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giovedì 20 maggio 2010
martedì 18 maggio 2010
domenica 2 maggio 2010
I comunisti eretici oscurati dal Pci
Avvenire
Quando, nel 1930, Amadeo Bordiga fu espulso dal Partito comunista d’Italia, gli stessi fascisti al potere – che già avevano inflitto a Bordiga un arresto e tre anni di confino – sulle prime non ci credettero: era il fondatore del partito, suo primo segretario, già direttore de "Il comunista", membro dell’esecutivo dell’Internazionale. Ma espulso, perché "eretico". I partiti comunisti, e quello italiano in particolare, sono stati spesso accostati in metafora a una Chiesa, con le loro liturgie, le loro gerarchie e soprattutto i loro dogmi.
Bordiga ne aveva infranti parecchi, nei convulsi anni della nascita del Partito comunista italiano – che coincidevano con la presa del potere da parte dei fascisti. Uno su tutti: aveva pubblicamente messo in discussione l’infallibilità del Capo. Durante il VII esecutivo dell’Internazionale, nel febbraio del 1926, aveva apostrofato Stalin in persona, accusandolo di anteporre l’interesse nazionale russo a quello del movimento comunista internazionale. Stalin lo fulminò invocando il "perdono divino" su Bordiga, che tuttavia evidentemente quello umano non riuscì a spuntarlo: espulso dal partito all’immediato scadere del suo confino, nel 1930 quando aveva addirittura osato difendere Trotsky – pure senza condividere le sue idee –, visse poi nel silenzio, in una sorta di esilio interno, fino alla morte, che lo colse nel 1970.
E, paradossalmente, quello di Bordiga è il caso più noto. Il ponderoso volume L’età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945, ne allinea numerosi altri; quelli italiani, tutti accomunati dalla scelta antistalinista. Un peccato inespiabile, mezzo crimine ideologico mezza lesa maestà, che ha condannato i suoi sostenitori alla peggiore pena possibile per un pensatore: il silenzio intorno alle proprie opere.
Eccezion fatta per gli specialisti della storia del comunismo, per il pubblico – anche quello colto – il pensiero marxista italiano si esaurisce lungo la linea Gramsci-Togliatti-Berlinguer, esplicitamente e consapevolmente scelta dal partito anche a costo di forzature, omissioni e giochi di prestigio. Invece, all’elaborazione ideologica della sinistra italiana nella prima metà del Novecento contribuì un eterogeneo insieme di personalità autonome, indipendenti, anche audaci, ma che il comune non allineamento alle posizioni bolscevico-staliniste del partito condannò all’isolamento in vita e all’oblio dopo la morte.
Come il socialista Andrea Caffi, pioniere della lotta rivoluzionaria fin dalla sua partecipazione ai moti russi del 1905, poi critico della prim’ora all’autoritarismo dei bolscevichi di Lenin tanto da finire, nel 1920, prigioniero della Ceka alla Lubjanka; riparato a Parigi, fu tra i primi animatori dell’antifascismo di Giustizia e libertà fino a quando non ruppe anche con Carlo Rosselli. O come l’anarchico Camillo Berneri, che già nel 1915 aveva abbandonato il Partito socialista (che allora includeva ancora la componente comunista, staccatasi solo nel 1921) accusandolo di essersi fatto accecare da una fede assoluta nel mito rivoluzionario anche a costo di cedere ai compromessi del "gradualismo"; tra i pochi antifascisti italiani capaci, negli anni Trenta, di contestare coerentemente sia i totalitarismi di destra sia quelli di sinistra, finì ucciso dai miliziani stalinisti durante la Guerra civile spagnola. Ma anche come un comunista a tutto tondo come Angelo Tasca: fondatore con Gramsci, Togliatti e Terracini de "L’ordine nuovo", tra i promotori nel ’21 della scissione dei comunisti dal Partito socialista, membro del comitato centrale del Pci e rappresentante dell’Internazionale comunista, cadde in disgrazia nel 1929, quando entrò in contrasto con Stalin, che accusava essere il «liquidatore dello spirito e delle conquiste della Rivoluzione d’ottobre». Il dittatore sovietico e il comunista italiano si presero ripetutamente a male parole, e Tasca fu espulso dal partito.
«Eretico per predestinazione», come lui stesso si definiva, negli anni Trenta andò elaborando un proprio originale contributo al pensiero politico della sinistra, proponendo – scrive Daniela Muraca nel suo contributo su Tasca a L’età del comunismo sovietico – «il superamento delle gabbie ideologiche, concettuali e semantiche del modello marxista come un passaggio imprescindibile per una rifondazione del socialismo, operata sulla base di un umanesimo innervato dei valori della tradizione cristiana, sul rifiuto della teoria classista e sul recupero della considerazione dell’individuo in quanto persona».
Si avvicinò così all’abbazia di Poligny, cenacolo intellettuale e fucina dei "cattolici in ricerca" che gravitavano intorno a Paul Desjardins, e affinò via via la sua concezione "umanistica" del socialismo. Una concezione che aveva sempre meno punti in contatto con quella del Partito comunista che pure aveva contribuito a fondare, e del quale già negli anni Trenta denunciava con lucidità «i rapporti di subordinazione all’Urss». Nel dopoguerra fu il primo a smascherare la falsità del mito che il Pci ufficiale poneva alle sue origini, tutte fatte risalire al binomio Gramsci-Togliatti. E il partito non gliela perdonò: ci fu chi gli diede apertamente del fascista, e Tasca finì la sua carriera a fare il consulente – "esperto di comunismo" – per la Nato.
LE FIGURE
Amadeo Bordiga. Napoletano classe 1889, negli anni Dieci si segnalò per l’intransigente opposizione al clientelarismo meridionale prima e per il neutralismo poi. Membro del Psi dal ’10, dopo la Grande guerra fu a capo della frazione comunista, che nel Congresso di Livorno del ’21 guidò alla scissione. Primo segretario del Pci, ne fu espulso nel ’30 e si ritirò dalla politica attiva. Morì dimenticato nel ’70.
Andrea Caffi. Nato (nel 1887) e cresciuto a Pietroburgo, partecipò alla rivoluzione del 1905. Dopo la guerra si scontrò con il regime bolscevico. Esule prima a Roma e infine a Parigi, morì in solitudine nel ’55.
Camillo Berneri. Nato a Lodi nel 1897, militò nel Psi fino al ’15, quando entrò nel movimento anarchico. In trincea durante la guerra, inviato al confino nel ’19, nel ’36 si sposta in Spagna per contribuire alla Guerra civile. Fu ucciso dagli stalinisti a Barcellona nel ’37.
Ante Ciliga. Istriano di Marzana, Ciliga (1989-1992) fu segretario del Partito comunista croato. Inviato a Mosca come docente alla Scuola di partito, nel ’29 partecipa alla "rivolta" contro la politica jugoslava del Comintern. Deportato in Siberia, ripara a Parigi e, nel dopoguerra, a Roma, dove vive nell’indifferenza fino al ’90, quando torna in patria di nuovo indipendente.
Angelo Tasca. Nato nel 1892, cuneese, nel ’19 fondò "L’ordine nuovo" e nel ’21 aderì al Pci. A Mosca per l’Internazionale comunista nel ’28, nel ’29 si scontra con Stalin e viene espulso. A Parigi si avvicinò prima al "Monde" di Barbusse, poi all’abbazia di Poligny e ai socialisti francesi. Aderisce inizialmente a Vichy, salvo poi - disilluso - aiutare i partigiani francesi. Dopo la guerra abbandona la politica attiva; muore a Parigi nel ’60.
Bruno Rizzi. Mantovano di Poggio Rusco, classe 1901, dal Pci migrò negli anni Trenta verso il trotskismo. Contestatore sociale nel ’68 e in seguito vicino agli anarco-situazionisti, morì nel ’77.
Bordiga ne aveva infranti parecchi, nei convulsi anni della nascita del Partito comunista italiano – che coincidevano con la presa del potere da parte dei fascisti. Uno su tutti: aveva pubblicamente messo in discussione l’infallibilità del Capo. Durante il VII esecutivo dell’Internazionale, nel febbraio del 1926, aveva apostrofato Stalin in persona, accusandolo di anteporre l’interesse nazionale russo a quello del movimento comunista internazionale. Stalin lo fulminò invocando il "perdono divino" su Bordiga, che tuttavia evidentemente quello umano non riuscì a spuntarlo: espulso dal partito all’immediato scadere del suo confino, nel 1930 quando aveva addirittura osato difendere Trotsky – pure senza condividere le sue idee –, visse poi nel silenzio, in una sorta di esilio interno, fino alla morte, che lo colse nel 1970.
E, paradossalmente, quello di Bordiga è il caso più noto. Il ponderoso volume L’età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945, ne allinea numerosi altri; quelli italiani, tutti accomunati dalla scelta antistalinista. Un peccato inespiabile, mezzo crimine ideologico mezza lesa maestà, che ha condannato i suoi sostenitori alla peggiore pena possibile per un pensatore: il silenzio intorno alle proprie opere.
Eccezion fatta per gli specialisti della storia del comunismo, per il pubblico – anche quello colto – il pensiero marxista italiano si esaurisce lungo la linea Gramsci-Togliatti-Berlinguer, esplicitamente e consapevolmente scelta dal partito anche a costo di forzature, omissioni e giochi di prestigio. Invece, all’elaborazione ideologica della sinistra italiana nella prima metà del Novecento contribuì un eterogeneo insieme di personalità autonome, indipendenti, anche audaci, ma che il comune non allineamento alle posizioni bolscevico-staliniste del partito condannò all’isolamento in vita e all’oblio dopo la morte.
Come il socialista Andrea Caffi, pioniere della lotta rivoluzionaria fin dalla sua partecipazione ai moti russi del 1905, poi critico della prim’ora all’autoritarismo dei bolscevichi di Lenin tanto da finire, nel 1920, prigioniero della Ceka alla Lubjanka; riparato a Parigi, fu tra i primi animatori dell’antifascismo di Giustizia e libertà fino a quando non ruppe anche con Carlo Rosselli. O come l’anarchico Camillo Berneri, che già nel 1915 aveva abbandonato il Partito socialista (che allora includeva ancora la componente comunista, staccatasi solo nel 1921) accusandolo di essersi fatto accecare da una fede assoluta nel mito rivoluzionario anche a costo di cedere ai compromessi del "gradualismo"; tra i pochi antifascisti italiani capaci, negli anni Trenta, di contestare coerentemente sia i totalitarismi di destra sia quelli di sinistra, finì ucciso dai miliziani stalinisti durante la Guerra civile spagnola. Ma anche come un comunista a tutto tondo come Angelo Tasca: fondatore con Gramsci, Togliatti e Terracini de "L’ordine nuovo", tra i promotori nel ’21 della scissione dei comunisti dal Partito socialista, membro del comitato centrale del Pci e rappresentante dell’Internazionale comunista, cadde in disgrazia nel 1929, quando entrò in contrasto con Stalin, che accusava essere il «liquidatore dello spirito e delle conquiste della Rivoluzione d’ottobre». Il dittatore sovietico e il comunista italiano si presero ripetutamente a male parole, e Tasca fu espulso dal partito.
