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giovedì 22 aprile 2010

Manicomo Italia, seminudi e legati al letto

Lo chiamano “ergastolo bianco”. Colpisce «persone che non devono scontare una pena né essere rieducate», come spiega Alessandro Margara, ex magistrato e capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria dal 1997 al 1999. «Si tratta di individui che sono stati prosciolti perché malati e quindi devono essere curati», per questo finiscono negli ospedali psichiatrici giudiziari, gli Opg. Ex “manicomi criminali”sopravvissuti alla riforma Basaglia varata trentadue anni fa. In Italia ne esistono ancora sei: quello di Aversa in provincia di Caserta, Napoli sant’Eframo, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Malgrado il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 1° aprile 2008 ne disponga la chiusura, la loro fine è ancora lontana. Attualmente vi si trovano rinchiusi 1.535 persone, tra cui 102 donne, contro una capienza regolamentare di 1.322 posti. Secondo i dati, aggiornati al 31 marzo, forniti dall’amministrazione penitenziaria, la quasi totalità dei presenti, 1.305, non è composta da detenuti in attesa di giudizio né da condannati in via definitiva ma da «internati». Che cosa è un internato? Non è un detenuto e nemmeno un condannato, ma una persona ritenuta «pericolosa socialmente». Nei suoi confronti il giudice dispone una misura di sicurezza che può arrivare all’internamento. Provvedimento che «si protrae fino a quando il magistrato di sorveglianza ritiene che la persona sia pericolosa», sottolinea Luciano Eusebi, docente di Diritto penale all’università Cattolica di Piacenza. Ma avviene lo stesso anche quando l’internato non ha nessuno che possa prendersi cura di lui. L’internamento può essere prorogato all’infinito, lo decide sempre il magistrato di sorveglianza in base alle valutazioni mediche. Per questo lo chiamano «ergastolo bianco».
Oltre i 1.735 presenti negli Opg, ci sono ancora 484 internati rinchiusi nelle cosiddette case lavoro o case di custodia e cura. Si tratta di persone che stanno scontando una «pena accessoria». Che cosa è una pena accessoria? Una punizione supplementare che viene scontata dopo aver terminato la condanna penale. Per le persone etichettate dalla magistratura come «delinquenti abituali o professionali», una volta usciti dal carcere subentra la misura di prevenzione: tra queste la più estrema è l’internamento in una casa lavoro, di fatto un prolungamento della reclusione in una struttura che non si differenzia in nulla da un normale carcere, anche perché il lavoro non esiste e l’internato resta chiuso in cella. L’illegittimità di questo doppio circuito penale è denunciata da tempo da molti operatori del settore e dalle associazioni di volontariato. Prima che andassero di moda il viola, il giustizialismo e il populismo, la critica delle istituzioni totali era anche uno dei caratteri distintivi dei comunisti e della sinistra. L’ultima denuncia arriva dal rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa redatto dopo un’ispezione effettuata nel settembre 2008. Nelle 84 pagine del testo si segnalano le pessime condizioni in cui versano gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma si riferisce anche di una diffuso ricorso alle percosse da parte delle forze dell’ordine nei confronti delle persone fermate o arrestate, oltre a rilevare il grave stato di sovraffollamento delle prigioni. Sotto accusa in particolare la situazione in cui versa l’Ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Una struttura scadente. La delegazione ha riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e che altri erano mantenuti nell’Opg anche oltre lo scadere del termine previsto dall’ordine d’internamento. Le autorità italiane hanno risposto che la struttura è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l’esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive. Per Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce dell’associazione Antigone Campania, «Il giudizio del Cpt evidenzia le condizioni di inumanità e degrado che vivono gli internati dell’Opg di Aversa. Un problema che non deriva solo dalle condizioni di sovraffollamento ma dal meccanismo manicomiale in sé e dalle sue dinamiche di annullamento sociale del sofferente psichico». Nel rapporto sono state evidenziate numerose situazioni di criticità: condizioni igieniche e di vivibilità minime, carenza di personale civile, assenza di attività di reinserimento sociale, insufficienza del livello di assistenza sanitaria, uso dei letti di contenzione. Solo pochi mesi fa è stato registrato il decesso di un internato morto per il proprio rigurgito e di un altro deceduto per tubercolosi.
Per quanto concerne il trattamento delle persone private di libertà da parte delle forze dell’ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Comitato ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici e/o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri e, in minor misura, da parte di agenti della Guardia di finanza, soprattutto nella zona del Bresciano. I presunti maltrattamenti consistono essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell’arresto e, in diversi casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. In alcuni casi, inoltre, la delegazione ha potuto riscontrare l’esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati. Il rapporto, inoltre, verifica il rispetto delle garanzie procedurali contro i maltrattamenti e constata la necessità di un’azione più incisiva in questo campo, per rendere conformi la legge e la pratica alle norme stabilite dal Comitato. Nella loro risposta, le autorità italiane hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle forze dell’ordine. Inoltre, rileva il rapporto, sono state esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione di Via Corelli a Milano. A questo proposito il Comitato raccomanda che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti maggiori e più ampie possibilità di attività. Sul fronte delle carceri, invece, la relazione pone l’accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario (la cui responsabilità è stata ora trasferita alle regioni) e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il ”41-bis”).
da Liberazione

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lunedì 19 aprile 2010

mafia, disoccupazione, razzismo, ecco l'Italia divorata dai "mostri"


«Ci sono momenti in cui il cervello si stacca dal cuore». In uno di quei momenti, Mario Farisano, operaio 44enne in cassa integrazione della Nuova Renopress di Budrio, nel Bolognese, si è tolto la vita. L’ha fatto nel garage della propria casa, una palazzina pietra a vista di tre piani a Marmorta, piccolissima frazione di Molinella, a pochi chilometri dal luogo di lavoro. Si è impiccato con la corda per saltare della più piccola delle sue due figlie, che hanno 6 e 13 anni. E che ora sono senza papà, come Ida è rimasta senza marito. Senza occupazione - Ida lavorava da un artigiano - la donna lo era già da un anno. A trovarlo, è stato il cognato Gerardo, anche lui cassintegrato dell’azienda budriese. Mario, trasferitosi in Emilia-Romagna più di dieci anni fa dalla Basilicata, si è ucciso dopo aver portato la bambina più piccola all’asilo. Ieri, la famiglia si è chiusa al proprio interno. In un bar vicino incrociamo Michele, uno dei nipoti: ha gli occhi lucidi, e ribadisce che questo è il giorno del silenzio. Mentre il cognato fa capire che, quando sei a casa, entri in una spirale in cui non è facile chiedere e ottenere aiuto. «E, alla fin fine, le bollette le devi pagare comunque».

Nella tragedia, poi, la beffa: nella mattinata di venerdì, mentre i sanitari constatavano il decesso dell’uomo, un’azienda metalmeccanica avrebbe chiamato a casa Farisano per fissare un colloquio: Mario aveva mandato molti curricula in giro, e la sua specializzazione era alta. Ma il telefono ha squillato troppo tardi. Cosa può aver spinto ad un gesto così estremo? I compagni di lavoro di Mario sono convinti che la situazione della Renopress abbia avuto un ruolo, forse decisivo. L’aria che si respirava in azienda era pesante. E non da ieri: dopo un anno di cassa integrazione, la fonderia aveva ritirato i 106 licenziamenti, ottenendo - grazie alla mediazione della Regione - un altro anno di cassa integrazione straordinaria. Pesante, ma non senza speranza: i 365 giorni potevano essere utilizzati per cercare un nuovo acquirente. Finora Mario, uno dei pochissimi «fornai» (nel senso di addetti ai forni) era riuscito a lavorare una settimana al mese, portando il suo stipendio da 600 a 900 euro. Il 15 marzo, però, la produzione si era fermata. In attesa dell’arrivo dell’assegno di cassa, neanche un euro era stato versato sul suo conto.

Lì, ipotizza Donatella Colombelli, sua collega alla Nuova Renopress, forse qualcosa si è rotto. «A quanto so, da allora non usciva più molto di casa. Lunedì, quando il delegato Fiom ci ha spiegato che era stato fissato l’incontro con le banche per l’anticipo della cassa integrazione - racconta Donatella -, io ho guardato Mario e gli ho detto: dai, possiamo dire di avere un piccolo aiuto. Ma lui mi fa, laconico: “Proviamo a vederla così”. Non sembrava molto convinto». Eppure, Mario era uno dei più attivi nella lotta per salvare la fonderia: «Interveniva spesso in assemblea - ricorda il sindaco di Budrio, Carlo Castelli - e, se c’era un collega abbacchiato, era il primo a fare una battuta per tirarlo su. Quando mi hanno detto cos’era successo, ho risposto: “Siete sicuri sia proprio quel Mario lì?”». Su Facebook, oltre ai due profili personali - uno dei quali conta 441 amici -, Mario interveniva sovente. E contribuiva alla pagina dei «Noi, 106 licenziati della Nuova Renopress». Il suo hobby, che gli consentiva di tirare su un piccolo extra, era la musica. Mario cantava col karaoke. Tanto che nel garage, luogo scelto per farla finita, c’è ancora la consolle per le basi. «Aveva sempre un sorriso per tutti - chiosa Donatella -. Io non so cosa scatti nella mente di una persona, ma può essere che a un certo punto uno non ce la faccia più. E il cervello si stacchi dal cuore».

