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venerdì 12 marzo 2010

I partiti comunisti in Italia, uno? due? cinque? SEDICI! (per ora). Dite la vostra!



Rc
Pdci
Pcl
Alternativa comunista
Comunisti sinistra popolare
Nuovopci
Partito marxista leninista italiano
Partito comunista italiano marxista leninista
Partito comunista per la questione morale (non so se ancora vivo)
Nucleo comunista internazionalista 
Carc
Sinistra critica
Partito comunista internazionale
Rete dei comunisti
Piattaforma comunista
Rete civica (fondato da Fernando Rossi ex sen. pdci)

Per ora, sono sedici. Sedici partiti comunisti. Facile ne esca qualcun'altro, nel caso aggiorneremo.

I Aggiornamento, si aggiungono:
Lotta Comunista 
Partito d'Azione Comunista

Quindi siamo a DICIOTTO.


La parola a voi, che ne pensate? E soprattutto, c'è una soluzione?



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lunedì 18 gennaio 2010

Contro le caste degli sfruttatori


Una facile e comoda persuasione comune assegna ai politici l’etichetta di "Casta" per antonomasia, nel senso deteriore del termine. Non c'è nulla di più distorto che assecondare tale mistificazione, alimentando il qualunquismo che è più deleterio del male stesso, più nocivo della corruzione e dell'inettitudine del ceto politico.
I cittadini, indignati dai loro osceni "rappresentanti", reagiscono con atteggiamenti di crescente distacco dalla vita politica. La conseguenza inevitabile per la democrazia è che l’esercizio della “professione”politica si fa un appannaggio riservato a una cerchia sempre più elitaria, dunque più corrotta e corruttibile dai grandi potentati economici sovranazionali, esenti da ogni azione di controllo esercitabile dalle masse popolari.
In tal modo le democrazie occidentali, esistenti solo sulla carta, degenerano in forme oligarchiche controllate da comitati d’affari formati dalle corporation multinazionali e dai padroni incontrastati del capitalismo bancario e finanziario.
Pertanto, di caste privilegiate e corrotte non c’è solo quella politica. Lungi da me l’idea di difendere la casta politica. Tuttavia, ci sono altre caste parassitarie che sono addirittura peggiori, molto più corrotte e potenti della casta politica.
Si pensi solo all'alto clero, che usufruisce di franchigie speciali quali l'esenzione da varie imposte, tra cui l’oscena dispensa dal pagamento dell'ICI sugli immobili ecclesiastici.
Si pensi alle colossali rendite godute dall'alta finanza, ai profitti totalmente detassati che causano la rovina di milioni di piccoli risparmiatori. In genere si tratta di onesti lavoratori, illusi e sedotti dalle "sirene mediatiche" degli investimenti in borsa, alla ricerca di "facili fortune", mentre li attende solo la peggiore delle iatture: il crack finanziario. Si pensi alle grandi speculazioni borsistiche che, nel giro di pochi giorni, hanno mandato in rovina intere nazioni, intere regioni continentali come il Sud-Est asiatico o vaste aree dell'America Latina: si pensi al crack argentino di qualche anno fa.
Si pensi alle popolazioni dell'Africa, letteralmente stremate dallo sterminio alimentare, stritolate dai debiti su cui speculano i pescecani dell'alta finanza internazionale. Si pensi a queste inaudite forme di parassitismo generato dall'establishment capitalistico globale: un insieme di caste parassitarie e speculative che prosperano a spese della stragrande maggioranza del genere umano. Un sistema affaristico che schiaccia i diritti più elementari degli esseri umani, che stentano persino a sopravvivere fino al tramonto.
Nell’abbrutimento causato dall'alienazione, dalla servitù e dallo sfruttamento, nell'imbarbarimento provocato dalla logica criminale del profitto, miliardi di esseri umani sono costretti nella condizione più abietta e intollerabile, ridotti allo stato brado: l'uomo è condannato ad essere la più feroce tra le belve.
Lucio Garofalo

