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sabato 1 maggio 2010

Portella della Ginestra: CGIL e ANPI nel nome dei braccianti morti per la libertà


Palermo - Il 1° maggio 1947 si tornava - dopo 21 anni - a celebrare la festa dei lavoratori, dopo che il fascismo l’aveva conculcata al punto da renderla un’appendice del natale di Roma, spostandola al 21 aprile
Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza braccianti e contadini, decisero di riunirsi nella vallata di Portella della Ginestra per manifestare contro il latifondismo, a favore dell’occupazione delle terre incolte ma, anche per festeggiare la vittoria del “Blocco del Popolo” alle recenti elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI - PCI aveva conquistato 29 rappresentanti (con il 29 per cento dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata a meno del 20 per cento).
All’improvviso, sulla gente in festa, partirono - dalle colline circostanti - un numero incalcolabile di raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti (9 adulti e 2 bambini) e più di 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate.
La CGL - allora gli mancava una “I” essendo ancora la Confederazione Generale del Lavoro un’organizzazione unitaria - proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori” ma questa tesi non fu sposata dal Governo che, per bocca dell’allora ministro dell’interno, Mario Scelba rispondendo alle interrogazioni in Assemblea Costituente, addossò l’intera responsabilità della strage agli uomini del bandito Salvatore Giuliano, già colonnello dell’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (EVIS) che, come veniva indicato chiaramente nel rapporto dei carabinieri sulla strage, “faceva riferimento ad elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali”.
La posizione di Girolamo Li Causi
Una tesi che, invece, non convinceva Girolamo Li Causi, deputato siciliano del PCI che, in sede parlamentare, a nome di tutte le forze della sinistra e della stessa CGL, sostenne che il bandito Giuliano era solo l’esecutore materiale del massacro mentre i mandanti fossero gli agrari e i mafiosi, che avevano voluto lanciare un preciso messaggio politico proprio all’indomani della vittoria del “Blocco del Popolo” alle elezioni regionali.
Lo stesso Li Causi, in un articolo dal titolo “La belva scatenata”, apparso su “La voce della Sicilia” il 2 maggio,  scriveva che: “Sconfitta sul terreno della democrazia, della civile competizione, la casta dominante della nostra Isola ha minuziosamente, freddamente premeditato il piano di provocazione e di aggressione contro le sane vive forze che hanno voluto con le elezioni del 20 aprile manifestare il loro profondo deciso desiderio di rinnovamento”. Lungi dal rassegnarsi alla sconfitta e di trarre le necessarie conseguenze dalla affermazione delle forze democratiche, il blocco monarchico-liberal-qualunquista è passato alla controffensiva e non potendo più contare sulla intimidazione ha ricorso alla aperta violenza”.
La lettera del bandito Giuliano
Ad avvalorare la tesi del deputato siciliano del PCI, nel ’49, arrivò una lettera autografa - che proprio Giuliano scrisse ai giornali - in cui affermava lo scopo politico della strage. Una tesi - prontamente smentita da Scelba - che il malvivente, però, non riuscì a dimostrare durante il processo di Viterbo (a cui la Cassazione aveva rimesso gli atti per legittima suspicione del tribunale di Palermo) perché, nel frattempo, il 5 luglio del ‘50, fu assassinato nel carcere di Castelvetrano dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale morì, anch’egli avvelenato in carcere, quattro anni più tardi, dopo aver affermato di voler rivelare i nomi dei mandanti della strage”.
La sentenza senza mandanti
Il 3 maggio 1952, con la condanna all’ergastolo di 12 imputati - tutti esecutori materiali - si concluse il processo di primo grado con una sentenza che, a proposito della ricerca della causale, sostiene che Giuliano compiendo la strage e gli attentati successivi ha voluto combattere i comunisti e si richiama la tesi degli avvocati difensori secondo cui la banda Giuliano aveva operato come “un plotone di polizia”, supplendo in tal modo alla “carenza dello Stato che in quel momento si notò in Sicilia”. La sentenza di Viterbo, però, non toccava il problema dei mandanti della strage e dell’offensiva contro il movimento contadino e le forze di sinistra, affermando esplicitamente che la causa doveva essere ricercata altrove. La vicenda giudiziaria si concluse con una sentenza della Cassazione che, dichiarando inammissibile il ricorso del Pubblico MInistero, confermava la sentenza dl 10 agosto ’56 della Corte d’Assise d’appello di Roma con cui venivano confermate alcune condanne di primo grado e assolti altri imputati per insufficienza di prove.
63 anni dopo ANPI e CGIL insieme nel ricordo dei morti per la libertà
Da allora sono passati 63 anni in cui, alla mancata individuazione dei mandanti, ha fatto riscontro l’impegno della CGIL (non più unitaria) per mantenere viva la memoria di quei morti ammazzati per la libertà.
E, proprio nel ricordo di quei morti, quest’anno l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e la CGIL si ritroveranno insieme, per la prima volta dopo 63 anni, a Portella della Ginestra per celebrare il Primo Maggio. “Per la prima volta nella tradizione delle iniziative commemorative di quella strage - sottolinea il sindacato - la lotta alla mafia si incontrerà con l’antifascismo e la Resistenza”.
Nell’appello dal titolo “Il dovere della memoria, il futuro dei diritti” con cui la CGIL di Palermo e l’ANPI hanno spiegato il senso della manifestazione si legge “Portella della Ginestra ha ancora oggi il volto e il sangue di una generazione disperata, privata di diritti, lavoro e democrazia. Ha il profilo inquietante di un emblematico buco nero della giustizia, della responsabilità collettiva, istituzionale. Politica. La prima strage nell’era repubblicana”.
L’appello, quindi, ritornando ai momenti e alle motivazioni di quella strage, afferma: “Tra i monti di Portella si intrecciano storie diverse: da un lato ambienti deviati dello Stato che si coniugano agli interessi degli agrari, della mafia e del banditismo in un unico progetto reazionario e criminale. Dall’altro - prosegue il testo - i lavoratori della terra, in festa per il 1° maggio, con il cuore pieno di ansia di progresso e la voglia di cambiare il loro mondo. Il fuoco assassino spegne la vita di 12 di loro e tenta di cancellarne le speranze”. Portella della Ginestra ha passato, e reclama futuro”.
Per un’Italia migliore
“Ecco perché - conclude l’appello sottoscritto, tra gli altri da: Bice Biagi, Giorgio Bocca, Andrea Camilleri, Pierluigi Bersani, Nichi Vendola, don Luigi Ciotti - questo Primo Maggio, 63 anni dopo, per la prima volta, la lotta alla mafia s’incontrerà con l’antifascismo e la Resistenza.
Il segno, il simbolo di un impegno comune: la memoria diffusa del sacrificio più alto, la libertà, il lavoro, la dignità. E il loro domani. Per un’Italia migliore. Delle radici: Resistenza, Costituzione, Democrazia”.
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venerdì 30 aprile 2010

FERMO: Collettivo antifascista cacciato dall'ANPI per questo volantino.