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sabato 3 aprile 2010

E se son trote.... trottano (Part I)

Fenomeno Lega nord. Vincono praticamente ovunque scardinando anche Emilia Romagna e Toscana.  Tutti a chiedersi come fa un popolo a votare i leghisti? La risposta solitamente è "fan breccia sul sentimento d'odio delle persone" "sul razzismo" "sull'intolleranza"Che sian razzisti loro è fuor di dubbio ma siamo sicuri che li si voti per quello? Gia poche ore fa mi dicevo, beh, loro saranno anche trote ma hanno imparato come lavorava il PCI. Ora, avendo letto due articoli, non solo se loro sono trote noi bisogna capire a che stadio evolutivo siamo, ma davvero c'è da mettersi le mani nei capelli.  Un Salvini (si si quello) che si fa le nottate in fabbrica nel veneto, la lega presente sempre e ovunque  con i gazebo e con i "dillo alla lega" il lavoro capillare e territoriale volto a risolvere i problemi in Toscana e in Emilia, dove il razzismo lo lasciano perdere anzi mettono in regola e aiutano (l'uficio stampa della Lega in Toscana è una ragazza albanese) Ve li copio in ordine il primo qui e il secondo nel post dopo, leggeteli e fatevi tutte le domande che mi sto facendo io. Ve ne lascio una delle tante:
Parliamo di sinistra, centrosinistra, il nuovo CNL (che questa si è una bestemmia) biciclette, tandem, accordi tecnici o forse è meglio ricominciare a  FARE quel che il PCI faceva e gli altri hanno imparato e noi no? Saranno anche trote, ma loro trottano. Noi si fa, per la maggioranza dei casi, le alghe. Se voi non foste comunisti, chi votereste?
Buona lettura e buona riflessione.
Ladytux

 di Alessandro Braga - MILANO
Una notte in fabbrica Dagli operai ci va la Lega
Salvini alla Maflow in occupazione, tra grappe e consensi
Falce e Carroccio. O, se preferite, «proletari di tutta la Padania unitevi». Borghese e popolare, di lotta e di governo, La Lega vota a Roma tutte le leggi che ammazzano il mondo del lavoro, poi gira per le fabbriche in crisi del nord. E così capita di passare una notte in mezzo ai lavoratori in occupazione in compagnia di Matteo Salvini. Capogruppo del Carroccio al comune di Milano, eurodeputato. (Poco) probabile candidato sindaco per il centrodestra nelle elezioni comunali del prossimo anno. Acerrimo nemico di immigrati e rom. Grande amico dei lavoratori (padani).
Quando mercoledì sera arriva a Trezzano sul Naviglio, periferia sud-ovest di Milano, al presidio dei lavoratori della Maflow occupata, sono da poco passate le 23.30. Salvini sembra di casa. Strette di mano, pacche sulle spalle. Da quando, ormai tre mesi fa, gli operai hanno deciso di occupare la fabbrica, è già venuto altre volte. Un sindacalista della ditta, apertamente di sinistra, ammette a denti stretti: «Quando l'11 gennaio siamo saliti sul tetto, è stato uno dei primi a presentarsi». E allora i lavoratori hanno pensato bene di invitarlo a passare una notte con loro al presidio, per mostrargli le difficoltà che stanno vivendo, e chiedergli di trovare una soluzione. Ad aspettarlo c'è anche lo stato maggiore della Lega trezzanese, con il candidato sindaco (che non è riuscito ad arrivare al ballottaggio) in testa. Parla con i lavoratori, li conosce. Spiega loro le difficoltà del mondo del lavoro in questo periodo. Dà la colpa ai cinesi. Dal tetto della fabbrica penzola un manichino in tuta da metalmeccanico. Impiccato, al collo ha un cartello: «Volevo solo lavorare». Le bandiere di Cub, Fiom e Uilm sventolano ai cancelli. Alla Maflow i lavoratori sono quasi tutti iscritti a un sindacato. «Ma si sono mossi troppo tardi», dice qualcuno.
La Maflow è una ditta che lavora nell'indotto dell'automobile. Ai tempi d'oro occupava circa 800 persone. Poi 600. Adesso sono 330. Giovani: la maggior parte è tra i 30 e i 40 anni. Quelli vicini alla pensione sono una ventina. Il 60% circa sono donne. Da luglio dello scorso anno, quando hanno scoperto (quasi per caso) di essere in liquidazione, sono in cassa integrazione straordinaria. Fino a ottobre, lavoravano su tre turni. Poi la Bmw, che dava le commesse maggiori, ha deciso di spostare il lavoro in Germania. E adesso lavorano 50 alla volta. La scorsa settimana sono andati a protestare fino a Monaco, sotto la sede del colosso automobilistico tedesco. Tra poco scade il primo anno di cassa integrazione straordinaria. Acquirenti ci sarebbero, dicono. Il problema è che prima di comprare vogliono vedere le commesse. Quelli che dovrebbero dare le commesse, prima di ordinare, vogliono un acquirente serio. Non se ne esce.
Nella sala adibita a soggiorno, dove a turni di 10-15 gli operai si alternano per presidiare la fabbrica («La paura è che vengano a portare via i macchinari», raccontano) la discussione è accesa: «Certo ci manca che adesso arriva un compratore cinese, ci chiede di insegnare il lavoro a quelli e poi, una volta imparato, smantellano tutto perché da loro la manodopera costa meno. Ci è già successo qualche anno fa con i polacchi», dice uno. «Non stiamo a farci la guerra tra poveri - lo rimbrotta un altro - la lotta deve essere fatta insieme tra tutti quelli che stanno male, da nord a sud». «No, noi adesso dobbiamo pensare solo a noi», chiosa un terzo. Salvini ascolta, annuisce. «Nella migliore delle ipotesi si salvano 150 posti», ipotizza un lavoratore. «Non glielo permetteremo», promette il leghista. Che però una soluzione non ce l'ha: «Come se ne esce?», domanda. «Con un miracolo, e lo deve fare Scajola. Chiamalo tu e digli cosa deve fare». Nella sala accanto si dorme: ci sono brandine, materassini gonfiabili, lettini. Nel cortile c'è un fuoco acceso al centro delle tende piantate. Si mangia pane e salame, si beve un po' di vino. Magari una grappa per scaldarsi. E per non pensare troppo alla situazione lavorativa, si parla anche d'altro. Si ride e si scherza. Arrivano colleghi che se ne erano stati a casa a guardare l'Inter. Si accende la discussione tra rivali. Alle due e trenta, nel silenzio totale, suona una sirena. «È quella che segnala la pausa del turno di notte», spiegano. Quella funziona ancora. Salvini saluta e se ne va. Promette di tornare, di fare. Chiamerà a destra e a manca. I lavoratori lo ringraziano, lo salutano calorosamente. Qualcuno magari si ricorderà di lui nel segreto dell'urna. È la Lega operaia che avanza.
Post scriptum: doveva esserci un altro leghista mercoledì sera. Fabrizio Cecchetti, neoeletto consigliere regionale. Ha finito tardi il consiglio comunale a Rho, dove è consigliere, e ha chiamato Salvini per porgere le sue scuse ai lavoratori. «Ha fatto tardi perché ha lottato contro la costruzione di un mega centro commerciale di 55mila metri quadri in un'area industriale, quella dell'ex Alfa di Arese», spiega Salvini. Ah, questi compagni padani!


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E se son trote.... trottano (Part II)


Da Liberazione.it

«Bossi per i leghisti è il nuovo Berlinguer

Intervista a Paolo Stefanini, giornalista, collaboratore di Diario, autore di "Avanti Po"

