale monarchico, deputati Giovanni Francesco Alliata di Montereale e Tommaso Leone Marchesano”. Quei due saranno accusati di essere tra i mandanti del massacro. A fare i loro nomi è Gaspare Pisciotta, prima di bere quel famoso caffè all’ Ucciardone. Questa è la storia di Portella della Ginestra “riletta” con i documenti del servizio segreto americano. Questa è la storia di una strage che volevano in tanti.

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I maggio 1947 - Prima strage di Stato della Repubblica Italiana


La vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di terrore. Un mulo cadde con il ventre all’aria. A una bambina, all’improvviso, la piccola mascella si arrossò di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il vento avesse preso a danzare. C’era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un sacco pieno di stracci. E poi quell’odore di polvere da sparo.
La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli custodi silenti e smarriti.
Era il l° maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage dell’Italia repubblicana.

I TANTI PERCHÈ DI UNA STRAGE di Sandro Provvisionato
Soltanto da tre anni, cioè dalla caduta del fascismo, a Piana degli Albanesi, a  pochi chilometri da Palermo, i socialisti e i comunisti di San Cipirello, Piana e  San Giuseppe Jato avevano ripreso a commemorare il l° maggio, festa del lavoro.
Per la terza volta consecutiva dalla fine della guerra i contadini e i braccianti di quelle terre arse e ingrate si erano dati appuntamento, con i muli e i cavalli addobbati di nastri colorati, in fondo alla vallata, a pochi metri dalla vecchia strada, dove una grossa roccia calcarea era diventata un podio per i comizi.
La gente, che approfittava di quella giornata di festa per una  scampagnata, lo chiamava il «sasso di Barbato» perché, fin dal 1864, da lì sopra Nicola Barbato, medico socialista, uno dei fondatori dei Fasci siciliani, ogni anno parlava alla sua gente.
Quel giorno sul «sasso di Barbato» era salito per il tradizionale comizio
Giacomo Schirò, un calzolaio, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato.
A prendere la parola sarebbe dovuto essere un prestigioso leader comunista,  Gerolamo Li Causi. Ma il giorno prima Li Causi aveva fatto sapere che, impegnato in un’altra manifestazione, non sarebbe intervenuto. Al suo posto era stato chiamato un giovane sindacalista, Francesco Renda. Ma proprio  quel l° maggio a Renda si era rotta la moto nei pressi di Altofonte e così, ad essere interrotto dagli spari, dal sangue e dalla morte si trovò il povero calzolaio.
Quel giorno a Portella della Ginestra morirono undici persone, due bambini e nove adulti. Altri 27 contadini rimasero feriti.
Ma chi e perché aveva aperto il fuoco su una folla inerme e festante? Che
messaggio politico si nascondeva dietro quella feroce carneficina? Chi aveva dato il via al massacro e soprattutto chi lo aveva ordinato?
Come ogni atroce fatto italiano, anche la strage di Portella è ancora oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, in gran parte avvolta nel mistero.
Quando nel pomeriggio di quel 1° maggio di tanti anni fa la notizia si diffuse  c’era solo una certezza: quell’eccidio di uomini, donne, bambini, poveri contadini comunisti e socialisti era avvenuto all’indomani di una grande vittoria ottenuta dal Blocco dei popolo, una lista formata appunto da PCI e PSI, alle elezioni amministrative regionali, le prime per l’Assemblea siciliana1.
Che a sparare dalle alture sulla gente erano stati gli uomini del bandito
Salvatore Giuliano, di Montelepre, un piccolo paese sulla strada che da
Palermo porta a Trapani, gli italiani lo sapranno solo quattro mesi dopo,
nell’autunno dei 1947. Notizia questa che un alto funzionario dello Stato
italiano, il capo dell’Ispettorato di pubblica sicurezza in Sicilia, Ettore
Messana, aveva saputo, invece, poche ore dopo la strage. E lo stesso
Messana, ben presto, forse venne anche a sapere chi erano i mandanti di
quel massacro, chi aveva armato la mano del bandito. Ma né lui, né altri
funzionari statali (poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti), né
tantomeno uomini politici di livello nazionale, con impegni nel governo del
paese, lo diranno mai. Anzi da quel giorno tutti si adopereranno, come un
solo uomo, pur tra dissidi e rivalità, per imbastire trame sempre più
complesse che porteranno altro sangue e altri lutti. Con un unico obiettivo:
coprire la verità sulla strage di Portella della Ginestra. Esattamente quello che  altri uomini dello Stato faranno, fino ai giorni nostri, per far restare tali i misteri d’Italia.
Tratto da: Sandro Provvisionato – Misteri d’Italia – Laterza, 1993

da Misteri italiani

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venerdì 30 aprile 2010

1°-2 Maggio, Festa comunista e 1° forum nazionale di discussione sul Partito Sociale

Di: Yuri Borgianni


L'appuntamento con la Festa Comunista del 1° maggio a Poggibonsi (SI) porrà quest'anno un'attenzione particolare al tema della crisi e della solidarietà. Il PRC, tramite il settore Partito Sociale, ha sviluppato una serie di iniziative politiche e di solidarietà contro il carovita e la crisi, che presto sono diventate patrimonio importante di tutta la Federazione della Sinistra.
Con i protagonisti di queste esperienze da tutta l'Italia verranno tirate le somme di questa impegnativa attività in occasione del primo convegno nazionale "Il Partito Sociale: nella crisi una risposta possibile", ospitato dalla nostra festa ed in programma domenica 2 maggio dalle ore 10,30. L'intervento conclusivo sarà quello di Paolo Ferrero.
Programma completo su www.prcpoggibonsi.org

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