Il 25 aprile di quest'anno si presenta denso di significati per gli antifascisti e le antifasciste di questa città. Non si tratta di una semplice ricorrenza, né di una celebrazione che fa riferimento al passato.
L'insegnamento lasciatoci dai vecchi Partigiani/e risulta quanto mai utile ed attuale in questo clima segnato da deriva autoritaria, populismo mediatico, razzismo istituzionale e squadrismo fascista.
Intendiamo perciò festeggiarlo con lo spirito di coloro che sono stati protagonisti della Resistenza prima e della Liberazione dopo, e non di quelli che si sono auto-eletti capi della Resistenza e che in seguito sono stati protagonisti di epurazioni, saccheggi della cosa pubblica o di becere attività clientelari. Ci domandiamo cosa c'entrino con la Liberazione dal Nazifascismo le messe solenni, le associazioni combattentistiche e di reduci, i saluti di un sindaco nostalgico del fascismo come Di Ruscio; ci chiediamo perché l'Anpi della neo provincia di Fermo si ostini a partecipare a retoriche celebrazioni che vedono come co-protagonisti simili individui e associazioni e perché sia di moda proprio in questo momento la difesa della Costituzione, mentre in passato, quando la coppia Berlusconi - D'Alema era in procinto di modificarla sostanzialmente, non si sia alzato nemmeno un dito. Dinanzi al tradimento dei valori della Resistenza da parte di partiti come il PD e difronte all’amnesia storica che sembra aver colpito la maggior parte degli italiani, per noi la Resistenza non è solo memoria, tutt’altro; significa fronteggiare quotidianamente gli attacchi che questo governo repressivo, neoliberista, clericale ed omofobo lancia ai lavoratori e alle lavoratrici tutte, come ai migranti rinchiusi nei Cie, ai precari di questo paese come agli studenti, alle donne e agli omosessuali, etc.
A Fermo, territorio aristocratico e clericale per eccellenza, assistiamo alla presenza/invadenza dei neofascisti di Aries, ai quali il sindaco ha persino concesso uno spazio, alle gang di quartiere che si autoproclamano controllori del territorio; questi schifosi personaggi non sono altro che manifestazioni della progressiva fascistizzazione a cui sta andando incontro la società italiana. Le attuali forze politiche, infatti, hanno eletto a valori fondanti il tessuto sociale la sicurezza, la difesa della razza e della famiglia patriarcale, il lavoro inteso non più come diritto, ma come asservimento ad un padrone; inoltre, gestendo la crisi economica e finanziaria degli ultimi tempi in senso autoritario ed indicando al contempo la popolazione migrante come capro espiatorio, hanno provveduto a ridurre il conflitto sociale a problema di ordine pubblico.
Come si vede si tratta di temi strettamente legati al concetto di “fascismo”. Ma NOI NON CI STIAMO! La nuova resistenza parte da qui, dalla nostra capacità di connettere le lotte sociali dentro percorsi di liberazione condivisi.
Oggi vogliamo “esercitare” la nostra Resistenza civile e il nostro Antifascismo, scegliendo di parlare e di far parlare LE DONNE. Queste, partecipando alla Resistenza con ruoli diversi e con una diversa consapevolezza, hanno tutte avuto come comun denominatore la lotta all'omologazione, all'indolenza, alla passività, al fascismo e alla paura, ma soprattutto ad una storia che non poteva essere solo subita, ma determinata dalla propria volontà...dentro percorsi di liberazione condivisi, appunto.
Per questo abbiamo scelto di festeggiare il 25 Aprile con chi ha raccolto le loro testimonianze e le ha intervistate, contestando l'ipocrita deposizione di una corona o l'utilizzo di uno sbiadito tricolore che evocano piuttosto un uso strumentale di questa importante ricorrenza civile.

“Soltanto a noi che fummo gli unici protagonisti di quei giorni sul colle S. Marco spetta il diritto e il dovere di giudicare, perché noi ci trovammo sul campo di battaglia, faccia a faccia con i tedeschi e non coloro che credono di sapere la verità quando questa è una sola: REAZIONE, MONARCHIA, FASCISMO, queste sono le ragioni egregio signor sindaco...” Ten. Spartaco Perini


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Lettera aperta di un iscritto ANPI "contro le false celebrazioni istituzionali"

Pubblico una lettera tratta dal sito livornese di "Senza Soste" in cui si fotografa molto bene la situazione dell'ANPI, che ormai devia apertamente non tanto dalla retorica della difesa della Resistenza e della Costituzione, quanto dall'offensiva antifascista contro chi della Costituzione e dei diritti sociali (senza i quali quelli politici non valgono nulla, se non a tenere buoni milioni di sprovveduti) ha fato carta straccia.
Diceva Mao che l' "Imperialismo è una tigre carta": anche il neofascismo italiano, che sta assumendo il carattere di un regime bipolare con monopolio esclusivo dell'informazione da parte dei due grandi partiti della borghesia nostrana, è una tigre di carta, forte solamente perché le forze veramente antifasciste sono messe alla berlina da coloro che, a parola, si fanno belli con le parole "resistenza", "costituzione", "democrazia".
Ecco allora che anche a Fermo l'Anpi provinciale ha preso la decisione di espellere dalla sua sede il Collettivo Antifascista di Fermo solamente perché questo dichiarava, giustamente a mio avviso, che l''ANPI stava tradendo i valori della Resistenza con la liturgia delle messi solenni, delle celebrazioni con le associazioni di reduci e combattenti, facendo parlare un rappresentante del neofascismo italiano al potere e spalleggiatore dei gruppi esplicitamente fascisti che infestano il territorio fermano.

Trovo inoltre disagio nei confronti di forze che, in maniera assolutamente antistorica, ci rappresentano la Resistenza come un momento di compattezza della nazione italiana: a parte che la guerra di resistenza fu sia guerra di liberazione, che guerra civile e di classe, una simile lettura patriottarda isola la Resistenza dal continuum storico: cosa fecero cioè molti di coloro che vi parteciparono fino all'8settembre 1943? Erano tutti antifascisti? O non lo furono solo dopo perché si apprestavano, vigliaccamente, ad abbandanare il carro perdente per il grande capitale? E dopo la liberazione, che fecero? Le condanne contro i partigiani e le amnistie scandalose chi le perpetrò nella seconda parte degli anni '40? E le stragi che hanno insanguinato l'Italia, chi ne fu orditore occulto?
Tutte domande che mi spingono a festeggiare la Resistenza da marxista e non in chiave patriottica.