Oltre il tredici per cento in Emilia Romagna, il sei e mezzo in Toscana, ma con punte del dieci a Prato, il sei e tre nelle Marche, ma a Pesaro è quasi al dieci e, infine, più del quattro in Umbria. Se il trionfo della Lega era largamente annunciato in Veneto e Lombardia e, almeno in parte, prevedibile in PIemonte, l’affermazione nelle cosiddette regioni rosse rappresenta l’apertura di un nuovo fronte. Negli ultimi cinque anni il movimento leghista si è radicato e non ha smesso di crescere tra Reggio Emilia e Perugia, Siena e Ascoli, erodendo progressivamente la base elettorale del centrosinistra e candidandosi a recuperare in molti casi lo stesso immaginario popolare che fu del Pci. Un processo che già alla vigilia del voto era stato raccontato e analizzato da Paolo Stefanini, un giovane giornalista di Lucca collaboratore di Diario, in Avanti Po. La Lega nord alla riscossa nelle regioni rosse, pubblicato dal Saggiatore (pp. 288, euro 15,00) con la prefazione di Enrico Deaglio. La Lega “cocomero”, verde fuori e rossa dentro, che Stefanini desrive sembra mettere insieme senza contraddizioni apparenti il culto di Bossi e quello di Berlinguer. Tra i leghisti incontrati ci sono così quello «fiero del suo passato nel Pci, convinto di proseguire nella Lega il lavoro del nonno partigiano». E «c’è chi ha il busto di Lenin in soggiorno, ma ammira molto Maroni e Bossi».
Partiamo da una fotografia di quanto accaduto. La Lega è cresciuta dapprima in Lombardia e Veneto per poi espandersi in tutto il Nord, nell’intera ”Padania”. E’ lo stesso movimento che si afferma oggi anche nelle “regioni rosse” del centro-nord o qui l’appeal ha ragioni e modalità diverse?
Non credo che si possa parlare in qualche modo di due Leghe diverse, però effettivamente ci sono molte differenze dovute alla composizione stessa del movimento leghista nel centro Italia rispetto a quello del Lombardo-Veneto. Faccio in particolare riferimento all’afflusso massiccio nella Lega di persone che vengono da una tradizione di sinistra, elemento che ha portato il movimento a privilegiare argomenti che sono meno presenti nella sua azione nelle regioni del Nord. Per fare un esempio, in Emilia e in Toscana la Lega manifesta una forte attenzione per i temi del welfare, certo declinato sempre nei termini populisti del “dobbiamo difendere le conquiste sociali (case, lavoro e cassaintegrazione) dagli stranieri”, che è certamente più enfatizzata rispetto ad altre zone del suo tradizionale insediamento. In generale, molti dei leghisti che ho incontrato per scrivere Avanti Po, insistevano molto su un elemento che a me è parso all’inizio sorprendente: mi spiegavano di sentirsi in piena continuità con il loro passato di sinistra. Perciò credo che si possa affermare che la Lega che si sta affermando nelle regioni centrali ha adottato un profilo più “concreto”, lasciando da parte i miti celtici, il Dio Po e i richiami al “sacro suolo padano”, che certo hanno poco senso ad Ascoli Piceno, a Siena o Perugia, ma anche in Emilia.
Al centro di questo successo c’è il fenomeno che, parlando in particolare dell’Emilia, lei definisce come il “cocomero leghista, verde fuori e rosso dentro”, sintetizzato nell’immagine di chi considera Bossi come il nuovo Berlinguer. Nelle regioni che hanno rappresentato tradizionalmento il bacino elettorale dei partiti del movimento operaio, e sopratutto del Pci, l’exploit della Lega è spesso vissuto in continuità e non in contraddizione con quel passato. Come è avvenuto?
La continuità con la tradizione del Pci che i leghisti che ho incontrato rivendicano di più è legata alla presenza sul territorio, all’organizzazione da partito leninista che dicono di avere. “Siamo gli unici presenti al mercato, davanti ai luoghi di lavoro. Gli unici che fanno i gazebo”. E “gazebo” è la parola che ti ripetono tutti e in continuazione. “Dillo alla Lega” è il loro slogan che sintetizza l’idea che siano vicini e in ascolto dei cittadini. Quindi non si tratta di una continuità ideologica, quanto piuttoto dell’adottare un profilo da partito popolare, vicino agli interessi e ai bisogni dei cittadini, quale aveva in queste regioni il Pci. Questa presenza capillare, una sezione in ogni comune anche se molto piccolo, è la cifra che dovrebbe definire questa continuità. Allo stesso modo, i leghisti locali spiegano di essere gli eredi del Pci perché ancora in grado di cogliere gli umori popolari, anche nei loro aspetti più superficiali. “Prima c’erano le feste dell’Unità, ti dicono, oggi ci sono solo quelle della Lega...”.
In queste regioni il successo della sinistra è stato a lungo legato anche allo sviluppo di una società solidale, cooperative, associzioni, ecc. In una simile realtà come si afferma oggi la xenofobia leghista?
In realtà in queste zone più che l’evocazione della paura e dell’insicurezza, che nel repertorio leghista abituale sono affiancate alla stigmatizzazione degli immigrati, vale la difesa della sicurezza sociale: la Lega parla soprattutto di case, di asili, di lavoro e via dicendo. Mi spiego: in queste zone i messaggi più “barbari” del movimento non sembrano funzionare. Per capirci non è lo stile Borghezio quello che va per la maggiore. Così, sull’immigrazione, nelle regioni rosse la Lega si muove in altre direzioni, cercando di tesserare gli immigrati regolari e, anzi, di mettere in evidenza questo aspetto: solo un esempio, l’ufficio stampa della Lega Toscana è una ragazza albanese. Ciò detto, anche su questo punto emerge una contraddizione, visto che poi le persone guardano alla Lega, anche in queste zone, come ad un blocco anti-immigrati. Quanto alla cultura delle regioni rosse, c’è chi ha osservato come in realtà la tenuta solidale di questi territori sia stata messa alla prova solo ora: prima non c’erano gli immigrati e non c’era neppure il razzismo...
Come già era accaduto nelle aree industriali di Lombardia, Veneto e Piemonte, anche nelle regioni del centro-nord ci sono lavoratori iscritti alla Cgil, e magari alla Fiom, che però votano e sostengono la Lega. Come superano l’apparente contraddittorietà di queste scelte?
I leghisti dicono di essere gli unici a difendere gli operai, ma in realtà questa “difesa” ha una caratteristica molto particolare, legata al territorio. A Livorno i membri della Lega mi hanno spiegato: “Noi siamo qui e difendiamo chi lavora nelle acciaierie di Piombino. Anche se dipendono tutti dalla stessa multinazionale, agli operai di Dalmine ci penserà la Lega di Bergamo”. Perciò la “difesa degli operai” in salsa leghista prescinde e anzi nega qualunque concezione di ”unità di classe”, ma si esprime invece nella forma di un particolarismo estremo. Però il messaggio passa lo stesso e sembra fare presa: basta con le vecchie ideologie, “difendiamo i nostri”.
La vittoria, o meglio la tenuta, della destra nelle regionali sembra aver riproposto la validità del sogno berlusconiano di benessere e felicità, magari a scapito di altri. In questa “narrazione” quale è lo spazio della Lega?
Per come la racconta la Lega questa felicità viene dal sentirsi “rivoluzionari”, nel senso di rappresentare il cambiamento in politica, anche rispetto allo stesso Pdl. I giovani leghisti hanno fatto un poster di Bossi con il sigaro in bocca su cui è scritto “El gh’è”, in riferimento al Che. In realtà però, più che di fronte a una grande narrazione ideale, ci troviamo al cospetto di una sorta di pensiero debole, semplice. Proprio alcuni giovani della Lega mi dicevano esplicitamente: “Noi non vogliamo più partiti e ideologie che vogliono cambiare il mondo, o che promettono il bene per tutti. Noi abbiamo vent’anni e vogliamo solo un lavoro sicuro”.
Guido Caldiron in data:


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mercoledì 31 marzo 2010

Almeno un sussulto

Di Valentino Parlato - 

Tutto il nord dell'Italia e buona parte del sud è in mano alla destra e consolarsi con possibili eventuali conflitti tra la Lega e il Pdl è del tutto illusorio: il territorio e la televisione marciano insieme.
Queste elezioni provano che non si batte Berlusconi con gli scandali e i processi. Il paese è cambiato, viviamo in una società largamente berlusconizzata, privatizzata, e senza più fiducia nella politica, come prova la forte crescita dell'astensionismo: a destra e anche a sinistra.
Ai tempi della mia giovinezza, quando c'era il Pci si facevano convegni e aspre discussioni sullo stato del capitalismo nel paese, sui suoi mutamenti. Oggi il Pd è un partito separato dal territorio (con i lavoratori ha più contatti la Lega di Bossi), con poche e incerte idee sulla società italiana e sulla crisi che la investe, molto dura, anche per chi ha la casa di proprietà o la pensione. La popolazione giovanile è diminuita in seguito alla denatalità, e la denatalità ha a che fare con questioni molto concrete, materialissime come l'impossibilità di progettare un futuro e dunque dei figli.
Il guaio è che il Pd oggi fa politica (o crede di far politica) senza sapere dove sta. Una volta la stampa del Pci faceva inchiesta sui territori di nuova industrializzazione (ricordo di averci lavorato con Luca Pavolini), oggi si fa più attenzione alle intercettazioni telefoniche. Qualcuno, giustamente, finisce in galera, ma nulla si mette in movimento nella società. E ancora, il Pd non è neppure un partito, ma una sommatoria eteroclita di pubblici incarichi. La Lega - va detto - è oggi l'unico vero partito che ci sia in Italia.
Ma allora che fare per non lasciare che il Belpaese si avviti in questa melma, mettendo in gioco anche l'unità nazionale, proprio alla vigilia dei festeggiamenti per il suo centocinquantenario?
Dal Partito democratico ci si aspetta una mossa, un sussulto di presa di coscienza della gravità della situazione e dei pericoli che sono davanti a noi. O si pensa di cavarsela prendendosela con Grillo o accusando i NoTav della Val di Susa che l'hanno votato di aver consegnato il Piemonte alla Lega? Ma non si tratta solo del Pd (dal quale, devo dirlo, c'è poco da aspettarsi) ma anche di tutti i soggetti democratici che ancora ci sono e, aggiungerei, anche di questo nostro manifesto, che è nato da un preveggente scontro con il Partito comunista e che da quasi quarant'anni sostiene che questa società si deve e si può cambiare.
E poi, non per consolarci, in questi mesi abbiamo visto piazza piene e animate, di lavoratori in sciopero, o per denunciare il cappio sul collo dell'informazione, o per difendere l'acqua pubblica e i beni comuni. Anche la sfida di Michele Santoro ha avuto successo. Insomma, questo paese non sta tanto bene, ma è ancora vivo. Forse più di quella politica che dovrebbe rappresentarlo.


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domenica 7 marzo 2010

Il testo del decreto: per gli esperti è a rischio di incostituzionalità



Il testo del decreto Il decreto legge, pubblicato oggi sulla Gazzetta ufficiale si compone di quattro soli articoli. Al primo punto si prevede che «il rispetto dei termini orari di presentazione delle liste si considera assolto quando, entro gli stessi, i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale». La presenza entro il termine di legge nei locali del Tribunale dei delegati, specifica il decreto, «può essere provata con ogni mezzo idoneo». Il secondo articolo dispone che le firme si considerano valide anche se l'autenticazione non risulti corredata da tutti gli elementi richiesti, «purchè tali dati siano comunque desumibili in modo univoco da altri elementi presenti nella documentazione prodotta. In particolare, la regolarità della autenticazione delle firme non è comunque inficiata dalla presenza di una irregolarità meramente formale quale la mancanza o la non leggibilità del timbro della autorità autenticante, dell'indicazione del luogo di autenticazione, nonchè dell'indicazione della qualificazione dell'autorità autenticante, purchè autorizzata».

