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giovedì 20 maggio 2010
martedì 18 maggio 2010
giovedì 1 aprile 2010
Retromarcia Gelmini e la Resistenza torna nei programmi dei licei
Alla fine la Resistenza ce l’ha fatta. Dopo le polemiche delle ultime ore, infatti, è stata esplicitamente inserita nei programmi scolastici dei licei. L’opposizione ne prende atto ma resta convinta che il ministro Gelmini abbia fatto una “figuraccia”.
“Per evitare che il dibattito si areni in una polemica non voluta – spiega il ministero in una nota – negli Obiettivi specifici di apprendimento del quinto anno è stato reso esplicito il riferimento alla lotta di liberazione con la formula: ‘L’Italia dal Fascismo alla Resistenza e le tappe di costruzione della democrazia repubblicana”. Il ministero, nel ricordare che la Resistenza era implicita nei programmi anche con i precedenti ministri, Moratti e Fioroni, assicura che non c’é stato alcun “tentativo censorio” che – aggiunge – “sarebbe quanto meno stolto e appartenente a una cultura lontanissima da tutti coloro che si sono occupati, a vario titolo, delle Indicazioni”.
Una spiegazione, quella di Maria Stella Gelmini, che non convince del tutto l’opposizione. “Prendiamo atto della resipiscenza, non è la prima volta, speriamo almeno – osserva la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni – che sia l’ultima che il governo si presti a queste figuracce”. “E’ difficile stabilire se si sia trattato di un’imperdonabile distrazione oppure di un maldestro tentativo di revisionismo posticcio, tuttavia, in entrambi i casi – concorda la collega di partito Giovanna Melandri – il Ministro Gelmini ha collezionato una pessima figura”.
Più indulgente il vice presidente del Senato Vannino Chiti per il quale “tutto è bene quel che finisce bene”. “E’ positivo – commenta – che il Ministero dell’Istruzione abbia riconosciuto l’errore compiuto e ripristinato negli obiettivi di apprendimento per le scuole superiori il tema”. Indignata per l’accaduto anche l’Italia dei valori. “Per chiedere all’opposizione di credere all’ipotesi della dimenticanza, circa l’omissione della parola Resistenza nei programmi dei licei ci vuole davvero una gran faccia tosta” afferma il senatore Fabio Giambrone per il quale “le smemoratezzé del ministro Gelimini sono state davvero troppe: prima, ha dimenticato Darwin dai programmi della scuola primaria e adesso si è scordata del movimento di liberazione da quelli dei licei”. “Se il ministro dell’Istruzione crede di prendere in giro gli studenti e di mancare di rispetto a chi ha costruito questa Repubblica, con il sangue e con il sacrificio – avverte – si sbaglia di grosso”
Di “salto di ineguagliabile acrobazia storiografica tra il fascismo e la conquista della democrazia nel nostro Paese che non è certo sorta spontaneamente dal nulla” parla l’Associazione nazionale partigiani secondo cui si tratta di una “omissione pensata, riflettuta fino alla sua codificazione, essendo impossibile immaginare un atto dell’ignoranza”. Pronti a dar battaglia, infine, gli studenti: l’Uds, alla luce della vicenda, lancia la campagna informativa “Verso il 25 aprile” e la Rete degli studenti avvia un percorso di mobilitazione, dal 25 aprile al 2 giugno, che ha come scopo quello di far emergere “lo strettissimo legame che c’é fra la Costituzione Italiana e la lotta partigiana, legame che troppo spesso viene oscurato”.
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mercoledì 31 marzo 2010
La Gelmini cancella la Resistenza. L’Ass. Partigiani (Anpi): una vergogna.
Semplicemente non c'è. Nei nuovi programmi di storia che si studieranno dal prossimo anno nei licei non si parla di Resistenza. Così come antifascismo e Liberazione non sono neanche citati. Il buco è al quinto anno, dedicato allo studio dell'epoca contemporanea, dall'analisi delle premesse della I guerra mondiale fino ai nostri giorni. La nuova articolazione, spiegano dal dicastero di viale Trastevere, è stata dettata dalla necessità di evitare che succedesse, come spesso è successo, che non si arrivasse neanche a fare la II guerra mondiale. Troppo poco, ecco perché la commissione per la storia, presieduta da Sergio Belardinelli, ha deciso di assegnare un intero anno di studi al Novecento. Nella formulazione dei temi fondamentali, le indicazioni nazionali precisano che «non potranno essere tralasciati i seguenti nuclei tematici»: l'inizio della società di massa...«il nazismo, la shoah e gli altri genocidi del XX secolo, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda (il confronto ideologico tra democrazia e comunismo), l'aspirazione alla costruzione di un sistema mondiale pacifico (l'Onu), la formazione e le tappe dell'Italia repubblicana».
Si passa poi alla formazione dell'Unione europea e agli Usa, «potenza egemone, tra keynesismo e neoliberismo», senza tralasciare «il rapporto tra intellettuali e potere politico», da affrontare in modo interdisciplinare. A differenza dei vecchi programmi, parole come antifascismo, Resistenza, Liberazione sono sparite. «Nessuna operazione di rimozione», dice a ItaliaOggi Max Bruschi, consigliere del ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, e presidente della cabina di regia sulle indicazioni nazionali dei licei. «I programmi hanno individuato alcuni nuclei fondamentali lasciando grande libertà alle scuole, ai docenti. Quando parliamo di seconda guerra mondiale e della costruzione dell'Italia repubblicana per noi è evidente che è inclusa la Resistenza». Eppure sulla Shoah, per esempio, si precisa che lo studio deve ricomprendere anche gli altri genocidi, una precisazione che manifesta una sensibilità storica e politica sui cui non si è disposti ad affidarsi all'autonomia e alla bravura dei docenti. «La Shoah è un unicum, poi ci sono altri genocidi su cui non si può far finta di niente. Ciò non toglie, sull'altro fronte, che la Resistenza è un valore imprescindibile, mai pensato di declassarla». Il punto è che un elenco di fatti significativi di un periodo può facilmente essere accusato di parzialità se non li cita tutti. «Il nostro non è un elenco esaustivo e prescrittivo, abbiamo solo indicato macrotemi», dice Bruschi. Che nega che possa esserci il rischio che la Liberazione finisca per essere liquidata in due righe e la lotta partigiana magari in una nota. «Che esagerazione, non c'è nessun rischio di questo tipo. Ma se il fatto che nei programmi non c'è la parola Resistenza è un problema, allora... possiamo sempre reinserirla», ribatte.
I programmi infatti non sono ancora definitivi. Genitori, insegnanti e associazioni possono dire la loro alla Gelmini sul forum dell'Indire. C'è tempo fino al 22 di aprile.
“Protesteremo, protesteremo con il ministro Gelmini, innanzitutto. E coinvolgeremo tutti a tutti i livelli, politici, sindacalisti, storici, perché si rimedi a un grave errore, una vergogna». Al telefono dalla sua casa romana, il 91enne Massimo Rendina, medaglia d'oro della Guerra contro il nazifascismo, presidente dell'Anpi di Roma, l'associazione nazionale partigiani d'Italia, ha l'indignazione appassionata di quando era partigiano a Torino. Eppure dal ministero assicurano che non c'è stata nessuna volontà politica di cancellare la Resistenza o la Liberazione non citandole espressamente nei programmi di storia... «È una dimenticanza pericolosa. C'è il tentativo, da un po' di tempo, di rimuovere il nostro passato, la cui conoscenza è già così flebile. Si vuole mettere tutto sullo stesso piano, tutti colpevoli e tutti innocenti, i ragazzi partigiani e i repubblichini di Salò, senza così far capire come è nata l'identità democratica dell'Italia». E ricorda come, ministro della pubblica istruzione Rosa Russo Iervolino, «ci fu il primo riferimento diretto nei programmi di storia al fascismo, l'antifascismo e alla Resistenza. Il ministro Berlinguer poi lo chiarì con una circolare. Tornare indietro è un errore dal punto di vista culturale e politico, una lesione alla memoria storica del paese». C'è chi rivendica la necessità di riscrivere la storia di quegli anni dolorosi, di mettere in luce gli errori e i delitti commessi da una parte e dall'altra. «Ma glissare sulla Resistenza, con la scusa che tanto è compresa tra le tappe dell'Italia repubblicana, farla finire magari in una nota a piè di pagina di un libro di testo, non è revisionismo, è confusionismo», ribatte Rendina, «io vado in giro nelle scuole, i ragazzi non sanno nulla... Non c'è bisogno di confondere le acque, non gli facciamo un buon servizio»
Si passa poi alla formazione dell'Unione europea e agli Usa, «potenza egemone, tra keynesismo e neoliberismo», senza tralasciare «il rapporto tra intellettuali e potere politico», da affrontare in modo interdisciplinare. A differenza dei vecchi programmi, parole come antifascismo, Resistenza, Liberazione sono sparite. «Nessuna operazione di rimozione», dice a ItaliaOggi Max Bruschi, consigliere del ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, e presidente della cabina di regia sulle indicazioni nazionali dei licei. «I programmi hanno individuato alcuni nuclei fondamentali lasciando grande libertà alle scuole, ai docenti. Quando parliamo di seconda guerra mondiale e della costruzione dell'Italia repubblicana per noi è evidente che è inclusa la Resistenza». Eppure sulla Shoah, per esempio, si precisa che lo studio deve ricomprendere anche gli altri genocidi, una precisazione che manifesta una sensibilità storica e politica sui cui non si è disposti ad affidarsi all'autonomia e alla bravura dei docenti. «La Shoah è un unicum, poi ci sono altri genocidi su cui non si può far finta di niente. Ciò non toglie, sull'altro fronte, che la Resistenza è un valore imprescindibile, mai pensato di declassarla». Il punto è che un elenco di fatti significativi di un periodo può facilmente essere accusato di parzialità se non li cita tutti. «Il nostro non è un elenco esaustivo e prescrittivo, abbiamo solo indicato macrotemi», dice Bruschi. Che nega che possa esserci il rischio che la Liberazione finisca per essere liquidata in due righe e la lotta partigiana magari in una nota. «Che esagerazione, non c'è nessun rischio di questo tipo. Ma se il fatto che nei programmi non c'è la parola Resistenza è un problema, allora... possiamo sempre reinserirla», ribatte.
