Condividiamo la proposta avanzata il 26 agosto da Bersani di dar vita ad una alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi. Non si tratta solo di cacciare un governo mefitico, ma di ricostruire il quadro democratico del paese. Questa alleanza deve porsi l’obiettivo di uscire da questa sciagurata seconda repubblica e cementarsi attorno alla difesa e al rilancio della Costituzione, al varo di una legge elettorale proporzionale, alla giustizia sociale. Noi avanziamo da tempo questa proposta - lo abbiamo fatto anche alla manifestazione unitaria delle opposizioni del 13 marzo scorso - e la presa di posizione di Bersani costituisce un passaggio importantissimo. Si tratta dell’unica strada per sconfiggere una destra populista antioperaia e pericolosa per la democrazia. Si tratta di una scelta importante perché mette la parola fine alle ipotesi bipolari e bipartitiche che Veltroni e i suoi alleati stanno continuando a perseguire con grande visibilità sui mass media.
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venerdì 27 agosto 2010
Ferrero: "Condividiamo la Proposta di Bersani per il Nuovo Ulivo"
di Paolo Ferrero
Condividiamo la proposta avanzata il 26 agosto da Bersani di dar vita ad una alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi. Non si tratta solo di cacciare un governo mefitico, ma di ricostruire il quadro democratico del paese. Questa alleanza deve porsi l’obiettivo di uscire da questa sciagurata seconda repubblica e cementarsi attorno alla difesa e al rilancio della Costituzione, al varo di una legge elettorale proporzionale, alla giustizia sociale. Noi avanziamo da tempo questa proposta - lo abbiamo fatto anche alla manifestazione unitaria delle opposizioni del 13 marzo scorso - e la presa di posizione di Bersani costituisce un passaggio importantissimo. Si tratta dell’unica strada per sconfiggere una destra populista antioperaia e pericolosa per la democrazia. Si tratta di una scelta importante perché mette la parola fine alle ipotesi bipolari e bipartitiche che Veltroni e i suoi alleati stanno continuando a perseguire con grande visibilità sui mass media.
Condividiamo la proposta avanzata il 26 agosto da Bersani di dar vita ad una alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi. Non si tratta solo di cacciare un governo mefitico, ma di ricostruire il quadro democratico del paese. Questa alleanza deve porsi l’obiettivo di uscire da questa sciagurata seconda repubblica e cementarsi attorno alla difesa e al rilancio della Costituzione, al varo di una legge elettorale proporzionale, alla giustizia sociale. Noi avanziamo da tempo questa proposta - lo abbiamo fatto anche alla manifestazione unitaria delle opposizioni del 13 marzo scorso - e la presa di posizione di Bersani costituisce un passaggio importantissimo. Si tratta dell’unica strada per sconfiggere una destra populista antioperaia e pericolosa per la democrazia. Si tratta di una scelta importante perché mette la parola fine alle ipotesi bipolari e bipartitiche che Veltroni e i suoi alleati stanno continuando a perseguire con grande visibilità sui mass media.
sabato 5 giugno 2010
martedì 1 giugno 2010
giovedì 27 maggio 2010
martedì 25 maggio 2010
lunedì 24 maggio 2010
martedì 18 maggio 2010
giovedì 22 aprile 2010
La Cassazione: «Mills reticente Favorì Silvio Berlusconi»
Le reticenze di David Mills, l'avvocato inglese condannato in appello a 4 anni e 6 mesi di reclusione per corruzione in atti giudiziari, «favorirono la persona di Silvio Berlusconi». È la Cassazione a sottolinearlo nelle motivazioni contenute nella sentenza 15208 delle sezioni unite penali in cui spiega il perché lo scorso 25 febbraio aveva dichiarato prescritta la corruzione per Mills. In particolare, il relatore Aldo Fiale facendo proprie le motivazioni della Corte d'Appello di Milano del 27 ottobre 2009, scrive chiaramente che «il fulcro della reticenza di David Mills, in ciascuna delle sue deposizioni, si incentra, in definitiva, nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società offshore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti, posto che si era reso necessario distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all'estero e la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Pier Silvio Berlusconi».