mercoledì 13 gennaio 2010

Uno spettro migrante s'aggira per l’Europa



Non c’è dubbio che la paura sia un istinto naturale, insito nella natura animale degli uomini. La paura è un impulso congenito e primordiale, indispensabile alla sopravvivenza e all’autoconservazione delle specie viventi. Senza questo istinto gli esseri viventi non avrebbero alcuna possibilità di scampo di fronte alle insidie presenti nell’ambiente circostante. Ma proprio in quanto comportamento istintivo, la paura è un elemento irrazionale e primitivo che ha bisogno di essere regolato dall’intelligenza per evitare che prevalga, divenendo l’elemento dominante e determinante delle azioni umane.
La paura può essere una forza devastante quando si fa strumento di lotta politica ed è usata per influenzare gli orientamenti delle masse che, prese dal panico, impazziscono, tramutandosi in furia cieca e incontenibile. Infatti, nulla è più impetuoso di una folla inferocita o terrorizzata, al pari di una mandria di bufali in fuga, assaliti dai predatori.
Il panico causa disastri come un cataclisma naturale, è catastrofico come un terremoto o un’eruzione vulcanica. Il“Terrore” per antonomasia è costituito dalla violenza della rivoluzione, quindi è la madre delle paure collettive che affliggono le classi dominanti.
La paura suscitata dalla minaccia di una “catastrofe sociale” che rischia di sovvertire l’ordine costituito e mette a repentaglio la sicurezza del proprio status di classi possidenti, è all’origine delle angosce che tormentano la società contemporanea. Ecco che risorge lo spettro della rivoluzione sociale, lo spauracchio della rivolta di massa.
Da quando l’umanità ha creato le prime forme di proprietà privata, accumulando il surplus economico originario, derivante dall’espropriazione del prodotto del lavoro collettivo, la paura più forte e ricorrente nella storia della lotta di classe nelle diverse società (dallo schiavismo antico al feudalesimo medievale, al capitalismo moderno) è la paura di perdere ciò che si possiede, il terrore di vedersi espropriare le ricchezze estorte ai produttori, siano essi schiavi, servi della gleba o salariati. Non è un caso che più si è ricchi più si ha paura e, probabilmente, si è più infelici in quanto tormentati dall’inquietudine. Da qui è sorta l’esigenza di istituire un potere forte e superiore, detentore del monopolio della violenza, ossia lo Stato, atto a garantire la sicurezza e l’ordine in una società retta sull’ingiustizia, sullo sfruttamento e sulla divisione in classi.
La rivoluzione sociale è il più grande spauracchio dei governi e delle classi egemoni, in particolare dei governi e delle classi possidenti e dominanti nelle società capitaliste decadenti e putrescenti, sempre più angosciate dall’assalto inevitabile delle masse dei proletari migranti, impaurito dalla rabbia e dall’ansia di riscatto dei popoli e delle classi socialmente più povere, oppresse ed emarginate provenienti dal Sud del mondo.
Una paura molto attuale e diffusa negli stati sembra essere la paura verso una società realmente democratica, che si estrinseca nella partecipazione concreta delle persone, per cui può divenire fonte di conflittualità e di antagonismi sociali. La democrazia, non quella subìta passivamente, bensì vissuta attivamente, da protagonisti e non da sudditi o spettatori, il dissenso e il libero pensiero, la libertà intesa e praticata come critica e partecipazione diretta ai processi politici decisionali, tutto ciò incute un’angoscia profonda nell’animo di chi controlla e detiene il potere e la ricchezza sociale.
Da tali paure scaturisce un’idiosincrasia anticomunista e antidemocratica che tende a demonizzare le idee di libertà e i loro portatori, fino alla criminalizzazione e alla repressione di ogni dissenso ed ogni vertenza, recepiti come un’insidia che mina l’ordine costituito, che a sua volta si è determinato in seguito a precedenti rivolgimenti sociali.
Si rammenti che gli stati moderni e le società borghesi capitaliste hanno avuto origine da violente rivoluzioni sociali eseguite in gran parte dalle masse contadine e proletarie guidate dalle avanguardie illuminate e liberali della borghesia, che oggi teme di perdere il proprio potere e i propri privilegi di classe egemone e possidente. Il ruolo storico della borghesia, che un tempo era stato politicamente eversivo e rivoluzionario, determinando il rovesciamento violento dei regimi dispotici e assolutistici e delle aristocrazie feudali, con le loro sovrastrutture ideologiche oscurantiste di origine medievale, si è rapidamente trasformato in senso conservatore e misoneistico, rappresentando un ostacolo concreto alla realizzazione del progresso scientifico, culturale e sociale, all’esercizio pratico della democrazia diretta e partecipativa, al compimento di un effettivo processo di liberazione e di affrancamento del genere umano da ogni forma di barbarie e di violenza, di oppressione e di sfruttamento, di schiavitù e di paura.
Lucio Garofalo

martedì 12 gennaio 2010

Crisi ortofrutta di Vittoria. Le proposte dei Giovani Comunisti

Di
Davide Guastella


La crisi commerciale di molte produzioni ortofrutticole parte da lontano. A poco o nulla servono ormai marchi, borse dell'ortofrutta o altro. Ci sembrano argomenti utilizzati da chi non conosce concretamente le esigenze del primo settore economico della nostra provincia. Alle nostre sollecitazioni positive le istituzioni come la Camcom, l'ass. La Terra del Comune di Vittorie e adesso anche Cavallo della Provincia hanno reagito in modo scomposto e disarticolato oppure trincerandosi dietro un imbarazzante silenzio. La serricultura della fascia trasformata è da tempo un malato terminale che viene curato con tisane o palliativi vari.