I programmi infatti non sono ancora definitivi. Genitori, insegnanti e associazioni possono dire la loro alla Gelmini sul forum dell'Indire. C'è tempo fino al 22 di aprile.
“Protesteremo, protesteremo con il ministro Gelmini, innanzitutto. E coinvolgeremo tutti a tutti i livelli, politici, sindacalisti, storici, perché si rimedi a un grave errore, una vergogna». Al telefono dalla sua casa romana, il 91enne Massimo Rendina, medaglia d'oro della Guerra contro il nazifascismo, presidente dell'Anpi di Roma, l'associazione nazionale partigiani d'Italia, ha l'indignazione appassionata di quando era partigiano a Torino. Eppure dal ministero assicurano che non c'è stata nessuna volontà politica di cancellare la Resistenza o la Liberazione non citandole espressamente nei programmi di storia... «È una dimenticanza pericolosa. C'è il tentativo, da un po' di tempo, di rimuovere il nostro passato, la cui conoscenza è già così flebile. Si vuole mettere tutto sullo stesso piano, tutti colpevoli e tutti innocenti, i ragazzi partigiani e i repubblichini di Salò, senza così far capire come è nata l'identità democratica dell'Italia». E ricorda come, ministro della pubblica istruzione Rosa Russo Iervolino, «ci fu il primo riferimento diretto nei programmi di storia al fascismo, l'antifascismo e alla Resistenza. Il ministro Berlinguer poi lo chiarì con una circolare. Tornare indietro è un errore dal punto di vista culturale e politico, una lesione alla memoria storica del paese». C'è chi rivendica la necessità di riscrivere la storia di quegli anni dolorosi, di mettere in luce gli errori e i delitti commessi da una parte e dall'altra. «Ma glissare sulla Resistenza, con la scusa che tanto è compresa tra le tappe dell'Italia repubblicana, farla finire magari in una nota a piè di pagina di un libro di testo, non è revisionismo, è confusionismo», ribatte Rendina, «io vado in giro nelle scuole, i ragazzi non sanno nulla... Non c'è bisogno di confondere le acque, non gli facciamo un buon servizio»
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martedì 30 marzo 2010
E la scuola va a rotoli!!! Assemblea Pubblica -7 aprile (RM)
… E LA SCUOLA VA A ROTOLI!!!
Bilanci in rosso in tutte le scuole!
Riduzione delle supplenze!!
Impoverimento dell’offerta formativa!
Finanziamenti alle scuole private!!
Aumento dei contributi volontari!!
Igiene e sicurezza non garantiti!!
Abolizione degli organi collegiali!
Edifici scolastici pericolanti e fatiscenti e aumento degli alunni per classe!!
Tagli del personale docente e tecnico-amministrativo!
STANNO RUBANDO IL FUTURO DEI NOSTRI FIGLI CALPESTANDO IL DIRITTO ALLO STUDIO !!!
7 APRILE ore 17.00
Sala Agnini – Viale Adriatico, 136
ASSEMBLEA PUBBLICA
Alla quale invitiamo a partecipare tutte le scuole di zona per informare, discutere, organizzarci
(partendo dall’adesione al sit in al MIUR e alla manifestazione cittadina del 17 aprile)
CHIEDIAMO:
L’impegno immediato dello stato a pagare i debiti verso le scuole.
Il ritiro della controriforma Gelmini e del riordino delle superiori.
Il blocco dei tagli previsti dalla finanziaria 2008 per il triennio 2008-11.
Nomina in ruolo dei docenti precari e personale ATA su tutti i posti vacanti.
L’organico necessario alla formazione delle classi a tempo pieno e prolungato.
La messa in sicurezza di tutti gli edifici scolastici.
COORDINAMENTO SCUOLE 4 MUNICIPIO
Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feed
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lunedì 22 marzo 2010
Treviso. Scuola sul lastrico: supplenti senza paga, il preside chiede un prestito
Il dirigente della media Grava di Conegliano va in banca per garantire di persona gli stipendi di alcuni docenti
di Giampiero Maset
di Giampiero Maset
TREVISO (21 marzo) - Supplenti che non sono pagati da gennaio e sono costretti a vivere nella più totale precarietà, e diverse attività consolidate, che ne qualificavano l’offerta formativa, sospese. Il dirigente Flavio Moro ha pensato addirittura, rischiando di persona, di chiedere alla banca di appoggio l’anticipazione di fondi che non si sa se arriveranno.
È la situazione che si sta vivendo alla scuola media Grava, di cui fanno parte anche le sedi Brustolon, Cima e Rua di Feletto, con un più di 1000 alunni. Il consiglio di istituto ha trasmesso al ministro Mariastella Gelmini la richiesta di “assegnazione di risorse per poter garantire il diritto all’istruzione e la continuità del servizio scolastico anche mediante la sostituzione del personale assente per tutti i motivi previsti dalla vigente normativa, in considerazione del fatto che la Grava ha da sempre seguito una politica di contenimento della spesa, procedendo alle nomine dei supplenti solo per i periodi strettamente necessari, attenendosi alle direttive del ministero”.
Si sottolinea che “per mettere in pratica tale politica e garantire il regolare svolgimento delle attività è stato necessario ricorrere all’istituto delle ore eccedenti in sostituzione dei colleghi assenti, remunerate con anticipo di cassa nei limiti delle disponibilità finanziarie della scuola e di cui si attende l’erogazione dei fondi”.
All’inizio di quest’anno, per il pagamento delle ore eccedenti e delle supplenze brevi di docenti e personale Ata, la scuola aveva un residuo attivo di 41.437 euro e un sospeso da liquidare per le ore ecedenti da settembre a dicembre 2009 di 10.385 euro. Il 14 dicembre 2009 il Ministero ha comunicato che la Grava può fare affidamento per redigere il programma 2010 su una risorsa di 100.578 euro. Nella lettera al ministro Gelmini si sottolinea che “tolto da questo importo la somma di 78.311 euro, relativa agli incarichi specifici di docenti e funzioni strumentali Ata, restano 22.451 euro” e che “sottratte da questa somma le differenze stipendiali e le indennità per la dirigenza, il budget per il pagamento delle supplenze di docenti e Ata ammonta a 11.764 euro”.
Nel mese di gennaio la spese per le supplenze è stata di 8.135 euro. Con la loro liquidazione la scuola poteva disporre di 7.686 euro e il fabbisogno alla data del 12 febbraio per gli stipendi di tale mese era di 11.764 euro, con uno sforamento di 4.077 euro sull’ammontare assegnato per l’anno finanziario 2010”. E si evidenzia che “a seguito di astensioni facoltative per maternità di 3 docenti con orario di cattedra le supplenze si protrarranno fino al termine delle lezioni, senza che ci siano fondi per pagarle”
http://www.gazzettino.it/a rticolo.php?id=95436&sez=N ORDEST
È la situazione che si sta vivendo alla scuola media Grava, di cui fanno parte anche le sedi Brustolon, Cima e Rua di Feletto, con un più di 1000 alunni. Il consiglio di istituto ha trasmesso al ministro Mariastella Gelmini la richiesta di “assegnazione di risorse per poter garantire il diritto all’istruzione e la continuità del servizio scolastico anche mediante la sostituzione del personale assente per tutti i motivi previsti dalla vigente normativa, in considerazione del fatto che la Grava ha da sempre seguito una politica di contenimento della spesa, procedendo alle nomine dei supplenti solo per i periodi strettamente necessari, attenendosi alle direttive del ministero”.
Si sottolinea che “per mettere in pratica tale politica e garantire il regolare svolgimento delle attività è stato necessario ricorrere all’istituto delle ore eccedenti in sostituzione dei colleghi assenti, remunerate con anticipo di cassa nei limiti delle disponibilità finanziarie della scuola e di cui si attende l’erogazione dei fondi”.
All’inizio di quest’anno, per il pagamento delle ore eccedenti e delle supplenze brevi di docenti e personale Ata, la scuola aveva un residuo attivo di 41.437 euro e un sospeso da liquidare per le ore ecedenti da settembre a dicembre 2009 di 10.385 euro. Il 14 dicembre 2009 il Ministero ha comunicato che la Grava può fare affidamento per redigere il programma 2010 su una risorsa di 100.578 euro. Nella lettera al ministro Gelmini si sottolinea che “tolto da questo importo la somma di 78.311 euro, relativa agli incarichi specifici di docenti e funzioni strumentali Ata, restano 22.451 euro” e che “sottratte da questa somma le differenze stipendiali e le indennità per la dirigenza, il budget per il pagamento delle supplenze di docenti e Ata ammonta a 11.764 euro”.