«Eretico per predestinazione», come lui stesso si definiva, negli anni Trenta andò elaborando un proprio originale contributo al pensiero politico della sinistra, proponendo – scrive Daniela Muraca nel suo contributo su Tasca a L’età del comunismo sovietico – «il superamento delle gabbie ideologiche, concettuali e semantiche del modello marxista come un passaggio imprescindibile per una rifondazione del socialismo, operata sulla base di un umanesimo innervato dei valori della tradizione cristiana, sul rifiuto della teoria classista e sul recupero della considerazione dell’individuo in quanto persona».
Si avvicinò così all’abbazia di Poligny, cenacolo intellettuale e fucina dei "cattolici in ricerca" che gravitavano intorno a Paul Desjardins, e affinò via via la sua concezione "umanistica" del socialismo. Una concezione che aveva sempre meno punti in contatto con quella del Partito comunista che pure aveva contribuito a fondare, e del quale già negli anni Trenta denunciava con lucidità «i rapporti di subordinazione all’Urss». Nel dopoguerra fu il primo a smascherare la falsità del mito che il Pci ufficiale poneva alle sue origini, tutte fatte risalire al binomio Gramsci-Togliatti. E il partito non gliela perdonò: ci fu chi gli diede apertamente del fascista, e Tasca finì la sua carriera a fare il consulente – "esperto di comunismo" – per la Nato.
LE FIGURE
Amadeo Bordiga. Napoletano classe 1889, negli anni Dieci si segnalò per l’intransigente opposizione al clientelarismo meridionale prima e per il neutralismo poi. Membro del Psi dal ’10, dopo la Grande guerra fu a capo della frazione comunista, che nel Congresso di Livorno del ’21 guidò alla scissione. Primo segretario del Pci, ne fu espulso nel ’30 e si ritirò dalla politica attiva. Morì dimenticato nel ’70.
Andrea Caffi. Nato (nel 1887) e cresciuto a Pietroburgo, partecipò alla rivoluzione del 1905. Dopo la guerra si scontrò con il regime bolscevico. Esule prima a Roma e infine a Parigi, morì in solitudine nel ’55.
Camillo Berneri. Nato a Lodi nel 1897, militò nel Psi fino al ’15, quando entrò nel movimento anarchico. In trincea durante la guerra, inviato al confino nel ’19, nel ’36 si sposta in Spagna per contribuire alla Guerra civile. Fu ucciso dagli stalinisti a Barcellona nel ’37.
Ante Ciliga. Istriano di Marzana, Ciliga (1989-1992) fu segretario del Partito comunista croato. Inviato a Mosca come docente alla Scuola di partito, nel ’29 partecipa alla "rivolta" contro la politica jugoslava del Comintern. Deportato in Siberia, ripara a Parigi e, nel dopoguerra, a Roma, dove vive nell’indifferenza fino al ’90, quando torna in patria di nuovo indipendente.
Angelo Tasca. Nato nel 1892, cuneese, nel ’19 fondò "L’ordine nuovo" e nel ’21 aderì al Pci. A Mosca per l’Internazionale comunista nel ’28, nel ’29 si scontra con Stalin e viene espulso. A Parigi si avvicinò prima al "Monde" di Barbusse, poi all’abbazia di Poligny e ai socialisti francesi. Aderisce inizialmente a Vichy, salvo poi - disilluso - aiutare i partigiani francesi. Dopo la guerra abbandona la politica attiva; muore a Parigi nel ’60.
Bruno Rizzi. Mantovano di Poggio Rusco, classe 1901, dal Pci migrò negli anni Trenta verso il trotskismo. Contestatore sociale nel ’68 e in seguito vicino agli anarco-situazionisti, morì nel ’77.
Edoardo Castagna
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IL PARTITO COMUNISTA di Antonio Gramsci
Parte prima
Dopo il Sorel è divenuto luogo comune riferirsi alle primitive comunità cristiane per giudicare il movimento proletario moderno. Occorre subito dire che il Sorel non è in modo alcuno responsabile della grettezza e della rozzezza spirituale dei suoi ammiratori italiani, come Carlo Marx non è responsabile delle assurde pretese ideologiche dei “marxisti”. Sorel è, nel campo della ricerca storica, un “inventore”, egli non può essere imitato, egli non pone al servizio dei suoi aspiranti discepoli un metodo che possa sempre e da tutti applicarsi meccanicamente con risultati di scoperte intelligenti. Per il Sorel, come per la dottrina marxista, il cristianesimo rappresenta una rivoluzione nella pienezza del suo sviluppo, una rivoluzione cioè che è giunta alle sue estreme conseguenze, fino alla creazione di un nuovo ed originale sistema di rapporti morali, giuridici, filosofici, artistici; assumere questi risultati come schemi ideologici di “ogni” rivoluzione, ecco il rozzo e inintelligente tradimento della intuizione storica soreliana, la quale può dare solo origine a una serie di ricerche storiche sui “germi” di una civiltà proletaria che “devono” esistere, se è vero (come è vero per il Sorel) che la rivoluzione proletaria è immanente nel seno della società industriale moderna, e se è vero che anche da essa risulterà una regola di vita originale e un sistema di rapporti assolutamente nuovi, caratteristici della classe rivoluzionaria. Che significato può dunque avere l’affermazione che, a differenza dei primi cristiani, gli operai non sono casti, non sono temperati, non sono originali nel loro metodo di vita? A parte la generalizzazione dilettantesca, per cui gli “operai metallurgici torinesi” ti diventano un’accozzaglia di bruti, che ogni giorno mangiano un pollo arrosto, che ogni notte si ubriacano nei postriboli, che non amano la famiglia, che ricercano nel cinematografo e nell’imitazione scimmiesca delle abitudini borghesi la soddisfazione dei loro ideali di bellezza e di vita morale – a parte questa generalizzazione dilettantesca e puerile, l’affermazione non può affatto diventare presupposto di un giudizio storico: essa equivarrebbe, nell’ordine dell’intelligenza storica, a quest’altra: poiché i cristiani moderni mangiano polli, vanno a donne, si ubriacano, dicono falso testimonio, sono adulteri ecc. ecc., perciò è una leggenda che siano esistiti gli asceti, i martiri, i santi. Ogni fenomeno storico, insomma, deve essere studiato per i suoi caratteri peculiari, nel quadro della attualità reale, come sviluppo della “libertà” che si manifesta in finalità, in istituti, in forme che non possono essere assolutamente confuse e paragonate (altro che metaforicamente) con la finalità, gli istituti, le forme dei fenomeni storici passati. Ogni rivoluzione, la quale, come la cristiana e come la comunista, si attua e può solo attuarsi con un sommovimento delle più profonde e vaste masse popolari, non può che spezzare e distruggere tutto il sistema esistente di organizzazione sociale; chi può immaginare e prevedere le conseguenze immediate che provocherà l’apparizione nel campo della distruzione e della creazione storica delle sterminate moltitudini che oggi non hanno volontà e il potere? Esse, perché non hanno mai “voluto e potuto”, pretenderanno vedere materializzati in ogni atto pubblico e privato la volontà e il potere conquistato; esse troveranno misteriosamente ostile tutto l’esistente e vorranno distruggerlo dalle fondamenta; ma appunto per questa immensità della rivoluzione, per questo suo carattere di imprevedibilità e di sconfinata libertà, chi può arrischiare anche una sola ipotesi definitiva sui sentimenti, sulle passioni, sulle iniziative, sulle virtù che si foggeranno in una tale fucina incandescente? Ciò che oggi esiste, ciò che oggi noi vediamo, all’infuori della nostra volontà e della nostra forza di carattere, quali mutamenti potrà subire? Ogni giorno di una tale intensa vita non sarà una rivoluzione? Ogni mutamento nelle coscienze individuali, in quanto ottenuto simultaneamente per tutta l’ampiezza della massa popolare, non avrà risultati inimmaginabili?
Niente può essere preveduto, nell’ordine della vita morale e dei sentimenti, partendo dalle constatazioni attuali. Un solo sentimento, divenuto ormai costante, tale da caratterizzare la classe operaia, è dato oggi verificare: quello della solidarietà. Ma la intensità e la forza di questo sentimento possono essere solo valutate come sostegno della volontà di resistere e di sacrificarsi per un periodo di tempo che anche la scarsa capacità popolare di previsione storica riesce, con una certa approssimazione, a commisurare; esse non possono essere valutate, e quindi assunte come sostegno della volontà storica per il periodo della creazione rivoluzionaria e della fondazione della società nuova, quando sarà impossibile fissare ogni limite temporale nella resistenza e nel sacrificio, poiché il nemico da combattere e da vincere non sarà più fuori del proletariato, non sarà più una potenza fisica esterna limitata e controllabile, ma sarà nel proletariato stesso, nella sua ignoranza, nella sua pigrizia, nella sua massiccia impenetrabilità alle rapide intuizioni, quando la dialettica della lotta delle classi si sarà interiorizzata e in ogni coscienza l’uomo nuovo dovrà, in ogni atto, combattere il “borghese” agli agguati. Perciò il sindacato operaio, organismo che realizza e disciplina la solidarietà proletaria, non può essere motivo e base di previsioni per l’avvenire della civiltà; esso non contiene elementi di sviluppo per la libertà; esso è destinato a subire mutamenti radicali in conseguenza dello sviluppo generale: è determinato, non determinate.
Il movimento proletario, nella sua fase attuale, tende ad attuare una rivoluzione nell’organizzazione delle cose materiali e delle forze fisiche; i suoi tratti caratteristici non possono essere i sentimenti e le passioni diffuse nella massa e che sorreggono la volontà della massa; i tratti caratteristici della rivoluzione proletaria possono essere ricercati solo nel partito della classe operaia, nel Partito comunista, che esiste e si sviluppa in quanto è l’organizzazione disciplinata della volontà di fondare uno Stato, della volontà di dare una sistemazione proletaria all’ordinamento delle forze fisiche esistenti e di gettare le basi della libertà popolare.