Non mi dilungo oltre.
Vi lascio con una domanda: non ha tradito i valori della Resistenza chi sostiene che un negazionista come Faurisson e un neofascista come il sindaco PDL di Fermo debbano parlare, mentre a persone solidamente antifasciste viene impedito di riunirsi nella sede dell'Anpi?
(Giorgio Raccichini)


da http://www.senzasoste.it/anti-fascismo/lettera-aperta-di-un-iscritto-anpi-contro-le-false-celebrazioni-istituzionali
Pubblichiamo la lettera aperta di un iscritto Anpi livornese che ben fotografa quello che è stato il 25 aprile 2010 in Italia. Un 25 aprile pieno di tensioni e di ipocrisie, pieno di retorica istituzionale ma che non riesce a dare nessuna risposta e nessuna riflessione utile per situazioni presenti, gravi e reali. Ci sono stati momenti di tensione sia a Milano che a Roma (foto e video), raccontati poi dalle televisioni e dai giornali come un intervento dei soliti intolleranti dei centri sociali. Non è stato così, infatti le motivazioni di quelle contestazioni erano ben ancorate a episodi gravi che hanno visto le istituzioni stesse come protagoniste o complici.
A Milano infatti un Consiglio di quartiere aveva dato autorizzazione (anche con i voti del Pd) ad una due giorni di dibattiti e concerti a gruppi neonazisti proprio il 24 e il 25 aprile in un parco milanese. Dopo le proteste e lo scandalo politico sollevato dagli antifascisti, il Consiglio di quartiere ha tolto il patrocinio all'inziativa che tuittavia si svolgerà il 1 e il 2 maggio sempre a Milano nel parco Ramelli. A Roma invece appariva chiara da subito la presenza strumentale di gente come Alemanno o la Polverini ad una simile celebrazione. Entrambi sono legati infatti ad un passato fascista e al legame con gruppi neofascisti che a Roma godono di appoggi e impunità. Basti vedere la presenza della Polverini sulla balaustra della curva laziale in campagna elettorale ed i festeggiementi a braccio teso con i propri camerati del Comitato elettorale . (Vedi foto)
Insomma, in un'Italia sempre più fascista e razzista queste contestazioni hanno portato sulla terra chi, come il Pd e le varie associazioni di combattenti, vive queste celebrazioni come una cerimonia staccata dalla realtà e non come un evento di popolo. A Livorno infatti quando alcuni militanti del  Csa Godzilla e del Collettivo anarchico hanno intonato "Bella Ciao", il sindaco e molti partecipanti se ne sono andati in fretta e furia quasi disturbati da questo fuori programma.
 
red 26 aprile 2010  
 


***

La lettera dell'iscritto all'Anpi

Partendo dall'immensa gratitudine per chi 65 anni fa prese armi e coraggio per combattere il fascismo dobbiamo oggi (2010) rammaricarci per le posizioni che L'Associazione Nazionale Partigiani (alla quale sono iscritto da molti anni) sta portando avanti.
Roma e Milano sono state solo le gocce che hanno fatto traboccare il vaso. Non possiamo vedere commemorare il 25 aprile da chi faceva il saluto romano (Polverini) o da chi concede spazi pubblici ai gruppi fascisti per le loro ridicole parate.

Purtroppo sempre più spesso l'ANPI preferisce accompagnarsi alle istituzioni piuttosto che ai giovani che quotidianamente si impegnano e lottano contro ogni forma di fascismo, razzismo e discriminazione, d'altro canto, sempre più spesso, vediamo l'associazione "tirata per la giacca" dal PD.
Smuraglia (presidente dell'ANPI) crede di non essere più solo nella battaglia antifascista perchè sindaci , presidente di regione e di province di destra salgono sul palco per un vuoto cerimoniale. Se l'ANPI non è più sola lo deve SOPRATTUTTO agli antifascisti di oggi.
No caro Smuraglia, no cara ANPI, il 25 aprile non è SOLO una festa e non lo può essere nel nostro paese.
Non lo può essere perchè l'eredità della resistenza è stata tradita dalle stesse istituzioni politiche che considerano la lotta quotidiana fascisti/antifascisti come una guerra per bande e che sempre più spesso lasciano immensi spazi pubblici all'avanzare dei fascisti del terzo millennio, che poi ci si appelli al voto lo ritengo addirittura ridicolo.
Gruppi di estrema destra continuano a moltiplicarsi nel nostro paese coperti dalla destra "istituzionale" la quale non disdegna (vedi Salerno) di attaccare la Resistenza appena possibile.
Per tornare all'oggi, l'ANPI doveva scandalizzare non per la contestazione ma per le prese di posizione della CGIL che chiedeva "l'intervento delle forze dell'ordine" contro quei ragazzi che contestavano chi concede agibilità politica ai fascisti, doveva scandalizzarsi per la presenza della Polverini che qualche settimana fa era circondata dai fascisti della curva laziale sempre pronti ad esporre croci celtiche e immagini del duce.
Purtroppo l'ANPI deve decidere, in una società come quella Italiana dove tutto può essere messo in discussione, non si può sempre appoggiarsi alle istituzioni per portare avanti la battaglia antifascista, perchè le istituzioni stesse hanno dimostrato, se governate dalla destra, ma sempre troppo spesso anche dalla sinistra, di essere partecipi del rifiorire di gruppi fascisti.
L'antifascismo è un VALORE che non tutti hanno fatto proprio e credo che ormai spetti alle nuove generazioni il compito di portarlo avanti. Quella generazione di antifascisti era in piazza a Milano e Roma ed è sempre mobilitata, senza riguardo per quelle istituzioni che non si siano dimostrate sinceramente antifasciste.

L'ANPI deve prendere atto di questo evitando di ascoltare gli amici PD per cui il 25 aprile non è altro che una cerimonia a cui si partecipa con il doppiopetto.

Alessandro Giusti
Tesserato ANPI n 087005

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martedì 6 aprile 2010

Le SS italiane



Comunicato dell'A.N.P.I. di Roma e del Lazio.
Il Comitato delle associazioni della Resistenza di Roma e Lazio ha incaricato uno studio legale di denunciare alla Procura dalla Repubblica gli organizzatori della manifestazione celebrativa delle SS Italiane inquadrate nelle forze armate naziste, svoltasi presso il sacrario militare di Nettuno il 14 marzo 2010, per aver violato le leggi che proibiscono l'apologia del fascismo».