Le decisioni di ammissione di liste di candidati o di singoli candidati da parte dell'Ufficio centrale regionale sono - si legge nel terzo articolo del provvedimento - «definitive, non revocabili o modificabili dallo stesso Ufficio. Contro le decisioni di ammissione può essere proposto esclusivamente ricorso al Giudice amministrativo soltanto da chi vi abbia interesse. Contro le decisioni di eliminazione di liste di candidati oppure di singoli candidati è ammesso ricorso all'Ufficio centrale regionale, che può essere presentato, entro ventiquattro ore dalla comunicazione, soltanto dai delegati della lista alla quale la decisione si riferisce. Avverso la decisione dell'Ufficio centrale regionale è ammesso immediatamente ricorso al Giudice amministrativo». Le disposizioni si applicano anche «alle operazioni e ad ogni altra attività relative alle elezioni regionali, in corso alla data di entrata in vigore del decreto. Per le elezioni regionali, i delegati possono effettuare la presentazione delle liste dalle ore otto alle ore venti di lunedì 8 marzo».
Il parere degli esperti Un decreto legge «fortemente a rischio di incostituzionalità», quello cosiddetto «salva liste», almeno secondo diversi costituzionalisti, per i quali non si tratterebbe di un intervento «interpretativo», ma un vero e proprio cambio delle norme a procedura avviata, violando il principio di uguaglianza e introducendo una retroattività vietata. E che potrebbe portare addirittura ad un successivo annullamento delle elezioni.

Per i "tecnici" della materia la questione non è così pacifica. Era stato il prof. Valerio Onida, presidente dei costituzionalisti, in una intervista a sollevare forti dubbi: «È un'altra legge ad personam che discrimina le regioni con norme incostituzionali. È inammissibile che il governo intervenga per favorire qualcuno dei contendenti». «È forte il rischio che questo decreto sia dichiarato anticostituzionale con l'effetto di inficiare anche il risultato delle imminenti elezioni amministrative - sostiene Stefano Ceccanti, professore di diritto costituzionale e senatore del Pd -alcuni commi sono disegnati su misura per consentire la presentazione fuori tempo della lista del Pdl del Lazio: si tratta, dunque, di una norma 'ad hoc' che non può essere veicolata con lo strumento del decreto».

Dello stesso parere il prof. Tommaso Giupponi:«Questo decreto sembra andare oltre il limite dell'interpretazione della legge e si attesta, piuttosto, ad innovare il significato delle norme facendo una "operazionè non consentita". È legittima una norma quando è veramente interpretativa mentre quando produce un significato estraneo alla legge che si intende interpretare diventa solo un modo per aggirare il divieto di leggi retroattive. Non si era mai verificato un intervento "interpretativo" del governo». Giupponi segnala inoltre che «se il parlamento non dovesse convertire questo decreto si creerebbe un problema per la validità del risultato delle elezioni». Tranchant il giudizio del presidente emerito della Consulta, Mauro Ferri:«Mi sembra che serva molta buona volontà, troppa buona volontà, per considerare interpretativo questo decreto legge»

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venerdì 5 marzo 2010

Save the Polverini e Polli della libertà

Momenti di storia del paese Italia, da tenere in archivio e perdonate se siamo poco seri...ma..

Save the Polverini


La prima pagina di Libero:


il video dela contestazione:



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martedì 23 febbraio 2010

Capo corrotto, nazione infetta

Un fiume di fango corre per l'Italia. Le sue acque sono alimentate soprattutto dal corpaccio immenso e immensamente ramificato dal centrodestra; ma il suo corso è talmente possente e impetuoso che, come suole, ha rotto gli argini e invaso i territori circostanti, quelli del centrosinistra, dai quali, a loro volta, provengono al fiume principale rivoli, ruscelli, scarichi obbrobriosi e maleodoranti (Bologna, Firenze, Abruzzo, Roma, Napoli....). Altro che Tangentopoli! Quello era - o sembrava - un fenomeno circostanziato e dunque particolare di corruzione di una frazione del ceto politico, fronteggiato da un forte schieramento delle forze politiche e della società civile. Oggi il fenomeno tende a generalizzarsi, abbatte i confini fra società politica e società civile, non incontra ostacoli altrettanto significativi di allora, si configura dunque come un carattere speciale, peculiare, della società nazionale italiana in questa fase storica.
La corruzione, a dir la verità, è sempre stata un connotato molto peculiare del modo d'essere nazionale italiano. Un paese dalle strutture politiche e civili estremamente fragili e dall'arrendevole senso etico-politico non poteva non coltivare la corruzione come un indispensabile e incostituibile strumento di sopravvivenza. La dominante cattolica ha fatto il resto: nulla è impossibile o illecito in un paese in cui qualsiasi colpa, qualsiasi peccato, purché confessati a chi di dovere, diventano redimibili (lo spiega benissimo non un qualsiasi miscredente arrabbiato ma Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, nei quali, beninteso, contrappone la sua ricetta, fatta, oltre che di fede in Dio, di rigore e di osservanza dei principi, più protestante, a dir la verità, che cattolica, ma tant'è). In certi momenti speciali la corruzione esplode (perché la corruzione esplode, esplode sempre; bisogna vedere quel che succede poi). Ricordate Pirandello, le pagine impressionanti de I vecchi e i giovani, che a distanza più o meno d'un secolo sembrano scritte esattamente per il nostro oggi? «Dai cieli d'Italia in questi giorni piove fango, ecco, e a palle di fango si gioca; e il fango s'appiastra da per tutto, su le facce pallide e violente sia degli assaliti sia degli assalitori... Diluvia il fango; e pare che tutte le cloache della città si siano scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma debba affogare in questa torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia» (Pirandello dimostra fra l'altro che, per disegno e deprecazione della corruzione d'impronta democratica, in certe condizioni storiche si poteva anche diventare fascisti). Poi, scaricata provvisoriamente l'incontenibile soppurazione, l'infezione lenta e inesorabile riprende.
Perché Lui è popolare
Di nuovo oggi c'è che, forse per la prima volta nella nostra storia, si sono verificate una mirabile saldatura e una prodigiosa coerenza tra le forme, lo spirito e l'etica del potere e le forme, lo spirito e l'etica della società circostante. Anzi, alla domanda che spesso ci è stata burbanzosamente rivolta, com'è possibile che quest'Uomo riscuota tanto consenso, considerando la gravità e il numero delle colpe di cui viene accusato, forse una risposta sul piano storico comincia a delinearsi. Quest'Uomo è così popolare non nonostante le sue colpe ma in virtù di quelle. Una parte non piccola del popolo lo ama perché Lui lo interpreta, ne lusinga tutte le tentazioni di corruttibilità e di un radicato, anzi congenito indifferentismo morale, gli spiega che le leggi esistono per essere aggirate, contraddette, ignorate, nega oltraggiosamente il potere della giustizia, attacca i magistrati, fa capire che se ne potrebbe senza difficoltà fare a meno, mostra con l'esempio lampante della propria vita e del proprio cursus honorum che bisogna sempre e senza eccezioni farsi gli affari propri, evidenzia coram populo e senza alcuna vergogna che esistono una coerenza rigorosa e un'inarrestabile osmosi fra vizi privati e pubbliche nefandezze. Insomma, a capo corrotto nazione infetta, e, ovviamente, viceversa. Tutte queste cose, poi, in un paese come l'Italia, dove esistono tre fra le più potenti organizzazioni criminali al mondo (camorra, 'ndrangheta, mafia) - le quali a loro volta, com'è ovvio, traggono alimento anch'esse sia da quel diffuso bisogno di sopravvivenza sia dalla risposta corrotta intorno dominante - piacciono almeno a una parte abbastanza consistente dei cittadini da garantirgli una sicura maggioranza in Parlamento: quella maggioranza che a sua volta assicura che l'impunità continui e anzi si rafforzi, in un perfetto circolo vizioso che effettivamente ha pochi eguali al mondo, e che proprio perciò qualcuno altrove potrebbe essere tentato d'imitare.
Il ceto politico corrotto
E intorno? Intorno, a cerchi concentrici s'allarga la serie variegata delle risposte. La corruzione, come sistema di potere e forma di vita, stinge solo poco a poco, molto lentamente. Nei cerchi più vicini, sebbene formalmente non suoi, l'esempio e l'insegnamento dell'Uomo hanno attecchito e continuano a essere ben presenti. Voglio precisare una cosa: è della politica che parlo, non delle stravaganti esibizioni da parte di qualche transessuale brasiliano (fango, certo, sempre fango, ma della specie più miserabile e bassa). Da questo punto di vista è corrotta in nuce ogni politica che agisca sulla base d'interessi personali o di gruppo: è corruzione, nel suo senso più alto e significativo, l'autoreferenzialità spinta della politica, il suo preoccuparsi pressoché esclusivamente della preservazione e perpetuazione del ceto politico (di destra o di sinistra, non importa), che la rappresenta e gestisce. Questo è il varco, apparentemente innocuo, da cui penetra ogni ulteriore nefandezza, bisognerebbe tenerne più conto.
Da questo punto di vista (continuo il ragionamento), si salva davvero poco oggi in Italia. Dopo la recente, peraltro prevedibilissima, virata dell'astuto Tonino, il quadro si è ulteriormente semplificato. La galassia della sinistra radicale si sforza più o meno di sopravvivere indenne sul filo dell'onda fangosa che tutto travolge: anche lei, in fondo, pensa soprattutto a non sparire. Si riorganizza unitariamente, magari con ambiziosi programmi di rinnovamento, solo là dove viene spinta a calcinculo fuori dalla rappresentanza che conta: altrove s'adatta o collude.
Ma c'è chi resiste
E allora? In questa sommaria ricostruzione storica sarebbe sbagliato - e ingiusto - non rammentare che alcune istituzioni costruite nei decenni precedenti resistono. Resiste la magistratura. Resistono le forze dell'ordine: polizia, carabinieri, guardia di finanza. Basta pensarci un momento: se non ci fossero né l'una né le altre, saremmo in piena dittatura sudamericana. Resiste una parte del sindacato. Resistono, come ho avuto modo di dire più volte, meritandomene in cambio sberleffi e dileggio, la scuola. E resistono milioni di italiani, che stanno fuori di ogni sistema della corruzione e ragionano e operano sulla base di principi e valori e non d'interessi e affermazioni personali, ma non sono politicamente rappresentati, oppure, se lo sono o credono di esserlo, avvertono con disagio crescente di esserlo in forma imperfetta e sempre più compromissoria.
In Italia le grandi crisi, anche quelle indotte da un eccesso intollerabile di corruzione, sono sempre state affrontate e risolte dall'esterno. Anche la prima Tangentopoli è stata affrontata e risolta dall'esterno, anche se era un esterno che veniva dall'interno, la magistratura italiana: la politica già allora non ci sarebbe mai riuscita da sé. Oggi al contrario è la magistratura che da sola non può farcela, perché il sistema della corruzione è troppo coeso e potente, va dall'alto in basso e dal basso in alto, senza smagliatura alcuna (le dimissioni in questo paese non esistono più neanche di fronte all'evidenza più disgustosa: infatti, se una sola fosse data o una sola accettata, tutto il castello di carte verrebbe giù d'un colpo solo). Siccome è lecito dubitare che le armate anglo-americane siano in procinto di scendere nella penisola per aiutare i resistenti indigeni a restituire al paese libertà, verità, onestà e giustizia, l'ipotesi più probabile è che i cerchi meno compromessi con il sistema della corruzione si mettano d'accordo fra loro per salvare il salvabile, affidandone il compito a uno di questi uomini slavati e impenetrabili, privi di ogni carattere ma passabilmente astuti, abituati da una vita a danzare sul filo, e che precisamente il sistema della corruzione ha consentito salissero così in alto nonostante la loro mediocrità così palese.
Si cercherà cioè di affrontare il male maggiore con il male minore, in attesa che il giro ricominci. Desolante. Ma anche molto, molto italiano.