Il Partito comunista è, nll’attuale periodo, la sola istituzione che possa seriamente raffrontarsi alle comunità religiose del cristianesimo primitivo; nei limiti in cui il Partito esiste già, su scala internazionale, può tentarsi un paragone e stabilirsi un ordine di giudizi tra i militanti per la Città di Dio e i militanti per la Città dell’Uomo; il comunista non è certo inferiore al cristiano delle catacombe. Anzi! Il fine ineffabile che il cristianesimo poneva ai suoi campioni è, per il suo mistero suggestivo, una giustificazione piena dell’eroismo, della sete di martirio, della santità; non è necessario [che] entrino in gioco le grandi forze umane del carattere e della volontà per suscitare lo spirito di sacrificio di chi crede al premio celeste e alla eterna beatitudine. L’operaio comunista che per settimane, per mesi, per anni, disinteressatamente, dopo otto ore di lavoro in fabbrica, lavora altre otto ore per il Partito, per il sindacato, per la cooperativa, è, dal punto di vista della storia dell’uomo, più grande dello schiavo e dell’artigiano che sfidava ogni pericolo per recarsi al convegno clandestino della preghiera. Allo stesso modo Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht son più grandi dei più grandi santi di Cristo. Appunto perché il fine della loro milizia è concreto, umano, limitato, perciò i lottatori della classe operaia sono più grandi dei lottatori di Dio: le forze morali che sostengono la loro volontà sono tanto più misurate quanto più è definito il fine proposto alla volontà. Quale forza di espansione potranno mai acquistare i sentimenti dell’operaio, che, piegato sulla macchina, ripete per otto ore al giorno il gesto professionale, monotono come lo sgranamento del chiuso circolo di una coroncina di preghiera, quando egli sarà “dominatore”, quando sarà la misura dei valori sociali? Il fatto stesso che l’operaio riesca ancora a pensare, pur essendo ridotto a operare senza sapere il come e il perché della sua attività pratica, non è un miracolo? Questo miracolo dell’operaio che quotidianamente conquista la propria autonomia spirituale e la propria libertà di costruire nell’ordine delle idee, lottando contro la stanchezza, contro la noia, contro la monotonia del gesto che tende a meccanizzare e quindi a uccidere la vita interiore, questo miracolo si organizza nel Partito comunista, nella volontà di lotta e di creazione rivoluzionaria che si esprime nel Partito comunista.
L’operaio nella fabbrica ha mansioni meramente esecutive. Egli non segue il processo generale del lavoro e della produzione; non è un punto che si muove per creare una linea; è uno spillo conficcato in un luogo determinato e la linea risulta dal susseguirsi degli spilli che una volontà estranea ha disposto per i suoi fini. L’operaio tende a portare questo suo modo di essere in tutti gli ambienti della sua vita; si acconcia facilmente, da per tutto, all’ufficio di esecutore materiale, di “massa” guidata da una volontà estranea alla sua; è pigro intellettualmente, non sa e non vuole prevedere oltre l’immediato, perciò manca di ogni criterio nella scelta dei suoi capi e si lascia illudere facilmente dalle promesse; vuol credere di poter ottenere senza un grande sforzo da parte sua e senza dover pensare troppo. Il Partito comunista è lo strumento e la forma storica del processo di intima liberazione per cui l’operaio da “esecutore” diviene “iniziatore”, da “massa” diviene “capo” e “guida”, da braccio diviene cervello e volontà; nella formazione del Partito comunista è dato cogliere il germe di libertà che avrà il suo sviluppo e la sua piena espansione dopo che lo Stato operaio avrà organizzato le condizioni materiali necessarie. Lo schiavo o l’artigiano del mondo classico “conosceva se stesso”, attuava la sua liberazione entrando a far parte di una comunità cristiana, dove concretamente sentiva di essere l’eguale, di essere il fratello, perché figlio di uno stesso padre; così l’operaio, entrando a far parte del Partito comunista, dove collabora a “scoprire” e a “inventare” modi di vita originali, dove collabora “volontariamente” alla attività del mondo, dove pensa, prevede, ha una responsabilità, dove è organizzatore oltre che organizzato, dove sente di costituire un’avanguardia che corre avanti trascinando con sé tutta la massa popolare.
Il Partito comunista, anche come mera organizzazione si è rivelato forma particolare della rivoluzione proletaria. Nessuna rivoluzione del passato ha conosciuto i partiti; essi sono nati dopo la rivoluzione borghese e si sono decomposti nel terreno della democrazia parlamentare. Anche in questo campo si è verificata l’idea marxista che il capitalismo crea forze che poi non riesce a dominare. i partiti democratici servivano a indicare uomini politici di valore e a farli trionfare nella concorrenza politica; oggi gli uomini di governo sono imposti dalle banche, dai grandi giornali, dalle associazioni industriali; i partiti si sono decomposti in una molteplicità di cricche personali. Il Partito comunista, sorgendo dalle ceneri dei partiti socialisti, ripudia le sue origini democratiche e parlamentari e rivela i suoi caratteri essenziali che sono originali nella storia: la rivoluzione russa è rivoluzione compiuta dagli uomini organizzati nel Partito comunista, che nel partito si sono plasmati una personalità nuova, hanno acquistato nuovi sentimenti, hanno realizzato una vita morale che tende a divenire coscienza universale e fine per tutti gli uomini.
( tratto da “L’Ordine Nuovo”, 4 settembre 1920, II, n. 15 e 9 ottobre 1920, II, n. 17)
sabato 1 maggio 2010
Un buon I Maggio a tutti noi. Storia e significato di una data importante
Il 1° maggio nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l'idea è il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese :
"Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi".
Poi, quando si passa a decidere sulla data, la scelta cade sul 1 maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue.
Man mano che ci si avvicina al 1 maggio 1890 le organizzazioni dei lavoratori intensificano l'opera di sensibilizzazione sul significato di quell'appuntamento.
"Lavoratori - si legge in un volantino diffuso a Napoli il 20 aprile 1890 - ricordatevi il 1 maggio di far festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro diritti, lasceranno il lavoro per provare ai padroni che, malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto a chi lavora. Viva la rivoluzione sociale! Viva l'Internazionale!".
Monta intanto un clima di tensione, alimentato da voci allarmistiche: la stampa conservatrice interpreta le paure della borghesia, consiglia a tutti di starsene tappati in casa, di fare provviste, perché non si sa quali gravi sconvolgimenti potranno accadere.
Da parte loro i governi, più o meno liberali o autoritari, allertano gli apparati repressivi.
In Italia il governo di Francesco Crispi usa la mano pesante, attuando drastiche misure di prevenzione e vietando qualsiasi manifestazione pubblica sia per la giornata del 1 maggio che per la domenica successiva, 4 maggio.
In diverse località, per incoraggiare la partecipazione del maggior numero di lavoratori, si è infatti deciso di far slittare la manifestazione alla giornata festiva.
Del resto si tratta di una scommessa dall'esito quanto mai incerto: la mancanza di un unico centro coordinatore a livello nazionale - il Partito socialista e la Confederazione generale del lavoro sono di là da venire - rappresenta un grave handicap dal punto di vista organizzativo. Non si sa poi in che misura i lavoratori saranno disposti a scendere in piazza per rivendicare un obiettivo, quello delle otto ore, considerato prematuro da gran parte dei dirigenti del movimento operaio italiano o per testimoniare semplicemente una solidarietà internazionale di classe.
Proprio per questo la riuscita del 1 maggio 1890 costituisce una felice sorpresa, un salto di qualità del movimento dei lavoratori,che per la prima volta dà vita ad una mobilitazione su scala nazionale, per di più collegata ad un'iniziativa di carattere internazionale.
In numerosi centri, grandi e piccoli, si svolgono manifestazioni, che fanno registrare quasi ovunque una vasta partecipazione di lavoratori. Un episodio significativo accade a Voghera, dove gli operai, costretti a recarsi al lavoro, ci vanno vestiti a festa.
"La manifestazione del 1 maggio - commenta a caldo Antonio Labriola - ha in ogni caso superato di molto tutte le speranze riposte in essa da socialisti e da operai progrediti. Ancora pochi giorni innanzi, la opinione di molti socialisti, che operano con la parola e con lo scritto, era alquanto pessimista".
Anche negli altri paesi il 1 maggio ha un'ottima riuscita:
"Il proletariato d'Europa e d'America - afferma compiaciuto Fiedrich Engels - passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito. E lo spettacolo di questa giornata aprirà gli occhi ai capitalisti".
Visto il successo di quella che avrebbe dovuto essere una rappresentazione unica, viene deciso di replicarla per l'anno successivo.
Il 1 maggio 1891 conferma la straordinaria presa di quell'appuntamento e induce la Seconda Internazionale a rendere permanente quella che, da lì in avanti, dovrà essere la "festa dei lavoratori di tutti i paesi".
Tra Ottocento e Novecento
Inizia così la tradizione del 1 maggio, un appuntamento al quale il movimento dei lavoratori si prepara con sempre minore improvvisazione e maggiore consapevolezza. L'obiettivo originario delle otto ore viene messo da parte e lascia il posto ad altre rivendicazioni politiche e sociali considerate più impellenti. La protesta per le condizioni di miseria delle masse lavoratrici anima le manifestazioni di fine Ottocento.
Il 1 maggio 1898 coincide con la fase più acuta dei "moti per il pane", che investono tutta Italia e hanno il loro tragico epilogo a Milano. Nei primi anni del Novecento il 1 maggio si caratterizza anche per la rivendicazione del suffraggio universale e poi per la protesta contro l'impresa libica e contro la partecipazione dell'Italia alla guerra mondiale.
Si discute intanto sul significato di questa ricorrenza: giorno di festa, di svago e di divertimento oppure di mobilitazione e di lotta ?
Un binomio, questo di festa e lotta, che accompagna la celebrazione del 1 maggio nella sua evoluzione più che secolare, dividendo i fautori dell'una e dell'altra caratterizzazione.
Qualcuno ha inteso conciliare gli opposti, definendola una "festa ribelle", ma nei fatti il 1 maggio è l'una e l'altra cosa insieme, a seconda delle circostanze più lotta o più festa.
