Visualizzazione post con etichetta usa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta usa. Mostra tutti i post

sabato 1 maggio 2010

Per non dimenticare (archivo): le carte segrete sulla strage, l'ombra USA a Portella dela Ginestra


La Repubblica” 10 febbraio 2003
Le carte segrete sulla strage  – L’ ombra Usa a Portella della Ginestra
ATTILIO BOLZONI E TANO GULLO  GLI agenti speciali hanno lasciato le loro impronte a Portella della Ginestra. L’ ombra della strage che non ha avuto mai mandanti si allunga fino all’Office of Strategic Services, il servizio segreto americano che in quegli anni era comandato in Italia dal capitano James Jesus Angleton. Una pattuglia di quegli uomini che lui aveva reclutato tra le file della Decima Mas e nella sbirraglia fascista, sbarca a Palermo in anticipo su quel Primo Maggio. La missione siciliana e le altre incursioni contro i “rossi” in varie città d’ Italia erano state programmate da quattordici mesi.
Lo testimonia un cablogramma datato 12 febbraio 1946 indirizzato al War Department e firmato da Angleton in persona: “Ho bisogno immediatamente di almeno dieci agenti per aprire basi a Napoli, in Sicilia, a Bari e a Trieste. Devono essere sottoposti ad un addestramento intensivo… Servono per operazioni militari”.C’ è aria di festa quella mattina di primavera del 1947 sulle colline intorno a Piana degli Albanesi, all’ improvviso partono le sventagliate di mitraglia e il fuoco lascia per terra undici contadini. Ma non è solo Salvatore Giuliano a sparare. E non sono soltanto le armi dei suoi disgraziati banditi a far fuoco dalle rocce della montagna. Negli schedari degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti d’ America, gli atti desecretati dalla Cia svelano fatti e personaggi che raccontano le vicende di Portella prima e dopo il bagno di sangue. Ecco cosa è custodito nel labirinto di carte sepolte per oltre mezzo secolo alla Central Intelligence Agency. Ci sono indizi che portano ancora alle “squadre” del principe Junio Valerio Borghese addestrate dall’ Oss e spedite in Sicilia. Ci sono banditi che incontrano spie travestite da giornalisti. Ci sono monaci ed ex funzionari dell’ Ovra che trattano con il “re” di Montelepre. Ci sono mafiosi del calibro di Lucky Luciano che a sorpresa tornano nell’ isola. E, a Palermo, c’ è anche un covo antibolscevico collegato con le milizie di tutta Italia. Ogni foglio del “servizio” Usa emana odore di intrigo. Ma lì dentro c’ è soprattutto la storia di certe armi di cui nessuno si era mai curato. La prima traccia di Portella che conduce agli agenti di Angleton è ancora oggi conficcata nei corpi dei sopravvissuti: schegge di metallo di ignota provenienza. Non sono frammenti di proiettili, non sono bombe a mano andate in frantumi. Non sono niente, ufficialmente: solo “qualcosa” che il Primo Maggio ha colpito decine di contadini, donne e bambini. Quasi tutti i testimoni avevano allora raccontato “di aver sentito, prima degli spari, un sibilo e il tipico rumore dei mortaretti”. Alcuni avevano addirittura pensato ai giochi di fuoco allestiti per il giorno di festa. Nei documenti di College Park si trova quel “qualcosa” che fa un sibilo. Quel “qualcosa” è dentro il manuale di “Armi speciali, congegni ed equipaggiamenti” redatto dall’ Oss nel febbraio del 1945. Nell’ opuscolo c’ è la foto della “Special Weapon”, bomba aerea simulata in dotazione solo agli uomini del servizio segreto. Un testo ne spiega le caratteristiche tecniche e l’ uso: “Obiettivo: simulare il fischio e l’ esplosione di una bomba. Descrizione: è un congegno pirotecnico che produce un fischio dopo di che esplode come un grosso petardo…”. In molti, a Portella, vengono raggiunti da quei frammenti. In quasi tutti i primi referti se ne parla, poi le schegge scompaiono per sempre dai rapporti medico-legali. E le uniche armi che risultano agli atti sono quelle imbracciate dai banditi di Giuliano. Eppure, già all’ alba di quella mattina del Primo Maggio, i contadini che si incamminano verso il pianoro di Portella sentono le voci e le paure che si rincorrono per i paesi vicini. Tra le pieghe del processo per la strage c’ è una testimonianza. Quella di Maria Baio che riferisce cosa le sussurra la vicina di casa Antonia Partelli: “Mi disse : “I contadini vanno a Portella ma lo sanno che lì ci stanno gli americani che devono buttare le caramelle?”". Questo avviene poche ore prima della sparatoriaMa vediamo – attraverso la documentazione dell’ Oss – cosa è accaduto nei mesi precedenti. In un dossier “secret” del 20 febbraio 1946 si legge: “Molti elementi neofascisti provenienti dal Nord Italia sono stati inviati in Sicilia”. Un altro dossier, stavolta a firma Angleton informa: “L’ ex federale di Firenze Polvani ha promosso un incontro tra i principali gruppi neofascisti italiani… Polvani è arrivato per l’ occasione dal Centro Nazionale neo fascista di Palermo…”. Questo Polvani ricorre spesso negli archivi dell’ Oss. Il capitano Angleton non ne riporta mai il nome di battesimo ma negli schedari di College Park si trova il fascicolo (scritto in italiano) di un agente del Servizio Informazioni Difesa della Repubblica di Salò che si chiama proprio Massimo Polvani. A Palermo, come abbiamo visto, è attivo il Fronte antibolscevico.Lo sponsorizza in un’ “informativa” all’ Oss anche Nino Buttazzoni, ex capitano della Decima Mas, un luogotenente del principe Borghese, che comincia a collaborare con i servizi Usa. Il Fronte antibloscevico di Palermo ha sede nel centro storico, in via dell’ Orologio. Proprio qui, dopo la strage di Portella e dopo gli assalti del 22 giugno del 1947 alle Camere del Lavoro di mezza Sicilia, vengono ritrovati gli stessi volantini lanciati dai commandos che con bombe e mitra avevano seminato morte e terrore. Ma non ci sono solo i fascisti che fanno scorribande in Sicilia. A Palermo, soggiorna un boss che tutti davano ormai residente negli Stati Uniti. E’ Lucky Luciano. Si aggira per i paesi di mafia intorno a Portella a bordo di una Dodge rossa carrozzataTorpedo. Sul boss circolano tante leggende. Una – sempre smentita dagli storici – lo voleva a Gela durante lo sbarco Alleato. Ma questa volta la “prova” della sua presenza sull’ isola la forniscono gli stessi americani, catalogando nei loro archivi un “promemoria” che ricevono da Napoli il 27 agosto 1947: “Lucky Luciano giunse in Palermo proveniente da Genova il 2 gennaio ultimo scorso… dal 15 gennaio prese alloggio all’ Excelsior e il 30 maggio passò alle Palme. Il 22 giugno lasciò Palermo per Capri. Durante la sua dimora in Palermo non risulta abbia svolto attività di sorta”. L’ appunto poliziesco è vero solo in parte. Nei mesi trascorsi a Palermo il mafioso non sta proprio con le mani in mano. Lo avvistano a Carini con una ciurma “di otto eleganti giovanotti” due ore prima dell’ attacco alla Camera del Lavoro. Lo avvistano a San Giuseppe Jato quando da una Dodge rossa sparano contro la sezione comunista. Per conto di chi agisce Lucky Luciano? Perché torna in Sicilia libero mentre dovrebbe trovarsi in un pentitenziario americano per scontare una pena per traffico di droga? E’ lo stesso boss che confiderà in seguito allo scrittore Tom Mangold: “Spero che non accada mai niente a James Angleton perché verrebbero sicuramente a cercare me”. E’ sempre in quel periodo che in Sicilia vengono paracadutati altre pedine fondamentali della “rete” di Angleton. Uno è il monaco benedettino scomunicato Giuseppe Cornelio Biondi, catturato dall’ Oss (rapporto 4 aprile 1945) come “agente nemico” e poi internato in un campo di concentramento. All’ improvviso viene misteriosamente liberato, qualche mese dopo ce lo troviamo in Sicilia. E’ a Monreale insieme a Gaspare Pisciottail braccio destro di Giuliano. Poi c’ è Ciro Verdiani, ex agente dell’ Ovra che diventerà Ispettore Capo della polizia nell’ isola. Anche lui è catturato come “agente nemico” (rapporto Oss 9 luglio 1945), anche lui scende a Sud, da super poliziotto al servizio di Angleton, per banchettare con il “re” di Montelepre. E infine c’ è il giornalista Mike Stern che fa scoop a ripetizione intervistando il bandito. Più che giornalista Stern è una spia, ha il grado di capitano dell’ Office Strategic Services. Manda le sue corrispondenze alle riviste “Life” e “True” fino agli ultimi assalti alle Camere del Lavoro del palermitano. Poi sparisce per sempre dall’ isola. Nell’ orbita dell’ esercito di Angleton intanto entrano altri personaggi. Già siamo nel 1951 quando l’ Oss è ormai Cia. Il documento ha la data del 30 novembre: “Dovrebbe aver luogo la nascita di un Fronte nazionale che raggruppa neofascisti come Valerio Borghese e i fondatori del Fronte nazionale monarchico, deputati Giovanni Francesco Alliata di Montereale e Tommaso Leone Marchesano”. Quei due saranno accusati di essere tra i mandanti del massacro. A fare i loro nomi è Gaspare Pisciotta, prima di bere quel famoso caffè all’ Ucciardone. Questa è la storia di Portella della Ginestra “riletta” con i documenti del servizio segreto americano. Questa è la storia di una strage che volevano in tanti.