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sabato 20 febbraio 2010

Nucleare:Impossibile in Italia


Affidereste la gestione degli appalti a Bertolaso? Vi fidereste della competenza dell'Impregilo che per anni ha riempito la Campania di ecoballe di spazzatura indifferenziata destinate a un termovalorizzatore incapace di bruciarle? E sareste soddisfatti se dello smaltimento delle scorie si occupassero gli amici dei casalesi?
Non sono domande provocatorie. Rispecchiano soltanto la dura realtà di fatti accertati e di atti ufficiali. E, dunque, perché Floris non incarica Pagnoncelli di condurre un sondaggio sull'opinione degli italiani con queste domande?

Una clava contro di noi?
È stata questa la mia prima reazione alla notizia che Obama ha preannunciato la costruzione di due centrali nucleari da realizzare nei prossimi sette-otto anni interrompendo una moratoria di trent'anni nella politica energetica degli Stati Uniti. «Per molto tempo - ha detto - si è creduto che chi si batte per l'ambiente debba essere contrario al nucleare ma è un controsenso: il nucleare è la nostra unica fonte di energia pulita». Non c'è dubbio che questa decisione verrà usata come una clava sulla testa di noi oppositori al programma nucleare approvato recentemente dal governo italiano. La prima ovvia reazione è dunque quella che ho descritto all'inizio. Occorre tuttavia aggiungere qualche altra considerazione meno amara sulle ragioni perché il contesto italiano differisce sostanzialmente da quelle degli Stati Uniti. È alla luce di questa differenza che va vista la scelta di Obama.

Una pubblicità ingannevole
Va preliminarmente osservato, comunque, che Obama non ha sostenuto, come fa invece il coro dei nostri nucleofili, che il costo del chilowattore nucleare sarà inferiore a quello delle altre fonti, Non è infatti un argomento serio. Senza entrare in dettagli, basta osservare che su queste ultime, rinnovabili e non rinnovabili, pesa comunque il costo del barile di petrolio, che è passato in un anno da centocinquanta dollari a cinquanta, ma potrà anche risalire se i padroni del petrolio decideranno di farlo. Se è vero che è sempre più difficile e costoso trovare nuovi giacimenti, è assai probabile che questo accada.
Il prezzo del petrolio condiziona tutti gli altri sia direttamente sia indirettamente, perché così come il suo basso prezzo ha ridotto drammaticamente gli investimenti nelle rinnovabili, ostacolandone la precedente tendenza alla diminuzione dei costi, una sua risalita farebbe rilanciare la convenienza delle altre fonti. L'esperienza insegna invece che in ogni caso i costi dedi reattori nucleari aumentano radicalmente in corso d'opera.
Qualunque raffronto oggi a favore del nucleare è dunque pubblicità ingannevole. Del resto, l'impegno di Obama a intervenire per la realizzazione delle due nuove centrali nucleari con un finanziamento pubblico significa che il mercato da solo non ritiene economicamente conveniente investire in questo settore.
La scelta di Obama è dunque una scelta strategica che ha l'obiettivo prioritario di mantenere la leadership tecnologica e la posizione egemonica degli Stati Uniti nei confronti dei paesi emergenti del mondo globalizzato.

Più rischi e meno occupazione
La seconda considerazione da fare riguarda la differenza fra la natura stessa della fonte nucleare rispetto a quella delle fonti solari, eoliche e delle varie forme di risparmio energetico. La fonte nucleare (che, ricordiamolo, è non rinnovabile perché l'uranio è una risorsa limitata e insufficiente a soddisfare una domanda globale massiccia) è localizzata in impianti grandi, molto costosi e tecnologicamente complessi, mentre quelle rinnovabili sono impianti diffusi sul territorio, piccoli e tecnologicamente semplici, per non parlare delle forme di risparmio energetico, localizzate ovunque per definizione. Inoltre, questi impianti non presentano particolari rischi, mentre i reattori nucleari, anche ammesso che siano protetti da sofisticati ed efficientissimi sistemi di sicurezza in condizioni di funzionamento normali, sono potenzialmente vulnerabili da imprevedibili atti terroristici o eventi sismici.
Questa differente natura produce effetti sostanzialmente diversi. Innanzitutto sull'occupazione. Per il nucleare si tratta, in fase di costruzione, di qualche migliaio di operai (i due reattori americani ne impiegheranno tremila) e in fase di funzionamento qualche centinaio (850 previsti). Numeri irrisori anche soltanto rispetto alle molte migliaia di lavoratori messi da noi sul lastrico dagli avvoltoi invisibili che hanno acquistato le imprese informatiche (ex Olivetti). La costruzione, la gestione e la manutenzione degli impianti energetici «dolci» può invece richiedere, al crescere della loro diffusione sul territorio e alla conseguente diminuzione dei costi, fino a centinaia di migliaia di lavoratori qualificati. È ovvio, per di più, che a questa crescita si accompagnerebbe uno sviluppo diretto e indiretto dell'economia italiana, che, come è noto, si regge prevalentemente sulla piccola e media industria.

L'abissale differenza
Ultima considerazione: l'abissale differenza fra il nostro paese e quelli che hanno sviluppato per primi le armi nucleari. Non si tratta, va da sé, di un peccato originale. Si tratta invece di riconoscere che lo sviluppo dell'industria dei reattori nucleari è frutto di una pluridecennale sinergia fra il settore militare e quello civile. Questo significa che uno sviluppo di questa industria non si può inventare dal nulla. L'Italia è dunque condannata, se e quando sarà eventualmente necessario farlo, a comprare reattori da chi li ha sempre costruiti.
Questo non è vero per l'industria degli impianti per la produzione delle energie rinnovabili e del risparmio energetico, che siamo ancora in tempo a sviluppare in competizione seria con i paesi che hanno già imboccata questa via, purché questa scelta di politica energetica sia fatta subito e con gli ingenti investimenti in uomini e mezzi necessari.
Concluderei con un richiamo alla dura realtà del nostro Paese, ricordando che l'articolo 640 del Codice penale definisce il reato di truffa con queste parole: «Chiunque con artifizi o raggiri inducendo taluno in errore, procura a sé e ad altri un ingiusto profitto con altrui danno è punito...». Non vi fa venire in mente qualcuno?