Il 1 maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori possono festeggiare il conseguimento dell'obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore.
Il ventennio fascista
Nel volgere di due anni però la situazione muta radicalmente: Mussolini arriva al potere e proibisce la celebrazione del 1 maggio.
Durante il fascismo la festa del lavoro viene spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma; così snaturata, essa non dice più niente ai lavoratori, mentre il 1 maggio assume una connotazione quanto mai "sovversiva", divenendo occasione per esprimere in forme diverse - dal garofano rosso all'occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria - l'opposizione al regime.
Dal dopoguerra a oggi
All'indomani della Liberazione, il 1 maggio 1945, partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani che non hanno memoria della festa del lavoro, si ritrovano insieme nelle piazze d'Italia in un clima di entusiasmo.
Appena due anni dopo il 1 maggio è segnato dalla strage di Portella della Ginestra, dove gli uomini del bandito Giuliano fanno fuoco contro i lavoratori che assistono al comizio.
Nel 1948 le piazze diventano lo scenario della profonda spaccatura che, di lì a poco, porterà alla scissione sindacale. Bisognerà attendere il 1970 per vedere di nuovo i lavoratori di ogni tendenza politica celebrare uniti la loro festa.
Le trasformazioni sociali, il mutamento delle abitudini ed anche il fatto che al movimento dei lavoratori si offrono altre occasioni per far sentire la propria presenza, hanno portato al progressivo abbandono delle tradizionali forme di celebrazione del 1 maggio.
Oggi un'unica grande manifestazione unitaria esaurisce il momento politico, mentre il concerto rock che da qualche anno Cgil, Cisl e Uil organizzano per i giovani sembra aderire perfettamente allo spirito del 1 maggio, come lo aveva colto nel lontano 1903 Ettore Ciccotti:
"Un giorno di riposo diventa naturalmente un giorno di festa, l'interruzione volontaria del lavoro cerca la sua corrispondenza in una festa de'sensi; e un'accolta di gente, chiamata ad acquistare la coscienza delle proprie forze, a gioire delle prospettive dell'avvenire, naturalmente è portata a quell'esuberanza di sentimento e a quel bisogno di gioire, che è causa ed effetto al tempo stesso di una festa".
fonte: Cgil di Roma e del Lazio - Archivio Storico "Manuela Mezzelani"
sempre per non dimenticare....
BUON PRIMO MAGGIO, COMPAGNI.
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Portella della Ginestra: CGIL e ANPI nel nome dei braccianti morti per la libertà
Palermo - Il 1° maggio 1947 si tornava - dopo 21 anni - a celebrare la festa dei lavoratori, dopo che il fascismo l’aveva conculcata al punto da renderla un’appendice del natale di Roma, spostandola al 21 aprile
Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza braccianti e contadini, decisero di riunirsi nella vallata di Portella della Ginestra per manifestare contro il latifondismo, a favore dell’occupazione delle terre incolte ma, anche per festeggiare la vittoria del “Blocco del Popolo” alle recenti elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI - PCI aveva conquistato 29 rappresentanti (con il 29 per cento dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata a meno del 20 per cento).
All’improvviso, sulla gente in festa, partirono - dalle colline circostanti - un numero incalcolabile di raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti (9 adulti e 2 bambini) e più di 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate.
La CGL - allora gli mancava una “I” essendo ancora la Confederazione Generale del Lavoro un’organizzazione unitaria - proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori” ma questa tesi non fu sposata dal Governo che, per bocca dell’allora ministro dell’interno, Mario Scelba rispondendo alle interrogazioni in Assemblea Costituente, addossò l’intera responsabilità della strage agli uomini del bandito Salvatore Giuliano, già colonnello dell’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (EVIS) che, come veniva indicato chiaramente nel rapporto dei carabinieri sulla strage, “faceva riferimento ad elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali”.
La posizione di Girolamo Li Causi
Una tesi che, invece, non convinceva Girolamo Li Causi, deputato siciliano del PCI che, in sede parlamentare, a nome di tutte le forze della sinistra e della stessa CGL, sostenne che il bandito Giuliano era solo l’esecutore materiale del massacro mentre i mandanti fossero gli agrari e i mafiosi, che avevano voluto lanciare un preciso messaggio politico proprio all’indomani della vittoria del “Blocco del Popolo” alle elezioni regionali.
Lo stesso Li Causi, in un articolo dal titolo “La belva scatenata”, apparso su “La voce della Sicilia” il 2 maggio, scriveva che: “Sconfitta sul terreno della democrazia, della civile competizione, la casta dominante della nostra Isola ha minuziosamente, freddamente premeditato il piano di provocazione e di aggressione contro le sane vive forze che hanno voluto con le elezioni del 20 aprile manifestare il loro profondo deciso desiderio di rinnovamento”. Lungi dal rassegnarsi alla sconfitta e di trarre le necessarie conseguenze dalla affermazione delle forze democratiche, il blocco monarchico-liberal-qualunquista è passato alla controffensiva e non potendo più contare sulla intimidazione ha ricorso alla aperta violenza”.
La lettera del bandito Giuliano
Ad avvalorare la tesi del deputato siciliano del PCI, nel ’49, arrivò una lettera autografa - che proprio Giuliano scrisse ai giornali - in cui affermava lo scopo politico della strage. Una tesi - prontamente smentita da Scelba - che il malvivente, però, non riuscì a dimostrare durante il processo di Viterbo (a cui la Cassazione aveva rimesso gli atti per legittima suspicione del tribunale di Palermo) perché, nel frattempo, il 5 luglio del ‘50, fu assassinato nel carcere di Castelvetrano dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale morì, anch’egli avvelenato in carcere, quattro anni più tardi, dopo aver affermato di voler rivelare i nomi dei mandanti della strage”.
La sentenza senza mandanti
Il 3 maggio 1952, con la condanna all’ergastolo di 12 imputati - tutti esecutori materiali - si concluse il processo di primo grado con una sentenza che, a proposito della ricerca della causale, sostiene che Giuliano compiendo la strage e gli attentati successivi ha voluto combattere i comunisti e si richiama la tesi degli avvocati difensori secondo cui la banda Giuliano aveva operato come “un plotone di polizia”, supplendo in tal modo alla “carenza dello Stato che in quel momento si notò in Sicilia”. La sentenza di Viterbo, però, non toccava il problema dei mandanti della strage e dell’offensiva contro il movimento contadino e le forze di sinistra, affermando esplicitamente che la causa doveva essere ricercata altrove. La vicenda giudiziaria si concluse con una sentenza della Cassazione che, dichiarando inammissibile il ricorso del Pubblico MInistero, confermava la sentenza dl 10 agosto ’56 della Corte d’Assise d’appello di Roma con cui venivano confermate alcune condanne di primo grado e assolti altri imputati per insufficienza di prove.
63 anni dopo ANPI e CGIL insieme nel ricordo dei morti per la libertà
Da allora sono passati 63 anni in cui, alla mancata individuazione dei mandanti, ha fatto riscontro l’impegno della CGIL (non più unitaria) per mantenere viva la memoria di quei morti ammazzati per la libertà.
E, proprio nel ricordo di quei morti, quest’anno l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e la CGIL si ritroveranno insieme, per la prima volta dopo 63 anni, a Portella della Ginestra per celebrare il Primo Maggio. “Per la prima volta nella tradizione delle iniziative commemorative di quella strage - sottolinea il sindacato - la lotta alla mafia si incontrerà con l’antifascismo e la Resistenza”.
Nell’appello dal titolo “Il dovere della memoria, il futuro dei diritti” con cui la CGIL di Palermo e l’ANPI hanno spiegato il senso della manifestazione si legge “Portella della Ginestra ha ancora oggi il volto e il sangue di una generazione disperata, privata di diritti, lavoro e democrazia. Ha il profilo inquietante di un emblematico buco nero della giustizia, della responsabilità collettiva, istituzionale. Politica. La prima strage nell’era repubblicana”.
L’appello, quindi, ritornando ai momenti e alle motivazioni di quella strage, afferma: “Tra i monti di Portella si intrecciano storie diverse: da un lato ambienti deviati dello Stato che si coniugano agli interessi degli agrari, della mafia e del banditismo in un unico progetto reazionario e criminale. Dall’altro - prosegue il testo - i lavoratori della terra, in festa per il 1° maggio, con il cuore pieno di ansia di progresso e la voglia di cambiare il loro mondo. Il fuoco assassino spegne la vita di 12 di loro e tenta di cancellarne le speranze”. Portella della Ginestra ha passato, e reclama futuro”.
Per un’Italia migliore
“Ecco perché - conclude l’appello sottoscritto, tra gli altri da: Bice Biagi, Giorgio Bocca, Andrea Camilleri, Pierluigi Bersani, Nichi Vendola, don Luigi Ciotti - questo Primo Maggio, 63 anni dopo, per la prima volta, la lotta alla mafia s’incontrerà con l’antifascismo e la Resistenza.
Il segno, il simbolo di un impegno comune: la memoria diffusa del sacrificio più alto, la libertà, il lavoro, la dignità. E il loro domani. Per un’Italia migliore. Delle radici: Resistenza, Costituzione, Democrazia”.
Da Dazebao
Portella della Ginestra: (archivio) la ricostruzione della strage
RICOSTRUZIONE DELL’AVVENIMENTO (Giuseppe Casarrubea)
A distanza di mezzo secolo, la ricerca testarda dello storico, culminata nel suo libro, ha gettato squarci di luce su zone d’ombra dove avevano riposato tranquille connivenze e strani intrecci. Un contesto che, secondo i documenti raccolti, aveva tra i suoi attori anche l’allora capitano Giallombardo. Giuseppe Casarrubea ha mirato alto, ha contestualizzato microeventi per ricondurli a un quadro assai grande e sconosciuto ai più. E alla fine qualcuno ha colpito. Il rinculo della schioppettata è stato il rinvio a giudizio, deciso dal Gip di Palermo Antonio Tricoli e innescato dalla denuncia per diffamazione dell’ex ufficiale. Certamente soddisfatto di questo provvedimento a tutela dell’onorabilità del suo assistito l’avvocato Enzo Fragalà, deputato nazionale sotto le insegne di An, le stesse di Marzio Tricoli, deputato regionale e fratello del Gip in questione. Ad accrescere il legittimo sospetto che per lo storico potrebbe non essere una passeggiata si aggiunga che Marzio e Antonio sono figli di Giuseppe Tricoli, riconosciuto storico di destra, per molti anni leader missino in Sicilia e docente universitario.