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

mercoledì 14 aprile 2010

Berlusconi, lasciato cinquanta minuti sul marciapiede

Cinquanta minuti sul marciapiede in attesa di essere riaccompagnati in albergo. E' stata questa la disavventura accaduta ieri a Silvio Berlusconi e alla sua delegazione dopo la prima giornata del Nuclear Security summit che si conclude oggi a Washington. Berlusconi andava su e giù sul marciapiede. Anche se ieri e oggi a Washington si sono incrociate per la città le delegazioni di 47 paesi, dimenticarsi o quasi della delegazione italiana non è stato carino da parte del cerimoniale a stelle e strisce. Soprattutto se si tratta di un esponente del G8 che sotto i cancelli ormai chiusi del "Convention Center", andava su e giù sul marciapiede. La tentazione di farsela a piedi sino all'hotel Willard è stata frenata solo dal secco "no" degli uomini del Secret Service americano che hanno pronunciato un drastico quanto classico «non vogliamo grane», che ha fatto rinunciare tutta la delegazione alla passeggiata. Dopo quasi un'ora l'arrivo del corteo di auto, con tanto di van neri e lampeggianti, è stato salutato dal Cavaliere con una smorfia. La stessa che stamane ha fatto quando gli hanno detto che «l'arrivo del rappresentanza italiana era già in ritardo di un'ora». «Ho aspettato io, ora aspettano loro», ha sostenuto il Cavaliere arrivando stamane nel palazzo del summit a ridosso di Barak Obama. I due sono entrati quasi insieme nel salone dove è stata scattata la classica foto di famiglia. 

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

domenica 11 aprile 2010

Emercency: La testimonianza di Maso Notarianni

«Membri della National security (Nsa) insieme a soldati della Nato-Isaf si sono presentati all'ospedale di Lashkar Gah, hanno cordonato l'ospedale e membri della Nsa hanno effettuato una perquisizione perché sospettavano la presenza di esplosivi». Secondo Notarianni, «sono stati portati via almeno tre italiani» e non è chiaro se anche alcuni membri del personale afgano.

«Inutile dire che il fatto che i nostri medici possano essere sospettati di ordire un complotto contro il governatore è assolutamente ridicolo», ha detto Notarianni riferendosi alle notizie date da un portavoce dell'amministrazione provinciale e riferite dalla Associated Press.

«L'Isaf», ha sottolineato Notarianni, «sta seguendo queste operazioni». Secondo il responsabile di Emergency, «dalle 16 ora afgana (le 13.30 ora italiana) non siamo più in grado di parlare con il nostro personale internazionale: al cellulare di uno dei nostri medici ha risposto un soldato britannico, probabilmente un ufficiale, che non si è identificato».


Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

Generale Mini (ex comandante di stato maggiore Nato) : Su Emergency la mannaia del sospetto


Emergency è diventata, soprattutto dopo il sequestro di Daniele Mastrogiacomo, un'organizzazione «scomoda e sgradita a molti» in Afghanistan. «Anche in ambito Isaf aleggia il sospetto che l'associazione di Gino Strada dia manforte ai talebani», ha spiegato il generale Mini, «da tempo sull'organizzazione è calata la mannaia del sospetto».

Per il generale Fabio Mini, ex comandante della forza multinazionale Nato in Kosovo (Kfor), l'irruzione nell'ospedale di Emergency a Lashkar Gah dei servizi afghani e dell'Isaf per prelevare quattro medici - tra cui tre italiani - può avere due chiavi di lettura. «O si tratta di un controllo che l'Isaf sta facendo su tutte le organizzazioni non governative», ha spiegato il generale Mini, «e allora si potrebbe parlare quasi di routine, anche se in questo tipo di operazioni mai si arresta o preleva qualcuno; oppure sono i servizi segreti afghani che, a causa dei vecchi sospetti di collusione di Emergency con i talebani e probabilmente disponendo di informazioni mirate, vogliono dare un giro di vite contro l'azione sgradita di chi cura i feriti senza chiedere la carta d'identità e senza schierarsi».