Ma chi erano le SS italiane? Per approfondire, un articolo di Marco Foroni scaricabile nella sezione del blog "Documenti Storici".


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domenica 14 marzo 2010

"Italia verso un sistema autoritario" e i partigiani si mobilitano per il voto

L'appello pubblico è un inedito intervento scritto da Raimondo Ricci, 89 anni, presidente dell'Anpi

"Italia verso un sistema autoritario" e i partigiani si mobilitano per il voto

di DONATELLA ALFONSO


"Italia verso un sistema autoritario" e i partigiani si mobilitano per il voto GENOVA - I partigiani chiamano a raccolta "donne, uomini e giovani" perché, "coscienti della deriva anticostituzionale in atto" verso un sistema "autoritario e personale", usino tutti l'arma del voto. Un resistente di 89 anni come Raimondo Ricci, presidente nazionale dell'Anpi, lancia un appello pubblico inedito a una vera e propria mobilitazione, attraverso il voto alle regionali "al fine di contribuire al successo delle forze di opposizione all'attuale governo". "Finora questi appelli li abbiamo sempre indirizzati all'interno dell'associazione", spiega Ricci a Repubblica, "ma adesso è giusto uscire fuori, ri-volgersi a chiunque condivida i nostri valori".

Alle elezioni bisogna andare a votare, scrive il presidente dell'Anpi, "perché si risveglino le coscienze e si abbandoni l'indifferenza verso la politica"; ma soprattutto, che quel voto sia "efficace e coerente con gli ideali e i principi che ispirano l'impegno politico della nostra associazione, al fine di contribuire al successo delle forze di opposizione all'attuale governo", un esecutivo "indifferente ai problemi reali della crisi", ma anche demagogo e populista, che "sta operando un pericoloso mutamento del nostro sistema democratico parlamentare verso un sistema autoritario e personale; un vero e proprio mutamento di regime che può avere, e in parte ha già avuto, gravissime conseguenze per l'intera comunità nazionale, tali da rievocare un pericoloso e persino drammatico passato".

Il fantasma del fascismo è reale, avverte Ricci, internato nei lager, avvocato e già senatore Pci; per questo l'appello si rivolge "a tutti i nostri concittadini, indipendentemente dalle loro idee e dalla loro collocazione politica" perché si comprenda "la natura vera della situazione in atto, e si realizzi una generale ripresa di condivisione, dignità e progresso del nostro paese" in base a forme e limiti previsti nella Costituzione. E siccome "tutela del lavoro, rispetto e promozione dei diritti inalienabili, rispetto delle istituzioni", dal Quirinale alla magistratura, sono "beni preziosi che devono essere condivisi e salvaguardati", bisogna andare a votare, senza esitazioni; "riservando il proprio voto alle liste e ai candidati che ai principi e alle regole della Costituzione ispirano i loro comportamenti e i loro programmi".
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mercoledì 27 gennaio 2010

Scritte nazifasciste in via Tasso, ANPI promuove Sit In


 Riceviamo dalla Sezione ANPI Don Pappagallo di Roma:

L'ANPI di Roma, con la presenza della Sezione territoriale Esquilino Monti Celio don Pappagallo, comunicano la manifestazione con sit-in per domenica 31 gennaio, ore 10,30 davanti alla sede del Museo. Tutti i cittadini democratici e antifascisti sono invitati a partecipare.
Nell'articolo, la dichiarazione del Segretario dell'ANPI di Roma, Ernesto Nassi.
 