Dopo la sua scomparsa, a lui è intitolata l’aula multimediale della facoltà di Scienze Politiche dell’Ateneo palermitano. Ma ogni congettura potrebbe anche non voler dire nulla. La storiografia di destra ha sempre liquidato Portella come la più efferata strage compiuta dalla banda Giuliano, così come si premurò di riferire in parlamento, fin dal giorno dopo l’eccidio, l’allora ministro degli Interni Mario Scelba, sia pur sulla base dei pochi elementi raccolti. Alle medesime conclusioni arrivò il processo d’Appello concluso a Viterbo nel 1952, ma secondo altre tesi tante cose non sono state mai chiarite. Su questi aspetti ha lavorato lo storico di Partinico.
UNA FORATURA PROVVIDENZIALE.
Secondo le sue ricostruzioni, il primo maggio del 1947 Giuliano era a Portella della Ginestra perché qualcuno gli aveva fatto credere che l’operazione da fare fosse un’altra: al via del comizio avrebbe dovuto disperdere la folla sparando per aria e grazie all’aiuto di un’altra sua squadra, proveniente dalla parte opposta, sequestrare, processare pubblicamente e giustiziare sul posto l’oratore ufficiale di quella mattina, che lui credeva fosse il leader comunista Girolamo Li Causi. L’oratore designato era invece il giovane dirigente della Federterra Francesco Renda, oggi storico e professore emerito dell’Università di Palermo che, fatalità volle, avendo forato una gomma della sua moto giunse sul posto quando l’attacco era già in corso. Ma le cose andarono diversamente: la seconda squadra attesa da Giuliano non arrivò mai e Frà Diavolo, al comando di un altro gruppo di fuoco, sparò per uccidere. Gli esami autoptici sugli undici morti e le perizie balistiche sui sopravvissuti offrono prove e spunti di riflessione in questo senso. Giuliano e i suoi spararono dall’alto, molto distanti dal pianoro di Portella, altri erano più in basso e più vicini… Fra’ Diavolo, noto confidente della polizia, sapeva bene cosa fare. E quell’azione non sembrava proprio farina del suo sacco. Fin dai giorni precedenti le elezioni regionali siciliane del 20 aprile, che avrebbero segnato la vittoria del Blocco del Popolo, nei paesi vicini a Portella (Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello) i mafiosi avevano apertamente fatto capire che qualcosa sarebbe accaduto il primo maggio. Il capomafia di San Cipirello, Salvatore Celeste, in un pubblico comizio si esprimeva in questi termini: «Una vittoria del Blocco del Popolo sarà tanti fossi che si scaveranno per i comunisti e tanto sangue sarà sparso. I figli non troveranno il padre e la madre perché conoscete chi sono io». Di ciò si trova ampia documentazione nel verbale sulla strage indirizzato alla procura di Palermo e redatto dal questore di Palermo Filippo Cosenza l’8 maggio 1947. Il sindaco di San Cipirello dichiarava di aver sentito direttamente e di avere appreso da altri cittadini che si preparava un attacco per la Festa del lavoro. La mattina del primo maggio testimoni affermano di avere sentito tre mafiosi, Giuseppe e Salvatore Romano e Peppino Troia, visti più tardi tornare armati dal luogo dell’eccidio, affermare ad alta voce: «Sarebbe cosa stamattina di piazzare una mitragliatrice e lasciarli tutti là».
UNA FORATURA PROVVIDENZIALE.
Secondo le sue ricostruzioni, il primo maggio del 1947 Giuliano era a Portella della Ginestra perché qualcuno gli aveva fatto credere che l’operazione da fare fosse un’altra: al via del comizio avrebbe dovuto disperdere la folla sparando per aria e grazie all’aiuto di un’altra sua squadra, proveniente dalla parte opposta, sequestrare, processare pubblicamente e giustiziare sul posto l’oratore ufficiale di quella mattina, che lui credeva fosse il leader comunista Girolamo Li Causi. L’oratore designato era invece il giovane dirigente della Federterra Francesco Renda, oggi storico e professore emerito dell’Università di Palermo che, fatalità volle, avendo forato una gomma della sua moto giunse sul posto quando l’attacco era già in corso. Ma le cose andarono diversamente: la seconda squadra attesa da Giuliano non arrivò mai e Frà Diavolo, al comando di un altro gruppo di fuoco, sparò per uccidere. Gli esami autoptici sugli undici morti e le perizie balistiche sui sopravvissuti offrono prove e spunti di riflessione in questo senso. Giuliano e i suoi spararono dall’alto, molto distanti dal pianoro di Portella, altri erano più in basso e più vicini… Fra’ Diavolo, noto confidente della polizia, sapeva bene cosa fare. E quell’azione non sembrava proprio farina del suo sacco. Fin dai giorni precedenti le elezioni regionali siciliane del 20 aprile, che avrebbero segnato la vittoria del Blocco del Popolo, nei paesi vicini a Portella (Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello) i mafiosi avevano apertamente fatto capire che qualcosa sarebbe accaduto il primo maggio. Il capomafia di San Cipirello, Salvatore Celeste, in un pubblico comizio si esprimeva in questi termini: «Una vittoria del Blocco del Popolo sarà tanti fossi che si scaveranno per i comunisti e tanto sangue sarà sparso. I figli non troveranno il padre e la madre perché conoscete chi sono io». Di ciò si trova ampia documentazione nel verbale sulla strage indirizzato alla procura di Palermo e redatto dal questore di Palermo Filippo Cosenza l’8 maggio 1947. Il sindaco di San Cipirello dichiarava di aver sentito direttamente e di avere appreso da altri cittadini che si preparava un attacco per la Festa del lavoro. La mattina del primo maggio testimoni affermano di avere sentito tre mafiosi, Giuseppe e Salvatore Romano e Peppino Troia, visti più tardi tornare armati dal luogo dell’eccidio, affermare ad alta voce: «Sarebbe cosa stamattina di piazzare una mitragliatrice e lasciarli tutti là».
Da questo quadro emergono dunque alcuni elementi chiave: quella di Portella era una strage annunciata; era noto il coinvolgimento della mafia; erano almeno due i gruppi di fuoco presenti sul luogo con ordini e obiettivi diversi: da un lato Giuliano, animato dal suo feroce anticomunismo e forse da promesse di impunità non mantenute dall’altro Fra’ Diavolo, esecutore materiale di un più ampio disegno di matrice politico-mafiosa-istituzionale, gradito e caldeggiato anche oltreoceano. Figura centrale in un simile scenario è dunque Fra’ Diavolo, al secolo Salvatore Ferreri, «un bandito “speciale”», afferma Giuseppe Casarrubea, «che godeva delle più alte coperture all’interno dell’Ispettorato generale di Ps della Sicilia. Ferreri è più importante di Giuliano, troppo mitizzato in virtù anche dei “servizi” resi dal giornalista americano e capitano dell’Office of Strategic Service Mike Stern, che fu uno dei primi divulgatori del mito Giuliano negli Usa, oltre che sostenitore delle “trame sotterranee” del fronte anticomunista vicino a Truman in quegli anni. Al bandito di Montelepre si è sempre attribuito un ruolo da attore su un palcoscenico nel quale si poteva operare agevolmente dietro le quinte senza destare sospetti. La differenza tra Giuliano e Ferreri», prosegue lo storico, «è che il primo rappresenta il personaggio principale visibile sulla scena, una sorta di specchietto per le allodole; l’altro, il vero protagonista, si muove nell’ombra di un’eversione neofascista e terroristica voluta da altri. Questa è la vera novità». Ferreri, agganciato attraverso circuiti mafiosi e istituzionali, era stato fatto rientrare da Firenze, dove era scappato dopo il fallimento della vicenda del separatismo in Sicilia. La motivazione ufficiale era quella di infiltrarlo nella banda Giuliano per spiare e fare catturare il «re di Montelepre». In realtà fu usato per ordire ben altre trame e non a caso il suo nome non figurò neppure nella denuncia della strage alla Procura di Palermo. Dopo il primo maggio l’attacco alla sinistra proseguì con gli attentati alle Camere del lavoro del Palermitano. Lo stesso Ferreri potrebbe essere stato tra gli esecutori dell’assalto di Partinico. Ci fu allora un momento in cui Fra’ Diavolo e i suoi uomini divennero testimoni scomodi. E non deve essere stata una coincidenza che appena quattro giorni dopo gli attacchi alle Camere del lavoro furono uccisi. Da Giallombardo appunto. Su come ciò sia avvenuto è la materia del contendere che ha portato alla sbarra Giuseppe Casarrubea il quale, secondo l’allora capitano, avrebbe fatto una ricostruzione dell’accaduto non vera e soprattutto gravemente diffamatoria.
LO SCENARIO DEI FATTI.
Lo scenario dei fatti è Alcamo, comune della provincia di Trapani, regno di Vincenzo Rimi, capomafia indiscusso e fortemente politicizzato, divenuto negli anni successivi segretario della locale Democrazia Cristiana. Alcamo non è un luogo qualunque, anche geograficamente: confina col palermitano ed è a circa 20 chilometri da Montelepre, il paese del bandito Salvatore Giuliano. Giallombardo sostiene che l’uccisione di Frà Diavolo, del padre e dei fratelli Pianello avvenne in un normale conflitto a fuoco. Casarrubea sostiene, al contrario, che il conflitto fu costruito a tavolino, con la complicità della mafia e di Rimi in particolare. In Sicilia nessun malvivente poteva permettersi il lusso di circolare liberamente senza il consenso della mafia, che ebbe delle contropartite per consegnare i banditi alla polizia, cioè una sorta di legittimazione del suo potere nel territorio. A leggere le carte ufficiali le discordanze non mancano. La perizia del procuratore della Repubblica di Palermo Arcangelo Rodanò, fatta otto ore dopo l’uccisione di Ferreri & C, rilevò che i cadaveri furono trovati in un punto abbastanza lontano dai luoghi del conflitto indicatati nei verbali scritti dall’ufficiale. Chi diceva la verità? Il procuratore o il carabiniere? Ecco dunque uno dei materiali inediti, utili per una rilettura di questa misteriosa pagina di storia italiana, che il professore Casarrubea e il suo legale, avvocato Vincenzo Gervasi, stanno mettendo a punto per il dibattimento. Lunga sarà la lista dei testimoni citati dalla difesa: storici del calibro di Nicola Tranfaglia e Salvatore Lupo, l’ex presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino, familiari delle vittime di Portella e persone sopravvissute alla strage. Prepara le sue cartucce anche Giallombardo, che per l’uccisione di Fra’ Diavolo ricevette nel 1949 dall’allora ministro della Difesa Randolfo Pacciardi una medaglia al valore militare.