Il mercato di Vittoria. prima struttura commerciale alla produzione in Italia, registra un clamoroso crollo dei prezzi e nessuno si chiede il perché, chi interviene lo fa solo per avere un po' di visibilità mediatica. Viene annunciata la nuova società di gestione del mercato (Vittoria Mercati s.r.l.) con la nomina di tre componenti. Dopo l'immancabile passerella non si conoscono ancora scopi, interventi, regolamenti di gestione e come farà a reperire finanziamenti per rilanciare la strutture e i servizi. Possiamo affermare con estrema serenità che è stato creato un carrozzone che allarga i posti di sottogoverno? Gli attori principali dell'economia provinciale sono i produttori agricoli e in particolare i serricultori. Tutte le istituzioni a parole hanno sempre difeso questi modelli produttivi o si sono inventati comitati spontanei a servizio di loro stessi ma nei fatti li hanno lasciati sempre soli. Crolla il reddito e aumentano i pignoramenti delle aziende. Fin q uando i prezzi riuscivano a mantenere economicamente attivo il territorio tutto andava bene. Ora la crisi commerciale ha fatto emergere in modo definitivo questa triste realtà.

L'art. 14 dello statuto siciliano stabilisce competenze fondamentali ed esclusive alla Regione nel campo dell'agricoltura. Per non essere solo critici vogliamo avanzare alcune proposte concrete e fondamentali per difendere e valorizzare le nostre produzioni ortofrutticole:

- costituzione del catasto ortofrutticolo siciliano, che servirà ad ottenere dati attendibili relativi alla produzione regionale e fornire così un valido strumento per la programmazione produttiva che è stata sempre assente;
- piano di promozione al consumo nei punti vendita della GDO (Conad, Carrefur, Auchan, Coop, Ipercoop…..) presenti sia in Sicilia che nel resto d'Italia. Le licenze, le autorizzazioni, e i contributi ai marchi della GDO devono essere soggetti a questo vincolo. Questi strumenti potrebbero anche essere utilizzati per quei prodotti per i quali, sulla base delle previsioni di produzione, si prospettino situazioni di crisi;
- vero e serio rafforzamento del sistema di controllo relativo alle norme di commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli con particolare attenzione per quei prodotti simili importati dall' estero;
- l'incentivazione delle nostre esportazioni verso i paesi del Nord e dell'Est Europa (grossi consumatori di ortofrutta) con accordi specifici;
- apposite misure economiche per finanziare la riconversione dei sistemi produttivi (serre) e delle varietà non più adeguate alle esigenze di mercato.

Cari deputati regionali autonomisti, lealisti, democratici, centristi, trasversali, governativi e non; egregio presidente della Camcom; assessori all'agricoltura provinciali e non: conoscete dati, capacità e dimensione della serricoltura e della sua crisi.

Dite, ma soprattutto fate qualcosa. Il tempo delle passerelle, dei palliativi, delle proposte buone per avere un attimo di visibilità è finito. Urgono decisioni serie, credibili e strutturali se veramente si vuole garantire reddito, occupazione e sviluppo economico basato sulla legalità nel nostro territorio.

Davide Guastella coordinatore GC Vittoria

La questione salariale, la vera urgenza del nostro Paese

Di
Marco Foroni


Anche quest'anno l'OCSE (non l'Internazionale socialista...) ha pubblicato i dati sui livelli dei salari, e la situazione continua drammaticamente a peggiorare; una conferma che il problema prioritario nel nostro Paese (la vera "riforma"), direi una drammatica urgenza sociale, è la QUESTIONE SALARIALE. E parliamo di salari lordi di quella che definiamo la CLASSE LAVORATRICE (impiegati e operai), a dimostrazione che i salari sono bassi non solo perché è alta la pressione fiscale. Alcuni dati:

- I salari lordi medi in Italia sono pù bassi del 32,3% della media dell'Europa a quindici.

- I salari lordi medi in Italia sono pù bassi del 16% della media dei trenta paesi OCSE.

- Tra il 1988 e il 2006 il valore degli stipendi medi italiani rispetto al PIL è diminuito del 13%, a vantaggio dei profitti e delle rendite; decine di miliardi di euro l'anno che sono andati ad altre classi sociali, quelle che hanno vinto (perché la sanno fare molto bene) la lotta di classe dell'ultimo ventennio.

- I salari reali (sempre tra il 1988 e il 2006 ) sono crollati del 16%, il valore più elevato tra gli undici paesi più industrializzati del mondo.