Per la Cassazione la sentenza con la quale la Corte d'Appello di Milano, lo scorso 27 ottobre, aveva confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione nei confronti dell'avvocato inglese David Mills, accusato di corruzione in atti giudiziari per aver ricevuto 600 mila dollari in cambio di testimonianze reticenti in due procedimenti sul gruppo Fininvest, ha una «struttura razionale» sorretta da un «apparato argomentativo logico e coerente, esteso a tutti gli elementi offerti dal processo». Invece, i legali di Mills si sono limitati a «sollecitare la rilettura del quadro probatorio» senza dimostrare le «asserite carenze argomentative» e suggerendo una «diversa ricostruzione del fatto, non »proponibile« in sede di giudizio di legittimità.
Inoltre, le sezioni unite penali della Cassazione - nella sentenza 15208 - spiegano che Mills, con le sue deposizioni ai processi "Arces" e "All Iberian", aveva favorito Berlusconi tacendo la riconducibilità a lui delle società del cosiddetto comparto B del gruppo Fininvest. Questo in quanto «si era reso necessario distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all'estero e la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Piersilvio Berlusconi».
Per la Cassazione la sentenza con la quale la Corte d'Appello di Milano, lo scorso 27 ottobre, aveva confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione nei confronti dell'avvocato inglese David Mills, accusato di corruzione in atti giudiziari per aver ricevuto 600 mila dollari in cambio di testimonianze reticenti in due procedimenti sul gruppo Fininvest, ha una «struttura razionale» sorretta da un «apparato argomentativo logico e coerente, esteso a tutti gli elementi offerti dal processo». Invece, i legali di Mills si sono limitati a «sollecitare la rilettura del quadro probatorio» senza dimostrare le «asserite carenze argomentative» e suggerendo una «diversa ricostruzione del fatto, non »proponibile« in sede di giudizio di legittimità.
Inoltre, le sezioni unite penali della Cassazione - nella sentenza 15208 - spiegano che Mills, con le sue deposizioni ai processi "Arces" e "All Iberian", aveva favorito Berlusconi tacendo la riconducibilità a lui delle società del cosiddetto comparto B del gruppo Fininvest. Questo in quanto «si era reso necessario distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all'estero e la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Piersilvio Berlusconi».
sabato 17 aprile 2010
Se Fini manda a casa Berlusconi...
di Fulvio Lo Cicero
Riunito nel pomeriggio l’ufficio di Presidenza del Pdl. Fini auspica un chiarimento ma intanto procede alla conta fra i fedelissimi. Una maggioranza allo sbando, sempre più incapace di governare. Berlusconi: "Invito Fini a desistere"
ROMA – Silvio Berlusconi, a conclusione della riunione di vertice del Pdl, ha lanciato un appello al Presidente della Camera affinché desista dal suo proposito di costituire un gruppo parlamentare autonomo. Probabilmente si tratta di un'ultima chance di pacificazione lanciata dal co-fondatore del partito.
Il pranzo andato storto
Un premier sordo alle analisi finiane, quasi distratto. La versione di Gianfranco Fini mostra un Berlusconi completamente inadatto a comprendere la questione politica che agita il Pdl. «Io gli parlavo delle questioni e lui mi rispondeva con le frasi che aveva usato al comizio di piazza San Giovanni...» ha ripetuto ai suoi fedelissimi l’ex leader di Alleanza Nazionale. Fini ieri si è rivolto a brutto muso al reuccio di Arcore: «Tu, Silvio, hai abdicato al tuo ruolo. E io sono stato condannato alla marginalizzazione. La Lega ti ricatta. L’economia è in mano a Tremonti. Il 30%, che era la quota di An nel Pdl, è composto da persone che hai comprato». Un’accusa infamante ma che non stupisce, perché i metodi di Berlusconi sono quelli: la politica è commercio, scambio di utilità. Viene solo da chiedersi come è possibile che un politico “puro” come il Presidente della Camera non se ne sia accorto prima di qualche persona fosse il co-fondatore del Pdl, rinunciando a sciogliere la sua formazione politica per non finire a cuocere nella stessa pentola, con il premier che mescola la zuppa e Umberto Bossi che attizza il fuoco. Un errore madornale, sul quale forse adesso Fini rimugina, nel momento in cui è necessario contare la propria truppa e assistere ad altre fuoriuscite, ad altri “fedelissimi” che tagliano la corda attratti dall’oro del ducetto.