Nel mese di gennaio la spese per le supplenze è stata di 8.135 euro. Con la loro liquidazione la scuola poteva disporre di 7.686 euro e il fabbisogno alla data del 12 febbraio per gli stipendi di tale mese era di 11.764 euro, con uno sforamento di 4.077 euro sull’ammontare assegnato per l’anno finanziario 2010”. E si evidenzia che “a seguito di astensioni facoltative per maternità di 3 docenti con orario di cattedra le supplenze si protrarranno fino al termine delle lezioni, senza che ci siano fondi per pagarle”
http://www.gazzettino.it/a
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venerdì 19 marzo 2010
A Torino ricercatori giù dalla cattedra
Per la prima volta nella storia dell’università di Torino, i ricercatori della facoltà di Scienze hanno annunciato un’astensione dalle attività didattiche a partire dal prossimo anno accademico. Il documento che ha reso nota questa decisione senza precedenti è stato sottoscritto da 140 sui 180 ricercatori presenti nella facoltà. A questa schiacciante maggioranza si sono aggiunti i 30 ricercatori della facoltà di matematica, che hanno controfirmato un altro documento insieme ai loro docenti, i 30 (su 37) di Psicologia e i due terzi dei ricercatori di Agraria. Nella stessa direzione stanno andando i ricercatori di Fisica, ai quali potrebbero aggiungersi quelli di Medicina e del Politecnico dove nei prossimi giorni saranno convocate alcune assemblee per decidere le forme di protesta contro il disegno di legge Gelmini che prevede la scomparsa della figura del ricercatore a tempo indeterminato.
Una protesta che segue quella già adottata dai ricercatori della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali della Federico II di Napoli dove dall’8 marzo scorso 110 ricercatori si astengono dagli insegnamenti previsti nel secondo semestre, limitandosi a fare didattica di sostegno e non quella «frontale» come prevede la legge del 1980 che ha istituito questa figura centrale, ma disconosciuta, nell’università italiana. Forme analoghe di protesta si stanno registrando a Cagliari, mentre i ricercatori dell’Alma Mater di Bologna hanno sottoscritto nel febbraio scorso un documento consegnato al Rettore in cui si chiede di adottare soluzioni per scongiurare una simile ipotesi.
I documenti che stanno circolando nell’università del capoluogo torinese denunciano i tagli operati dal governo al Fondo di finanziamento ordinario per l’università e del nuovo sistema di reclutamento prospettato nel Ddl che «portano gli atenei sull’orlo della bancarotta e strozzano ulteriormente le già scarse prospettive di carriera dei ricercatori estromettendoli dalle commissioni di concorso». Ma le polemiche più aspre si registrano sulla nuova figura del ricercatore a tempo determinato previsto nella riforma Gelmini.
Un contratto di massimo sei anni che si aggiunge all’attuale moltitudine di assegni, borse e contratti, estende la durata del precariato fino a 10 anni senza alcuna certezza di assunzione e rischia di aprire con i ricercatori confermati una «guerra tra poveri» sui concorsi da associato. I ricercatori torinesi sono convinti che l’introduzione di questa figura non risolverà il problema dell’enorme precariato esistente ma lo aggraverà.
La loro decisione minaccia di bloccare un terzo degli insegnamenti delle facoltà scientifiche. I presidi saranno costretti a chiedere l’affidamento delle cattedre mancanti all’esterno ricorrendo a docenti a contratto a titolo gratuito, visto che i tagli hanno ridotto il budget della sola facoltà di Scienze da circa 900 mila euro a poco più di 300 mila. Facile immaginare che non ci sarà la fila per coprire questi ruoli. C’è però anche una soluzione alternativa. Che i corsi vengano affidati ai docenti di ruolo. I ricercatori chiedono ai docenti di limitare la loro didattica sostitutiva ad un numero minimo di ore, da 90 a 120. Una richiesta che, secondo Lorenza Operti, vicepreside di Scienze, sarà valutata con attenzione, visto che già nel documento dei ricercatori di matematica discusso a febbraio «c’era una frase sulla solidarietà dei docenti che sottintendeva la richiesta ai docenti di non farsi carico della didattica lasciata dai ricercatori rendendo in questo caso inutile la loro astensione».
Una decisione verrà comunque presa il prossimo 25 marzo quando, in un consiglio di facoltà, i ricercatori proporranno che lo «sciopero bianco» venga esteso all’intera facoltà. Negli incontri che si sono succeduti negli ultimi giorni nelle commissioni didattiche è emersa la possibilità che anche i professori – gli associati e gli ordinari - solidarizzino con la protesta. «Sono molto d’accordo con le motivazioni dei ricercatori – afferma Lorenza Operti – meno sulle modalità.
Ritengo che l’astensione dalla didattica sia qualcosa che va troppo in là nel tempo. Dovrebbe essere un’azione un po' più immediata. Penso alle lezioni in piazza, al volantinaggio, azioni forse un po' più soft, ma di effetto immediato».
Azioni che non vengono del resto escluse dagli stessi ricercatori che stanno riflettendo sulle conseguenze di una situazione inedita nella storia dell’università italiana. Per valutarne l’impatto, il loro orientamento è di convocare dopo il 25 una commissione paritetica composta da ordinari, associati, ricercatori e studenti che esaminino tutte le questioni legali che nasceranno. L’obiettivo è di presentare un documento al consiglio di facoltà del prossimo mese ed assumere una linea comune.
Il Ddl Gelmini è la goccia che ha scosso le ultime, residue, certezze dei ricercatori che vivono la condizione paradossale in cui la didattica è un obbligo e la ricerca è volontariato, quando invece dovrebbe essere il contrario. «I tagli bloccano la ricerca. Le macchine diventano nel frattempo obsolete, non ci sono soldi per comprare le riviste, assistiamo alla demoralizzazione di un’intera categoria – afferma Davide Levy, ricercatore in Scienze mineralogiche - La nostra è una protesta per fare capire che il mondo universitario si è stancato di questa situazione, i governi di destra e di sinistra devono capire che l’università è un valore culturale e morale di questo paese».
A differenza di un’immagine consolidata che attribuisce agli umanisti il primato della politica nell’università, da molti anni ormai il testimone è passato agli scienziati. Alessandro Ferretti, ricercatore in Fisica, spiega questo protagonismo con il fatto che «nelle nostre facoltà i ricercatori sono pressoché indispensabili per il funzionamento della didattica, oltre che della ricerca. Sono persone che hanno indipendenza di giudizio, abituate a confrontarsi a livello internazionale». Un’immagine confermata da Davide Levy per il quale «siamo meno legati ad una situazione baronale. Il rapporto con il professore ordinario è quasi paritetico. Nelle nostre facoltà riceviamo un grosso sostegno da parte dei professori e questo ci stimola a portare avanti la protesta».
La protesta dei ricercatori torinesi ha assunto il profilo di un’assunzione collettiva di responsabilità verso le generazioni future che non si rassegnano a fuggire all’estero a causa della guerra contro l’intelligenza che da più di vent’anni si sta conducendo in Italia. Ma è anche la ricerca di una soluzione per i 3 mila precari – età media 35 anni - che quest’anno, solo a Torino, non vedranno rinnovati i loro contratti a causa dei tagli incombenti. Ferretti conferma l’intenzione di formare un coordinamento congiunto tra ricercatori di ruolo e i precari per affrontare un’emergenza sociale di grandi dimensioni. Per Valentina Barrera, rappresentante dei precari della Flc-Cgil, «è urgente affrontare questo problema legato al transitorio. Dopo la chiusura del tavolo di ateneo con i soggetti colpiti dai tagli, chiederemo di riconvocare un tavolo a livello regionale. La nostra prospettiva resta la difesa del contratto da ricercatore a tempo indeterminato».
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lunedì 15 marzo 2010
"Semplificazione" uguale tagli Come cambieranno i licei italiani
Dal Parini di Milano al Garibaldi di Palermo, passando per il Righi di Roma, ecco cosa cambia nei licei dell'era Gelmini. Dal prossimo anno, i corsi bilingue al classico e allo scientifico, così come quelli Pni (Piano nazionale informatica) allo scientifico, saranno un semplice ricordo: meno ore di lezione e meno materie da studiare. Sparirà quasi totalmente il latino dal liceo linguistico e la musica dal socio-psicopedagogico. E subiranno un ridimensionamento le materie di indirizzo del liceo artistico.
Per comprendere la portata della riforma che "semplifica" la scelta dei futuri liceali (sei indirizzi in tutto: classico, scientifico, delle scienze umane, linguistico, artistico e musicale/coreutico) basta dare un'occhiata ai Piani dell'offerta formativa (Pof) di alcuni prestigiosi licei italiani e confrontarli con i curricula gelminiani. In apparenza l'unico liceo che si salva dalle cesoie di Tremonti è il classico. Ma è davvero così? "Nel rispetto della formazione liceale ad indirizzo classico - si legge nel Pof del prestigioso liceo milanese - il liceo Parini attua da diversi anni modifiche al piano di studi tradizionale, storicamente legate alle sperimentazioni già approvate dal ministero".
In poche parole, lo studio della lingua straniera è stato esteso all'intero quinquennio e in alcuni corsi di lingue straniere se ne studiano addirittura due. C'è poi la sperimentazione Brocca che, oltre allo studio per l'intero quinquennio della lingua straniera, prevede anche il diritto, l'economia e più matematica. Mentre al Garibaldi di Palermo tutti i corsi hanno qualcosa in più dell'indirizzo tradizionale: storia dell'arte per tutti e cinque gli anni in 11 corsi su 13 e diversi corsi Pni. Ma dal prossimo mese di settembre, in tantissime classi del liceo classico si studierà di meno: 27 ore al biennio e 31 al triennio. Risultato: meno matematica, lingua straniera e storia dell'arte. Quando la riforma sarà a regime, del resto, saranno oltre 6.000 le ore di lezione che lo Stato erogherà nelle classi del liceo classico.
Stesso discorso al liceo scientifico, dove i corsi con matematica e fisica potenziate o bilingue sono la maggioranza. Da settembre, gli orari vengono uniformati: 27 ore al biennio e 30 negli anni a seguire. Confrontando i nuovi quadri-orario con quelli del Piano nazionale informatica ci si accorge che si studieranno meno matematica, fisica e latino. E' il caso, ad esempio, del Righi di Roma, dove sette corsi su dieci sono sperimentali. In futuro studiare due lingue straniere, così come frequentare la "nuovissima" opzione delle scienze applicate, sarà un autentico miraggio.