Lo scenario dei fatti è Alcamo, comune della provincia di Trapani, regno di Vincenzo Rimi, capomafia indiscusso e fortemente politicizzato, divenuto negli anni successivi segretario della locale Democrazia Cristiana. Alcamo non è un luogo qualunque, anche geograficamente: confina col palermitano ed è a circa 20 chilometri da Montelepre, il paese del bandito Salvatore Giuliano. Giallombardo sostiene che l’uccisione di Frà Diavolo, del padre e dei fratelli Pianello avvenne in un normale conflitto a fuoco. Casarrubea sostiene, al contrario, che il conflitto fu costruito a tavolino, con la complicità della mafia e di Rimi in particolare. In Sicilia nessun malvivente poteva permettersi il lusso di circolare liberamente senza il consenso della mafia, che ebbe delle contropartite per consegnare i banditi alla polizia, cioè una sorta di legittimazione del suo potere nel territorio. A leggere le carte ufficiali le discordanze non mancano. La perizia del procuratore della Repubblica di Palermo Arcangelo Rodanò, fatta otto ore dopo l’uccisione di Ferreri & C, rilevò che i cadaveri furono trovati in un punto abbastanza lontano dai luoghi del conflitto indicatati nei verbali scritti dall’ufficiale. Chi diceva la verità? Il procuratore o il carabiniere? Ecco dunque uno dei materiali inediti, utili per una rilettura di questa misteriosa pagina di storia italiana, che il professore Casarrubea e il suo legale, avvocato Vincenzo Gervasi, stanno mettendo a punto per il dibattimento. Lunga sarà la lista dei testimoni citati dalla difesa: storici del calibro di Nicola Tranfaglia e Salvatore Lupo, l’ex presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino, familiari delle vittime di Portella e persone sopravvissute alla strage. Prepara le sue cartucce anche Giallombardo, che per l’uccisione di Fra’ Diavolo ricevette nel 1949 dall’allora ministro della Difesa Randolfo Pacciardi una medaglia al valore militare.
«Peccato», chiosa Casarrubea, «che il nome di Pacciardi ritorni costantemente negli ambienti in cui maturarono tutte le stragi italiane degli ultimi quarant’anni. Basta leggere in proposito gli atti della Commissione parlamentare». Intanto, mentre la vigilia del processo scalda gli animi e gli schieramenti, Giuseppe Casarrubea incassa tanta solidarietà, compresa anche quella di Sergio Cofferati, e conclude: «Se qualcuno si è messo in testa di portare la storia in tribunale, dopo le battaglie fatte dall’Associazione dei familiari delle vittime di Portella per desecretare le carte tenute segrete per oltre cinquant’anni, ha fatto male i conti».
(archivio 2009)
Portella della Ginestra (archivio) Parla Casarrubea, storico, autore di cinque libri sulla strage.
Parla Casarrubea, storico, autore di cinque libri sulla strage.
C’ era un commando che sparò dall’ alto dietro quel massacro mafiosi e fascisti. E la probabile regìa occulta degli americani’
C’ era un commando che sparò dall’ alto dietro quel massacro mafiosi e fascisti. E la probabile regìa occulta degli americani’
Giuseppe Casarrubea, 56 anni, storico, ha passato l’ ultimo decennio a studiare la strage di Portella della Ginestra. All’ avvenimento ha dedicato cinque volumi. Proprio per uno di questi libri, paradossalmente, Casarrubea è l’ unico imputato per quei fatti del 1947. Lo ha querelato il generale dei carabinieri Roberto Giallombardo. L’ ufficiale si è sentito diffamato per la ricostruzione della misteriosa morte in una caserma di Alcamo di Salvatore Ferreri, uno dei banditi di Giuliano conosciuto come frà Diavolo. Il generale sostiene di avere sparato per legittima difesa durante una colluttazione; lo storico ritiene che si sia trattato di un’ eliminazione per chiudere la bocca a un testimone che poteva “parlare” dei mandanti di Portella.
Professore, lei da tempo scrive che Giuliano fu solo uno strumento usato da altri per fini eversivi. Vuole spiegare la sua tesi?
“Negli atti del processo di Viterbo sulla strage ci sono numerose circostanze che fanno pensare a una manipolazione per coprire i veri responsabili. Le centinaia di documenti dell’ Oss rinvenuti nel 2002 dal ricercatore Mario J. Cereghino all’ Archivio nazionale degli Stati Uniti di College Park, dove ha trascorso sei settimane, ci forniscono nuovi elementi che porterebbero a una regia occulta americana”. Cosa accadde veramente quel Primo maggio a Portella? “Secondo la versione ufficiale Giuliano fu l’ unico esecutore della strage, invece fu solo un parafulmine. In realtà quella mattina interagirono diversi soggetti. Innanzitutto i mafiosi: tre giorni prima avevano tenuto un summit in una masseria vicina, ebbero loro il compito di controllare il territorio. Poi elementi fascisti si mossero dietro le quinte: per manovrare la banda Giuliano e per preparare militarmente il massacro. A Salvatore Ferreri, confidente numero uno del capo della polizia isolana Ettore Messana, fu ordinato di caricare i mitra e uccidere. Tanti soggetti interessati all’ “affare politico” di Portella ma una sola mente”.
Giuliano ha sparato o no?
“Si, ma in aria. I proiettili trovati sui corpi dei morti sono quelli del mitra Beretta calibro 9 che avevaSalvatore Ferreri, mentre il re di Montelepre era dotato di altre armi. Della presenza di frà Diavolo, documentata dai testi, non c’ è traccia negli atti investigativi. Giuliano cadde in una trappola: la mente della strage gli fece credere che quel giorno si sarebbe solo dovuto assassinare il capo dei comunisti Girolamo Li Causi. Oggi si può legittimamente ritenere che sul pizzo di fronte al pianoro, a lanciare quelle bombe-petardo non potevano che essere uomini di un commando militare. Poi c’ è un’ altra inquietante coincidenza nei sei mesi precedenti: si muovono con sincronia in Sicilia tre personaggi chiave: Lucky Luciano, Mike Stern e Salvatore Ferreri. E proprio in quei mesi le tante mafie diventano un’ unica potente mafia”.
Fu il primo eccidio nell’ Italia del dopoguerra
Quella di Portella della Ginestra è la prima strage del dopoguerra italiano. Il Primo Maggio del 1947 migliaia di contadini provenienti da San Giuseppe Jato e da Piana degli Albanesi, scesero nel pianoro per la festa dei lavoratori. I primi colpi di mitraglia partirono alle dieci, i morti furono 11 e i feriti 57. Il processo per la strage si aprì a Viterbo nell’ aprile del 1950 e si concluse con la condanna di vari membri della banda Giuliano. Tra questi anche Gaspare Pisciotta che, nel 1954, morirà avvelenato all’ Ucciardone. Il bandito Giuliano fu ucciso nel luglio del ’50.
Quella di Portella della Ginestra è la prima strage del dopoguerra italiano. Il Primo Maggio del 1947 migliaia di contadini provenienti da San Giuseppe Jato e da Piana degli Albanesi, scesero nel pianoro per la festa dei lavoratori. I primi colpi di mitraglia partirono alle dieci, i morti furono 11 e i feriti 57. Il processo per la strage si aprì a Viterbo nell’ aprile del 1950 e si concluse con la condanna di vari membri della banda Giuliano. Tra questi anche Gaspare Pisciotta che, nel 1954, morirà avvelenato all’ Ucciardone. Il bandito Giuliano fu ucciso nel luglio del ’50.
La necessità del cinema
Il Primo Maggio del 1947, a Portella della Ginestra in Sicilia, qualcuno spara sulla folla: 11 morti e 27 feriti. Poche ore dopo la strage gli inquirenti fanno già un nome: il bandito Salvatore Giuliano. Ma, stranamente, la rapida inchiesta sul massacro di uomini donne e bambini avvenuto durante la Festa del Lavoro e la misteriosa uccisione del famoso bandito che avrebbe causato tale misfatto, verranno dichiarati dal Governo Italiano “segreti di Stato”.
Dopo anni di ricerche e studi dell’ampia bibliografia pubblicata sull’argomento delle testimonianze raccolte da Danilo Dolci, dei documenti desegretati dalla Commissione Parlamentare Antimafia, degli incartamenti relativi al processo depositati presso il Tribunale di Roma, e soprattutto grazie all’analisi sistematica della documentazione rinvenuta negli archivi dell’Office of Strategic Services di Washington (un materiale impressionante e tuttora inedito), Paolo Benvenuti presenta con “Segreti di Stato” una ricostruzione nuova di quel tragico evento. Il film prende le mosse dal 1951 quando durante il processo per l’eccidio di Portella della Ginestra, tenutosi a Viterbo contro i membri della banda Giuliano, un avvocato non convinto dei risultati dell’inchiesta decide di condurre segretamente una propria indagine sulla strage.
Lei ha costruito Segreti di Stato attraverso migliaia di documenti raccolti dal sociologo Danilo Dolci e attraverso le centinaia di carte desecretate dalla Commissione antimafia e dal governo americano. Cosa ha scoperto?
La strage della Portella della Ginestra non fu un atto banditesco, come disse l’allora ministro degli interni Mario Scelba, bensì un eccidio organizzato dai servizi segreti americani. Dieci giorni prima della strage, il 20 aprile, i socialcomunisti avevano ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni regionali siciliane e quella di Portella deve essere considerata la risposta politica a tale voto. La guerra fredda era incominciata ufficialmente da pochi mesi, ovvero dal marzo del 1947. Gli americani non potevano pensare che la loro ‘portaerei nel Mediterraneo’ ovvero la Sicilia, venisse governata dai comunisti, ovvero dagli alleati di Mosca. Non è un caso, quindi, che il 12 maggio i comunisti escano dal governo di unità nazionale. Togliatti aveva capito perfettamente il messaggio e le elezioni del 1948 non furono perse ‘per caso’. Una vittoria comunista, avrebbe precipitato il nostro paese in una spirale di sangue senza fine.
Togliatti ha voluto perdere le elezioni?!?