Un clima pesante
Alle 16 si riunisce l’ufficio di presidenza del Pdl a Palazzo Grazioli. Il clima è teso. Il premier cerca di minimizzare la situazione, parlando di “piccoli problemi”. Ma non devono essere veramente tali se Umberto Bossi confida: «Non ho certezze, ma temo che la cosa non si rimetterà a posto. In caso di rottura ci sono le elezioni». Berlusconi afferma di fronte allo stato maggiore del suo partito: «Ho tentato di convincere Fini, ma lui vuole fare i gruppi separati», come a rimarcare l’ineluttabilità della situazione. Berlusconi, aprendo la riunione, ha anche smentito recisamente di essere un “ostaggio” della Lega Nord e di Bossi.
Proprio in queste ore fervono i conteggi. I finiani stanno vedendo chi, della vecchia Alleanza Nazionale, sta dalla loro parte ed è disposto a rischiare posto e carriera per dare fiducia al Presidente della Camera. Ma i vecchi maggiorenti si sono già schierati con Berlusconi. Uno di essi, Altero Matteoli, ha dichiarato al “Corriere della sera”: «Non aderirò mai a scissioni. Il Pdl ho contribuito a fondarlo e mi ci trovo bene». Una sconfessione in piena regola del suo antico leader. I calcoli già fatti dai finiani parlano di 40-45 deputati e 15-18 senatori pronti a formare un gruppo autonomo, Pdl-Italia, sull’esempio di quello formatosi all’Ars (l’Assemblea regionale siciliana), dove però, proprio per questo, la situazione risulta ingovernabile. Se poi si considera che l’attuale maggioranza alla Camera dei deputati è di 340 deputati, il numero dei fuoriusciti finiani (che comunque sosterrebbero il Governo ma a corrente alternata, cioè in ragione di ciò che si va a votare) diventerebbe una lama infilata nel fianco di Berlusconi, già oggi afflitto dalle numerose assenze nei banchi della sua maggioranza parlamentare durante il voto di importanti provvedimenti. In definitiva, la costituzione di gruppi autonomi potrebbe preludere ad una crisi e ad elezioni anticipate.
La situazione, però, appare molto fluida con continui aggiornamenti sui nomi che seguirebbero il Presidente della Camera nella formazione di un gruppo parlamentare autonomo. Intanto, fa da pompiere il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che dichiara: «Come sempre ribadisco che il Pdl deve rimanere unito, rispettando i ruoli, quello di Berlusconi e quello di Fini. Quello che non solo auspico ma su cui cercherò di adoperami è fare in modo che ci sia un dialogo costruttivo per giungere a una soluzione dei problemi che sono stati posti al pranzo di ieri».
Una maggioranza sfilacciata
Se si pensa che tutta la campagna elettorale della destra nella primavera del 2008 fu interamente giocata sulle divisioni del centro-sinistra e che il premier Silvio Berlusconi propagò l’ennesima immagine falsa di una coalizione compatta attorno al suo leader naturale, viene quasi da ridere. Al confronto, le divisioni della maggioranza prodiana sembrano un gioco di società. In realtà, quello che agita la destra italiana è uno scossone profondo quanto le divisioni sempre esistite e la forza d’imperio del magnate di Arcore invece di assorbire (come succedeva, con metodo democratico, nella vecchia DC) finisce per rafforzarne gli effetti. Il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani nota come «sotto queste tensioni ci sono problemi molto seri. Innanzitutto il distacco profondo tra le politiche del governo e i problemi economici e sociali e le confuse prospettive di riforma evidentemente non condivise». Le divisioni non fanno, in altri termini, che accentuare una radicale incapacità di governo che la finta leadership berlusconiana non riesce, oramai, nemmeno più a nascondere. Figuriamoci se in questo clima sarà mai possibile predisporre riforme costituzionali della portata annunciata sia da Bossi, sia dal premier stesso.