Artistico decisamente soft quello della Gelmini. Attualmente, quella più gettonata è la sperimentazione Michelangelo, con 40 ore a settimana a partire dal primo e 43 all'ultimo anno. Del resto, imparare a disegnare, dipingere o a dare forma alla creta richiede tantissime ore di esercitazione in laboratorio. Al Leon Battista Alberti di Firenze i sette corsi diurni sono tutti sperimentali. Ma da settembre i sei indirizzi disponibili (arti figurative; architettura e ambiente; audiovisivo e multimedia; design; grafica; scenografia) dovranno farsi bastare 34 ore al biennio e 35 ore settimanali al triennio.
Il liceo linguistico, attualmente funzionante come sperimentazione (Brocca) presso gli ex istituti magistrali, è quello maggiormente penalizzato dalla riforma. Gli studenti del Tommaso Campanella di Napoli seguono in media 34 ore di lezioni alla settimana. Nella versione light sparirà quasi del tutto il latino e si ridurranno le ore di italiano. Ma non solo: spariranno la musica e il diritto e si studierà meno matematica. Stesso discorso per i licei delle Scienze umane, che sostituiscono gli ex magistrali (ora licei socio-psicopedagogici), dove sono proprio le materie scientifiche a pagare il prezzo più alto al "riordino" voluto dal governo Berlusconi.
Chiudono la rassegna dei nuovi licei i musicali e i coreutici, vera novità della riforma. Ma saranno davvero pochi gli studenti italiani che potranno frequentare le lezioni di strumento musicale e di danza. Delle 40 classi di liceo musicale ne saranno attivate soltanto 24, meno di una ogni quattro province. I coreutici, in Italia, si potranno contare sulle dita di una sola mano: saranno soltanto quattro e non si sa molto di coloro che insegneranno le discipline di indirizzo
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giovedì 11 marzo 2010
Prc - Cangemi, cresce in Sicilia la protesta contro la Gelmini
Il mondo della scuola siciliano è in rivolta contro il provvedimento della Gelmini che devasta la scuola superiore, il più recente episodio dell’ attacco del governo a ogni livello dell’istruzione pubblica” ha dichiarato il segretario regionale di Rifondazione Comunista, Luca Cangemi. “In numerose scuole dal liceo classico “Garibaldi” di Palermo al liceo scientifico “Boggio Lera” di Catania si sono approvati inequivocabili documenti contro la cosiddetta riforma, la giornata di sciopero del 12 marzo sarà un’importante occasione di protesta”- continua Cangemi.“Di fronte ai fermenti e alle angoscie dell’istruzione siciliana, che tra qualche mese vedrà sparire altre migliaia di cattedre e azzerare il suo ruolo, spicca la complice passività del governo regionale, fresco reduce dalla colossale figuraccia del fallimento dei progetti per i precari della scuola, annunciati ad agosto e ancora fermi. Il “democratico” assessore Centorrino è stato finora troppo occupato a censurare la letteratura siciliana” conclude Luca Cangemi.
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lunedì 1 marzo 2010
la "riforma" che non c'è a differenza dei tagli pesantissimi alla scuola pubblica
Quelle che il Ministro Gelmini definisce riforme si traducono esclusivamente in tagli pesantissimi senza alcuna logica di cambiamento organizzativo, didattico e di programmi.
Si peggiora di giorno in giorno la qualità dell'apprendimento, negando alle nuove generazioni il diritto allo studio.
I Regolamenti sulla secondaria superiore, peraltro non ancora pubblicati in Gazzetta Ufficiale e quindi privi di qualsiasi efficacia, hanno come unica logica quella di ridurre le ore d'insegnamento e il numero delle materie, nonché la cancellazione di tutte le sperimentazioni.
Nella primaria, dopo avere demolito l'esperienza del modulo innovativo dei tre insegnanti sulle due classi, il prossimo anno ci sarà meno tempo pieno e, sopratutto, l'impossibilità di garantire il modulo delle 30 ore.
Si svuota di ogni contenuto culturale e didattico l'obbligo scolastico, le scuole sono senza soldi e molti edifici scolastici cadono a pezzi o sono insicuri.
Un vero e proprio disastro che determinerà nel prossimo anno 25.600 docenti e15.000 ATA in meno mentre il Ministro Gelmini intende dare soldi alle scuole private.
È ora di ribellarsi al massacro della scuola pubblica. Per queste ragioni attiveremo in tutte le scuole assemblee permanenti aperte a studenti, genitori, associazioni e precari.
Lo sciopero generale del 12 marzo sarà solo la prima importante tappa di una mobilitazione sempre più ampia con forme di lotta sempre più clamorose.
Roma, 25 febbraio 2010
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domenica 21 febbraio 2010
La controriforma della scuola
| Di: | Perla Conoscenza |
|---|---|
http://aurorainrete.org/wp/archives/93 | |
L'istruzione ci permette di capire la società nella quale viviamo, apprezzarne la cultura, comprendere le sue diseguaglianze e contraddizioni, di cambiarla a favore del popolo. Il miglioramento di una società è strettamente legato alla conoscenza e alla cultura.
In ogni parte del mondo e da sempre i comunisti hanno considerato l'istruzione come il principale strumento per affrancarsi dall'oppressione e via necessaria per condurre una vita degna e da uomini liberi. I comunisti si sono sempre battuti per una scuola di massa, obbligatoria, pubblica e gratuita, affinché il figlio del contadino, dell'operaio, del precario, abbiano la stessa cultura e gli stessi strumenti del figlio del professionista o del dirigente. Una scuola di massa è funzione strumentale all'interpretazione dei fenomeni e della realtà, alla condivisione e costruzione della coscienza e conoscenza, del ripensamento dei meccanismi sociali ed economici. In altre parole per una scuola che fornisce uguali opportunità alle nuove generazioni e contribuisce a superare le differenze di reddito e di classe.
Per noi, all'istruzione fornita dalla scuola si assegnano due funzioni strettamente connesse: fornire le basi per garantire lavoro e mobilità sociale; ma anche fornire i saperi per sviluppare una conoscenza del realtà e preparare a una partecipazione dialettica alla vita politica, sociale e culturale del paese.
Con la riforma della scuola secondaria imposta dal Governo Berlusconi, assistiamo alla sconfitta di queste speranze e di questi valori. Come rimarca il manifesto dei docenti italiani: "anni di ideocrazia e strategia di distrazione di massa, si sono tradotti per la cittadinanza in un allontanamento crescente dalle tematiche sociali, in disinformazione diffusa, in cancellazione della memoria recente, in superficialità delle conoscenze, in proposizione di modelli privi di qualsiasi spessore culturale". Ora questo degrado, viene esteso alla scuola, resa perfino peggiore della scuola della Riforma Gentile nel 1923, realizzata durante il fascismo.
La strutturazione rigida in Nuovi licei, Nuovi istituti tecnici e Nuovi istituti professionali, pone termine alle sperimentazioni didattiche attivate negli anni '90, e alle strutture democratiche di partecipazione, riduce materie, orari e anni di studio. Viene propagandata dal governo come un'opera di sfoltimento degli indirizzi, di avvicinamento della scuola al mondo del lavoro, di riduzione del carico di studio per gli studenti e dei costi per lo stato.
In realtà la Nuova scuola è una vecchia scuola di classe. Il governo ha di fatto separato in due il sistema scolastico: da una parte ci sono i licei, dall'altra i tecnici e i professionali. In seguito ad una scelta precoce (a 13 anni), si determina un percorso di studi, e di vita, difficilmente reversibile, che nega pari opportunità di educazione, di lavoro, di vita e partecipazione, alle future generazioni.
Osservando le modifiche curriculari, il disegno emerge chiaramente. In particolare gli indirizzi tecnici e professionali abdicano alla funzione di formare cittadini capaci di un'analisi e comprensione del mondo, focalizzandosi sulla preparazione al lavoro. Le materie ridotte o eliminate sono quelle necessarie a comprendere il contesto: Storia, Geografia, Discipline Economiche e Giuridiche.
La decisione di ridurre l'orario nella classi successive alla prima e nei soli istituti tecnici e professionali, accentua la separatezza tra i diversi segmenti, producendo nei fatti una divisione sociale grave e inaccettabile tra i giovani sulla base del censo e delle condizioni sociali e culturali di partenza.
In questi istituti le ore settimanali da 36 si riducono a 32.
Col nuovo disegno sul lavoro, si prevede che l'apprendistato possa valere a tutti gli effetti come assolvimento dell'obbligo di istruzione. Quindi con questo escamotage, gli studenti potrebbero uscire dalle aule scolastiche un anno prima dell'attuale obbligo scolastico, fissato a 16 anni. Già spontaneamente molti genitori poveri, invece di mandare i figli a scuola, li mandavano a lavorare in nero per portare a casa qualche euro in più. Questo sfruttamento, diventa legale e equivale a un titolo di studio, purché avvenga tra i 15 e i 16 anni di età.
L'ultimo anno di istruzione obbligatoria (il secondo anno delle superiori, in un percorso regolare) diviene, quindi, una forma di «contratto d'apprendistato».
Quali corsi sono assenti, eliminati o ridotti ? Storia, Geografia, Discipline Economiche e Giuridiche, Tecnologie dell'Informazione.