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mercoledì 13 gennaio 2010

Ciancimino: Nel covo di Riina carte da far crollare l'Italia


Moro, i servizi dissero alla mafia: non intervenite. Ustica, fu un aereo francese" 

di ATTILIO BOLZONI e FRANCO VIVIANO


PALERMO - Il covo di Totò Riina non l'hanno mai perquisito "per non far trovare carte che avrebbero fatto crollare l'Italia". E la cattura del capo dei capi è stata voluta da Bernardo Provenzano dentro quella trattativa che, fra le uccisioni di Falcone e di Borsellino, la mafia portò avanti con servizi segreti e ufficiali dei reparti speciali dei carabinieri. É la "cantata" di Massimo Ciancimino, quinto e ultimo figlio dell'ex sindaco di Palermo, sui misteri siciliani. Ventitré verbali desecretati - milleduecento pagine - e depositati al processo contro il generale Mario Mori, accusato di avere favorito la lunga latitanza di Provenzano dopo quell'arresto "concordato".

Ma se sulla cattura di Totò Riina esistono già atti ufficiali d'indagine che smontano la versione dei carabinieri, le altre rivelazioni del rampollo di don Vito svelano tanto altro di Palermo. Dalla fine degli anni '70 sino all'estate del '92. É la sua verità, ereditata per bocca del padre. La storia di alcuni delitti eccellenti, il sequestro di Aldo Moro, la strage di Ustica, i rapporti di Vito Ciancimino con l'Alto Commissario antimafia Emanuele De Francesco e il suo successore Domenico Sica. É l'impasto fra Stato e mafia che ha governato per vent'anni la Sicilia.

Il covo del capo dei capi. Massimo Ciancimino conferma il patto fra Bernardo Provenzano e i carabinieri del Ros, mediato da don Vito, per la cattura di Riina: "Una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che loro diedero a mio padre, era che nel momento in cui si arrestava Riina bisognava mettere al sicuro un patrimonio di documentazione che il boss custodiva nella sua villa". E ha aggiunto: "Provenzano riferì a mio padre che Totò Riina conservava carte e documenti di proposito con un obiettivo: se l'avessero arrestato avrebbero trovato tante di quelle cose, di quelle carte, che avrebbero fatto crollare l'Italia. Mio padre commentò con me il fatto dicendo che quello era un atteggiamento tipico di Riina. Secondo lui, conoscendo bene molti di questi documenti, sarebbero stati conservati apposta dal Riina con il solo fine di rovinare tante persone in caso di un suo arresto, visto che solo una spiata poteva far finire la sua latitanza".

La trattativa fra le stragi del 1992. Il negoziato con Cosa Nostra iniziò dopo l'uccisione di Falcone. Da una parte Totò Riina. Dall'altra il vice comandante dei Ros Mario Mori, il capitano Giuseppe De Donno e "il signor Franco", un agente dei servizi segreti legato all'Alto commissariato antimafia. E in mezzo Vito Ciancimino. Se in un primo momento Totò Riina è stato un terminale della trattativa per fermare le bombe, dopo la strage Borsellino "è diventato l'obiettivo della trattativa". Racconta ancora il figlio dell'ex sindaco: "Della trattativa erano informati i ministri Virginio Rognoni e Nicola Mancino, questo a mio padre l'ha detto il signor Franco e gliel'hanno confermato il colonnello Mori e il capitano De Donno".

La trattativa dopo le stragi. Nel 1993, un anno dopo Capaci e via D'Amelio, la trattativa mafiosa è andata avanti. E al posto di Vito Ciancimino ormai in carcere, sarebbe stato Marcello Dell'Utri a sostituirlo nel ruolo di mediatore: "Mio padre sosteneva che era l'unico a poter gestire una situazione simile... ha gestito soldi che appartenevano a Stefano Bontate e a persone a lui legate".
L'omicidio Mattarella. Il Presidente della Regione siciliana, ucciso il 6 gennaio del 1980, per Vito Ciancimino fu "un omicidio anomalo". Spiega suo figlio: "Dopo il delitto, mio padre chiese spiegazioni ai servizi segreti... un poliziotto poi gli disse che c'era la mano dei servizi nella morte di Mattarella. Ci fu uno scambio di favori su quell'omicidio.. ".

Il sequestro Moro. Il figlio di don Vito dice che suo padre è sempre stato legato all'intelligence fin dal sequestro di Moro. "La prima volta che mio padre mi ha raccontato di contatti di Cosa Nostra con apparati dello Stato risale al sequestro. E mi ha detto che era stato pregato, e per ben due volte, di non dare seguito alle richieste per fare pressioni su Provenzano perché si attivasse per aiutare lo Stato nelle ricerche del rifugio di Aldo Moro".

Don Vito e Gladio. "Mio padre faceva parte di Gladio", ha rivelato Massimo. E ha spiegato: "Mi disse che all'origine c'era mio nonno Giovanni che, all'epoca dello sbarco degli Alleati in Sicilia, era stato assoldato come interprete". Il figlio di don Vito ricorda poi che il padre aveva costituito le prime società di import export "insieme a un colonnello americano" e che ha partecipato "a diversi incontri" organizzati dalla struttura militare segreta.

L'uccisione del prefetto dalla Chiesa. É la parte più "omissata" dei verbali di Ciancimino. Suo padre gli aveva parlato dell'uccisione di Carlo Alberto dalla Chiesa e dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli "che sono legate", poi il verbale è ancora tutto coperto dal segreto.

La strage di Ustica. Nei racconti del figlio dell'ex sindaco c'è il ricordo dell'aereo precipitato in mare il 27 giugno del 1980: "Quella notte mio padre fu chiamato dal ministro della Difesa Attilio Ruffini che gli disse che era successo un casino: fece chiamare anche l'onorevole Lima. Si seppe subito che era stato un aereo francese che aveva abbattuto per sbaglio il Dc 9, ma bisognava attivare un'operazione di copertura perché questa informazione non venisse fuori".

Gli autisti senatori.
Massimo Ciancimino, ricordando di un "pizzino" inviato da Provenzano a suo padre dove si faceva riferimento "a un amico senatore e al nuovo Presidente per l'amnistia", ha confermato che i due erano Marcello Dell'Utri e Totò Cuffaro. Poi ha spiegato dove ha conosciuto l'ex governatore: "L'ho incontrato nel 2001 a una festa dell'ex ministro Aristide Gunnella, credevo di non averlo mai visto prima. Si è presentato e mi ha baciato. Poi, l'ho raccontato a mio padre che mi ha detto: 'Ma come, non te lo ricordi, che faceva l'autista al ministro Mannino? Anche lui aspettava in macchina, fuori, come te che accompagnavi me ... Poi ho collegato... perché quando accompagnavo mio padre dall'onorevole Lima fuori dalla macchina aspettava pure, con me, Cuffaro e anche Renato Schifani che faceva l'autista al senatore La Loggia. Diciamo, che i tre autisti eravamo questi... andavamo a prendere cose al bar per passare tempo.. Ovviamente, loro due, Cuffaro e Schifani, hanno fatto altre carriere: c'è chi è più fortunato nella vita e chi meno... ma tutti e tre una volta eravamo autisti".

mercoledì 6 gennaio 2010

Bodyscanner, l'Italia dice sì



(AGI) - Roma, 5 gen. - L'Italia dice si' ai body scanner negli aeroporti, un "male necessario", un "sacrificio per la privacy" ma, allo stesso tempo, "lo strumento piu' sicuro per prevenire il terrorismo". Ad annunciarlo sono stati il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, e quello degli Esteri, Franco Frattini. "Si tratta di un sacrificio per la privacy" ha detto Frattini in un'intervista a Radio24 ma, ha aggiunto, "il diritto di non saltare in aria e' la precondizione di tutte le liberta'". "Sono deciso - ha detto il ministro Maroni in un'intervista al Sole24ore - a far si' che siano collocati quanto meno a Fiumicino e a Malpensa", fermo restando la volonta' delle autorita' aeroportuali. Ma una conferma e' arrivata dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, che ha incontrato oggi i vertici dell'Enac. "Abbiamo stabilito - ha dichiarato Matteoli - di dotare in tempi rapidi gli aeroporti internazionali italiani dei piu' avanzati sistemi di controllo cominciando dagli scali considerati piu' sensibili come Fiumicino e Malpensa. Tale operazione sara' realizzata in collaborazione con il Ministero dell'Interno, tenendo nella dovuta considerazione le problematiche inerenti la privacy". Giovedi' prossimo il Comitato Interministeriale per la sicurezza aeronautica avviera' le procedure per la dotazione dei cosiddetti body scanner. Al momento comunque, tra i passeggeri, sono molti di piu' i pareri favorevoli che quelli contrari. "Se questo puo' servire a garantire maggiore sicurezza sono certamente favorevole - ha affermato un passeggero - se si puo' essere tutti piu' sicuri e' chiaro che il discorso della privacy, alla fine, passa in secondo piano". Tra le critiche quella di uno strumento "invasivo", che non rispetta la privacy, e che potrebbe anche violare le leggi sulla pedo-pornografia. Per questo in Gran Bretagna e' arrivata subito un'ondata di proteste che il governo britannico, che vuole dotarne immediatamente tutti gli aeroporti, sta cercando di dissipare. Il rischio e' stato denunciato dal 'Guardian' secondo cui le immagini riprodotte dagli scanner corporali sono cosi' accurate che potrebbero essere involontariamente dare vita a "uno striptease virtuale" del passeggero esaminato.Per discutere di tutto questo a livello europeo si riunira' il 7 a Bruxelles il Comitato per la sicurezza aerea della Commissione europea. Se la Commissione e' d'accordo, cosi' come paesi come l'Olanda, che ha gia' iniziato ad adottare i nuovi strumenti sui voli da e per New York, e la Germania, voci si protesta si alzano anche dalla Spagna: "Perche' un viaggiatore - ha detto il responsabile dell'Asetra, associazione dei Trasporti nazionale - si deve spogliare di fronte a uno scanner in aeroporto e non alla stazione".