Secondo Mini si tratta comunque di «un'intimidazione». Emergency, ha sottolineato l'ex comandante di Stato maggiore delle forze Nato del sud Europa, «è scomodissima: è il 'cattivo' modello di quello che può funzionare quando parli con il nemico, e in Afghanistan queste cose non si possono sentir dire, nonostante le aperture di Obama»

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

Kabul, arrestati tre medici italiani di Emergency

Tre medici italiani di Emergency sono stati arrestati a Lashkar Gah, nel sud dell'Afghanistan. «Uomini dei servizi segreti afghani e soldati dell'Isaf sono entrati nell'ospedale di Emergency e hanno prelevato quattro persone, tra le quali tre medici italiani - ha spiegato Maso Notarianni, responsabile della comunicazione per l'organizzazione di Gino Strada e direttore di Peacereporter - quando li abbiamo chiamati al cellulare, ha risposto un ufficiale inglese che non ha voluto dare spiegazioni di quanto accaduto. Per quanto ci riguarda, i medici sono stati sequestrati dall'Isaf». L'ong italiana in prima linea nel curare i malati e i feriti nel paese asiatico sconvolto dalla guerra, respinge conforza l'accusa di complotto.

La Farnesina fa sapere che il ministro Frattini sta seguendo gli sviluppi della vicenda in stretto raccordo con l'Ambasciata di Italia a Kabul e le autorità locali. In attesa di poter conoscere la dinamica dell'episodio e le motivazioni dei fermi, il governo italiano ribadisce la linea di assoluto rigore contro qualsiasi attività di sostegno diretto o indiretto al terrorismo, sia in Afghanistan così come altrove. La Farnesina ribadisce inoltre che riconferma il suo più alto riconoscimento al personale civile e militare italiano impegnato per le attività di pace in Afghanistan.

Poco dopo, fonti del ministero degli esteri fanno sapere che dagli ultimi accertamenti esperiti in loco in raccordo con l'ambasciata italiana a Kabul e le autorità locali è emerso che i medici italiani in stato di fermo lavoravano in una struttura umanitaria non riconducibile nè direttamente nè indirettamente alle attività finanziate dalla cooperazione italiana.

L'accusa L'aver partecipato a un complotto per uccidere il governatore della provincia di Helmand. Lo ha reso noto un portavoce dell'amministrazione provinciale.

L'Ong: "Frattini li faccia rilasciare" «Dal ministro Frattini ci aspettiamo che faccia immediatamente rilasciare i nostri medici e si esiga che la situazione torni alla normalità», ha detto a CNRmedia Maso Notarianni, responsabile comunicazione di Emergency e direttore del sito Peacereporter. «L'accusa di un qualsiasi complotto o del favoreggiamento di qualsiasi azione violenta è assolutamente ridicola. Chiunque, qualsiasi afghano medio, ridirebbe del fatto che qualsiasi membro delo staff di Emergency possa complottare alcunchè. L'ospedale di Lashkar Gah opera in una situazione difficile, nella provincia di Helmand dove è in corso da settimane una operazione militare che ha colpito molti civili che spesso non potevano ricevere alcun soccorso», ha concluso Notarianni.

I fermati Sono nove in totale, tra cui tre medici italiani, i dipendenti di Emergency fermati dalla Nato dopo il ritrovamento di due cinture esplosive e diversi ordigni esplosivi in uno sgabuzzino nell'ospedale di Lashkar Gah, nella provincia meridionale di Helmand, dell'organizzazione di Gino Strada. «Stavano progettando a Lashkar Gah e l'obiettivo numero numero ero io stesso», ha spiegato il governatore, Gulab Mangal, secondo cui l'azione era stata finanziata dai talebani afghani rifugiatisi in Pakistan. Tra le armi rinvenute anche nove granate e cinque pistole. Il portavoce del governatore Daud Ahmadi ha raccontato che la polizia sorvegliava l'ospedale dallo scorso mese e che gli agenti hanno fatto irruzione oggi subito dopo che «il materiale» esplosivo è stato portato nella struttura.

L'Isaf non c'entra con gli arresti di Emergency Non sono stati gli uomini di Isaf, la missione internazionale della Nato in Afghanistan, ad arrestare i tre medici di Emergency in servizio all'ospedale di Lashkar Gah, nel sud del paese. Lo si apprende da fonti qualificate dello stesso comando Nato in Afghanistan le quali confermano invece che l'operazione è stata condotto dai militari della National security afghana.

L'Ong: "Frattini li faccia rilasciare" «Dal ministro Frattini ci aspettiamo che faccia immediatamente rilasciare i nostri medici e si esiga che la situazione torni alla normalità», ha detto a CNRmedia Maso Notarianni, responsabile comunicazione di Emergency e direttore del sito Peacereporter. «L'accusa di un qualsiasi complotto o del favoreggiamento di qualsiasi azione violenta è assolutamente ridicola. Chiunque, qualsiasi afghano medio, ridirebbe del fatto che qualsiasi membro delo staff di Emergency possa complottare alcunchè. L'ospedale di Lashkar Gah opera in una situazione difficile, nella provincia di Helmand dove è in corso da settimane una operazione militare che ha colpito molti civili che spesso non potevano ricevere alcun soccorso», ha concluso Notarianni

AFGHANISTAN: STRADA, VOGLIONO LIBERARSI DI EMERGENCY
Gino Strada non ha dubbi sul significato dell'arresto dei tre medici italiani dell'ospedale di Emergency a Lashkar Gah, nella provincia di Helmand. 'Un ulteriore tentativo di mandare via Emergency da quella zona, messo in atto dagli uomini del governo afghano e dalle forze di occupazione che lo sostengono', ha detto il medico fondatore dell'organizzazione umanitaria, il quale ha definito 'assurda' l'accusa di complotto per uccidere il governatore di Helmand mossa agli arrestati .





Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

giovedì 18 marzo 2010

BAMBINI AFGANI AMMANETTATI E UCCISI ?