- Lo schiacciamento avviene verso il basso, in linea con i classici effetti delle politiche neoliberiste, che annichiliscono il riconoscimento delle professionalità; tale tendenza è confermata dal fatto che il differenziale di stipendio (tra il 1994 e il 2004) tra un lavoratore laureato e uno con il diploma di scuola dell'obbligo e diminuito del 6,2% e del 5% rispetto ai diplomati di scuola secondaria superiore. Ciò a conferma che una laurea non garantisce affatto salari dignitosi, in un contesto produttivo che deprime la manodopera più qualificata.

- La catastrofe del lavoro femminile: a parità di livello di istruzione con gli uomini, le lavoratrici italiane sono quelle che guadagnano meno di tutte rispetto agli altri paesi industrializzati del mondo (in media il 50% in meno).

Questo il risultato conseguente a più che decennali "riforme" del mercato del lavoro (e della sua precarietà), alle politiche del ventennio del berlusconismo liberista, della "rivoluzione liberale" dalemiana, dei moderatismi ulivisti e delle concertazioni, del primato della competitivà, della concorrenza e del cosiddetto mercato (che altro non è che il prestanome del capitalismo). Con il corollario di riforme del sistema previdenziale fondate, non sui bilanci effettivi dell'Inps o sull'andamento reale del rapporto tra attivi e inattivi ma sull'accusa di ostinarsi a vivere più a lungo, che comporteranno tra qualche decennio per la classe lavoratrice di oggi, pensioni da poveri.

E, come ha scritto recentemente Luciano Gallino, se oggi un politico di sinistra dicesse "che le classi sociali non esistono più, suggeritegli cortesemente di cambiare mestiere" (La Repubblica, 24 novembre 2009).




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Prc, Carini (PA): "No ai licenziamenti all'Italtel"

Di
di Prc Carini


Il circolo Vito Musso del Partito della Rifondazione Comunista di
Carini esprime tutta la propria solidarietà nei confronti delle
lavoratrici e dei lavoratori dello stabilimento Italtel a rischio di
licenziamento.Siamo di fronte all'ennesimo tentativo di saccheggio di
Carini e dell'intero comprensorio. Un'azienda come l'Italtel,fiore
all'occhiello dell'Italia nel mondo per la produzione di software di
alta qualità è stata nel corso degli anni frammentata,indebolita e
smantellata da manager inicapaci che hanno anteposto la speculazione
alla crescita e al rilancio industriale.Che debbano essere i lavoratori,
con la loro indiscussa professionalità, a pagare il conto di questa
gestione, è assolutamente inaccettabile.Rifondazione Comunista
parteciperà allo sciopero indetto dai sindacati e lancerà nei prossimi
giorni una campagna di solidarietà attiva per dare un sostegno concreto
alla lotta di questi lavoratori; invitiamo i cittadini di Carini alla
mobilitazione affinchè possa essere respinto al mittente quest'ennesimo
tentativo di desertificazione industriale del nostro territorio.

Carini
11.01.2010
Circolo V.Musso, Partito della Rifondazione Comunista

Protesta virtuale razzista su FB

DI
Andrea Ballabio


Per tutti gli utenti di facebook
Sabato 16 gennaio ci sarà la prima protesta virtuale contro il razzismo , in ogni sua forma. Per aderire andate su questa pagina
http://www.facebook.com/event.php?eid=246236696738&index=1

A questa protesta farà seguito una grande manifestazione di piazza in programma sabato 6 marzo a milanocon corteo in partenza da p.za fontana e arrivo a p.za Castello

http://www.facebook.com/search/?q=contro+il+governo+della+vergogna+lombardia&init=quick#/photo.php?pid=630631&o=all&op=1&view=all&subj=147308058172&aid=-1&id=1621175473&oid=147308058172

Tutti sono invitati a partecipare...questo paese sta andando verso una politica razzista e xonofoba , e sempre più velocemente.....ormai l'intolleranza verso l'immigrato , l'omosessuale o anche verso chi non appoggia questo governo è all'ordine del giorno
Dobbiamo dare una risposta seria e concreta


SOCIAL CQ: l'aggregatore dei blog comunisti

Di:


ilcomunista quotidiano - 
Email


Compagni, da oggi, Il comunista quotidiano cambia forma.
Dopo il primo periodo di prova e d'assestamento, è giunto il momento che il nostro portalino diventi davvero lo strumento viatico di tutte le iniziative, pensieri, commenti, ansie, lotte e resistenze che ogni giorno attraversano braccia, mente e cuore dei Comunisti. Iniziative e contributi finora relegate nella colonna qui a lato. E' giunto il momento che prenda finalmente forma l'obiettivo proposto all'inizio dell'avventura, ovvero:
"Il nostro tentativo, il nostro spirito è quello di raccogliere in questo contenitore i fatti, le lotte, le delusioni e le vittorie di ogni "Comunista Quotidiano". Non più un semplice sito di rassegna stampa comunista, ma un sito DEI comunisti fatto DA comunisti.