sabato 2 gennaio 2010

Class action: Codacons contro colossi bancari


 
Sarà il Codacons a presentare la prima class action italiana, che riguarderà il settore bancario. «Proprio oggi, data di entrata in vigore dell'azione collettiva nel nostro paese, il Codacons ha notificato due citazioni in Tribunale contro due colossi bancari: Unicredit e Intesa Sanpaolo». In una nota il presidente dell'associazione dei consumatori, Carlo Rienzi annuncia di essere il firmatario della prima class action italiana.
«L'azione poggia sulle rilevazioni dell'Antitrust secondo le quali le banche avrebbero compensato l'eliminazione della commissione di massimo scoperto introducendo nuove e più costose commissioni a carico degli utenti, anche 15 volte più care rispetto al massimo scoperto» spiega il Codacons. Un comportamento che l'associazione definisce «illegittimo che produce un danno economico ingente ai consumatori, come dimostrato anche dall'Autorità della concorrenza e del mercato». Di qui la class action notificata al Tribunale di Torino (per Intesa SanPaolo) e a quello di Roma (per Unicredit) contro le due maggiori banche italiane. «Se i giudici dovessero accogliere le istanze dell'associazione - conclude il Codacons - migliaia di correntisti dei due istituti potranno aderire alla class action chiedendo di essere risarciti per le maggiori spese sostenute e senza necessità di rivolgersi al Giudice. La somma richiesta in giudizio dai correntisti si calcola che sarà pari a 1 miliardo di euro per ciascuna banca».
 
 Da unità

mercoledì 30 dicembre 2009

Via, Craxi a Milano, Roma, Grosseto, Foggia. Lecce, Cosenza...


Letizia Moratti propone di dedicare una via di Milano a Bettino Craxi e scoppia la polemica Durissima la reazione di Antonio Di Pietro, che in un'intervista a CNRmedia.com parla di «distorsione della realtà attraverso tentativi di riabilitazione di una persona condannata per corruzione e illecito finanziamento ai partiti». Il leader dell'Italia dei Valori sottolinea che l'unica differenza tra Craxi e Berlusconi è che il primo «per sfuggire alla giustizia è scappato, il secondo invece è andato in Parlamento per farsi le leggi che gli servivano». Infine la proposta: «Se proprio vogliono fare una targa scrivano "Bettino Craxi, politico, condannato, latitante", perché è questa la storia di quella persona».
APPELLO A NAPOLITANO - E sulla possibile partecipazione del presidente Napolitano a un'iniziativa di commemorazione in Senato, annunciata dai giornali e non ancora confermata, Di Pietro afferma: «Mi auguro che il presidente della Repubblica, se parteciperà a un ricordo su Craxi, lo ricordi per quello che è stato: un politico, un presidente del consiglio, un corrotto, un condannato, un latitante. Altrimenti non racconterebbe la verità nemmeno lui». Una nota del Quirinale spiega che «per il decimo anniversario della morte di Craxi il presidente ha finora solo ricevuto e accolto la richiesta di un incontro con i rappresentanti del Consiglio e del Comitato storico-scientifico della Fondazione Craxi. È invece in attesa di informazioni sull'iniziativa che dovrebbe svolgersi in Senato».
BORRELLI: «OFFENSIVO» - Per Flavio Arzarello, coordinatore nazionale della Fgci, l'organizzazione giovanile del Pdci-Federazione della Sinistra, «intitolare un'area di Milano a Craxi è un grave errore, sarebbe diseducativo per i giovani, dato che è stato il primo ad aver introdotto nella politica italiana gli elementi degenerativi di cui oggi viviamo tutte le conseguenze». Contrario all'idea della Moratti anche Saverio Borrelli: «Trovo indecoroso, offensivo intitolare una via, una piazza o qualunque cosa a un personaggio che è morto da latitante» ha detto l'ex procuratore, negli anni di tangentopoli a guida del cosiddetto pool di Mani Pulite, di cui facevano parte lo stesso Di Pietro, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo. «Io comunque non ho nulla di personale contro Craxi - ha precisato Borrelli -. Il fatto che in quegli anni fossi a capo della Procura non significa per forze avere delle ostilità nei suoi confronti».
BONDI: DI PIETRO VOLGARE - Dal Pdl arriva la replica di Sandro Bondi, che attacca Di Pietro: «Ciò che ha detto è senza precedenti - dice il coordinatore del Pdl e ministro dei Beni culturali -. Non ci sono più parole per qualificare, stigmatizzare e polemizzare con un uomo che fa della provocazione, dell'insulto, della volgarità il suo programma politico». Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, chiede al Pd di prendere le distanze da Di Pietro, che con le sue parole «conferma che esiste nel nostro sistema politico e mediatico un grumo di inciviltà, di odio, di rozzezza di cui il suo partito è la punta dell'iceberg». Anche Margherita Boniver, deputata del Pdl, attacca l'ex pm: «Si sta scatenando la quintessenza del giustizialismo più barbaro che ha in Di Pietro il suo epigono». Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, chiede «cosa abbiano da dire i dirigenti del Pd sugli insulti di Di Pietro».
«COSA BUONA E GIUSTA» - Tra gli ex fedelissimi di Craxi la soddisfazione per il progetto è evidente. «È una riabilitazione, una cosa buona e giusta: si esce definitivamente da anni che definire squallidi è riduttivo» dice Paolo Pillitteri, cognato dell'ex leader socialista e sindaco di Milano alla vigilia dello scoppio di Tangentopoli. Per Claudio Martelli, invece, «la riabilitazione è già compiuta, ma finché non ci sarà una robusta forza socialista, democratica e liberale, Craxi sarà sempre in esilio» ha detto in un'intervista a Repubblica.
IL NO DELLA LEGA - Intanto la Moratti procede e ha dato mandato all'ufficio toponomastica del Comune di individuare una via o un'area da intitolare all'ex leader socialista. I tempi per la realizzazione del progetto non sono prevedibili: c'è infatti un iter da seguire prima che la delibera arrivi all'esame della Giunta per l'approvazione. Ma a Palazzo Marino non sarà una passeggiata e il sindaco dovrà vedersela anche con l'opposizione interna della Lega. «Milano ha almeno cento nomi di personaggi illustri che non sono passati per San Vittore o nei dintorni, che hanno veramente dato lustro alla città e che meritano venga loro dedicata una via, una piazza o un giardino» dice il capogruppo Matteo Salvini, consigliando dunque alla Moratti di «lasciar perdere e dedicarsi a qualcosa di più importante». Decisamente contraria l'opposizione. «La politica e il Comune si occupino di cose più serie e più importanti, si occupino di rendere maggiormente vivibile la città e di allestire serie politiche sociali per tutti coloro che hanno perso il lavoro» sintetizza il deputato milanese del Pd Enrico Farinone.


Ma oltre Milano, a Roma...

Via Bettino Craxi sarà probabilmente in una delle ville storiche della Capitale e sarà la prima delle strade dell'era Alemanno dedicate a politici illustri scomparsi nel ventesimo secolo. Un'idea che il sindaco lancio' durante la prima seduta del consiglio capitolino sotto la sua amministrazione proponendo, in stile assolutamente bipartisan, strade anche per Giorgio Almirante, Enrico Berlinguer e Amintore Fanfani. Il sindaco a luglio ha annunciato che era stata avviata la procedura per l'intitolazione della via al leader socialista e potrebbe essere inagurata già nel corso del 2010

e da news.illecito scopriamo che esistono già sette (!) vie in italia in Onore di Bettino

  • Via Bettino Craxi, 00038 Valmontone Roma, Lazio
  • Via Bettino Craxi, 71100 Foggia, Puglia
  • Via Bettino Craxi, 73100 Lecce, Puglia
  • Via Bettino Craxi, 73020 Botrugno Lecce, Puglia
  • Via Bettino Craxi, 87040 Marano Marchesato Cosenza, Calabria
  • Via Bettino Craxi, 87029 Scalea Cosenza, Calabria
  • Piazza Bettino Craxi, 58100 Grosseto, Toscana

martedì 22 dicembre 2009

Forze armate S.p.A.