L'economia è stata bandita dalle scuole, lo stesso vale per il diritto (unica eccezione le discipline giuridiche ed economiche nel liceo delle scienze umane e l'economia nello specifico istituto tecnico di economia). Le scarse ore dedicate alla storia e alla geografia negli istituti tecnici e professionali vengono accorpate e ulteriormente ridotte, quando, invece, la formazione di un cittadino passa oggi attraverso queste materie, che non sono una nozionistica serie di formule e dati, ma scienze interdisciplinari sempre più utili a analizzare e comprendere la complessità dei fenomeni sociali, economici e politici. La Geografia inizialmente eliminata è stata parzialmente reintrodotta a seguito di una possente sollevazione popolare. Come fanno notare i promotori di tale sollevazione: "Fare geografia e storia a scuola vuol dire formare cittadini consapevoli, autonomi, responsabili e critici, che sappiano convivere con il loro ambiente e sappiano modificarlo in modo cr eativo e sostenibile, guardando al futuro». E ancora: «I sottoscrittori di questo documento ritengono che privarsi degli strumenti di conoscenza … in una società sempre più globalizzata e quindi complessa, significa privare gli studenti di saperi assolutamente irrinunciabili per affrontare le sfide del mondo contemporaneo. Chi insegnerà ai nostri ragazzi la geopolitica del mondo contemporaneo? Chi insegnerà loro qualcosa come un'educazione civica globale, la capacità di situare in uno spazio-tempo planetario la questione dei diritti umani, o degli indici di sviluppo, o delle diseguaglianze fra Nord e Sud del mondo? ».
Anche la qualità dell'istruzione rivolta a esigenze puramente professionali viene ridotta. Ad esempio negli istituti tecnici, i laboratori sono fondamentali. Ma i laboratori, necessitano numerose ore di applicazione che verranno meno.
Di fronte alle occupazioni delle scuole e al disvelamento di questo disegno reazionario, nello stesso modo in cui vengono dispersi i risultati di anni di sperimentazione, viene chiusa ogni possibile voce critica (in attesa che la riforma della scuola impedisca il sorgere di cittadini critici). Occorre annientare la cultura e l'indipendenza dei docenti.
Si escludono i docenti dalla gestione della scuola: la riforma abolisce i Collegi dei Docenti, che vengono sostituiti dai Consigli di Amministrazione, in netto contrasto con la legge che riguarda l'autonomia scolastica. Senza alcun preavviso e senza alcuna motivazione, si oscurano tutti i Forum "Conosci e commenta la Riforma" presenti sul sito istituzionale.
Il governo giustifica la smantellamento dell'insegnamento pubblico, con il taglio di risorse e le restrizioni di budget pubblico dovute alla crisi finanziaria.
Tagli personale tecnico e professionale, tagli dei fondi, regionalizzazione, tagli delle ore di insegnamento, accorpamento degli istituti e delle classi nelle superiori. Abolizione della gratuità dei libri nelle scuole elementari, maestro unico, abolizione del tempo prolungato nelle elementari. Si autorizzano classi di 31 alunni (quando spesso le aule obsolete riescono a contenerne a malapena 22), propone la riduzione delle ore di lezione e di conseguenza dell'offerta formativa e che comporta il licenziamento di migliaia di docenti. Il ritorno al maestro unico alle elementari, porterà un il taglio di circa 87.000 insegnanti in tre anni, mentre alle superiori, grazie alla riduzione di orario e dei corsi, si calcola che veranno eliminati 17.000 docenti.
Con la generale perdita di visione della classe politica che dirige (si fa per dire) l'Italia, perfino l'ex-comunista migliorista Napolitano, attualmente Presidente della Repubblica, concorda: "…è necessario ridurre a zero nei prossimi anni il deficit pubblico e per incidere sempre di più sul debito accumulato nel passato. Nessuna parte sociale e politica può sfuggire a questo imperativo. Ed esso comporta anche un contenimento della spesa per la scuola".
Ecco come preparare il futuro dei nuovi cittadini: riducendo le ore di insegnamento e tagliando le risorse. Un tempo, quando vi era una coscienza maggiore, l'investimento per l'istruzione era considerato l'investimento prioritario per permettere un futuro differente alle nuove generazioni. Un investimento fatto dai genitori a costo di pesanti sacrifici. Ci "si toglieva il pane di bocca" per mandare i figli a studiare.
La laurea, in termini puramente economici di resa salariale, è conveniente. In base ai calcoli OCSE un laureato può aspettarsi rispetto a un diplomato un vantaggio salariale durante la carriera lavorativa superiore a 400.000 euro.
Nel marzo 2000 il Consiglio europeo di Lisbona, conscio dell'evoluzione dei maggiori margini di profitto dell'economia capitalista verso settori legati alla conoscenza, ha fissato all'Unione Europea l'ambizioso obiettivo strategico di diventare entro il 2010 "l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo". Considerava "imperativo categorico" l'investimento efficiente nell'istruzione e nella formazione. L'istruzione "fa la differenza" perché permette di aumentare il reddito individuale e la produttività generale del paese.
Allora qual'è il modello di società e di economia, disegnato da questa riforma? Quale è il posto dell'Italia nel prossimo capitalismo finanziario e cognitivo? Rimanere emarginata ?
Dobbiamo prepararci ad accogliere una nuova ondata di emigrazione, dove i più capaci e indipendenti, se potranno, lasceranno l'Italia per formarsi una cultura adeguata? Agli altri, a meno che non appartengano ad una ristretta elite privilegiata, spetta un futuro di bassi salari, lavoro nero, sottopagato e precario: in una sola parola di supersfruttamento. Al quale si aggiunge uno scenario di ignoranza, povertà culturale e passività.
A noi lottare insieme per cambiare questo scenario, prima che sia troppo tardi.
Nel prossimo post: le proposte e le battaglie dei comunisti
Vedi anche l'analisi di "Rinascita della Scuola" http://www.rinascitadellascuola.org/ a cura dei dipartimenti Scuola, Università e Ricerca del PdCI: "Lettera aperta del PdCI ai parlamentari dell'opposizione: diciamo no ai regolamenti della controriforma Gelmini" e scarica i "10 obiettivi per il diritto al sapere"
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mercoledì 3 febbraio 2010
Scuola: PdCI Tra sud e centro-nord un baratro. Governo smantella la scuola ed umilia il mezzogiorno
Fra la scuola elementare e media del Meridione d’Italia e quella del Centro-Nord rischia di aprirsi un baratro. E’ quanto rende noto l’Istituto nazionale di valutazione del sistema scolastico. E il baratro diverrà incolmabile a fronte di politiche scolastiche del Governo tese a smantellare tutta la nostra scuola pubblica e che umiliano il Meridione d'Italia.
Basta constatare che nel 2009-‘10 su un taglio totale di circa 1.800 classi nella scuola elementare ben 1.200 sono al Sud e nelle Isole; su un taglio di circa 1.200 classi alle medie, oltre 800 sono nel Sud e nelle Isole; le nostre 10.500 istituzioni scolastiche sono state ridotte di circa 300 unità, ben 140 si trovano nel Sud e nelle Isole, circa 80 solo in Calabria; i “licenziamenti” di migliaia di docenti precari hanno colpito pesantemente tutto il Paese, in modo pesantissimo il Sud e le Isole”. E’ quanto dichiarano Piergiorgio Bergonzi e Michelangelo Tripodi, rispettivamente responsabile Scuola e Mezzogiorno del PdCI - Federazione della sinistra.
“E che dire della scuola a tempo pieno. Le statistiche - continuano Bergonzi e Tripodi - dicono che su 135.000 classi di scuola elementare circa 99.000 (73%) sono a tempo “normale” e 36.500 (27%) a tempo pieno. Salvo poi scoprire che nel Sud e nelle Isole il tempo pieno, praticamente, è inesistente e che quindi al Nord e al Centro la scuola elementare a tempo pieno si avvicina al 50% del totale, mentre al Sud è prossima allo zero”.
“Per “colmare il baratro” - dicono ancora Bergonzi e Tripodi - il Governo deve riconoscere a tutti i bambini e le bambine del nostro Paese gli stessi diritti. Deve cioè stanziare risorse, molte risorse, perché il tempo pieno si espanda nel Nord e nel Centro Italia e si realizzi pienamente nel Sud, deve investire risorse perché tutti possano studiare in strutture scolastiche decorose e non cadenti”.
“Avanziamo due proposte: - concludono Bergonzi e Tripodi - 1) si utilizzino le immense risorse che si vogliono sprecare per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina per realizzare un grande piano di ristrutturazione e costruzione di edilizia scolastica (dieci miliardi in tre anni), un piano che consenta a tutti i bambini e ragazzi del nostro paese di studiare in edifici decorosi e che impegnerà, per la sua realizzazione, decine di migliaia di lavoratori e centinaia di imprese; 2) questo governo reinvesta immediatamente nella scuola le risorse tagliate in termini di classi e insegnanti per espandere ovunque il tempo pieno e per far sì che i bambini e le bambine del meridione d’Italia possano fruirne al pari di tutti i loro coetanei. E’ l’esatto contrario di come questo sciagurato governo di destra sta operando contro il futuro dei nostri giovani”
da comunisti italiani
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venerdì 22 gennaio 2010
Scuola: Bergonzi: Regolamento e apprendistato duplice capolavoro reazionario
Nello spazio di 24 ore la destra di governo ha realizzato il suo duplice, peggiore capolavoro reazionario: ha approvato “regolamenti” di controriforma della scuola secondaria superiore grazie ai quali milioni di ragazzi saranno esclusi dalla scuola, ha approvato un emendamento al ddl sul lavoro collegato alla Finanziaria, secondo cui si può assolvere all’obbligo di istruzione lavorando nell’apprendistato, anticipando l’età lavorativa dagli attuali 16 ai 15 anni di età!
E’ la stessa destra di governo che ieri ha tagliato 8 miliardi, 150.000 insegnati, 5000 classi, le risorse minime per funzionare alla scuola italiana. Il “credo” della destra si conferma nella sua tragica nitidezza: nell’epoca dell’economia della conoscenza la scuola non serve; l’attuale 25% di diciottenni del nostro Paese senza un diploma non basta; bisogna creare intere nuove generazioni di ignoranti!”. E’ quanto afferma Piergiorgio Bergonzi, responsabile Scuola del PdCI – Federazione della sinistra.