Da oggi i vostri post non saranno più sacrificati in un riquadro ma avrete la possibilità di postarli autonomamente in home. Le alternative di scelta sono due:

Usando il form che troverete cliccando sul bottone "pubblica il tuo articolo" (che rimanderà a http://comunistaquotidiano.blogspot.com/2009/11/pubblica-il-tuo-articolo-su-il.html)
potrete:

1) Inserire il link (se esistente) della notizia all'inizio dell'articolo dopo "FONTE:" e poi TUTTO il testo dell'articolo.

2) inserire l'incipit del vostro articolo con l'indirizzo del vostro blog dopo la parola "FONTE:"

(il form prevede nome e cognome, volendo, basta il nick)

Vi ricordiamo che se voleste aggregare il vostro blog e partecipare tutte le informazioni e modalità le troverete a http://comunistaquotidiano.blogspot.com/2009/11/un-blog-senza-pretese.html

Il comunista quotidiano non usa adsense e non chiede soldi. E' il frutto della pura passione politica di compagni che si sentono emarginati, volutamente e criminalmente dai mezzi d'informazione ma che non hanno intenzione di arrendersi. Da parte nostra, vi chiediamo solo un piccolo sforzo. Invitare quanti più compagni comunisti a partecipare con i loro blog ed articoli e a diffondere il comunista quotidiano. (Anche con il semplice "invita amici" di facebook, bastano 5 minuti)

Più saremo, più le informazioni circoleranno, più la denuncia sociale sarà fattiva.

Buona partecipazione!




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domenica 10 gennaio 2010

Quando gli schiavi si ribellano e la loro rabbia spaventa la borghesia


La rivolta rabbiosa ed improvvisa (ma prevedibile) dei braccianti africani della piana di Gioia Tauro, che hanno messo in atto una furiosa guerriglia urbana che rievoca le scene incendiarie della banlieue parigina o dei ghetti di Los Angeles di alcuni anni fa, ha turbato i sonni tranquilli di una società piccolo-borghese che si è ridestata attonita e sgomenta dal torpore in cui sono sprofondate pure le masse proletarie italiane, vittime di un razzismo strisciante alimentato quotidianamente dai media e dal governo in carica.

Gli ipocriti e i benpensanti si scandalizzano facilmente di fronte alla rivolta degli immigrati, deprecando l’aggressività e la rabbia con cui si è manifestata, celebrando l’intervento armato delle forze dell’ordine, come se la violenza di chi reagisce all’oppressione non abbia una ragione morale superiore alla violenza perpetrata dall’oppressore. Gli schiavi non possono e non devono ribellarsi al loro padrone.

La violenza fa parte di una società che la condanna come un delitto quando ad esercitarla sono gli ultimi e i più deboli, i negri, i proletari e gli oppressi in genere, ma viene legittimata come un diritto quando è una violenza sistemica esercitata dal potere, per cui viene autorizzata in termini di repressione armata finalizzata alla salvaguardia dell'ordine costituito, un ordine retto (appunto) sulla violenza di classe.

Non a caso la violenza viene esecrata solo quando è opera degli oppressi e degli sfruttati. Si pensi alla rivolta di massa che alcuni anni fa esplose con furore nella banlieue parigina, espandendosi con la rapidità di un incendio alle altre periferie suburbane della Francia. Si pensi all’esplosione di rabbia e violenza dei lavoratori immigrati di Rosarno, in maggioranza di origine africana, oppressi e sfruttati a nero, maltrattati e vessati dai caporali e dalla criminalità al limite della sopportazione umana.

Per comprendere tali fenomeni sociali occorre rendersi conto di ciò che sono diventate le aree periferiche e suburbane in Francia, ossia luoghi di ghettizzazione, degrado ed emarginazione, occorre verificare le condizioni brutali e disumane in cui sono costretti a vivere i lavoratori agricoli immigrati in Italia, sfruttati al massimo dagli sciacalli della malavita organizzata locale e dal padronato capitalistico di stampo mafioso e legale.