Filippo Rossi, in un’analisi che oggi appare sulla rivista on line di Farefuturo, la fondazione di Gianfranco Fini, sottolinea come si tratti di «una differenza tra due modi di pensare la politica. Di agire in politica. Una differenza tra chi, almeno così sembra, considera il potere una cosa privata, fine a se stessa, senza ideali, senza contenuti, senza obiettivi, e chi lo considera al servizio dei cittadini, al servizio del paese. Una differenza tra chi cerca di dare un senso a quelle parole e chi, invece, le utilizza solo come vuota retorica». Come possano governare insieme Berlusconi e Fini qualcuno dovrebbe pure spiegarcelo.
Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feed
venerdì 16 aprile 2010
The Berlusconi Show, il documentario di Mark Franketti
Bbc Two manda in onda The Berlusconi Show, un'esplorazione nell'oscuro mondo padrinesco del Silvione nazionale. Il documentario è curato da tale Mark Franchetti, reporter italo-oriundo che, con curiosità da antropologo, prova a decriptare il suo ex paese con l'analitico contributo del massimo esperto di criminologia berlusconiana: Marco Travaglio. L'evento mediatico è stato anticipato dall'autore con un intervento sul Times in cui si racconta niente di meno che il protection deal stipulato nel 1974 tra Berlusconi e la mafia, attraverso quanto ricostruito dalle messe cantate giudiziarie celebrate a Palermo in memoria di Marcello DellUtri.
La notizia del Berlusconi indagato viene ripresa solo qua e là, sulle testate europee: evidentemente le indagini contro il premier non sono più considerate notizia. Il corrispondente del Times piuttosto parla di Fini e del varo di Generation Italy come di una mossa contro un Berlusconi indebolito. E che sia indebolito, scrive il quotidiano di Rupert Murdoch, lo dimostrano i sondaggi che indicano la popolarità del presidente del Consiglio al 44%, in sensibile calo rispetto al 68% raggiunto nel 2008. A conferma dellindebolimento, si citano a) la manifestazione di piazza indetta dallopposizione, e b) la denuncia lanciata alla Corte europea dei Diritti umani da The Open Society Justice Initiative, listituto fondato dal finanziere George Soros, secondo cui il controllo di Mr Berlusconi sulla tv italiana sarebbe anti-democratico.
Anche il Financial Times si dedica allItalia, e lo fa esattamente il giorno dopo il vertice a Bruxelles dei ministri economici europei sul salvataggio della Grecia. Il quesito che il quotidiano economico britannico pone ai lettori è il seguente: Is Italy the real joker in the eurozone pack? In sostanza, argomenta Mike Dicks, il problema dei paesi delleurozona non è, come la crisi greca lascerebbe pensare, il debito, ma la competitività, ovvero la capacità di aggredire il disavanzo agendo sul denominatore la crescita attraverso laumento delle esportazioni.
Si osserva, al riguardo, che non potendo stampare moneta, ovvero favorire la svalutazione, la differenza tra i paesi nella sostenibilità del debito la fa il costo del lavoro. In Germania, ad esempio, le esportazioni crisi o non crisi crescono. Mentre in Grecia no. E guardacaso, si osserva, in Germania il costo del lavoro è del 17% inferiore a quello di Atene. E se si allarga lo sguardo al resto dell'eurozona si potrà osservare che in altri paesi a rischio debito, come Spagna e Italia, il costo del lavoro è persino maggiore. Un lavoratore italiano, si nota, costa il 30% più di un collega tedesco. E questo, ragiona lautore, ci dice che anche rappezzata la falla greca, nelleuronave se ne potrebbe aprire presto una ancora più grande, quella italiana. E in tal caso, signori, leuro-economia va a picco.
http://www.thefrontpage.it/2010/03/17...