ROMA - Grave insulto al Museo di via Tasso, imbrattato con scritte antisemite: «Olocausto = propaganda sionista» e «27-01, ho perso la memoria». Subito polemica: non finanziato il sistema di upgrading delle telecamere che dovrebbe consentire alle vicine postazioni dei carabinieri e della polizia di seguire in tempo reale i movimenti nei pressi del Museo. Il museo è già stato oggetto di vili attentati e imbrattamenti. «Non è una novità. Già il 24 gennaio 2008 scrissero "Himmler eroe". Via Tasso viene individuata per il suo valore simbolico, ma viene attaccata anche per il lavoro in profondità che il Museo svolge, soprattutto tra i giovani (13.000 visite l'anno di scuole e gruppi). Non abbiamo ceduto di fronte alla bomba del 1999, non ci lasceremo intimidire dalle scritte. Ma abbiamo bisogno della solidarietà, sia delle istituzioni, sia dei cittadini, sia delle articolazioni della società civile. Passate a firmare il registro nell’atrio del Museo». È stata imbrattata anche la targa del Museo e un'altra scritta si rifà proprio alla Giornata della Memoria. Le scritte al Museo sono state rimosse intorno a mezzogiorno dal servizio decoro urbano dell'Ama.
LA RICOSTRUZIONE - Mezzanotte e venticinque, dice il dischetto delle telecamere che è stato appena consegnato alla Digos di Roma. E’ l’ora in cui viene messo a punto l’attentato di via Tasso. Con tanto di ascia in mano. Siamo in grado di fornirvi una ricostruzione esatta del blitz antisemita, come documentato dalle immagini visionate anche dai responsabili del Museo colpito. Da via Fontana, provenendo dunque dall’area di San Giovanni, arrivano in quattro. Sono giovani, all’apparenza, sui 20-25 anni. Hanno la testa travisata da un passamontagna, indossano maglioni scuri, jeans. E’ tutto studiato, come si intuisce dai movimenti. Il primo si ferma all’angolo con via Berni e fa la prima scritta. Un secondo avanza e procede a vergare la scritta contro l’olocausto in via Tasso. Il terzo un po’ prima del civico 145, dove ha sede il Museo, si ferma e con un’altra bomboletta disegna una svastica. Il quarto è armato di un’ascia, arriva all’altezza dell’ingresso del Museo e con una bomboletta disegna a sua volta una croce celtica. Poi assesta alcuni colpi d’ascia sull’insegna. Intanto il terzo lo supera e si dirige sul civico 147, poco oltre, dove ha sede evidentemente un altro obiettivo collaterale, la sede di un’associazione dio assistenza agli extracomunitari. E lì spruzza altra vernice. Poi i quattro fanno dietrofront e tornano a piedi sui propri passi dirigendosi di nuovo verso via Fontana. E’ evidente che se le telecamere gestite da Dap fossero state attrezzate, come possono esserlo ed è stato invano chiesto. Del sistema di trasmissione in tempo reale alle postazioni più vicine do polizia tutto ciò sarebbe stato molto più difficile.
CONTRO PACIFICI - Vittima di attacchi antisemiti anche il presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici: la scritta «Pacifici porco judeo!» è apparsa sui muri di via Cavour all'altezza del civico 202. La scritta, realizzata con vernice nera, è firmata Militia, organizzazione di estrema destra. «Una grande debolezza da parte di questi ragazzotti...». ha detto Riccardo Pacifici. «Non considero nulla in maniera superficiale, ma questi signori non ci, e non mi, spaventano. Nel senso che se pensano di ricreare un clima come quelli passati, si sbagliano di grosso: il mondo è profondamente cambiato, l'opinione pubblica anche. Nessuno rimarrà indifferente. Per questo sono certo che il gesto di questa notte non mostri null'altro che la loro debolezza e il loro smarrimento che li sta confinando in un meccanismo dove è chiarissimo chi è dalla parte della legalità e chi no. L'Italia è un paese che ha ben chiaro nel preambolo della sua Costituzione il giudizio sul fascismo e sul nazismo; ha una legge, quella Mancino, che punisce chi inneggia al razzismo, alla xenofobia e all'antisemitismo. Sono fiducioso che questi signori ben presto, grazie alle forze dell'ordine, siano individuati nelle loro sedi e perseguiti».
(foto Mario Proto)
(foto Mario Proto)
POLEMICA SUL CONTROLLO - Le scritte in via Tasso sono state fatte accanto al numero 155, che era l’ingresso del comando tedesco, mentre il carcere aveva ingresso al numero 145. Anche questo elemento non viene considerato casuale. Ma intanto è polemica sui sistemi di controllo. Giuseppe Mogavero del Museo spiega che i tecnici del sistema Dap che ha in uso le telecamere hanno più volte richiesto l’aggiornamento del sistema che sarebbe in grado di trasmettere alle forze dell’ordine, in tempo reale, ciò che avviene nei pressi del Museo. «Però questo aggiornamento costa e non è mai stato finanziato nonostante le nostre richieste dagli organi esecutivi ministeriali – aggiunge Mogavero -. La stessa Questura di Roma ha rilevato questa anomalia. Tutto è rimasto però com’è».
L'ingresso del Museo in via Tasso (Ansa)
L'ingresso del Museo in via Tasso (Ansa)
VOLONTARIATO
- E’ amareggiato il presidente del museo di via Tasso, il professore Antonio Parisella. E chiede maggior sostegno dalle istituzioni. «Il Museo è un organo vivo, per questo viene preso di mira e colpito» spiega, «Ma questo nostro Museo è legato fondamentalmente a un grande volontariato. Abbiamo appena compiuto anche notevoli scoperte, aggiornando lo schedario dei prigionieri di via Tasso e portandolo a 1300 nomi, e abbiamo rilevato anche una porta segreta che probabilmente consentiva a spie e traditori di entrare tranquillamente nella prigione delle Ss senza essere visti. Ma come avviene da sempre tutto questo si basa fondamentalmente su un lavoro importante di volontariato. Occorrerebbe invece un sostegno diverso, anche per risolvere gli aspetti di vigilanza come quelli possibili ma costosi del sistema di controllo delle telecamere, un sostegno analogo a quello di altre grandi istituzioni consorelle in tutta Europa. Penso al museo della resistenza olandese o a quello di Anna Frank, che in Olanda godono di un’attenzione ben diversa. Comunque sia questo nuovo insulto non ci intimorisce, anzi dimostra che nonostante le difficoltà il Museo è un organo vivo e frequentato ogni giorno da giovani che vogliono sapere e ricordare».
IL SIT-IN - Una manifestazione davanti al Museo è stata subito indetta dalle associazioni della resistenza e dei perseguitati politici. A promuovere un sit-in domenica alle 10,30 Anpi e Anppia. «Ci siamo subito sentiti» spiega Ernesto Nassi dell’Anpi, «E la presidentessa dell’Anppia Maria Grazia Lancellotti è stata subito d’accordo. Naturalmente il presidio sarà aperto a tutte le organizzazioni che vorranno prendervi parte».
Paolo Brogi
27 gennaio 2010

Roma: Giorno della Memoria, scritte antisemite sui muri di Via Tasso


"La Sezione ANPI don Pappagallo denuncia e condanna la gravissima provocazione dei nazifascisti che nella notte hanno imbrattato con scritte e svastiche, in questo giorno del ricordo e della Memoria, la sede del Museo di via Tasso, carcere nazista di Roma, che è sito nel nostro rione Esquilino; alto rimane il nostro impegno di vigilanza democratica e antifascista, con le nostre azioni sul territorio contro i manifesti fascisti che proseguiranno, e che da mesi denunciamo".

guarda le foto su: Anpi Esquilino



lunedì 7 dicembre 2009

CORTEO ANTIFASCISTA A PIACENZA: PD E GIORNALI STRUMENTALIZZANO LA PROTESTA!!

Sabato 28 novembre a Piacenza si è tenuta una grande manifestazione antifascista. Più  di mille persone sono giunte da tutta l’Emilia Romagna, Lombardia e Toscana per testimoniare la propria solidarietà ai due ragazzi accoltellati dal neo fascista Manuel Foletti. Il corteo si è svolto tranquillamente, diviso in tre spezzoni ovvero davanti i ragazzi della cooperativa frequentata dai due giovani, poi i ragazzi dei centri sociali e in fine i partiti e le associazioni (Rifondazione, PdCI, CARC, Emergency, CGIL e molti altri).
Ovviamente gli slogan lanciati durante il tragitto percorso sono stati duri e urlati tutti a gran voce. Purtroppo però la motivazione del corteo non ha impedito ai soliti “loschi” personaggi di strumentalizzare la protesta e di criticare l’ala “dura” del movimento; ala che tra l’altro è stata da subito in prima linea nell’organizzazione della risposta all’attacco fascista. I critici se la sono presa in particolar modo con Rifondazione Comunista e pure con gli studenti dell’Onda, rei di aver partecipato allo spezzone dei centri sociali lanciando slogan antifa inneggianti ad una nuova Resistenza e quindi non troppo pacifisti.
Ecco perché per parlare del corteo in questione è preferibile lasciar spazio a chi ha fatto dell’antifascismo una propria bandiera ed uno dei motivi principale di lotta sociale. Di seguito è possibile, infatti, leggere il comunicato stampa pubblicato unitariamente dal collettivo Onda Anomala di Piacenza e dai Giovani Comunisti.
Un fascista accoltella due ragazzi davanti al posto in cui noi, ma anche Rifondazione e un piccolo collettivo anarchico, facciamo ogni settimana le nostre riunioni. Noi ci incazziamo, oltre che per il gesto folle e sconsiderato (massima solidarietà ai ragazzi colpiti), perché è l’ultima di una lunga serie di intimidazioni al nostro “mondo”.