In Italia meridionale si è formato un vero e proprio esercito di forza-lavoro migrante, in gran parte di origine africana, che si muove periodicamente dalla Campania alla Puglia, dalla Calabria alla Sicilia, seguendo il ciclo dei raccolti agricoli, che lavora nei campi in condizioni al limite della schiavitù e vive in ghetti subumani costituiti da baracche di cartone e nylon sostenute da fasce di plastica nera, in aree misere e degradate.
Questi braccianti irregolari, in quanto clandestini, sono costretti a lavorare a nero e sotto al sole per 14 ore al giorno, retribuiti con meno di 20 euro giornalieri, sfruttati in condizione di estrema ricattabilità, sottoposti all’arroganza dei caporali e alle vessazioni della criminalità mafiosa che controlla sia i flussi migratori che il lavoro nero. Questa manodopera agricola offerta a bassissimo costo è estremamente conveniente, in quanto viene prestata senza rispettare alcun contratto sindacale e quindi senza osservare alcuna norma di sicurezza e di retribuzione, consentendo notevoli profitti economici.

Dunque, per capire l’emblematica rivolta dei “nuovi schiavi” bisognerebbe calarsi nella loro realtà quotidiana dove il disagio sociale e materiale, il degrado urbano, la violenza e lo sfruttamento di classe, la precarietà economica, il dolore, la disperazione e l’emarginazione degli extracomunitari, costituiscono il retroterra materiale, sociale ed ambientale che produce inevitabilmente drammatiche esplosioni di rabbia, violenza e guerriglia urbana come quelle a cui abbiamo assistito in questi ultimi giorni in Calabria.

Invece, tali vicende sono etichettate e liquidate (ingiustamente e banalmente) come atti di “teppismo” e “delinquenza”, secondo parametri razzisti e classisti che sono tipici di una mentalità ipocrita e benpensante che da sempre appartiene alla piccola borghesia.

Lucio Garofalo

sabato 9 gennaio 2010

I COMUNISTI QUOTIDIANI!

venerdì 8 gennaio 2010

Resto ateo grazie a dio.




Pochi giorni fa sono convolato felicemente a nozze, celebrate in chiesa con il rito misto.
Qualcuno mi ha chiesto, in modo provocatorio: “Un comunista che si sposa in chiesa?”.
Per tale ragione ritengo giusto ed opportuno esporre le mie ragioni, provando a precisare la mia posizione rispetto alla scelta compiuta. Ebbene, chiarisco immediatamente che il sottoscritto si è sposato in chiesa in qualità di ateo dichiarato.
Infatti, io e la mia consorte abbiamo deciso e concordato con il parroco la formula del rito misto, la quale prevede la possibilità di contrarre matrimonio tra membri della chiesa cattolica apostolica romana ed esponenti di diverse confessioni religiose, non cattolici oppure non credenti ed atei come il sottoscritto, che siano battezzati o meno.
In pratica il sottoscritto non ha partecipato ai vari momenti del rito cattolico, astenendosi dal recitare le preghiere e le formule di culto, astenendosi soprattutto dalla liturgia eucaristica celebrata al termine della cerimonia: ad esempio, nel pronunciare le formule tipiche del matrimonio cattolico, il sottoscritto non ha mai menzionato dio.
Per i cristiani il rito del matrimonio misto non rappresenta, sul versante della diversità religiosa, un atto impossibile. Tale soluzione matrimoniale è prevista dal diritto canonico, ma probabilmente nelle nostre zone non è stata applicata in modo frequente.
Il 31 marzo 1970 il pontefice Paolo VI scrisse “Matrimonia Mixta”, una lettera apostolica redatta in forma di “Motu Proprio”, ossia assunta di “propria iniziativa” dal papa. In questo testo sono state impartite le norme relative ai matrimoni misti. Tale lettera, altrimenti nota come Dispensa Paolina, è estremamente importante e significativa per comprendere i notevoli progressi, a tratti persino rivoluzionari, compiuti dalla dottrina cattolica e dal codice del diritto canonico nell’ambito specifico del matrimonio.
Dunque, sebbene sembri che mi sia parzialmente piegato, chiedendo la celebrazione di una formula mista che mi riconosca come ateo e non credente, in realtà la mia scelta è stata quella di un "compromesso" compiuto per amore verso mia moglie e mio figlio.
Per quanto concerne la procedura da seguire, occorre anzitutto rendere esplicita al sacerdote la propria eventuale posizione di credente in un’altra fede, o di ateo, e concordare la celebrazione di un rito matrimoniale misto. Per ciò che attiene alla cerimonia religiosa, in effetti non cambia nulla, tranne il fatto che la parte di fede diversa, o non credente, si astiene dal partecipare alle fasi della liturgia cattolica, alle preghiere e soprattutto al momento dell'eucarestia. Comunque confesso che, malgrado io sia un ateo, durante la celebrazione del matrimonio mi sono emozionato ugualmente.
Ma perché sono ateo? E soprattutto, perché resto ateo, grazie a dio?
Proverò a rispondere brevemente a questo interrogativo, se possibile senza complicare troppo il ragionamento, che è essenzialmente di ordine teorico e filosofico.
La mia adesione alle posizioni dell’ateismo convinto e praticante, direi quasi fondamentalista (per usare una sorta di ossimoro concettuale), deriva anzitutto da una riflessione “astratta” molto semplice e chiara, che si spiega e si comprende facilmente.
In teoria, se dio non esistesse tanto meglio, vuol dire che avrebbe ragione chi lo rinnega. Ma anche se dio esistesse, il discorso logico non muterebbe di una virgola in quanto:
1)    se dio è onnipotente, come asseriscono i suoi vescovi e rappresentanti in terra o le sacre scritture, perché non interviene per eliminare la violenza e il dolore?
2)    se invece dio non è onnipotente e non può fare assolutamente nulla contro il male insito nel mondo, allora è come se dio non esistesse, è un essere inutile, una sorta di soprammobile neanche tanto bello da vedere, dato che è invisibile;
3)    la terza ipotesi, la più accreditata dalla dottrina ufficiale della chiesa e pure dagli atei, si basa sulla teoria formulata da Sant’Agostino, uno dei padri spirituali della chiesa cattolica apostolica romana, ossia che dio ha concesso all’uomo il dono del libero arbitrio, vale a dire la libertà di pensare ed agire assumendosi le proprie responsabilità, dunque anche la possibilità e la capacità di negare dio.
Sulla base di tali premesse teoriche, forse oltremodo semplificate, si evince chiaramente il percorso filosofico e razionale che mi ha condotto verso un approdo di tipo ateistico, così come discende pure un sentimento di sincera gratitudine verso dio, in quanto mi ha concesso il prezioso dono del libero arbitrio, grazie al quale sono (appunto) ateo.
Insomma resto ateo, pur essendomi sposato in chiesa. Una simile scelta non equivale ad un gesto di incoerenza, come è fin troppo facile obiettare, in quanto le mie convinzioni non sono minimamente scalfite da un rito nuziale celebrato dal sacerdote sull’altare.
Lucio Garofalo