La notizia del Berlusconi indagato viene ripresa solo qua e là, sulle testate europee: evidentemente le indagini contro il premier non sono più considerate notizia. Il corrispondente del Times piuttosto parla di Fini e del varo di Generation Italy come di una mossa contro un Berlusconi indebolito. E che sia indebolito, scrive il quotidiano di Rupert Murdoch, lo dimostrano i sondaggi che indicano la popolarità del presidente del Consiglio al 44%, in sensibile calo rispetto al 68% raggiunto nel 2008. A conferma dellindebolimento, si citano a) la manifestazione di piazza indetta dallopposizione, e b) la denuncia lanciata alla Corte europea dei Diritti umani da The Open Society Justice Initiative, listituto fondato dal finanziere George Soros, secondo cui il controllo di Mr Berlusconi sulla tv italiana sarebbe anti-democratico.
Anche il Financial Times si dedica allItalia, e lo fa esattamente il giorno dopo il vertice a Bruxelles dei ministri economici europei sul salvataggio della Grecia. Il quesito che il quotidiano economico britannico pone ai lettori è il seguente: Is Italy the real joker in the eurozone pack? In sostanza, argomenta Mike Dicks, il problema dei paesi delleurozona non è, come la crisi greca lascerebbe pensare, il debito, ma la competitività, ovvero la capacità di aggredire il disavanzo agendo sul denominatore la crescita attraverso laumento delle esportazioni.
Si osserva, al riguardo, che non potendo stampare moneta, ovvero favorire la svalutazione, la differenza tra i paesi nella sostenibilità del debito la fa il costo del lavoro. In Germania, ad esempio, le esportazioni crisi o non crisi crescono. Mentre in Grecia no. E guardacaso, si osserva, in Germania il costo del lavoro è del 17% inferiore a quello di Atene. E se si allarga lo sguardo al resto dell'eurozona si potrà osservare che in altri paesi a rischio debito, come Spagna e Italia, il costo del lavoro è persino maggiore. Un lavoratore italiano, si nota, costa il 30% più di un collega tedesco. E questo, ragiona lautore, ci dice che anche rappezzata la falla greca, nelleuronave se ne potrebbe aprire presto una ancora più grande, quella italiana. E in tal caso, signori, leuro-economia va a picco.
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Dopo la minaccia di Fini in Parlamento la conta dei fedelissimi, i numeri ci sono
ROMA - Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Andrea Ronchi, Flavia Perina, Roberto Menia, Giulia Bongiorno, Enzo Raisi, Amedeo Laboccetta, Adolfo Urso, Pasquale Viespoli, Alessandro Ruben. Sono alcuni dei "finiani" di stretta osservanza che, immediatamente dopo il teso vertice tra Berlusconi e Fini si sono riuniti nello studio del presidente della Camera.
Sul tappeto c'è l'ipotesi di creare gruppi autonomi dei deputati e senatori fedeli a Fini e in dissenso con la linea maggioritaria del Pdl nei due rami del Parlamento. I numeri minimi per costituire gruppo sono di venti deputati alla Camera e dieci senatori a Palazzo Madama. E stando alla conta che in queste ore i finiani vanno svolgendo, si può toccare la soglia.
Alla Camera, tra gli esponenti della vecchia Alleanza Nazionale di sicuro rito finiano si possono enumerare Donato Lamorte, Francesco Proietti, Angela Napoli, Silvano Moffa, Riccardo Migliori, Mirko Tremaglia, Basilio Catanoso, Giuseppe Scalia, Antonino Lo Presti. Ai quali vanno aggiunti i "nuovi finiani" come Gianfranco Paglia o Fabio Granata. Aggiungendo questi deputati agli altri oggi riunitisi nello studio di Fini a Montecitorio, il numero minimo di venti componenti è superato.