    autore: Dave Lindorff Non succede nulla! La stampa statunitense lo nasconde.
    *Dave Lindorff è un giornalista di Filadelfia. I suoi servizi sono reperibili in www.thiscantbehappening.net
    Traduzione di Alvise Ferronato per http://www.lernesto.it
    Dave Lindorff
    Quando il tenente del battaglione Charlie, William Calley, diede ordine ai suoi uomini di violentare, mutilare e massacrare più di 400 uomini, donne e bambini a My Lai in Vietnam nel 1968, vi furono almeno quattro cittadini statunitensi che operarono per fermarlo o per portarlo di fronte agli ufficiali superiori ed alla giustizia. Uno di questi era l’elicotterista Hugh Thompson jr., che aveva evacuato alcune delle vittime ferite e che aveva frapposto il suo mezzo fra un gruppo di vietnamiti e gli uomini di Calley, dando ordine al suo artigliere di aprire il fuoco contro i soldati americani nel caso avessero ancora sparato contro altre persone. Un altro era Ron Hidenhour che, saputo del massacro iniziò un’indagine privata, finendo con l’informare il Pentagono ed il Congresso del crimine. Il terzo era Michael Bernhardt, soldato del battaglione Charlie, testimone oculare del massacro, che raccontò tutto a Hidenhour. L’ultimo era Seymour Hersh, un giornalista che pubblicò la vicenda sui media americani.
    Anche la guerra che si combatte oggi in Afghanistan conta i propri massacri di My Lai. Avvengono quasi ogni settimana, quando l’aviazione statunitense bombarda gli invitati alle feste di matrimonio, o abitazioni “sospettate” di riparare terroristi, che poi si rivelano essere in realtà solo dei rifugi per i civili. Questi My Lai sono però tutti convenientemente etichettati come incidenti. Vengono archiviati e dimenticati come inevitabili “danni collaterali” della guerra. Eppure, è di recente avvenuto un massacro che non può essere catalogato come “errore”- un massacro che, anche se ha coinvolto meno di una decina di persone, si trascina dietro lo stesso fetore della vicenda di My Lai. Si tratta dell’omicidio, commesso con lo stile di una esecuzione, di otto studenti in precedenza ammanettati, tra gli 11 e i 18 anni, e di un vicino, un bimbo di 12 anni che faceva il pastore e che si trovava sul posto in visita, il 26 dicembre scorso nella provincia di Kunar. Disgraziatamente, nessun soldato con un minimo di principi, con una coscienza come il pilota Hugh Thompson ha cercato di salvare questi bambini. Nessun testimone ha trovato il coraggio di informare su ciò cui aveva assistito come Michael Bernhardt. Nessun Ron Hidenhour tra gli altri soldati statunitensi presenti in Afghanistan ha svolto indagini su questa atrocità e ne ha informato il Congresso. E nessun giornalista americano ha indagato su questo crimine di guerra come Seymour Hersh fece per My Lai.
    C’è un Seymour Hersh per il massacro di Kunar, ma è un inglese. Mentre i giornalisti americani, come gli anonimi droni che hanno scritto il resoconto del 29 dicembre scorso per la CNN sull’incidente (http://www.cnn.com/2009/WORLD/asiapcf/12/29/afghanista…), hanno accettato come per reale la occultante storia inizialmente propagata dal Pentagono –che le vittime appartenevano ad un gruppo segreto di terroristi-, Jerome Starkey, un giornalista che lavora in Afghanistan per il Times e per lo Scotsman, ha parlato con altre fonti- il direttore della scuola frequentata dalle giovani vittime, altri abitanti del luogo, funzionari del governo afgano- e ha scoperto la verità su un atroce crimine di guerra – appunto l’esecuzione di ragazzini ammanettati-. E mentre pochi notiziari negli Stati Uniti come il New York Times hanno menzionato la notizia secondo la quale le vittime erano dei bambini e non dei terroristi, nessuno, inclusa la CNN, di coloro che avevano accettato e pubblicato le menzogne del Pentagono senza prima verificarle, si è preso il disturbo di pubblicare gli aggiornamenti riguardanti questa notizia quando, il 24 febbraio, i militari americani hanno ammesso che effettivamente si trattava di innocenti studenti. Né alcuna agenzia di stampa corporativa agli Stati Uniti ha menzionato che le vittime erano ammanettate quando sono state uccise. Starkey ha informato a riguardo delle incriminanti ammissioni del governo USA. Ciò nonostante i media americani restano chiusi nel loro silenzio come una tomba. Stando alla Convenzione di Ginevra, l’esecuzione di un prigioniero costituisce un crimine di guerra. A Kunar però, il 26 dicembre, forze dirette dagli Stati Uniti o forse soldati statunitensi o mercenari messi sotto contratto dagli USA hanno freddato otto prigionieri ammanettati. E’ un crimine di guerra ammazzare bambini al di sotto dei 15 anni, però in questo caso un bimbo di 11 e uno di 12 anni sono stati catturati come combattenti e giustiziati. Altre due vittime avevano 12 anni, un’altra 15.
    Ho telefonato all’ufficio del Segretario alla Difesa, per domandare se era in corso un’indagine riguardante questo crimine o se era in progetto di realizzarne una, e mi è stato risposto di inviare una domanda per iscritto, cosa che ho fatto. Fino ad oggi non ho ottenuto risposta. La macchina delle relazioni pubbliche del Pentagono ha preteso per telefono di non essere neppure a conoscenza dell’incidente a cui stavo facendo riferimento, ma anche privo del suo “aiuto” sono venuto a sapere che ciò che i militari americani hanno fatto –il che non costituisce una grossa sorpresa- è stato trasferire il problema, affidando tutte le indagini alla International Security Assistance Force (ISAF)- un nome decorativo per definire le forze NATO al comando degli Stati Uniti che combattono contro i talebani in Afghanistan. Nient’altro che un’abile truffa. L’ISAF non è altro che un vero e proprio ente della coalizione, come lo era la “Coalizione dei Volenterosi” (Coalition of the willing) nel corso della guerra in Iraq portata avanti dal presidente Bush; questo sotterfugio ostacola le indagini legislative sull’accaduto, dal momento che il Congresso non ha l’autorità per imporre la testimonianza della NATO o dell’ISAF come si potrebbe fare con il Pentagono. Una fonte del Comitato per le Forze Armate del Senato conferma che l’ISAF sta indagando, e che il comitato ha sollecitato una “nota informativa” –il che significa che nessuna dichiarazione verrebbe rilasciata sotto giuramento- una volta che l’indagine verrà completata, ma non aspettatevi grandi risultati. Allo stesso modo ho preso contatto con l’ufficio stampa del Comitato per le Forze Armate della Camera per vedere se era in programma qualche udienza che riguardasse questo crimine. La risposta è stata negativa, anche se la responsabile stampa mi ha chiesto di mandarle i particolari a riguardo dell’incidente (non è un buon segnale che i membri e il personale della Camera prestino cosi tanta attenzione – questi omicidi hanno portato a manifestazioni studentesche in tutto l’Afghanistan, a una protesta formale dell’ufficio del presidente Hamid Karzai e a un’indagine del governo afgano, che ha concluso che degli studenti innocenti sono stati arrestati ed ammazzati, e che senza dubbio ha contribuito ad una risoluzione del governo afgano che prevede che si processino e mettano a morte i soldati statunitensi che si rendano responsabili dell’uccisione di civili afgani). E’ tempo che le persone di coscienza si frappongano a questa avventura imperiale che ora come ora si può senza alcun problema definire la Guerra di Obama in Afghanistan. Molti uomini e donne in uniforme in Afghanistan sanno che lo scorso dicembre a Kunar nove bambini afgani sono stati fermati e assassinati per mano degli Stati Uniti. Con ogni probabilità ci sono persone che sono state implicate nella pianificazione e nella realizzazione di questa criminale operazione che si sentono responsabili di ciò che è accaduto. Queste persone fino ad ora sono state con la bocca tappata, o per paura o perché semplicemente non sanno a chi e dove rivolgersi. (Nota: se avete qualche informazione potete mettervi in contatto direttamente con me). Ci sono anche numerosi giornalisti in Afghanistan e a Washington che potrebbero investigare su questa storia, ma non lo stanno facendo. Non chiedetemi il perché. Magari provate a domandarlo ai loro editori.
    ———————
    Fonte: http://www.counterpunch.org/lindorff03042010.html


Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

mercoledì 10 marzo 2010

Passi indietro sulla porta dell'inferno


La settimana scorsa il senatore John Kerry, lunedì l'inviato Usa George Mitchell, ora il vicepresidente Joe Biden. Dopo mesi di paralisi seguiti al drammatico discorso del presidente Barack Obama al Cairo, sembra che il processo di pace in Medio Oriente torni all'ordine del giorno. Anche se 19 anni dopo la conferenza di Madrid, e quasi 17 dall'avvio del processo di Oslo, con tutte le pressioni degli Stati uniti, tutto quello che israeliani e palestinesi hanno accettato è di avviare una serie di negoziati indiretti. È difficile valutare l'obiettivo reale della visita di Biden in Israele. Tolto il dialogo israelo-palestinese, la questione davvero esplosiva è quella che riguarda l'Iran e i presunti sforzi del presidente Ahmadi Nejad per procurarsi una bomba atomica.
Biden arriva subito dopo la visita del comandante delle forze armate Usa. L'obiettivo di entrambi sembra chiaro: frenare un possibile attacco israeliano al reattore iraniano. La questione iraniana è un incubo regionale. Mentre la politica estera israeliana si è fondata su una costante esasperazione del pericolo di un Iran atomico, per la regione tutta Ahmadi Nejad è un pericolo perché appoggia elementi radicali islamici che combattono regimi arabi. Un possibile attacco israeliano non solo non risolverebbe la questione atomica, ma scatenerebbe reazioni tali da trasformare l'intero Medio oriente in un inferno.
I dirigenti israeliani continuano a giocare sulla politica della paura. Quando il presidente iraniano ripete le tiritere sull'inesistenza dell'olocausto o sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica, non fa che alimentare le fiamme che Netanyahu e i suoi alleati vogliono tenere vive. La visita di Ahmadi Nejad a Damasco, l'incontro con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e con i leader di Hamas, rafforzano l'immagine di un costante pericolo per Israele.
Gli Usa però non vengono solo per frenare Israele sull'Iran. Sanno, come la maggioranza dei leader arabi - inclusa la Siria - che la questione palestinese è la chiave per la calma e la stabilità e temono che la politica israeliana provochi invece una nuova deflagrazione. Il governo di Netanyahu si dichiara favorevole alla soluzione dei «due stati» ma molti credono, con buona ragione, che questo sia solo un artificio retorico. Il governo israeliano dichiara il congelamento delle nuove costruzioni nei Territori occupati, ma manda avanti tutti i progetti di colonie, trasformando Gerusalemme nel punto caldo che provocherà la nuova esplosione. Il sindaco di Gerusalemme e i suoi alleati sono dei veri piromani, il suo razzismo si traduce in un aperto attacco alla presenza palestinese nella città. Perfino Netanyahu, sotto forte pressione americana, ha insistito perché sindaco evitasse di pubblicare un nuovo piano cittadino il cui elemento chiave era la distruzione di case palestinesi nel villaggio di Silwan, nella parte est (palestinese) di Gerusalemme.
Il presidente dell'Anp Mahmoud Abbas deve aver preso troppo sul serio la retorica americana e ha rifiutato negoziati diretti con gli israeliani. Facendo così un gran favore a Netanyahu, che ha fatto la figura di quello che voleva il dialogo. Questo può confondere gli osservatori sprovveduti, ma non può nascondere il vero problema: i palestinesi sono divisi e la relativa tranquillità in Cisgiordania, o un certo miglioramento economico, non possono essere la base di un reale cambiamento.
Ora la pressione di vari leader arabi ha portato Abbas ad accettare negoziati indiretti. I colloqui indiretti sono un enorme passo indietro, e non possono occultare gli elementi di fondo del conflitto israelo-palestinese. La divisione - inimicizia, quasi odio - interna ai palestinesi permette al governo israeliano di proseguire con una politica tutt'altro che pacifica. Dietro la retorica di Netanyahu sui «due stati» si nasconde una costante espansione, la continua repressione nei Territori occupati, Gerusalemme inclusa, e il brutale accerchiamento nella grande prigione a cielo aperto che è oggi la Striscia di Gaza. Parole, cosmetica, formule vaghe non possono preludere a una soluzione reale. Forse è ora che Israele, e l'Europa, si rendano conto della reale dimensione del conflitto e delle sue potenziali, sanguinose implicazioni.
Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

sabato 30 gennaio 2010

Blair sulla guerra in Iraq mente sapendo di mentire?

LONDRA - Fuori, la contestazione dei pacifisti. Dentro, le domande sulla guerra in Iraq. Tony Blair depone davanti alla commissione di inchiesta che si sta occupando del conflitto contro Saddam Hussein. E tenta di spiegare le ragioni che spinsero la Gran Bretagna ad avviare le operazioni militare. «Fino all'11 settembre pensavamo che Saddam Hussein fosse un rischio e facemmo del nostro meglio per contenere quel rischio - spiega Blair. - Dopo gli attentati questa percezione degli Usa e della Gran Bretagna cambiò drammaticamente». «Saddam non c'entrava niente con al Qaeda e con l'11 settembre» gli fa notare Sir Roderic Lyne, membro della commissione. Ma Blair insiste: quelle stragi fecero crescere la paura che armi di distruzione di massa potessero essere usate contro l'Occidente. «Dopo l'11 settembre, se tu eri un regime che aveva a che fare con le armi di distruzione di massa, dovevamo fermarti: questa era l'idea della Gran Bretagna, non degli Usa». «L'opzione di rimuovere Saddam - aggiunge l'ex premeir - è sempre stata presente dopo l'11 settembre. Le opzioni erano semplici: c'era la possibilità di adottare sanzioni efficaci, inviare ispezioni o in alternativa rimuovere Saddam».
NESSUN ACCORDO SEGRETO CON BUSH - Nei vari incontri con il presidente americano George Bush, racconta ancora Blair, «presi l'impegno di affrontare il caso Saddam». «Ho sempre pensato che l'Iraq sarebbe stato un posto migliore senza Saddam», prosegue, e con Bush eravamo d'accordo su «come assicurare che la minaccia delle armi di distruzione di massa fosse affrontata». Ma la mia, sottolinea l'ex capo del governo Blair, era «una posizione aperta». L'ex leader laburista sottolinea quindi le strette relazioni tra Londra e Washington, definendo l'11 settembre «non un attacco contro l'America, ma contro noi tutti». L'ex premier ha poi ha negato di aver mai stipulato «accordi segreti» con George W. Bush sull'intervento militare. Nell'audizione ha ricordato che dopo il famoso incontro con l'allora presidente americano in Texas, nell'aprile 2002, non fu fatto mistero che si fosse convenuto sulla necessità di risolvere il problema Saddam Hussein «con un metodo da decidere». Blair ha dunque difeso con forza la scelta di partecipare all'intervento militare. «Qui non si parla di una menzogna o di una cospirazione o di un inganno», ha insistito, «è una decisione. E la decisione che dovetti prendere era: data la storia di Saddam, dato il suo uso di armi chimiche, dato il milioni di morti che aveva già causato, dati i 10 anni di violazioni di risoluzioni Onu, possiamo prenderci il rischio di lasciare che quest'uomo ricostituisca i suoi programmi di armamenti o è un rischio che sarebbe irresponsabile prendersi?».