Certo, perché aveva capito che non era possibile vincerle. Yalta aveva sancito una certa divisione del mondo che non poteva essere alterata da nessuno: l’Italia era di qua e Stalin non avrebbe mosso un dito per aiutare i comunisti italiani. Avrebbe lasciato che venissero massacrati come, esattamente in quei mesi, erano trucidati la maggior parte dei comunisti greci.
Alcuni ritengono che Portella della Ginestra sia stata, invece, propedeutica alla cosiddetta lotta per l’indipendenza della Sicilia dall’Italia…
È una sciocchezza. L’indipendentismo siciliano era finito da un anno. Il 2 giugno 1946 questo partito era quasi scomparso. Gli americani all’inizio lo avevano appoggiato, ma poi – su consiglio di Sturzo che all’epoca si trovava negli Usa – avevano lasciato perdere. Se la Sicilia fosse diventata indipendente dall’Italia, i voti in meridione si sarebbero squilibrati in favore dei comunisti. Sturzo stesso aveva fatto notare a Washington che un’Italia senza la Sicilia sarebbe diventata facilmente un feudo rosso. Nel giugno del ’46 improvvisamente il fronte separatista crolla, e nel1947 è solo Giuliano a credere ancora nell’indipendentismo.
Cosa pensa di Giuliano?
Nel mio film gli do uno spazio minimo. Giuliano è il Lee Oswald della situazione. Joseph Jesus Angleton, l’anima nera del maccartismo americano, nonché probabilmente dell’omicidio Kennedy, fu il regista occulto della strage di Portella della Ginestra.
Cinematograficamente, la strage di Portella della Ginestra è stata già mostrata in Salvatore Giuliano di Francesco Rosi e ne Il Siciliano di Michael Cimino…
Non ho visto questi film e non me ne frega niente. Io non sono un regista vero, ma un ricercatore storico che anziché scrivere saggi, poiché ama il cinema, fa dei film. Il cinema è un linguaggio complesso che uso anche a scopo pedagogico per mostrare i risultati dei miei lavori di ricerca storica.
Teme le critiche?
No, perché ogni parola del film è stata soppesata da ben cinque avvocati. Ad ogni modo la prima nazionale di “Segreti di Stato” sarà a Pisa, in modo che se mi devono denunciare, valendo la prima uscita pubblica per il tribunale di competenza, gioco in casa…
Lei offre un viaggio nella memoria in un paese che, in nome della pacificazione, sembra avere dimenticato…
Io non sono un pacificato. Da 35 anni porto avanti la mia battaglia sulla memoria e il mio cinema è tutta un’indicazione di metodo. In Italia la memoria dura tre giorni, mentre io sono una voce fuori dal coro. Vengo fuori dalla scuola di Rossellini… non potevo fare altrimenti. Del resto se in Italia non ci fosse il cinema chi potrebbe tentare di ricordare il nostro passato? La televisione certamente no… La televisione è la scatola delle bugie. Io e mia moglie, la sceneggiatrice Paola Baroni ci siamo sforzati di rendere la trama di questo film accessibile ai giovani.
Il cinema civile italiano…
Che io non amo.
Perché?
Perché credo che questo tipo di cinema abbia spesso portato con sé delle menzogne ideologiche. Io non amo il cinema ideologico e non sono contento dei risultati del cinema civile. Ben altra cosa era il cinema di Rossellini di Paisà o Roma città aperta. Per me era più civile un film come “Catene” di Raffaello Matarazzo che “Todo Modo” di Elio Petri. C’era più civiltà, perché si cercava una maggiore comunicazione con le masse popolari italiane che in altre situazioni non erano affatto considerate. Fare un cinema civile, per me, significa che forma e contenuto abbiano lo stesso livello.
(archivio 2009)
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I maggio 1947 - Prima strage di Stato della Repubblica Italiana
La vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di terrore. Un mulo cadde con il ventre all’aria. A una bambina, all’improvviso, la piccola mascella si arrossò di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il vento avesse preso a danzare. C’era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un sacco pieno di stracci. E poi quell’odore di polvere da sparo.
La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli custodi silenti e smarriti.
Era il l° maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage dell’Italia repubblicana.
I TANTI PERCHÈ DI UNA STRAGE di Sandro Provvisionato
Soltanto da tre anni, cioè dalla caduta del fascismo, a Piana degli Albanesi, a pochi chilometri da Palermo, i socialisti e i comunisti di San Cipirello, Piana e San Giuseppe Jato avevano ripreso a commemorare il l° maggio, festa del lavoro.
Per la terza volta consecutiva dalla fine della guerra i contadini e i braccianti di quelle terre arse e ingrate si erano dati appuntamento, con i muli e i cavalli addobbati di nastri colorati, in fondo alla vallata, a pochi metri dalla vecchia strada, dove una grossa roccia calcarea era diventata un podio per i comizi.
La gente, che approfittava di quella giornata di festa per una scampagnata, lo chiamava il «sasso di Barbato» perché, fin dal 1864, da lì sopra Nicola Barbato, medico socialista, uno dei fondatori dei Fasci siciliani, ogni anno parlava alla sua gente.
Quel giorno sul «sasso di Barbato» era salito per il tradizionale comizio
Giacomo Schirò, un calzolaio, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato.
A prendere la parola sarebbe dovuto essere un prestigioso leader comunista, Gerolamo Li Causi. Ma il giorno prima Li Causi aveva fatto sapere che, impegnato in un’altra manifestazione, non sarebbe intervenuto. Al suo posto era stato chiamato un giovane sindacalista, Francesco Renda. Ma proprio quel l° maggio a Renda si era rotta la moto nei pressi di Altofonte e così, ad essere interrotto dagli spari, dal sangue e dalla morte si trovò il povero calzolaio.
Quel giorno a Portella della Ginestra morirono undici persone, due bambini e nove adulti. Altri 27 contadini rimasero feriti.
Ma chi e perché aveva aperto il fuoco su una folla inerme e festante? Che
messaggio politico si nascondeva dietro quella feroce carneficina? Chi aveva dato il via al massacro e soprattutto chi lo aveva ordinato?
Come ogni atroce fatto italiano, anche la strage di Portella è ancora oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, in gran parte avvolta nel mistero.
Quando nel pomeriggio di quel 1° maggio di tanti anni fa la notizia si diffuse c’era solo una certezza: quell’eccidio di uomini, donne, bambini, poveri contadini comunisti e socialisti era avvenuto all’indomani di una grande vittoria ottenuta dal Blocco dei popolo, una lista formata appunto da PCI e PSI, alle elezioni amministrative regionali, le prime per l’Assemblea siciliana1.
Che a sparare dalle alture sulla gente erano stati gli uomini del bandito
Salvatore Giuliano, di Montelepre, un piccolo paese sulla strada che da
Palermo porta a Trapani, gli italiani lo sapranno solo quattro mesi dopo,
nell’autunno dei 1947. Notizia questa che un alto funzionario dello Stato
italiano, il capo dell’Ispettorato di pubblica sicurezza in Sicilia, Ettore
Messana, aveva saputo, invece, poche ore dopo la strage. E lo stesso
Messana, ben presto, forse venne anche a sapere chi erano i mandanti di
quel massacro, chi aveva armato la mano del bandito. Ma né lui, né altri
funzionari statali (poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti), né
tantomeno uomini politici di livello nazionale, con impegni nel governo del
paese, lo diranno mai. Anzi da quel giorno tutti si adopereranno, come un
solo uomo, pur tra dissidi e rivalità, per imbastire trame sempre più
complesse che porteranno altro sangue e altri lutti. Con un unico obiettivo:
coprire la verità sulla strage di Portella della Ginestra. Esattamente quello che altri uomini dello Stato faranno, fino ai giorni nostri, per far restare tali i misteri d’Italia.
Tratto da: Sandro Provvisionato – Misteri d’Italia – Laterza, 1993
Soltanto da tre anni, cioè dalla caduta del fascismo, a Piana degli Albanesi, a pochi chilometri da Palermo, i socialisti e i comunisti di San Cipirello, Piana e San Giuseppe Jato avevano ripreso a commemorare il l° maggio, festa del lavoro.
Per la terza volta consecutiva dalla fine della guerra i contadini e i braccianti di quelle terre arse e ingrate si erano dati appuntamento, con i muli e i cavalli addobbati di nastri colorati, in fondo alla vallata, a pochi metri dalla vecchia strada, dove una grossa roccia calcarea era diventata un podio per i comizi.
La gente, che approfittava di quella giornata di festa per una scampagnata, lo chiamava il «sasso di Barbato» perché, fin dal 1864, da lì sopra Nicola Barbato, medico socialista, uno dei fondatori dei Fasci siciliani, ogni anno parlava alla sua gente.
Quel giorno sul «sasso di Barbato» era salito per il tradizionale comizio
Giacomo Schirò, un calzolaio, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato.
A prendere la parola sarebbe dovuto essere un prestigioso leader comunista, Gerolamo Li Causi. Ma il giorno prima Li Causi aveva fatto sapere che, impegnato in un’altra manifestazione, non sarebbe intervenuto. Al suo posto era stato chiamato un giovane sindacalista, Francesco Renda. Ma proprio quel l° maggio a Renda si era rotta la moto nei pressi di Altofonte e così, ad essere interrotto dagli spari, dal sangue e dalla morte si trovò il povero calzolaio.
Quel giorno a Portella della Ginestra morirono undici persone, due bambini e nove adulti. Altri 27 contadini rimasero feriti.
Ma chi e perché aveva aperto il fuoco su una folla inerme e festante? Che
messaggio politico si nascondeva dietro quella feroce carneficina? Chi aveva dato il via al massacro e soprattutto chi lo aveva ordinato?
Come ogni atroce fatto italiano, anche la strage di Portella è ancora oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, in gran parte avvolta nel mistero.
Quando nel pomeriggio di quel 1° maggio di tanti anni fa la notizia si diffuse c’era solo una certezza: quell’eccidio di uomini, donne, bambini, poveri contadini comunisti e socialisti era avvenuto all’indomani di una grande vittoria ottenuta dal Blocco dei popolo, una lista formata appunto da PCI e PSI, alle elezioni amministrative regionali, le prime per l’Assemblea siciliana1.