Ci sbattiamo come dei pazzi per organizzare la MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA, spendiamo soldi e tempo a convocare assemblee pubbliche e organizzative, per fare striscioni e cartelloni. Nel frattempo, gridiamo ai quattro venti la verità: non confondete i ragazzi colpiti con i nostri gruppi, loro sono apolitici (ma dai giornali apprendiamo che non solo sono dei nostri, ma addirittura iscritti!). Gli accordi parlano chiaro: i partiti e i sindacati relegati al fondo per lasciare a NOI ragazzi (anche a quelli che non hanno mai fatto politica, come i due colpiti) la testa del corteo. Una NOSTRA conquista nel corso delle assemblee.

Arriva la manifestazione. Come ci aspettavamo, il PD e il sindaco tentano la strumentalizzazione: si presentano senza bandiere e scaricano ad UN SOLO partito la colpa di voler strumentalizzare (in realtà, come da accordi, TUTTI gli altri gruppi presenti hanno i loro vessilli: Lega Coop, ANPI, CGIL, CARC, Alternativa Comunista, Comunisti Italiani…). Gli unici spontaneamente senza simboli siamo (oltre ai frequentatori “non politicizzati” della coop) noi dei Giovani Comunisti e dell’Onda Anomala. Ma i giochi sono fatti: la trappola costruita ad hoc da PD e sindaco, con la compiacenza dei giornalisti (scandalosi gli articoli su libertà!) fa il suo effetto e trasforma NOI CHE VIVIAMO LA COOP – militanti o meno – in arma di propaganda per il “disinteresse” (per noi lo SCIACALLAGGIO) del PD.

Cosa ci rivela questa storia? 1) mai fidarsi dei giornalisti, stanno sempre con chi comanda e mai con la povera gente. 2)Il PD è nella crisi più nera e, a differenza di altri che con i giovani lavorano, ha bisogno di entrare in modo polemico e camuffato nelle mobilitazioni. D’altra parte fra gli studenti nessuno li considera più da un bel po’. 3) Mentre Veneto Fronte Skinheads esprime solidarietà al “camerata” Foletti (questo è il fascismo), i suoi accompagnatori, senza cui non avrebbe mai estratto il coltello, sono a piede libero. Questo mentre è stata mandata la celere a tener buono il corteo. Ancora una volta, ribadiamo quindi che FIDUCIA NELLO STATO NON NE ABBIAMO, L’ANTIFASCISMO è NOSTRO E NON LO DELEGHIAMO!

P.S. a proposito di slogan, sappiamo che a qualcuno i nostri contenuti non piacciono, ma è NORMALE che in una manifestazione ANTIFASCISTA ci siano l’ala non violenta e quella militante, con approcci radicalmente opposti. L’importante è portare rispetto per tutte le componenti ANTIFASCISTE senza obbligare nessuno a cambiare la propria identità. Stimiamo chi si oppone al fascismo con le canzoni e i fiori anche se per noi si combatte (allo stesso modo contro il fascismo e lo Stato dell’ingiustizia) anche con altri metodi.

Andrea Tagliaferri

venerdì 4 dicembre 2009

A dieci anni dalla scomparsa di Nilde Jotti


Da Unita.it
- Sono passati 10 anni dalla morte di Nilde Jotti; ma dieci anni drammatici e difficili. Siamo veramente entrati in un altro millennio. Quale è oggi il contesto in cui ci troviamo a ricordarla?
Un contesto difficile per le donne, segnato da un attacco contro le conquiste ottenute:

-pensiamo alla parità di retribuzione: impressionanti i dati sulle disparità salariali emerse, pochi giorni fa, dalla assemblea delle consigliere di parità

-al diritto al lavoro: tra i lavoratori precari, la maggioranza sono donne; l’Italia è agli ultimi posti in Europa per la presenza delle donne nel mondo del lavoro

-sono sotto attacco anche la tutela della maternità, l’autodeterminazione nella maternità, nella procreazione assistita, nell’interruzione volontaria di gravidanza: ultimo episodio di questi giorni l’assurdo voto in senato contro la commercializzazione della pillola RU486

-permane la sottorappresentazione ai vertici della politica e delle istituzioni, in tutti i luoghi decisionali, (che provoca un impoverimento della democrazia), un trend opposto a quello che, nell’ormai lontano 1979 , con la elezione di Nilde alla Presidenza della Camera dei Deputati sembrava si stesse aprendo.

Insomma vengono minacciate le conquiste che le donne hanno ottenuto in anni e anni di lotte e a cui Nilde Jotti aveva dedicato tanta passione e tanta parte della sua attività. “ Credo di poter affermare – ha scritto lei stessa – di aver dedicato molta parte della mia vita politica alla battaglia delle donne e di questo sono molto orgogliosa.”

Questi diritti e queste conquiste sono minacciate anche dal preoccupante e crescente rigurgito della violenza maschile sulle donne, contro cui proprio oggi le donne scendono in piazza a Roma. Un tema di cui si parla molto in questi giorni, perché vi è stata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma di cui si tace il resto dell’anno.

Giustamente invece nel suo editoriale di due giorni fa Concita de Gregorio sottolineava che razzismo,violenza e sguaiataggine verbale creano un clima che incita gli uomini alla violenza e che tende a conculcare la presenza delle donne nella vita sociale, economica e culturale. Donne viste come prede, come oggetti, non come cittadine con pari diritti.

Siamo in presenza, infine, di una presentazione mediatica della figura femminile lontana dalla realtà, che ripropone vecchissimi stereotipi e tende a veicolare, come è scritto nel documento dell’ANPI, “la mercificazione del corpo femminile, come scorciatoia per il successo e persino per l’accesso alla politica”, di indicare – cito sempre dal documento dell’ANPI - “una strada illusoria, che rischia di “bruciare” una generazione di donne e che comporta un pesante arretramento del livello civile, sociale e culturale del Paese.” Non è chi non veda come tali stereotipi siano l’opposto della figura femminile che Nilde ha impersonato.
Ma oggi ricordiamo Nilde Jotti anche in un contesto drammatico per il paese, contesto segnato dai ripetuti subdoli tentativi di cancellare i principi di quella Costituzione, cui Nilde aveva dato un così importante contributo, e di sostituirvi una presunta costituzione reale di tipo plebiscitario, un regime tendenzialmente autoritario, in cui verrebbe annullato l’equilibrio tra i poteri.
Giusto e opportuno dunque dedicare a Nilde Jotti la campagna nazionale che l’Anpi lancia oggi su “Donne, antifascismo, democrazia - dalla memoria al futuro”.

Una campagna che parte in un momento opportuno non solo per far fronte ai pericoli che ci minacciano, ma anche perchè sembra presente un inizio di reazione da parte delle donne. Infatti, dopo il dibattito aperto quest’estate sulle colonne dell’Unità sul “silenzio delle donne”, sembra che le donne intendano far risentire la propria voce.