IRAN PIU' MINACCIOSO DELL'IRAQ - L'Iran del 2010 rappresenta una minaccia superiore a quella posta dall'Iraq nel 2003. E' stta questa un'altra delle considerazioni dell'ex premier britannico davanti alla commissione d'inchiesta sulla guerra in Iraq. Denunciando il pericolo posto dal programma nucleare di Teheran e dai legami di quel paese con gruppi terroristici, «la mia opinione è che non si possono correre rischi in questa vicenda. Quando vedo questi legami con gruppi terroristici, direi che una gran parte della destabilizzazione nel Medio Oriente viene dall'Iran», ha notato.

PROTESTE - L'ex premier è arrivato con quasi due ore di anticipo al Queen Elizabeth Centre, ed è entrato da un ingresso secondario per evitare le centinaia di manifestanti che si trovano di fronte all'edificio. Quando Blair ha iniziato a deporre i dimostranti hanno dato le spalle al palazzo, e un oratore ha iniziato a leggere nomi di civili e militari morti in Iraq. I manifestanti, apprendendo dell'arrivo dell'ex primo ministro, lo hanno accusato di «vigliaccheria» per essere «entrato furtivamente» nell'edificio. Il leader di un gruppo anti-guerra, Andrew Murray, ha detto al Guardian che «il modo vigliacco in cui è entrato nell'edificio rispecchia come l'ex primo ministro ha venduto la guerra al Paese, alle spalle dell'opinione pubblica». Sul posto sono dispiegati anche centinaia di poliziotti che formano diversi cordoni per tenere a distanza i manifestanti, giunti numerosi con cartelli che accusano Blair di essere un bugiardo, alcuni sfilano indossando una maschera che ricorda il volto di Blair e con le mani insanguinate, altri urlano: «Tony Blair dove sei! Vogliamo tirarti una scarpa» e ancora «criminale di guerra».

mercoledì 9 dicembre 2009

Obama: fondi per rilancio economia e energia pulita

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, pensa a un pacchetto di nuove misure per ridurre, nel corso di una generazione, l'alto tasso di disoccupazione raggiunto negli Usa.
Parlando alla Brookings Institution, un think-tank di Washington, Obama ha affermato che le risorse risparmiate dai fondi destinati alle banche in difficolta' saranno impiegate per rilanciare l'economia.
La Casa Bianca aveva detto che il piano di salvataggio approvato nell'ottobre del 2008 sarebbe costato circa 200 miliardi di dollari in meno del previsto. Molti istituti di credito hanno gia' iniziato a restituire i prestiti ricevuti per la crisi di Wall Street. Obama non ha pero' precisato quanti di quei 200 miliardi di dollari intende utilizzare per il pacchetto di stimolo per il mercato del lavoro. Secondo fonti dell'amministrazione, solo gli investimenti nelle infrastrutture ammonteranno a 50 miliardi di dollari.
 L'amministrazione Obama punta su tre aree per rilanciare e sostenere il mercato del lavoro, con iniziative che - spiegano dall'amministrazione statunitense - "sono il cuore dei nostri sforzi per aiutare gli americani a tornare al lavoro e per spingere le aziende a tornare ad assumere". Le tre aree di intervento sono: infrastrutture,piccole imprese ed energia. Quest'ultima include nuovi incentivi per i consumatori che introdurranno tecnologie verdi nelle proprie case. "Le misure rientrano nella politica portata avanti non solo per creare lavoro nel breve termine ma anche per rafforzare la competitivita' delle attivita' americane, incoraggiare gli investimenti e promuovere le esportazioni".

Investire nelle piccole imprese
Per le pmi l'amministrazione propone interventi soprattutto di tipo fiscale. Si tratta della capital gain a zero per le piccole imprese per un anno, sgravi per le assunzioni e l'eliminazione delle commissioni per quelle imprese di piccole dimensioni che ottengono prestiti attraverso ilprogramma Small Business Adiministration.
Investire nelle infrastrutture
Ulteriori investimenti nel settore del lavori pubblici (autostrade, ponti, acqua e ferrovie) per sostenere gli sforzi portati avanti per rilanciare l'occupazione e migliorare la produttivita' americana.
Investimenti nell'energia pulita
Se la nazione sarà la prima nell investire nell'energia pulita, sarà alla guida del mondo.
L'amministrazione prevede nuovi incentivi per i consumatori che investono in tecnologie 'verdi' per le proprie abitazioni.
"Investimenti mirati nell'efficienza energetica possono aiutare a creare occupazione, consentendo allo stesso tempo ai consumatori di risparmiare. Il presidente - precisano dall'amministrazione - chiede al Congresso di considerare un nuovo programma di incentivi per i consumatori che introducono tecnologie pulite nelle loro abitazioni, con l'obiettivo di ricreare quanto accaduto con il programma di incentivi alla rottamazione di auto", che ha avuto un grande successo.