E’ la stessa destra di governo che ieri ha tagliato 8 miliardi, 150.000 insegnati, 5000 classi, le risorse minime per funzionare alla scuola italiana. Il “credo” della destra si conferma nella sua tragica nitidezza: nell’epoca dell’economia della conoscenza la scuola non serve; l’attuale 25% di diciottenni del nostro Paese senza un diploma non basta; bisogna creare intere nuove generazioni di ignoranti!”. E’ quanto afferma Piergiorgio Bergonzi, responsabile Scuola del PdCI – Federazione della sinistra.
“Chi non studia non lavora! E la destra - continua Bergonzi - con le sue scelte priva le giovani generazioni del futuro, negando loro l’istruzione oggi, le capacità e le competenze per accedere ad un lavoro qualificato e ai diritti di cittadinanza domani. Vogliono portare indietro la storia di cento anni, quando l’istruzione non era un diritto ma un privilegio di minoranze ricche, acculturate, già privilegiate. Vogliono sovvertire la Costituzione italiana che nel diritto e nell’obbligo di istruzione individua la fondamentale garanzia democratica, di mobilità, di emancipazione, di giustizia sociale. Nessuno può fingere di non vedere o sottovalutare la portata di una svolta reazionaria che non ha precedenti nella storia d’Italia”.
“Tutte le forze democratiche – precisa Bergonzi - devono mettere immediatamente in campo ogni loro capacità culturale, di mobilitazione sociale, di lotta politica per impedire che si realizzi questo scempio della società e della democrazia costituzionale. Per chiedere più e migliore istruzione per tutti, per elevare, non per abbassare l’obbligo scolastico! Attribuendo alle famiglie forti sostegni economici perché possano mandare i loro figli a scuola almeno fino a 18 anni. Stanziando grandi risorse per attuare atti riformatori che consentano alla nostra scuola di accogliere tutti i nostri giovani almeno fino a 18 anni, di fornire loro istruzione, sapere critico, conoscenze, competenze, abilità che formino il cittadino attivo e protagonista, il lavoratore di questa nostra società. Su questo si basa il futuro delle giovani generazioni e di tutto il Paese! Le sole risorse stanziate per la realizzazione del Ponte sullo stretto di Messina – conclude Bergonzi - sarebbero più che sufficienti per realizzare tutto ciò! Ad esse se ne potrebbero aggiungere altre: quelle ricavate da un’equa tassazione delle grandi ricchezze e rendite finanziarie, dall’oceano dell’evasione fiscale, dai risparmi sui costosissimi aerei militari ritenuti non più indispensabili a pochi mesi di distanza
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giovedì 21 gennaio 2010
Milano: Studenti sul tetto del Gandhi. O ci fate studiare o ci buttiamo.
MILANO - «Se cercate di farci scendere ci buttiamo». Sono rimasti in quattro ma sono molto determinati gli studenti del liceo serale Gandhi di Milano, sulla terrazza per protesta contro il presunto sgombero da parte delle forze dell'ordine. Da lunedì sera i ragazzi, inizialmente in cinque (l'unica ragazza è scesa mercoledì per tornare
al lavoro), si sono accampati sul tetto dell'edificio scolastico. Per alcuni minuti, nel pomeriggio di mercoledì, i quattro sono rimasti a cavalcioni sul cornicione per scoraggiare l'eventuale sgombero da parte delle forze dell'ordine. Sullo striscione la scritta «Vogliamo solo studiare o volare». Poi la situazione è rientrata, i ragazzi restano sulla terrazza che funge da tetto, nella centralissima piazza XV Aprile, e continuano la protesta in attesa della decisione del Consiglio di Stato. Un ricorso presentato dal Comune dopo la decisione del Tar di «riaprire» le classi serali, chiuse in seguito ai tagli decisi dall'amministrazione comunale. Anche nel caso di decisione favorevole da parte del Consiglio di Stato, però, i manifestanti annunciano: «Resteremo qui fino a quando le classi non saranno riaperte».
al lavoro), si sono accampati sul tetto dell'edificio scolastico. Per alcuni minuti, nel pomeriggio di mercoledì, i quattro sono rimasti a cavalcioni sul cornicione per scoraggiare l'eventuale sgombero da parte delle forze dell'ordine. Sullo striscione la scritta «Vogliamo solo studiare o volare». Poi la situazione è rientrata, i ragazzi restano sulla terrazza che funge da tetto, nella centralissima piazza XV Aprile, e continuano la protesta in attesa della decisione del Consiglio di Stato. Un ricorso presentato dal Comune dopo la decisione del Tar di «riaprire» le classi serali, chiuse in seguito ai tagli decisi dall'amministrazione comunale. Anche nel caso di decisione favorevole da parte del Consiglio di Stato, però, i manifestanti annunciano: «Resteremo qui fino a quando le classi non saranno riaperte».
LE MOTIVAZIONI - Davanti all'istituto altri ragazzi partecipano alla protesta. «Abbiamo occupato il tetto perché determinati a ottenere la riapertura di tutte le classi soppresse, riapertura già decretata dall'ordinanza del Tar e che, ignorata dal Comune di Milano, ha portato al commissariamento per inadempienza del Comune stesso» spiegano i manifestanti. Gli studenti-lavoratori si sono attrezzati contro il freddo con tende, sacchi a pelo, coperte, una stufetta elettrica e un termos. E la protesta continua
Da Ilcorriere.
Da Ilcorriere.
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mercoledì 20 gennaio 2010
Scuola - Lettera aperta PDCI a parlamentari opposizione: "No ai regolamenti della controriforma Gelmini"
Il PdCI-Federazione della Sinistra, a firma di Piergiorgio Bergonzi, responsabile nazionale Scuola del partito, ha inviato una lettera aperta ai parlamentari dei partiti di opposizione della VII Commissione del Senato e della Camera dei Deputati, che in questi giorni dovranno esprimere un parere sui “regolamenti” della scuola secondaria superiore.
Onorevoli parlamentari, in questi giorni le competenti Commissioni parlamentari sono chiamate ad esprimere un parere sui “regolamenti” della scuola secondaria superiore.
Mi permetto di rivolgervi un appello: opponetevi ad essi con la massima determinazione poichè tali “regolamenti” costituiscono una vera e propria controriforma della nostra scuola secondaria, inaccettabile, incostituzionale in quanto mette in gioco il diritto di istruzione delle giovani generazioni e, con esso, il futuro loro e dell’intero Paese.
Sono i fatti ed i numeri a dimostrare l’inconfutabilità di questa affermazione.
Viene ormai riconosciuto da tutte le forze sociali, economiche, politiche democratiche che il nostro Paese, per garantirsi il futuro, deve oggi fronteggiare un’esigenza prioritaria e inderogabile: quella di elevare il livello culturale e di istruzione di tutta la popolazione ovvero deve anzitutto assicurare ai giovani un grado qualificato di istruzione che consenta loro di essere cittadini a pieno titolo, di accedere ad un lavoro stabile. Tale grado di istruzione minimo viene oggi individuato nel conseguimento da parte di tutti i diciottenni del diploma della scuola secondaria superiore. Un obiettivo di civiltà che realizzi l’inclusione nella nostra scuola secondaria dei circa 400.000 giovani che ogni anno ne sono esclusi. Il che comporta una conseguenza ovvia: un tale numero più elevato di studenti richiede più aule, più scuole, più ore di insegnamento, più docenti, più fondi per il diritto allo studio, maggiori risorse per attuare gli indispensabili atti di riforma finalizzati a mettere la nostra scuola in grado di accogliere e di dare a tutti un’istruzione qualificata almeno fino a diciotto anni di età.
Ebbene i “regolamenti” governativi si muovono nella direzione esattamente opposta essendo finalizzati esclusivamente a ridurre di diversi miliardi le risorse della scuola secondaria superiore. Il che comporta: migliaia di classi in meno che andranno ad aggiungersi alle 5000 già soppresse; meno scuole; circa 40.000 insegnanti in meno ( nella sola secondaria) che andranno a sommarsi ai 47.000 già tagliati quest’anno; meno ore di lezione; costi crescenti per le famiglie. Il tutto coniugato con un impianto culturale di stampo gentiliano concepito e riferito ad una società che non esiste più da decenni, che nulla ha a che fare con l’esigenza di cultura critica e il ruolo del sapere nella società contemporanea e che è solo funzionale ad una scuola classista della separazione e dell’esclusione.
Non è difficile prevedere che l’attuazione di detti “regolamenti” ancorchè non riportare nella scuola i 400.000 giovani che ogni anno ne sono esclusi, produrrà, al contrario, forme di esclusione sempre più estese e massicce dal diritto di istruzione precludendo l’accesso al diploma della secondaria superiore a percentuali ben più elevate dell’attuale 20-25% di giovani che già oggi non lo conseguono.
L’approvazione e l’attuazione di questi “regolamenti” segnerà dunque un passaggio di straordinaria rilevanza ai fini dello storico progetto reazionario che la destra persegue: smantellare la scuola pubblica, estirpare il diritto inalienabile all’istruzione per tutti sancito dalla Costituzione italiana.
Su tutto ciò non vi può essere mediazione o compromesso di sorta da parte di chi ha a cuore il futuro del Paese, vuole salvaguardare e attuare il dettato costituzionale, intende trasformare nel senso della giustizia e dell’uguaglianza questa società.