Riflessioni sulla politica

Riconosco di essere una persona caratterialmente scettica e diffidente, persino malpensante. Ideologicamente sono un ateo marxista. Sono stato ripetutamente disilluso dalla vita, amareggiato da esperienze negative, tradito dal comportamento spregiudicato di numerosi pseudo compagni e dai falsi partiti politici di “sinistra”.

Francamente sono molto arrabbiato contro i falsi moralisti e i falsi compagni, i parolai e i “pifferai magici” della sinistra borghese, affetta dal morbo del“cretinismo parlamentare”. L’esperienza storica ha dimostrato che costoro aspirano solo ad adagiare il proprio deretano sopra un comodo ed ambito scranno all’interno delle istituzioni borghesi per ricavarne potere, gloria, ricchezza, privilegi e immunità personali, fregandosene delle sofferenze e dei bisogni della gente, delle istanze dei loro elettori.

La mia posizione di critica netta e intransigente mi ha procurato problemi di solitudine politica, condannandomi ad una sorta di ostracismo e di esilio morale, di isolamento nel territorio dove abito. Ma tant’è. Credo di essere sufficientemente forte e vaccinato verso tale situazione, abbastanza immune rispetto alla violenza morale ed esistenziale esercitata dai conformismi di massa, compresi quelli imposti dalla “sinistra”, essendo abituato al ruolo, senza dubbio scomodo, di bastian contrario, di ribelle anticonformista e di “cane sciolto”, per cui la condizione di marginalità non mi turba affatto.

Ultimamente ho cercato di uscire dall’isolamento politico provando ad infrangere il clima di chiusura ed ostilità creato nei miei confronti dai vari “forchettoni”,“rossi”, “bianchi” o “neri” che siano. I quali dettano legge soprattutto in alcune realtà di provincia come l’Irpinia. Una terra costretta ad un livello di sudditanza semifeudale, le cui popolazioni sono soggette a ricatti e condizionamenti perpetui e ad un mostruoso giogo clientelare. Non dobbiamo dimenticare che il territorio dove abito rappresenta da lustri un feudo incontrastato di Ciriaco De Mita e dei suoi galoppini. L’Irpinia è da sempre una roccaforte elettorale e clientelare della peggiore Democrazia cristiana.

Tuttavia, non mi lascio mai sopraffare dallo sconforto o, peggio, dalla depressione, né da rancori e risentimenti, ma reagisco sempre con rabbia e indignazione, riscoprendo “prodigiosamente” una spinta motivazionale che mi restituisce un fervido entusiasmo e una volontà combattiva, un desiderio tenace ed impetuoso di lotta e di riscatto. Forse perché sono uno spirito libero e ribelle, consapevole della lezione della storia. La quale insegna che è addirittura possibile, quindi concepibile, la realizzazione dell’utopia.