Le Forze Armate italiane smettono di essere gestite dallo Stato e diventano una società per azioni. Uno scherzo? Un golpe? No è una legge, che diventerà esecutiva nel giro di poche settimane. La rivoluzione è nascosta tra i cavilli della Finanziaria che marcia veloce a colpi di fiducia soffocando qualunque dibattito parlamentare. Cosi, in un assordante silenzio, tutte le spese della Difesa diventeranno un affare privato, nelle mani di un consiglio d’amministrazione e di dirigenti scelti soltanto dal ministro in carica, senza controllo del Parlarmento, senza trasparenza. La privatizzazione di un intero ministero passa inosservata mentre introduce un principio senza precedenti. Che pochi parlamentari dell’opposizione leggono chiaramente come la prova generale di un disegno molto più ampio. Lo smantellamento dello Stato. “Ora si comincia dalla Difesa, poi si potranno applicare le stesse regole alla Sanità, all’Istruzione, alla Giustizia: non saranno più amministrazione pubblica, ma società d’affari” chiosa il senatore pd Gianpiero Scanu.
Stiamo parlando di Difesa Servizi Spa, una creatura fortissimamente voluta da Ignazio La Russa e dal sottosegretario Guido Crosetto: una società per azioni, con le quote interamente in mano al ministero e otto consiglieri d’amministrazione scelti dal ministro, che avrà anche l’ultima parola sulla nomina dei dirigenti. Questa holding potrà spendere ogni anno tra i 3 e i 5 miliardi di euro senza rispondere al Parlamento o ad organismi neutrali. In più si metterà nel portatogli un patrimonio di immobili “da valorizzare” pari a 4 miliardi. Sono cifre imponenti, un fatturato da multinazionale che passa di colpo dalle regole della pubblica aniministrazione a quelle del mondo privato. Ma questa Spa avrà altre prerogative abbastanza singolari. Ed elettrizzanti. Potra costruire centrali energetiche d’ogni tipo sfuggendo alle autorizzazioni degli enti locali: dal nucleare ai terrnovalorizzatori, nelle basi e nelle caserme privatizzate sarà possibile piazzare di tutto. Bruciare spazzatura o installare reattori atomici. Signorsì! Segreto militare e interesse economico si sposeranno, cancellando ogni parere delle comunità e ogni ruolo degli enti locali. Comuni, Province e Regioni resteranno fuori dai reticolati con la scritta “zona militare”, utilizzati in futuro per difendere ricchi business. Infine, la Spa si occuperà di “sponsorizzazioni”. Altro termine vago. Si useranno caccia, incrociatori e carri armati per fare pubblicità? Qualunque ditta è pronta a investire per comparire sulle ali delle Frecce Tricolori, che finora hanno solo propagandato l’immagine della Nazione. Ma ci saranno consigli per gli acquisti anche sulle fiancate della nuova portaerei Cavour o sugli stendardi dei reparti che sfilano il 2 giugno in diretta tv?
Lo scippo
Quali saranno i reali poteri della Spa non è chiaro: le regole verranno stabilite da un decreto di La Russa. Perché dopo oltre un anno di dibattiti, il parto è avvenuto con un raid notturno che ha inserito cinque articoletti nella Finanziaria. “In diciotto mesi la maggioranza non ha mai voluto confrontarsi. Noi abbiamo tentato il dialogo fino all’ultimo, loro hanno fatto un blitz per imporre la riforma“, spiega Rosa Villecco Calipari, capogruppo Pd in commissione Difesa: “I tagli alla Difesa sono un data oggettivo, dovevano essere la premessa per cercare punti di convergenza. La tutela dello Stato non può avere differenze politiche, invece la destra ha tenuto una posizione di scontro fino a questo scippo inserito nella Finanziaria“. Non si capisce nemmeno quanti soldi verranno manovrati dalla holding. Difesa Servizi gestirà tutte le forniture tranne gli armamenti, che rimarranno nelle competenze degli Stati maggiori. Ma cosa si intende per armamenti? Di sicuro cannoni, missili, caccia e incrociatori. E gli elicotteri? E i camion? E i radar e i sistemi elettronici? Quest’ultima voce ormai rappresenta la fetta più consistente dei bilanci, perché anche il singolo paracadutista si porta addosso uni serie di congegni costosissimi. La definizione di questo confine permetterà anche di capire se questa privatizzazione può configurare un futuro ancora più inquietante: una sorta di duopolio bellico. Finmeccanica, holding a controllo statale che ingaggia legioni di ex generali, oggi vende circa il 60 per cento dei sistemi delle forze armate. E a comprarli sarà un’altra Spa: due entità alimentate con soldi pubblici che fanno affari privati. Con burattinai politici che ne scelgono gli amministratori. All’orizzonte sembra incarnarsi un mostro a due teste che resuscita gli slogan degli anni Settanta. Ricordate? “Imperialismo del complesso industriale-militare”. Un fantasma che improvvisamente si materializza nell’opera del governo Berlusconi.
Gli immobili
Questa Finanziaria in realtà realizza un altro dei sogni rivoluzionari: l’assalto alle caserme. E’ una corsa agli immobili della Difesa per fare cassa, sotto la protezione di una cortina fumogena. La vera battaglia è quella per espugnare un patrimonio sterminato: edifici che valgono oro nel centro di Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino, Venezia. Un’altra catena di fortezze, poligoni, torri e isole in località di grande fascino che va dalle Alpi alla Sicilia. Da dieci anni si cerca di trovare acquirenti, con scarsi risultati: dei 345 beni ex militari messi all’asta dal governo Prodi, il Demanio è riuscito a piazzarne solo otto. Adesso, dopo un lungo braccio di ferro tra la Russa e Tremonti, si sta per scatenare l’attacco finale. Con una sola certezza: i militari verranno sconfitti, mentre sono molti a pensare che a vincere sarà solo la speculazione. All’inizio Difesa Servizi doveva occuparsi anche della vendita degli edifici: la nascente Spa a giugno si è presentata alla Borsa immobiliare di Cannes con tanto di brochure per magnificare il suo catalogo. Qualche perla? L’isola di Palmaria, di fronte a Portovenere, gioiello del Golfo dei Poeti affacciato sulle scogliere delle Cinque Terre. L’arsenale di Venezia, con ampi volumi e architetture suggestive, e un castello circondato dalla laguna. La roccaforte nell’angolo più bello di Siracusa, pronta a diventare albergo e yacht club. La Macao, un complesso gigantesco con tanto di eliporto nel cuore di Roma, palazzi a Prati e ai piedi dei Parioli. Aree senza prezzo in via Monti incastonate nel centro di Milano. Ma il dicastero di Tremoni ha puntato i piedi: proprietà e vendita restano al Tesoro, che le affiderà a società esterne. Con un doppio benefit, secondo le valutazioni del Pd, per renderle ancora più appetibili. Chi compra, potrà aumentare la cubatura di un terzo. E avrà bisogno solo del permesso del Comune: Provincia e Regione vengono tagliate fuori, aprendo la strada a progetti lampo. Questo banchetto prevede che metà dell’incasso vada allo Stato; ai municipi andrà dal 20 al 30 per cento; il resto ai militari. Difesa Servizi però intanto può “valorizzare” i beni. Come? Non viene precisato. In attesa della cessione, potrà forse affittarli o darli in concessione come alberghi, uffici o parcheggi. Intanto però gli appetiti si stanno scatenando. E fette della torta finiscono in pasto alle amministrazioni amiche. Con giochi di finanza creativa. A Gianni Alemanno per Roma Capitale sono state concesse caserme per oltre mezzo miliardo di euro. O meglio, il loro valore cash: il Tesoro anticiperà i quattrini, da recuperare con la vendita degli scrigni di viale Angelico, Castro Pretorio, via Guido Reni e di un paio di fortezze ottocentesche ormai inglobate dalla metropoli. Qualcosa di simile potrebbe essere regalato a Letizia Moratti, per lenire il vuoto nelle casse dell’Expo: un bel pacco dono di camerate e magazzini con vista sul Duomo. “Cosi le logiche diventano altre: non c’é più tutela del bene pubblico ma l’esternalizzare fondi e beni pubblici attraverso norme privatistiche” dichiara Rosa Calipari Villecco, sottolineando l’assenza di magistrati della Corte dei conti o altre figure di garanzia nella nuova Spa.Un anno fa i militari avevano manifestato insofferenza per questa disfatta edizilia. Il capo di Stato maggiore Vincenzo Camporini aveva fatto presente che era stato ceduto un tesoro da un miliardo e mezzo di euro senza “adeguato contraccambio”. Oggi, come spiega l’onorevole Calipari, “non si sa nemmeno tra quanti anni le forze armate riceveranno i profitti delle vendite“. Eppure i generali tacciono. Una volta ai soldati veniva insegnato “Credere, obbedire, combattere”; adesso il motto della Difesa privatizzata è “economicità, efficienza, produttività”. La regola dell’obbedienza é rimasta però salda. E con i tagli al bilancio imposti da Tremonti – in un trennio oltre 2,5 miliardi in meno- anche gli spiccioli della nuova holding diventano vitali per tirare avanti e garantire l’efficienza di missioni ad alto rischio, Afghanistan in testa.
Di sicuro, Difesa Servizi Spa sfrutterà le royalties sui marchi delle forze armate. Un business ghiotto. Il brand di maggiore successo è quello dell’Aeronautica. Felpe, t-shirt, giubbotti e persino caschi con il simbolo delle Frecce Tricolori spopolano con un mercato che non conosce distinzioni d’età e di orientamento politico. Anche l’Esercito si è mosso sulla scia: sono stati aperti persino negozi monomarca, marina2con zaini e tute che sfoggiano i simboli dei corpi d’élite. Finora gli Stati maggiori barattavano l’uso degli stemmi con compensazioni in servizi: restauri di caserme, costruzione di palestre. D’ora in poi, invece, i loghi saranno venduti a vantaggio della Spa. Questo è l’unico punto chiaro della legge, che introduce sanzioni per le mimetiche senza licenza commerciale: anche 5 mila euro di multa. “La questione delle sponsorizzazioni è una foglia di fico per coprire altre vergogne. Tanto più che alla difesa vanno solo briciole“, taglia corto il senatore Scanu. E trasformare il prestigio delle bandiere in denaro, però, non richiedeva la privatizzazione. La Marina ha appena pubblicato sui giornali un bando per mettere all’asta lo sfruttamento della sua insegna: si parte da 150 mila euro l’anno. Con molta trasparenza e senza foraggiare il cda scelto dal ministro di turno.
Gianluca Di Feo per L’Espresso
21 dicembre 2009

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