giovedì 3 dicembre 2009

Le stragi Usa in Afghanistan



Marc W. Herold
Qualche settimana fa il professor Marc Herold, del Dipartimento di economia dell'Università del New Hampshire ha pubblicato un lungo rapporto dal titolo perfettamente esplicito: “Uccidere innocenti per salvare ‘le nostre truppe’: otto anni di orrori perpetrati nei confronti dei civili afghani dall’esercito statunitense
e dal suo megafono, il sistema dei media”. Qui di seguito ne riportiamo un estratto con i dieci punti principali, mentre il testo intero, in formato PDF, lo si può trovare cliccando qui.
I dieci punti principali
1. Le guerre statunitensi nel Terzo Mondo dopo la guerra in Corea hanno a che fare col diverso valore attribuito alla vita di esseri umani di diverso colore, gli “altri”; in altre parole, è una questione di razza e di etnia. Questo si riscontra nel linguaggio e nella concezione dei discorsi ufficiali, nel linguaggio dei soldati e negli esiti, che mettono in evidenza il diverso valore che gli statunitensi attribuiscono alla vita quale risarcimento per i cosiddetti assassini per negligenza.
2. La guerra statunitense in Afghanistan non è stata altro che una guerra “di precisione” eseguita con armi nuove ad alta tecnologia. Tuttavia, l’errore non risiede tanto nelle armi quanto nel come queste sono state utilizzate dal personale militare statunitense, esecutore delle politiche volute dalle amministrazioni Bush e Obama. Lo scarto fra il numero delle perdite tra i civili afghani e i soldati delle forze occupanti fornisce una stima della mortalità relativa nella guerra afghana condotta dagli USA.
3. I costi di questa guerra per l’Afghanistan e per la popolazione afghana sono enormi e multidimensionali.
4. Il “nuovo” approccio militare portato avanti dal generale McCrhystal. che, per mantenere l’impegno della NATO, è rivolto a provocare un minor numero di vittime tra i civili afghani, esponendo di conseguenza a maggiori rischi di morte i soldati statunitensi (per la maggior parte di basso ceto rurale), conferma ciò che sostengo da tempo: i bombardamenti aerei USA sono stati voluti solo per ridurre al minimo le perdite statunitensi a discapito della popolazione civile afghana.
5. Obama, quintessenza del “signor Immagine”, ha intensificato significativamente la guerra USA in Afghanistan e in Pakistan, mentre anche i più fedeli alleati NATO sono sempre più riluttanti a continuare quella che sembra tramutarsi in una guerra senza fine; questi ultimi stanno accortamente cercando di evitare i costi della sconfitta, mentre Obama si sta lasciando travolgere. Ma gli USA non possono continuare questa guerra da soli (con la
presenza pressoché simbolica di soldati mal addestrati dell’Estonia, della Mongolia, della Colombia o della Macedonia).
6. I principali media statunitensi, in particolare la televisione (per esempio Lara Logan, la corrispondente estera più gettonata della CBS, da sempre sostenitrice dell’esercito USA in Afghanistan e ora sfrontata sostenitrice della guerra3) e la radio, ma l’Associated Press, hanno rivestito un ruolo chiave nel confondere il pubblico statunitense sulle ragioni per cui gli USA continuano la guerra in Afghanistan. Dove sono le fotografie di coloro che sono stati uccisi o mutilati dalle truppe statunitensi?
7. Altri commentatori statunitensi – gli interventisti umanitari in Afghanistan, inclusi Human Rights Watch, Sarah Chayes, Harvard’s Carr Center ecc. – prospettano un’idilliaca conclusione del conflitto, in cui allegri agricoltori afghani lavorano in cooperative producendo melagrane o zafferano destinati all’esportazione e nelle stesse campagne si moltiplicano a vista d’occhio le scuole femminili. Questo non ha niente a che vedere con la realtà, ma solo con la propaganda della guerra presso il pubblico statunitense.
8. La guerra in Afghanistan non può essere vinta né militarmente né conquistando i cuori e le menti della resistenza afghana. Inoltre, i bombardamenti statunitensi e l’occupazione dell’Afghanistan hanno rafforzato – e non indebolito – Al Qaeda, favorendo la sua propagazione in almeno due continenti (Asia e Africa). Grazie agli USA, ora Al Qaeda un’organizzazione globale.
9. L’unica soluzione per gli USA sarebbe un immediato ritiro, proprio come fecero i sovietici nel 1989, lasciando che gli afghani trovino una soluzione come fecero i vietnamiti nel 1975. Il metodo Obama/McChrystal lascia intravedere una guerra senza fine e il metodo Biden è un invito per un nuovo 11 settembre.
10. La storia ci insegna che l’unico importante fattore in grado di determinare un immediato ritiro USA da un conflitto è l’aumento delle perdite militari. Sono sotto gli occhi di tutti i casi dell’Indocina (1965-75), dell’attacco al Libano nel quale rimasero uccisi 241 soldati statunitensi (1983), dei Blackhawks abbattuti in Somalia (1993).

mercoledì 2 dicembre 2009

Video (in inglese) del Discorso di Obama sull'Afghanistan


First half of Obama's Presidential address to the nation in which he talks about adding more troops to Afghanistan and having them back home around Summer of 2011.    
Prima metà del discorso presidenziale di Obama alla nazione in cui parla l'aggiunta di altre truppe in Afghanistan e di farle tornare a casa intorno estate del 2011.






Discorso di Obama: "Altri soldati in Afganistan"


tratto da il Manifesto.it di Michelangelo Cocco | Stasera, quando in Italia sarà ormai notte, Barack Obama annuncerà dall'Accademia militare di West Point l'entità dell'escalation di guerra in Afghanistan. Ma il presidente degli Stati Uniti ha già illustrato la sua strategia - aumento (tra le 30.000 e le 35.000) delle truppe compreso - ai generali e ai principali alleati di Washington.
A rivelarlo sono stati ieri i media statunitensi, secondo i quali domenica sera il «comandante in capo» ha avuto un incontro non annunciato con il segretario di stato Hillary Clinton. Subito dopo ha visto il ministro della difesa Robert Gates e il consigliere per la sicurezza nazionale James Jones, prima di parlare in videoconferenza con il capo delle operazioni militari in Afghanistan, il generale Stanley McChrystal, e Karl Eikenberry, ambasciatore Usa a Kabul.
Ieri Obama ha esposto ai leader di Gran Bretagna, Francia e Russia quella che oggi, al popolo statunitense, cercherà di vendere come una «strategia d'uscita» da un conflitto iniziato nel 2001 come primo capitolo della «guerra al terrorismo» e che in tempi di crisi sta alimentando il deficit Usa.
Non solo, Obama ha annunciato di voler coinvolgere anche la Cina. È improbabile però che Pechino - con una penetrazione economico-commerciale crescente in Asia centrale - sia interessata a qualsiasi ipotesi di coinvolgimento militare nel pantano afghano.
Chi invece ha scoperto le carte è Gordon Brown: il premier britannico ieri ha annunciato che Londra (che sta nella provincia meridionale di Helmand ha perso 99 uomini dall'inizio dell'anno e 236 dall'invasione del del paese asiatico nel 2001) invierà al fronte altri 500 soldati, portando il suo contingente a oltre 10.000 truppe.
A Londra il governo ha spiegato le sue decisioni alla Camera dei comuni. Il ministro della difesa Bob Ainsworth ha lasciato intendere che gli unici membri della Nato disposti a fornire altri soldati sarebbero la Turchia, il Portogallo, la Georgia e la Slovacchia.
E ha spiegato gli obiettivi da raggiungere: uno sforzo supplementare per l'addestramento degli inaffidabili soldati e poliziotti afghani (è proprio questo il punto su cui - secondo le anticipazioni dei media Usa - oggi Obama punterà una parte importante del suo discorso; la messa a punto di un'amministrazione più efficiente e meno corrotta a Kabul; un attacco più deciso alla «sorgente» di al Qaeda, cioè la frontiera afghano-pachistana, per impedire che, riorganizzandosi, taleban e combattenti islamisti vari possano colpire Europa e Stati Uniti.


Aggiornamento:

(Da:  Unionesarda)


Non è un nuovo Vietnam

Ha detto Obama, in un discorso davanti ai cadetti di West Point: "C'è chi suggerisce che l'Afghanistan è un nuovo Vietnam, sostenendo che non può essere stabilizzato, e che è meglio limitare le perdite ritirandosi rapidamente". Poi il presidente, parlando di lettura sbagliata della storia, ha aggiunto: "Contrariamente al Vietnam, siamo stati raggiunti da una ampia coalizione di 43 nazioni che riconosce la legittimità della nostra azione. Contrariamente al Vietnam, non siamo di fronte ad un sollevamento popolare ampio. E, fatto ancora più significativo, contrariamente al Vietnam, il popolo americano è stato vigliaccamente attaccato dall'Afghanistan, e rimane un obiettivo di quegli estremisti che stanno complottando lungo le sue frontiere".



martedì 24 novembre 2009

Pentagono immobiliare S.p.A.