Si pensi che fino al XVIII secolo, ovvero il “secolo dei lumi”, la schiavitù del lavoro, la servitù della gleba e la tirannia aristocratico-feudale erano viste quali elementi ineluttabili e immodificabili, al limite come fenomeni conseguenti a leggi naturali, come una realtà che era sempre esistita e sarebbe durata in eterno, e non come dati storici transeunti, soggetti a trasformazioni rivoluzionarie determinate dalle forze produttive e sociali in movimento e in lotta sia per necessità oggettive che per volontà soggettive.

Eppure, alla fine del 1700 la rivoluzione francese e il radicalismo giacobino, mobilitando le masse popolari e contadine, spazzarono via il feudalesimo e l’assolutismo monarchico con tutti i suoi assurdi privilegi aristocratici, il servaggio, l’oscurantismo religioso e tutte le anticaglie medioevali. Parimenti, fino ad Abramo Lincoln nessuno avrebbe mai immaginato che la schiavitù, ritenuta per secoli come una situazione naturale e ineluttabile, una condizione ineliminabile e permanente dell’umanità, potesse un giorno essere abolita, almeno giuridicamente, sebbene non ancora soppressa sul piano materiale. E lo stesso si potrebbe dire per un fenomeno quale il cannibalismo, un’abitudine alimentare millenaria dei popoli primitivi, che oggi farebbe inorridire chiunque. E così per altre pratiche consuetudinarie, usanze e costumi del genere umano.

Non vorrei allontanarmi dal tema in questione. Ricordo che una delle radici ideologiche dell’opportunismo risiede precisamente nell’elettoralismo borghese. Personalmente sostengo con estrema durezza la critica contro l’opportunismo in quanto costituisce il male storico del movimento comunista internazionale. Non c’è bisogno di scomodare Lenin o Rosa Luxemburg per dimostrare la validità di tale tesi, basta guardarsi attorno.

L’interesse e il calcolo opportunistico, l’autoritarismo e il verticismo burocratico, l’arrivismo, l’ambizione e il carrierismo individuale, le invidie e i personalismi eccessivi, questi ed altri atteggiamenti piccolo-borghesi, purtroppo assai diffusi in determinati settori della cosiddetta “sinistra radicale” (e non solo negli ambienti della sinistra borghese e riformista), costituiscono un male ben peggiore dell’isolamento personale.

La principale preoccupazione per un’autentica forza antagonista e di classe, di ispirazione comunista e anticapitalista, non può essere la “questione elettorale”. Non credo che la priorità politica di una soggettività comunista, specie in un momento di crisi epocale del sistema sociale vigente, una crisi segnata da crescenti disordini e conflitti (si pensi al caso emblematico della Grecia) che minano le basi stesse dell’assetto capitalistico globale, possa essere il tema della rappresentanza elettorale.

L’esperienza storica dovrebbe insegnarci che il pericolo per un’autentica sinistra comunista e di classe è costituito da ciò che si chiamava polemicamente la “febbre elettoralistica”, cioè la frenetica ricerca del successo elettorale, la conquista a tutti i costi del potere o di una quota di rappresentanza nell’attuale ordinamento statale borghese. E’ esattamente questa impostazione burocratica ed elettoralistica che rischia di aprire la strada all’affermazione di tendenze opportunistiche e individualistiche piccolo-borghesi, all’emergere di atteggiamenti di corruzione e di sfrenate ambizioni di carriera.

Per quanto concerne la questione dell’isolamento, a me pare che questo costituisca un problema della politica in generale. Tutti i partiti politici soffrono il distacco e la disaffezione della gente, ma in fondo è sempre stato così, almeno in Italia. Il popolo italiano è storicamente un popolo ignorante e qualunquista, privo di senso civico e di moralità pubblica. Lo stesso Pier Paolo Pasolini scriveva nel lontano 1973: “La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline”. Più chiaro di così.

In fondo, anche Guicciardini lo aveva compreso diversi secoli fa: il popolo italiano bada solo al proprio “particulare”, persegue solo i propri affari personali senza capire che i propri interessi possono coincidere e identificarsi con quelli altrui. Ma anche ai più grandi marxisti rivoluzionari è capitato talvolta di essere isolati. Rosa Luxemburg, ad esempio, è sempre stata un’esponente isolata e minoritaria all’interno del movimento operaio e socialdemocratico internazionale, e lo stesso Lenin, prima di prendere il potere in Russia, ha sofferto una condizione di marginalità e di solitudine politica.

Lucio Garofalo

venerdì 1 gennaio 2010

Brindiamo a voi, buon 2010 rosso.



Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.

@ Erri de luca da l'ospite incallito - einaudi

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