Di GIANNI MONTESANO
Da grande azienda delle comunicazioni a zerbino del premier, dependance di Arcore e buca delle lettere di palazzo Grazioli, verrebbe da definire in questo modo la Rai di oggi, se non fosse che al suo interno sopravvivono, ormai relegati in riserve indiane, alcuni pallidi barlumi di quello che ancora si potrebbe definire “servizio pubblico”.
Il “letamaio” che emerge dall’inchiesta di Trani, usando le parole di Santoro, non è che l’ufficializzazione di quello che da anni accade a viale Mazzini. L’informazione dei principali telegiornali è supina ai voleri e ai diktat personali di Silvio Berlusconi che ha nella critica televisiva il suo tallone di achille. E’ la tv, che più di ogni altra cosa, lo manda fuori dai gangheri. L’uomo di Arcore è terrorizzato dall’idea di vedere scalfita la sua immagine patinata e, per impedire questo, è disposto a tutto.
Lo aveva fatto prima, con gli editti bulgari contro Biagi e Santoro, lo ha fatto oggi, con il bavaglio agli spazi di approfondimento. Non era mai accaduto nella storia della televisione italiana che in campagna elettorale venissero chiuse delle trasmissioni sgradite. La chiusura dei media è tipica dei regimi autoritari e delle dittature, eppure da noi lo stop agli approfondimenti televisivi è sembrata l’ennesima boutade berlusconiana. La gravità del gesto non ha paragoni nemmeno nella Russia di Putin, che di controllo dei media se ne intende sin da quando lavorava al KGB. A questo va aggiunto l’oscuramento totale della Federazione della sinistra, una operazione di killeraggio politico elettorale condotta, questa volta, in perfetto spirito bipartisan.
Oggi il grande pubblico apprende quello che tutti gli addetti ai lavori sanno da tempo: Berlusconi e i suoi uomini telefonano direttamente al direttore generale, ai direttori di tg, ai direttori editoriali, insomma a quella marea di dirigenti piazzati a viale Mazzini negli ultimi dieci anni da Berlusconi, molti dei quali provenienti direttamente da Mediaset, e tutti pronti a scattare sull’attenti per obbedire supinamente ai desiderata del capo.
La chiusura dei talk show politici è solo l’ultimo atto del degrado in cui è sprofondata la programmazione Rai. Uno sguardo al palinsesto fa vedere la totale dequalificazione della produzione: varietà da quattro soldi, beceri talk show pomeridiani, una enorme quantità di serial tv stranieri di bassa tacca, fiction a ripetizione realizzate con lo stampino salvo rare eccezioni. E poi la vergogna del sistema degli appalti “sopra la linea”, un meccanismo dai costi faraonici dove ideazione e progettazione appartengono a società esterne e la realizzazione tecnica viene riversata sulla Rai. Un panorama che vede sempre più ristretti i margini di autonomia di chi vorrebbe operare in nome del pluralismo e dell’interesse pubblico, concetto ormai marginalizzato anche nella stessa strategia aziendale che non fa che rincorrere, in peggio, il modello Mediaset.
Viale Mazzini come zerbino di Arcore e scendiletto di Cologno monzese, visto che le emittenti del Cav macinano affari a tutto spiano grazie al digitale terrestre e all’assenza di una reale concorrenza. Se è stato possibile arrivare a questo punto è anche per scelte non proprio lungimiranti compiute dalla cosiddetta opposizione parlamentare. A partire dai profili del presidente del CdA e della commissione di Vigilanza, persone di spessore morale, indubbiamente, ma non adatte in una situazione ove occorrevano figure “da combattimento”. Per non parlare della distrazione con cui il centrosinistra (e la sinistra al suo interno) ha sempre affrontato il tema Rai e sistema delle comunicazioni. Mentre Berlusconi occupava manu militari tutti gli spazi, il centrosinistra ha lasciato fare alle tecnostrutture, ai cosiddetti “manager di alto profilo” che non hanno fatto altro che favorire lobbies e rendite di posizione.
Adesso la Rai sta sprofondando sotto l’impeto dittatoriale del premier. Il cavaliere sa bene che vi è una ampia fetta di elettorato che si “nutre” solo di televisione e per questo non arretrerà sullo stop all’informazione e sul pilotaggio dei tiggì, anzi, gli ultimi giorni di campagna elettorale saranno peggio. Aspettiamoci ulteriori manipolazioni e disinformazioni. Dopo le elezioni, però, sarebbe il caso che la federazione si ponesse il problema di una strategia complessiva nei confronti del sistema delle comunicazioni e di una elaborazione politica sulla Rai che, piaccia o meno, continua ad essere la principale fonte di informazione per una vasta area di lavoratori e cittadini di questo paese ed è un’azienda che vive (e magna) con i soldi pubblici.
tratto da federazionedellasinistra.com
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