Per questo credo sia indispensabile l’opposizione più intransigente. Ciò pur nella consapevolezza che neppure il pronunciamento negativo del Parlamento potrebbe essere sufficiente ad impedire alla destra di procedere su questa strada sciagurata: sono riusciti ad espropriare il Parlamento persino delle scelte decisive per il futuro di tutti noi. E tuttavia una forte, chiara voce di opposizione parlamentare costituirebbe un segnale importantissimo per mantenere accesa nel Paese la speranza, per riaprire nella scuola, nella società, nelle aule parlamentari una grande stagione di lotta capace di fermare questo disegno reazionario che, anche in presenza dell’eventuale approvazione dei “regolamenti”, può ancora e deve essere sconfitto.
Mi permetto di rivolgervi un appello: opponetevi ad essi con la massima determinazione poichè tali “regolamenti” costituiscono una vera e propria controriforma della nostra scuola secondaria, inaccettabile, incostituzionale in quanto mette in gioco il diritto di istruzione delle giovani generazioni e, con esso, il futuro loro e dell’intero Paese.
Sono i fatti ed i numeri a dimostrare l’inconfutabilità di questa affermazione.
Viene ormai riconosciuto da tutte le forze sociali, economiche, politiche democratiche che il nostro Paese, per garantirsi il futuro, deve oggi fronteggiare un’esigenza prioritaria e inderogabile: quella di elevare il livello culturale e di istruzione di tutta la popolazione ovvero deve anzitutto assicurare ai giovani un grado qualificato di istruzione che consenta loro di essere cittadini a pieno titolo, di accedere ad un lavoro stabile. Tale grado di istruzione minimo viene oggi individuato nel conseguimento da parte di tutti i diciottenni del diploma della scuola secondaria superiore. Un obiettivo di civiltà che realizzi l’inclusione nella nostra scuola secondaria dei circa 400.000 giovani che ogni anno ne sono esclusi. Il che comporta una conseguenza ovvia: un tale numero più elevato di studenti richiede più aule, più scuole, più ore di insegnamento, più docenti, più fondi per il diritto allo studio, maggiori risorse per attuare gli indispensabili atti di riforma finalizzati a mettere la nostra scuola in grado di accogliere e di dare a tutti un’istruzione qualificata almeno fino a diciotto anni di età.
Ebbene i “regolamenti” governativi si muovono nella direzione esattamente opposta essendo finalizzati esclusivamente a ridurre di diversi miliardi le risorse della scuola secondaria superiore. Il che comporta: migliaia di classi in meno che andranno ad aggiungersi alle 5000 già soppresse; meno scuole; circa 40.000 insegnanti in meno ( nella sola secondaria) che andranno a sommarsi ai 47.000 già tagliati quest’anno; meno ore di lezione; costi crescenti per le famiglie. Il tutto coniugato con un impianto culturale di stampo gentiliano concepito e riferito ad una società che non esiste più da decenni, che nulla ha a che fare con l’esigenza di cultura critica e il ruolo del sapere nella società contemporanea e che è solo funzionale ad una scuola classista della separazione e dell’esclusione.
Non è difficile prevedere che l’attuazione di detti “regolamenti” ancorchè non riportare nella scuola i 400.000 giovani che ogni anno ne sono esclusi, produrrà, al contrario, forme di esclusione sempre più estese e massicce dal diritto di istruzione precludendo l’accesso al diploma della secondaria superiore a percentuali ben più elevate dell’attuale 20-25% di giovani che già oggi non lo conseguono.
L’approvazione e l’attuazione di questi “regolamenti” segnerà dunque un passaggio di straordinaria rilevanza ai fini dello storico progetto reazionario che la destra persegue: smantellare la scuola pubblica, estirpare il diritto inalienabile all’istruzione per tutti sancito dalla Costituzione italiana.
Su tutto ciò non vi può essere mediazione o compromesso di sorta da parte di chi ha a cuore il futuro del Paese, vuole salvaguardare e attuare il dettato costituzionale, intende trasformare nel senso della giustizia e dell’uguaglianza questa società.
Per questo credo sia indispensabile l’opposizione più intransigente. Ciò pur nella consapevolezza che neppure il pronunciamento negativo del Parlamento potrebbe essere sufficiente ad impedire alla destra di procedere su questa strada sciagurata: sono riusciti ad espropriare il Parlamento persino delle scelte decisive per il futuro di tutti noi. E tuttavia una forte, chiara voce di opposizione parlamentare costituirebbe un segnale importantissimo per mantenere accesa nel Paese la speranza, per riaprire nella scuola, nella società, nelle aule parlamentari una grande stagione di lotta capace di fermare questo disegno reazionario che, anche in presenza dell’eventuale approvazione dei “regolamenti”, può ancora e deve essere sconfitto.
P. S. Infine mi rivolgo a voi perché anche in occasione di questa discussione parlamentare riportiate con forza il dramma che la quasi totalità delle 10.700 scuole pubbliche italiane stanno da troppo tempo vivendo: senza fondi per il loro funzionamento ordinario; senza risorse per assumere personale supplente; con l’invito di Direttori regionali alle scuole a svolgere la pulizia delle aule e dei servizi igienici a giorni alterni (!); nella generalità dei casi costrette a chiedere contributi alle famiglie per il loro quotidiano funzionamento (alla faccia della gratuità dell’istruzione sancita dalla Costituzione!).
Una situazione di emergenza voluta e determinata solo dalle inadempienze di un governo che rifiuta di trasferire alle scuole persino le risorse loro dovute!
Uno stato di emergenza che dura da troppo tempo e che sta mettendo a rischio la qualità e la semplice funzionalità della nostra scuola pubblica. A questa emergenza si deve porre subito fine. Basterebbe che il Governo restituisse alle scuole il miliardo di debiti che ha cumulato nei loro confronti, basterebbe lo stanziamento immediato e urgente di 300 milioni di euro aggiuntivi alle misere risorse promesse alle scuole. 300 milioni: nulla a fronte degli otto miliardi di tagli operati dal governo contro la scuola pubblica! 300 milioni: indispensabili per impedire la morte di una scuola pubblica qualificata che garantisce il diritto di istruzione. 300milioni: l’equivalente del costo di tre aerei militari Eurofighter di cui il governo ha ordinato ventuno esemplari l’estate scorsa e che ora sembra stia cercando di “rivendere” perché sarebbero troppo cari e perché non così necessari alla difesa del territorio nazionale!
Cordialmente
Piergiorgio Bergonzi (responsabile Scuola del Partito dei Comunisti Italiani)-Federazione della Sinistra
Roma 19. 01. 2010
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giovedì 14 gennaio 2010
Il preside: «Occupate la scuola? Farete meno vacanze a Carnevale»
MILANO - La voce gira da tempo. Fin da prima delle vacanze di Natale. «Il liceo classico Manzoni verrà occupato». Quando? «Non si è ancora capito», dicono i ragazzi. Prima si diceva che «sarebbe dovuta cominciare il 7 gennaio. Appena tornati. Ma non è successo nulla, vedremo». Torna così l’incubo, per presidi e professori, delle mobilitazioni. Nel mirino delle proteste si è aggiunta anche la quota per gli stranieri nelle classi. Luigi Barbarino, dirigente scolastico dell’istituto di via Orazio, spiega che «ci sarà una cogestione, quello è sicuro. È un bel momento per la scuola: ci sono tanti ospiti, collettivi, momenti di approfondimento. Senza contare che avviene tutti gli anni». Ma di occupazioni non vuole proprio sentire parlare.
«Sono quattro anni che non accade nulla di simile. Quindi non capisco perché dovrebbero cambiare idea proprio adesso. Non ci sono le motivazioni». E se per caso gli studenti volessero «seguire quella strada, stiano pur certi che per prima cosa saranno denunciati alla polizia. Come vuole la legge. Poi dovranno recuperare tutti i giorni della protesta». Nessuna deroga. Il problema è sempre quando. «Toccare le vacanze di Pasqua sarebbe un’ingiustizia nei confronti delle famiglie. Quindi è più probabile la settimana di Carnevale. Già in consiglio di istituto proporrò di recuperare il giorno perso a causa della neve proprio in quel periodo». Insomma, il calendario è di 200 giorni e «200 devono essere». Proprio per questo «l’anno prossimo stiamo pensando di metterne in preventivo 203, così da non dover più fare consigli d’istituto straordinari per ritagliare i recuperi dalle vacanze». E per di più se si parla di occupazioni.
Benedetta Argentieri
Da ilcorriere
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lunedì 11 gennaio 2010
PdCI- Tetto 30% Non è questione di quote ma di risorse per l'immigrazione
“La decisione del ministro Gelmini sul tetto del 30% di alunni stranieri nelle scuole italiane è irricevibile e costituisce una inaccettabile provocazione a tutta la scuola italiana. Con essa, infatti, la Gelmini strumentalizza irresponsabilmente un problema serio e reale, che le scuole stanno affrontando da sole e a mani nude, con una scelta che non può che peggiorare la qualità della scuola italiana e abbassarne i livelli di apprendimento; una proposta incostituzionale, concretamente inattuabile se non in una logica di discriminazione e segregazione”. E’ quanto afferma Piergiorgio Bergonzi, responsabile Scuola del PdCI – Federazione della sinistra.