*nell'immagine la situazione nel 2007
Un «portafoglio globale di proprietà immobiliari»: 539mila edifici e altre strutture distribuite in 5579 siti militari. Lo possiede il Pentagono, il più grande proprietario immobiliare del mondo. Con questa statistica si apre l’ultimo inventario delle basi militari (Base Structure Report 2009), pubblicato dal dipartimento Usa della difesa. La crisi economica non lo tocca: il presidente Obama ha appena autorizzato un ulteriore aumento del bilancio base del Pentagono, che nell’anno fiscale 2010 (iniziato il 1° ottobre scorso) viene portato a oltre 680 miliardi di dollari, compresi 130 per le guerre in Iraq e Afghanistan che presto saranno aumentati. Si aggiungono 113 miliardi per i militari a riposo e altre spese di carattere militare, che portano il totale a circa un quarto del bilancio federale.
Oltre un quinto delle proprietà immobiliari del Pentagono si trova all’estero, in 716 basi e altre installazioni distribuite in 38 paesi, dodici dei quali europei. Nell’inventario ufficiale non figurano però altre basi in Europa, come quelle in Kosovo e Romania.
In Italia il Pentagono possiede 1430 edifici, con una superficie complessiva di 830 mila m2, più quasi altrettanti in affitto o concessione. Essi sono distribuiti in 42 siti principali, cui se ne aggiungono 41 minori portando il totale a oltre 80. I siti delle forze armate Usa in Italia sono molto meno di quelli in Germania (235). Stanno però acquistando crescente importanza nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che sta ridislocando le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente in Medio Oriente, Africa e Asia centrale.
In tale quadro la 173a brigata, di stanza a Vicenza, è stata trasformata in squadra di combattimento formata da più battaglioni, potenziando il suo ruolo di unica «forza di risposta rapida» aviotrasportata del Comando europeo degli Stati uniti. Da qui la decisione di creare un’altra base Usa nell’area dell’aeroporto Dal Molin. Sempre a Vicenza è stato installato lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), trasformando la Forza tattica nel Sud Europa in componente terrestre del Comando Africa (AfriCom), il cui quartier generale è a Stoccarda. E’ stata allo stesso tempo potenziata Aviano, una delle principali basi delle Forze aeree Usa in Europa, che dispongono di 42mila uomini e centinaia di aerei distribuiti in cinque basi principali e in altre 80 località. Ad Aviano è dislocato il 31st Fighter Wing, l’unico stormo di cacciabombardieri Usa a sud delle Alpi, composto di due squadriglie di cacciabombardieri F-16. Esso dispone anche di bombe nucleari, depositate ad Aviano e Ghedi Torre.
In questo potenziamento cresce il ruolo di Camp Darby, la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree Usa nell’area mediterranea, africana, mediorientale e oltre. È l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (carrarmati M1, Bradleys, Humvees) è collocato insieme alle munizioni: nei suoi 125 bunker vi è l’intero equipaggiamento di due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata. Vi sono stoccate anche enormi quantità di bombe e missili per aerei, insieme ai «kit di montaggio» per costruire rapidamente aeroporti in zone di guerra. Questi e altri materiali bellici possono essere rapidamente inviati in zona di operazione attraverso il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Da qui sono partite le bombe usate nelle guerre contro l’Iraq e la Jugoslavia. Inoltre, come documenta Global Security, il 31° squadrone di munizionamento della base è responsabile di due depositi classificati situati in Israele, una succursale di Camp Darby le cui bombe sono state usate dalle forze israeliane nella guerra contro il Libano e nell’operazione «Piombo fuso» contro Gaza. 
 Tale capacità non è però più sufficiente a Camp Darby: ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno attraverso il Canale dei Navicelli e di accrescere la capienza dei depositi. In questo viene aiutata validamente dalla Regione Toscana e dai sindaci di Pisa e Livorno, i quali «dimenticano» che i rispettivi consigli comunali, e anche la Provincia di Pisa, hanno approvato nel 2004-2007 mozioni per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby» (come chiede da anni il comitato formatosi ad hoc).

Stessa situazione a Napoli, dove già era stato trasferito da Londra il comando delle forze navali Usa in Europa. Ora vi è stato installato anche quello delle forze navali AfriCom. L’ammiraglio Mark Fitzgerald è così, allo stesso tempo, comandante delle forze navali Usa in Europa, della forza congiunta alleata e delle forze navali AfriCom. Un ruolo sempre più importante svolge anche la base aeronavale di Sigonella: con due centri di rifornimento della U.S. Navy fuori dal territorio americano, dalla quale opera una forza speciale Usa per missioni segrete in Africa, insieme a una delle tre stazioni terrestri (le altre due sono in Virginia e nelle Hawaii) della rete di telecomunicazioni satellitari GBS, gestita dal 50th Space Communications Squadron, responsabile delle telecomunicazioni spaziali della U.S. Air Force. Sempre a Sigonella verrà installato l’Ags, un sistema di «sorveglianza» Nato, finalizzato non alla difesa del territorio dell’Alleanza ma al potenziamento della sua capacità offensiva «fuori area». Come se ciò non bastasse, nella vicina Niscemi, dove già sono in funzione 41 antenne del centro trasmissioni Usa dipendente dalla Navcomtelsta Sicily di Sigonella, saranno installate tre grandi parabole satellitari (18 metri di diametro) del Muos (Mobile User Objective System), il sistema di telecomunicazioni satellitari di nuova generazione della U.S. Navy. La stazione, una delle quattro su scala mondiale (altre due sono negli Usa e una in Australia), permetterà di collegare - con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza - le forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino.
L’Italia è certo destinata a svolgere un importante ruolo anche nel nuovo piano dello «scudo» antimissili,
che gli Usa vogliono estendere all’Europa. Lo ha annunciato il segretario alla difesa Robert Gates. Nel presentare il nuovo «scudo», basato non su strutture fisse ma su sistemi mobili di missili SM-3 all’inizio a bordo di navi, ha scritto sul New York Times: «La seconda fase, che diverrà operativa attorno al 2015, prevede la dislocazione di missili SM-3 potenziati sul terreno in Europa meridionale e centrale». È praticamente certo che essi saranno dislocati nel meridione d’Italia, soprattutto in Sicilia.
Le basi in Italia (al cui costo il nostro paese contribuisce nella misura di circa il 40%) servono quindi non solo alla «proiezione di potenza» statunitense verso sud e verso est, ma svolgono sempre più funzioni di carattere globale nella strategia Usa. Queste basi (cui si aggiungono quelle Nato sempre sotto comando Usa) dipendono dalla catena di comando statunitense e sono quindi di fatto sottratte ai meccanismi decisionali italiani: quando e come vengono usate dipende non da Roma ma da Washington.

Ultime Notizie

Ultime News

Notizie di Politica

Roba Comunista