Alcuni episodi sono significativi, anche se poco raccolti dal mondo mediatico.
Alcuni esempi:
- La grande partecipazione all’assemblea promossa alla casa delle donne dalle promotrici dell’appello di Repubblica “le altre donne”
- La conclusione della staffetta dell’UDI contro il femminicidio a piazza della Loggia a Brescia
- L’elenco pubblicato su Affari e Finanza di lunedì 23 nov delle donne degne di stare nei consigli di amministrazione

Sono solo alcuni esempi: resta grande la frammentazione e la dispersione, ma c’è fermento. La campagna dell’ANPI può fornire un punto di coagulo, un collante al desiderio di reagire.

E’ infatti una campagna che si prefigge, come ha ben detto Eletta Bertani - – cito sempre dal documento dell’ANPI - di “riprendere, in questa fase di grave involuzione, il filo di un percorso storico nel corso del quale le donne hanno acquisito una nuova idea di sé, sono state protagoniste di grandi movimenti ed hanno conquistato: diritti, autonomia e un ruolo nella società….” di “riaprire un confronto tra le donne, tra le generazioni e di individuare, a livello locale e nazionale, obiettivi, forme di reazione e di risposta e di dar corso ad una grande battaglia culturale e politica…. suscitare fiducia e speranza, mobilitare grandi energie e combattere rassegnazione e impotenza” ponendo al centro “i valori, i contenuti, l’immagine e il ruolo della donna nella societa’ che scaturiscono dalla Costituzione e dal percorso delle donne nella democrazia repubblicana. Valori, contenuti ed obiettivi nei quali può riconoscersi la maggioranza delle donne italiane”.
Chi, meglio di Nilde Jotti può impersonare quei valori? chi meglio di Nilde costituire il modello di donna da indicare alle nuove generazioni?

Ripenso a quando l’ho conosciuta, a Firenze, al primo Congresso dell’UDI, quello della fusione con i GDD.
Una ragazza, era nata il 10 aprile del 1920 – eravamo quasi coetanee, io sono del ‘gennaio ’21 - laureata all’Università cattolica, figlia di un ferroviere, proveniente da una di quelle famiglie emiliane, che erano pronte a mille sacrifici per far studiare i figli e persino le figlie. Nilde prima lavorò per mantenersi agli studi, poi riuscì ad andare alla U. cattolica di Milano, grazie a un borsa di studio acquisita per meriti scolastici.
Una ragazza che veniva dall’esperienza della resistenza e dei gruppi di difesa della donna ed era già consigliere comunale di R.E.

Eletta nel ’46 alla Costituente, Nilde faceva parte di quella nutrita pattuglia di giovanissimi , che il PCI aveva voluto affiancare ai militanti e alle militanti storiche che venivano dai lunghi anni dell’esilio, del carcere e del confino. 1 E questa giovanissima divenne una madre della Repubblica: perché la nostra repubblica non ha solo padri, ma anche madri….
Nilde ha avuto, infatti, un ruolo fondamentale nella elaborazione della nostra Costituzione, facendo parte della Commissione dei ’75, ed essendo relatrice, assieme a un parlamentare DC molto conservatore, Camillo Corsanego, sui problemi della famiglia. avevano, come è facile immaginare, idee assai diverse, e perciò presentarono due relazioni distinte. Le formulazioni che Nilde proponeva, che non sono quelle poi adottate definitivamente sono molto più vicine, sebbene vecchie di 60 anni, a quello che pensiamo oggi. Nilde era stata d’accordo che la questione del divorzio non venisse inserita nella carta costituzionale; non la riteneva matura.

Ma fu Nilde a insistere, al X Congresso del PCI, contro le timidezze e le tiepidezze di molti, perché ci si decidesse ormai a affrontare la questione, e poi per l’approvazione della legge in parlamento e la sua conferma nel referendum.
Nilde Jotti contribuì alla elaborazione dell’articolo 3 della Costituzione, l’articolo che sancisce la pari dignità sociale ed eguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini, «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»; cui segue la basilare affermazione del secondo comma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». [Principio totalmente nuovo, unico anche rispetto alle coeve carte costituzionali antifasciste», quella francese del ’46, quella della RF di Germania del ’49, che segna il passaggio dal sistema liberale al sistema democratico, a una democrazia segnata da contenuti di progresso sociale…]

Erano state le donne costituenti a ottenere che il sesso fosse collocato all’inizio dell’elencazione e a voler precisare, inserendo l’inciso «di fatto», la natura e l’ampiezza degli ostacoli che dovevano essere rimossi. Non è dunque casuale che i movimenti delle donne, nel corso di molti decenni, abbiano fatto riferimento soprattutto a questo articolo.
Nel corso della sua lunga vita politica, Nilde divenne anche l’autorevole presidente di Montecitorio.
Ma forse non tutti si rendono conto della straordinarietà di questo fatto.

Io ho ancora ben presente l’emozione che tutte noi, donne, provammo quel giorno del 1979, - sono passati ben 30 anni - quando fu eletta presidente della Camera dei deputati. Era la prima volta nella storia italiana che una donna e per giunta una dirigente comunista, di un partito dell’opposizione, veniva chiamata a un così alto incarico.
Un incarico, quello di presidente della Camera – altro fatto straordinario – che lei ha ricoperto per ben 13 anni, rieletta per tre legislature; una così lunga permanenza nell’incarico non ha precedenti nella storia del Parlamento italiano, a riprova della stima e della fiducia che aveva conquistato nell’assemblea.

Non soltanto, dunque, una donna che presiedeva la Camera, ma una donna che lo ha fatto con straordinaria capacità, conquistando stima e apprezzamento, rendendo onore alle donne, anche in anni difficili, in momenti di aspro confronto parlamentare, (si pensi all’ostruzionismo radicale, non privo di volgari attacchi alla sua persona, nel novembre del 1981).quelli della prima grave crisi della democrazia italiana, e della stessa funzionalità del parlamento, seguita all’assassinio di Aldo Moro. E Nilde, con coraggio e prudenza, mise mano a una riforma del regolamento per cercare di uscire dallo stallo per coniugare rappresentanza e capacità di decisione.
La sua sensibilità, direi la sua passione, nata alla Costituente, per i problemi istituzionali, è stata una costante del suo impegno fino agli ultimi anni, ad esempio nella Commissione bicamerale sulla riforma della Costituzione. Proprio lei, che era stata magna pars nella elaborazione della Costituzione era consapevole che occorrevano norme nuove per armonizzare l’autorità del Parlamento con l’efficienza dell’Esecutivo e i poteri delle Regioni; ma, come risulta chiaro nel suo ultimo discorso parlamentare del ’98, un anno prima della sua morte, rimase sempre schierata nella difesa dei lineamenti fondamentali della Costituzione del ’48, contraria a modifiche che potessero alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e aprire la strada a derive autoritarie.