Che a sparare dalle alture sulla gente erano stati gli uomini del bandito
Salvatore Giuliano, di Montelepre, un piccolo paese sulla strada che da
Palermo porta a Trapani, gli italiani lo sapranno solo quattro mesi dopo,
nell’autunno dei 1947. Notizia questa che un alto funzionario dello Stato
italiano, il capo dell’Ispettorato di pubblica sicurezza in Sicilia, Ettore
Messana, aveva saputo, invece, poche ore dopo la strage. E lo stesso
Messana, ben presto, forse venne anche a sapere chi erano i mandanti di
quel massacro, chi aveva armato la mano del bandito. Ma né lui, né altri
funzionari statali (poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti), né
tantomeno uomini politici di livello nazionale, con impegni nel governo del
paese, lo diranno mai. Anzi da quel giorno tutti si adopereranno, come un
solo uomo, pur tra dissidi e rivalità, per imbastire trame sempre più
complesse che porteranno altro sangue e altri lutti. Con un unico obiettivo:
coprire la verità sulla strage di Portella della Ginestra. Esattamente quello che altri uomini dello Stato faranno, fino ai giorni nostri, per far restare tali i misteri d’Italia.
Tratto da: Sandro Provvisionato – Misteri d’Italia – Laterza, 1993
da Misteri italiani
venerdì 30 aprile 2010
Pio La Torre, il comunista che sfidò apertamente la mafia
27 anni, tanti ne son passati da quel 30 Aprile 1982, da quell’infame ed ignobile assassinio, da quando Pio La Torre e l’amico e collaboratore Rosario Di Salvo vennero crivellati da oltre trenta colpi di pistola e mitra esplosi da mani mafiose all’interno di una Fiat 131, in una via del centro di Palermo.
L’indiscusso prestigio, la forte tempra della sua personalità, la dedizione assoluta verso la sua terra e la sua gente, il rigore morale e la passione civile che lo animavano, il coraggioso impegno politico in difesa della democrazia e della legalità, hanno fatto di Pio La Torre uno dei protagonisti assoluti della vita politica e sociale italiana ed allo stesso tempo uno dei più agguerriti avversari della criminalità mafiosa a tutti i livelli.
La Torre, figura di rilievo della migliore tradizione comunista italiana, già componente della segreteria nazionale e segretario regionale siciliano del PCI, iniziò ad essere uno dei bersagli privilegiati di “Cosa Nostra” subito dopo l’omicidio del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella e, precisamente, sin dal 31 Marzo 1980, giorno in cui presso la Camera dei Deputati depositò - aiutato nella stesura tecnica da due magistrati della Procura di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - la proposta di legge nr. 1581, intitolata “Norme di prevenzione e repressione del fenomeno della mafia e costituzione di una commissione parlamentare permanente di vigilanza e di controllo”. Pio La Torre non vedrà mai l’approvazione di quelle norme, per la quale bisognerà attendere anche l’assassinio di un altro fedele servitore dello Stato, il gen. Carlo Alberto dalla Chiesa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro ed all’agente di scorta Domenico Russo. Quella proposta di legge, diventerà legge dello Stato, meglio conosciuta come legge La Torre - Rognoni, quasi cinque mesi dopo l'omicidio di Pio La Torre, il 13 Settembre 1982, ed introdusse nella legislazione italiana il delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso e il sequestro e la confisca per i capitali di Cosa Nostra (art. 416 bis c.p.). Sarà grazie a quelle norme che, cinque anni dopo, nel Dicembre 1987, la Corte d'Assise di Palermo, presieduta da Alfonso Giordano con giudice a latere l'attuale procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, infliggerà un durissimo colpo ai capi storici di Cosa Nostra, in quello che passerà nella storia giudiziaria italiana come il “maxi processo di Palermo”, che vide alla sbarra 475 imputati, 360 dei quali condannati.
Per avere giustizia, i familiari di Pio La Torre hanno dovuto attendere ben 22 anni e solo nel Giugno 2004, la Corte d’Assise di Palermo condannerà all’ergastolo, come mandanti degli omicidi La Torre e Di Salvo, i capi mafia Riina, Provenzano, Calò, Brusca e Geraci e come esecutori materiali Giuseppe Lucchese e Antonino Madonia, infliggendo pene inferiori agli altri esecutori. Nel Gennaio 2007 la Corte d'Assise d'Apello del capoluogo siciliano confermerà quelle condanne.
Tre mesi dopo quest'ultima sentenza e nel 25° anniversario dell’assassinio, il 30 Aprile 2007 venne intitolato a Pio La Torre il nuovo aeroporto di Comiso, città nella quale, tre settimane prima della sua morte, riuscì a portare oltre 100.000 persone per manifestare contro la costruzione in quel sito di una base missilistica e contro la quale si era battuto senza risparmio di energie sino agli ultimi mesi della sua vita. Una decisione scellerata della giunta di Comiso succeduta a quella che aveva intitolato l’aeroporto al nome di chi aveva fatto della lotta alla mafia una ragione di vita, nel 2008, qualche mese dopo il suo insediamento, decide di ritornare alla precedente denominazione e di chiamare lo scalo di Comiso, aeroporto “Vincenzo Magliocco”, nome di un generale del periodo fascista, caduto durante la guerra d’Etiopia. Con quella decisione - dirà Franco La Torre, figlio di Pio - è come se mio padre fosse stato ammazzato per la seconda volta.
Potranno anche decidere di togliere dall'aeroporto di Comiso il nome di Pio La Torre, ma gli ideali per cui aveva speso tutta la sua vita, sino all'estremo sacrificio, non potranno essere certo cancellati da una decisione amministrativa. Quegli ideali, insieme a quelli di tanti altri eroi caduti nella lunga lotta contro tutte le mafie, sono e rimarrano per sempre scolpiti nelle coscienze di tutti gli italiani onesti.
giovedì 29 aprile 2010
Russia/ A Tambov compare nuovo busto di Stalin in piazza
L'aspetto più paradossale è che per Tambov sarebbe stato più plausibile e giustificato un busto a Putin o a Medvedev : la statua è stata infatti donata al Comitato Regionale del Patito Comunista di Tambov dai comunisti dell'Ossezia del Sud, in segno di apprezzamento per l'assistenza umanitaria ricevuta dopo il conflitto con la Georgia di agosto 2008. Stalin in questo caso, a parte le origini ossete, non ha fatto nulla, essendo morto nel 1953.
Per l'inaugurazione ci saranno rappresentanti dei pensionati, veterani e mutilati di guerra, lavoratori, militari e funzionari delle forze dell'ordine.
Tambov è una città della Russia sud-occidentale, situata nella parte centrale del bassopiano della Oka e del Don. Durante la seconda guerra mondiale ebbe un'importanza strategica e fu sede di campi di prigionia sovietici ove furono internati migliaia di italiani, vittime della campagna di Russia voluta da Mussolini e dal Fascismo.
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lunedì 26 aprile 2010
Canzone per Juliàn Grimau
| di | Pino De Luca |
|---|---|
20 Aprile 1963, Juliàn fucilato dal regime franchista .... http://pinodeluca.ilcannocchiale.it/2010/04/20/canzone_per_julian_grimau.html |
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domenica 25 aprile 2010
25 aprile - Vergognoso manifesto del duce a Roma
(ANSA) - ROMA, 25 APR - La foto di Benito Mussolini con il saluto romano mentre sorride: e' il manifesto comparso questa mattina in alcune vie della capitale. Sopra la foto una didascalia: '25 aprile. Un'idea e' al tramonto, quando piu' nessuno capace di difenderla...'. La frase reca in calce la firma autografa del Duce. Il manifesto, della dimensione di un metro per un metro e mezzo, non riporta la sigla di alcuna formazione politica. Tappezzata in particolare la via Laurentina.
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sabato 24 aprile 2010
Salerno, Cirielli "cancella" la Resistenza "Liberi solo grazie agli americani"
SALERNO - Alla vigilia del 25 aprile scoppia il "caso Salerno". Il presidente della Provincia Edmondo Cirielli, l'ex deputato di An oggi Pdl e presidente della commissione Difesa della Camera, "cancella" dal manifesto celebrativo la Resistenza e la lotta di liberazione dall'occupazione nazifascista. A Salerno campeggiano i manifesti della Provincia ma su di essi non c'è nessun riferimento - come fanno notare esponenti locali del centrosinistra - alla Resistenza partigiana e alla lotta al nazifascismo, bensì un elogio all'esercito americano "per l'intervento nella nostra terra che ha sancito un'alleanza che ha garantito un luogo periodo di pace e di progresso economico e sociale senza precedenti e che ha salvato l'Italia, come l'Europa, dalla dittatura comunista". A stretto giro replica il centrosinistra. "Dimenticare il ruolo dei partigiani non è mai casuale, è una colpevole mancanza - afrferma Emanuele Fiano, deputato e responsabile Sicurezza del Pd - la cultura antifascista italiana non ha mai dimenticato lo straoprdinario sacrificio degli alleati", ma "non avremmo mai potuto camminare a testa alta se anche gli italiani stessi non si fossero ribellati e non avessero compiuto la lotta di Resistenza. Dimenticare i partigiani nel giorno della Liberazione è un tentativo di riscrivere la storia che va respinto".
"Polemiche costruite ad arte", si difende il diretto interessato. Che si difende dalle accuse di revisionismo: "La presa di distanza dalle conseguenze nefaste, per la democrazia, dell'esperienza fascista - spiega - è inequivocabilmente scritta nel testo: 'la festa del 25 aprile celebra la riconquista della libertà del popolo italiano e la difesa dei valori fondanti per la dignità dell'uomo e per la convivenza civile e democratica della nostra comunità nazionale. Il riconoscimento dell'impegno, del ruolo svolto dagli italiani che hanno sacrificato la loro vita a fianco degli alleati per la conquista della libertà è ugualmente presente in maniera centrale come fondativo della nostra nuova Italia".
Cirielli punta il dito contro "una certa cultura antidemocratica per anni a servizio, a volte anche a pagamento, della Russia comunista", cultura che, a suo giudizio, vorrebbe "negare alle giovani generazioni la possibilità di conoscere una serie di verità storiche", come ad esempio quella che "senza l'intervento e il consequenziale sacrificio di centinaia di migliaia di giovani americani, l'Italia non sarebbe stata liberata e la coalizione non avrebbe sconfitto la germania nazista", che "la Resistenza era un movimento composito che intruppava anche persone che non combattevano per la libertà e per la democrazia, ma per instaurare una dittatura comunista in italia". Infine, che "se ci avesse liberato l'Armata Rossa, anziché gli americani, per 50 anni non saremmo stati un paese libero".
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