“E’ una inaccettabile provocazione - continua - perché rivolta ad una scuola che la Gelmini sta privando delle risorse indispensabili per funzionare e quindi, a maggior ragione, per realizzare processi di integrazione: sono sostanzialmente inesistenti nelle scuole gli insegnanti-alfabetizzatori necessari per realizzare processi di integrazione; come è molto difficile realizzare l’integrazione in classi con più di trenta alunni, in scuole in cui non è possibile chiamare supplenti per mancanza di fondi. Il ministro restituisca alle scuole italiane tutte le risorse che ha loro sottratto per metterle in condizione di realizzare ciò di cui esse sono pienamente e autonomamente capaci: fare dell’integrazione un’occasione di arricchimento culturale e di crescita dei livelli di apprendimento per tutti”. “Tre – aggiunge Bergonzi – le proposte: 1) Far crescere nella scuola professionalità attinenti le tematiche dell’integrazione; dotare ogni scuola di un insegnante-alfabetizzatore ogni 10-15 alunni non parlanti la lingua italiana; 2) Si istituisca il tetto massimo di venti alunni per classe nelle scuole con elevata presenza di alunni non parlanti la lingua italiana; 3) Si formuli un’indicazione di indirizzo a tutte le scuole italiane perché la formazione delle classi (di cui le scuole, non il ministro, sono titolari!) siano improntate ad equilibrati criteri che valutino il livello e le provenienze culturali degli alunni. Questo è il nostro 30%”.
“Infine – conclude Bergonzi - una domanda al ministro: il suo 30% comprenderebbe anche i tantissimi alunni stranieri che parlano perfettamente l’italiano? Se così fosse, il dubbio di sconfinamento razzista diverrebbe certezza. Ma tant’è si viaggia sull’onda di Maroni che, di fronte alla tragedia di Rosarno, afferma: “Tutta colpa dell’immigrazione clandestina”. Ciò in presenza di una Rosarno ad alta intensità mafiosa; da anni è vigente una legge sull’immigrazione da Maroni voluta e sempre da Maroni, in qualità di minstro dell'Interno, e dunque dell'immigazione, applicata!”
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sabato 9 gennaio 2010
Scuola: Pantaleo (FLC CGIL), Misura Gelmini alimenta l'esclusione
(AGI) - Roma, 8 gen. - La decisione del ministro Gelmini di stabilire un tetto del 30 per cento per gli alunni stranieri, a partire dal 2010-2011 e' una misura sbagliata perche' determinera' una maggiore esclusione e ghettizzazione delle bambine e dei bambini, della ragazze e dei ragazzi stranieri.E' quanto sostiene il segretario della Flc Cgil Mimmo Pantaleo che aggiunge: "Nei fatti si afferma una visione che considera le diversita' culturali e religiose, largamente presenti nelle scuole, un problema da risolvere con misure burocratiche e regressive e non viceversa una opportunita' per innovare la stessa missione del nostro sistema d'istruzione. Peraltro quella misura si inserisce in un contesto nel quale si chiudono tantissime scuole, si tagliano migliaia di insegnanti e personale Ata, si azzerano le risorse per il funzionamento ordinario delle scuole e per i progetti di sostegno agli alunni stranieri. La conseguenza sara' quella di costringere tantissimi alunni stranieri a spostarsi verso scuole lontane o addirittura in altri Comuni con il rischio che si allarghi l'area dell'evasione scolastica come conseguenza di un disagio insopportabile per le famiglie. Non ci sara', quindi, una maggiore integrazione ma viceversa piu'' separazione ed esclusione, e, d'altra parte esistono forti dubbi di legittimita' giuridica di tali disposizioni che vengono diffuse attraverso delle note e non con delle circolari
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Scuola Bergonzi (pdCI) E'emergenza gli studenti non trovano nè leccornie nè carbone
Da comunisti-italiani -
“Gli 8 milioni di studenti rientrando dalle vacanze non hanno trovato nelle loro scuole né le leccornie né il carbone della befana. La Gelmini, infatti ha deciso di privare le scuole pubbliche anche delle risorse indispensabili per il loro quotidiano funzionamento: per pagare i supplenti, per realizzare i progetti, per acquistare la cancelleria. Siamo all’emergenza: lo Stato non paga alle scuole 1 miliardo di euro ad esse dovuto per legge e impedisce loro di funzionare. A pagare sempre di più sono le famiglie!”. E’ quanto afferma Piergiorgio Bergonzi, responsabile scuola del PdCI – Federazione della sinistra.
“Gli 8 milioni di studenti - continua l’esponente del PdCI - di babbo natale e della befana non hanno trovato nemmeno i sacchi vuoti. Gelmini e Tremonti erano passati a fine 2010 e li avevano riempiti di 16.000 insegnanti precari, di altri trentamila docenti e non docenti, di 5000 classi, di 1 miliardo e 600 milioni: tutto rubato alla scuola pubblica con la Finanziaria 2010, tutto da rottamare! I due tuttavia un piccolo dono natalizio non potevano non farlo: 130 milioni alla scuola privata, mentre Formigoni, da parte sua in Lombardia, donava 50 milioni di “buono scuola” solo a 60.000 alunni( in buona parte ricchi e molto ricchi) delle private, nulla ai 900.000 delle pubbliche, nemmeno ai poveri e poverissimi”.
“Dobbiamo impedire – conclude Bergonzi - che ci rubino tutta la scuola pubblica. Dobbiamo pretendere anzitutto che lo Stato rispetti la legge pagando immediatamente il debito di 1 miliardo che le scuole italiane vantano nei suoi confronti. Dobbiamo pretendere che lo Stato investa nell’istruzione: le risorse più urgenti sono immediatamente reperibili tassando le rendite finanziarie e le grandi ricchezze come avviene nel mondo intero. Dobbiamo batterci perché i babbi natale e befane divenuti ladri del nostro futuro se ne vadano”.
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sabato 12 dicembre 2009
Manifestazioni studenti: Scontri a Roma e Torino
Il corteo degli studenti e dei precari di scuola e università ha lasciato piazzale Aldo Moro per raggiungere piazza della Repubblica dove, secondo il parziale divieto della Questura, dovrebbe limitarsi. Ma a piazza dei Cinquecento si sono verificati diversi scontri con le forze dell'ordine. La polizia ha bloccato, usando i manganelli, gli studenti dell'Onda che hanno cercato di forzare per due volte il cordone delle forze dell'ordine, fronteggiandolo a mani alzate. Nel corso delle cariche sono stati feriti due dirigenti di Rifondazione Comunista: il presidente del Collegio nazionale di Garanzia ed ex senatore Salvatore Bonadonna e il responsabile nazionale università Fabio De Nardis.
I manifestanti hanno raggiungento il ministero dell'Istruzione nonostante il divieto e a sorpresa, dopo essere arrivati in piazza della Repubblica, per evitare il blocco in via Nazionale, hanno cominciato a correre all'impazzata verso viale XX settembre, dove si trova il ministero dell'Economia, rincorsi dalla polizia. Dopo tafferugli e momenti di tensione alcune migliaia di studenti e precari sono riusciti ad arrivare davanti al ministero al grido: "Noi la crisi non la paghiamo".
Alla testa uno striscione che recita "Vogliono fare un deserto e chiamarlo futuro". Tra i vari striscioni, anche appesi su camioncini da cui altoparlanti mandano musica e i ragazzi recitano gli slogan, "Dieci anni + 3 riforme = Istruzione pubblica distrutta", firmato Atenei in rivolta. E ancora, "La scuola rende liberi il precariato no", e "Noi non moriremo precari".
Intanto gli studenti dei licei romani, partiti da Piramide, dopo una serie di contrattazioni con le forze dell'ordine, sono riusciti a raggiungere il ministero dell'Istruzione. Sono oltre 500 e urlano slogan contro il ministro Mariastella Gelmini. Davanti un grande striscione: "Ci vogliono ignoranti, ci avranno ribelli. Bloccare la riforma, riprenderci il futuro".
Momenti di tensione anche nel centro di Torino per il corteIo organizzato dagli studenti contro la riforma del sistema scolastico del ministro Gelmini. Il corteo, partito in piazza Arbarello, avrebbe dovuto raggiungere Palazzo Nuovo, sede dell'università, in via Sant'Ottavio. Tuttavia, in via Micca angolo via Bertola, c'è stato un tentativo di deviazione da parte di un gruppo di manifestanti per dirigersi in piazza San Carlo. A quel punto gli studenti sono venuti a contatto con le forze dell'ordine, che hanno caricato il corteo.
I manifestanti hanno raggiungento il ministero dell'Istruzione nonostante il divieto e a sorpresa, dopo essere arrivati in piazza della Repubblica, per evitare il blocco in via Nazionale, hanno cominciato a correre all'impazzata verso viale XX settembre, dove si trova il ministero dell'Economia, rincorsi dalla polizia. Dopo tafferugli e momenti di tensione alcune migliaia di studenti e precari sono riusciti ad arrivare davanti al ministero al grido: "Noi la crisi non la paghiamo".
Alla testa uno striscione che recita "Vogliono fare un deserto e chiamarlo futuro". Tra i vari striscioni, anche appesi su camioncini da cui altoparlanti mandano musica e i ragazzi recitano gli slogan, "Dieci anni + 3 riforme = Istruzione pubblica distrutta", firmato Atenei in rivolta. E ancora, "La scuola rende liberi il precariato no", e "Noi non moriremo precari".
Intanto gli studenti dei licei romani, partiti da Piramide, dopo una serie di contrattazioni con le forze dell'ordine, sono riusciti a raggiungere il ministero dell'Istruzione. Sono oltre 500 e urlano slogan contro il ministro Mariastella Gelmini. Davanti un grande striscione: "Ci vogliono ignoranti, ci avranno ribelli. Bloccare la riforma, riprenderci il futuro".
Momenti di tensione anche nel centro di Torino per il corteIo organizzato dagli studenti contro la riforma del sistema scolastico del ministro Gelmini. Il corteo, partito in piazza Arbarello, avrebbe dovuto raggiungere Palazzo Nuovo, sede dell'università, in via Sant'Ottavio. Tuttavia, in via Micca angolo via Bertola, c'è stato un tentativo di deviazione da parte di un gruppo di manifestanti per dirigersi in piazza San Carlo. A quel punto gli studenti sono venuti a contatto con le forze dell'ordine, che hanno caricato il corteo.
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