La sua attività a livello istituzionale ci offre dunque un insegnamento assai attuale, nel momento in cui siamo tutti chiamati a sventare il pericolo di uno stravolgimento, di fatto, prima ancora che di legge, della nostra Costituzione
Tener viva la memoria di Nilde Jotti, significa anche rinfrescare il ricordo delle lotte delle donne italiane per la loro emancipazione, cui Nilde ha dato un contributo decisivo sia nel lavoro parlamentare che come dirigente dell’UDI(era stata chiamata nel ‘53 a far parte della segreteria nazionale) e responsabile, dal 1961, della Commissione femminile del PCI. Fu lei a realizzare la terza conferenza delle donne comuniste che segnò un punto di svolta del lavoro femminile di partito.
Decisivo fu il suo contributo per riprendere la linea di emancipazione, offuscata negli anni ’48-53 nella durezza della divisione del mondo in blocchi e della contrapposizione in Italia, seguita alla cacciata delle sinistre dal governo nel ’47 e determinante il suo impegno, per affermare l’autonomia dell’UDI.

Parlando al VI Congresso dell’UDI, Nilde ribadiva che autonomia significava “soprattutto e prima di tutto azione aderente alle esigenze delle moltitudini femminili senza alcuna riserva di carattere politico e ideologico, contro tutti gli ostacoli di ordine politico, economico, di costume che ostacolano l’affermazione della personalità femminile.”
Grandissimo fu anche il contributo di Nilde per far approvare in parlamento leggi fondamentali per le donne, quali, ad esempio, la pensione alle casalinghe, il riconoscimento del valore del lavoro delle donne contadine, la riforma del Diritto di famiglia, la legge del ’93 sulla presenza delle donne nelle liste elettorali, intervenendo perché si mantenesse la norma dei due terzi introdotta al Senato contro un emendamento Bonino che voleva abolirla. Sebbene presidente della Camera volle apporre la sua firma alla legge di iniziativa popolare sui tempi.

Sulla legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, rifiutando sia la tesi radicale dell’aborto come diritto civile, sia la pretesa clericale di considerare l’aborto un reato, Nilde si mosse sulla linea (che era anche dell’UDI), della lotta all’aborto clandestino per sconfiggere il ricorso all’aborto, considerato come violenza imposta alle donne; per la gratuità dell’interruzione di gravidanza praticata nelle strutture sanitarie pubbliche; per il diritto delle donne all’autodeterminazione. Quella piattaforma consentì di uscire dalla paralizzante contrapposizione tra una semplice liberalizzazione e la puntigliosa casistica, prevista inizialmente nei testi legislativi proposti dai diversi gruppi politici.

Mi ci sono soffermata per sottolineare come Nilde, su leggi difficili, che investivano problemi delicati e aprivano un forte conflitto, restasse ferma sui principi, ma fosse capace di ascolto e di comprensione per le posizioni diverse dalle sue, diretta a ricercare sul terreno della laicità dello Stato e rifiutando le contrapposizioni ideologiche, una possibile intesa.
Anche per questo, in un momento in cui sono sul tappeto problemi difficili e delicati, che investono la coscienza di ciascuno – si pensi ad esempio – al testamento biologico – Nilde Jotti resta un punto di riferimento importante.

Una attività ricca, un impegno straordinario, durato tutta la vita:
“Ho l’impressione – ha detto nel 1994 – di essere stata una donna fedele a un impegno preso verso me stessa, un impegno preso da quando ho cominciato ad essere una persona. Nessuno che fa politica è soddisfatto del suo lavoro, questa è stata per me sempre una premessa di rigore nel mio lavoro. Ma continuo a guardare alla politica come alla più alta delle eredità. La vivo oggi con lo stesso impegno e lo stesso entusiasmo di quando ho cominciato. Credo nella politica come strumento indispensabile per cambiare la società e per diffondere nuove idee.

E’ proprio questa visione alta della politica, come attività nobile e disinteressata, come strumento per cambiare la società e per promuovere dignità, diritti, libertà delle donne che fa di Nilde un esempio da proporre alle giovani di oggi.
“Abbiamo parlato delle donne e del grande cambiamento che abbiamo vissuto. – disse Nilde nel 1994 - Come sarebbe stato possibile senza la politica? Alle donne, alle mie compagne , alle amiche credo di aver lasciato in eredità la vocazione a coltivare un’autonomia di pensiero e un grande rispetto per le istituzioni.”
E’ questa eredità che l’ANPI si propone di raccogliere

Dalla Rete: Stralcio dell'intervista di Enzo Biagi del 1983 a Nilde Jotti (Presidente della Camera) e Francesco Cossiga (Presidente del Senato)



Ecco una selezione degli articoli scritti per l'Unità da Nilde Iotti, di sue interviste e di contributi scritti per ricordarla.












mercoledì 2 dicembre 2009

Comunicato Stampa ANPI sul NoBday


 
Riceviamo e pubblichiamo:
Comunicato Stampa ANPI Nazionale 
A.N.P.I.
A S S O C I A Z I O N E N A Z I O N A L E P A R T I G I A N I D ’ I T A L I A
COMITATO NAZIONALE
____
00192 Roma – Via degli Scipioni, 271 – Telefoni 06/3211949 – 3212345 –3212807 – Fax 06/3218495
Ente Morale Decreto Luogotenenziale n. 224 del 5 aprile 1945 – c/c p. 36053007 – Cod. Fisc. 00776550584
www.anpi.it - e-mail anpisegreteria@libero.it oppure anpi.naz@libero.it
 
Roma, 2 dicembre 2009

La Presidenza e la Segreteria Nazionale dell’ANPI, nel sottolineare l’esigenza dell’unità tra tutte le forze antifasciste e democratiche, auspica che la manifestazione “No B day” del 5 dicembre prossimo possa costituire una positiva occasione per riaffermare con compostezza, serietà e forza:
- il valore irrinunciabile della legalità e dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge;

- l’urgente necessità di una politica economica e sociale adeguata alla tutela dell’occupazione, del lavoro e delle fasce più deboli;

- il più rigoroso rispetto della Costituzione e delle autonome funzioni delle istituzioni repubblicane e dei poteri di garanzia, presupposto essenziale su cui si fonda la nostra democrazia conquistata dalla Resistenza.

PRESIDENZA E SEGRETERIA NAZIONALE ANPI

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