Al Senato, per fare gruppo servono dieci senatori. E come finiani possono essere reclutati Pasquale Viespoli, Filippo Berselli, Luigi Ramponi, Pierfrancesco Gamba, Laura Allegrini, Antonino Caruso, Giuseppe Valentino, Mario Baldassarri, Domenico Gramazio, Domenico Benedetti Valentini, Vincenzo Nespoli. Anche al Senato la soglia dei dieci è superata. Per la nuova componente parlamentare, i finiani hanno già in mente un nome: si chiamerebbe "Pdl-Italia". Secondo fonti finiane, i deputati che vi aderirebbero sarebbero 50 e 18 i senatori.
Sul tappeto c'è l'ipotesi di creare gruppi autonomi dei deputati e senatori fedeli a Fini e in dissenso con la linea maggioritaria del Pdl nei due rami del Parlamento. I numeri minimi per costituire gruppo sono di venti deputati alla Camera e dieci senatori a Palazzo Madama. E stando alla conta che in queste ore i finiani vanno svolgendo, si può toccare la soglia.
Alla Camera, tra gli esponenti della vecchia Alleanza Nazionale di sicuro rito finiano si possono enumerare Donato Lamorte, Francesco Proietti, Angela Napoli, Silvano Moffa, Riccardo Migliori, Mirko Tremaglia, Basilio Catanoso, Giuseppe Scalia, Antonino Lo Presti. Ai quali vanno aggiunti i "nuovi finiani" come Gianfranco Paglia o Fabio Granata. Aggiungendo questi deputati agli altri oggi riunitisi nello studio di Fini a Montecitorio, il numero minimo di venti componenti è superato.
Al Senato, per fare gruppo servono dieci senatori. E come finiani possono essere reclutati Pasquale Viespoli, Filippo Berselli, Luigi Ramponi, Pierfrancesco Gamba, Laura Allegrini, Antonino Caruso, Giuseppe Valentino, Mario Baldassarri, Domenico Gramazio, Domenico Benedetti Valentini, Vincenzo Nespoli. Anche al Senato la soglia dei dieci è superata. Per la nuova componente parlamentare, i finiani hanno già in mente un nome: si chiamerebbe "Pdl-Italia". Secondo fonti finiane, i deputati che vi aderirebbero sarebbero 50 e 18 i senatori.
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Fini, aria di rottura con Berlusconi
«Pronto a fare gruppi autonomi». «Se lo fai lasci la guida della Camera»
Aria pesantissima, a un passo dalla rottura nel vertice tra il premier Silvio Berlusconi ed il presidente della Camera Gianfranco Fini. Quest'ultimo - riferiscono fonti di maggioranza - ha esplicitamente detto che è pronto a costituire suoi gruppi autonomi in Parlamento, accusando governo e Pdl di andare a traino della Lega. Il premier Berlusconi - riferiscono le stesse fonti - avrebbe chiesto 48 ore di riflessione. L'incontro tra i due leader si è svolto oggi a pranzo a Montecitorio, dopo essere stato più volte rinviato e soprattutto dopo che il premier aveva già visto Umberto Bossi 8che ha commentato: «Il vertice? L'abbiamo già fatto a palazzo Chigi»). Il faccia a faccia è durato due ore e al termine nessuno dei due ha rilasciato dichiarazioni, segnale chiaro che le cose erano andate male. «Ho mangiato benissimo», si è limitato a commentare sorridente Berlusconi lasciando lo studio di Fini al termine del pranzo. Ai cronisti che insistevano per sapere come fosse andato l'atteso incontro, il premier ha detto senza perdere il sorriso: «Non mi pronuncio». Il Cavaliere era accompagnato dal sottosegretario alla presidenza Gianni Letta e dal consigliere Sistino Giacomoni.
L'ultimatum di Fini «Fini chiede a Berlusconi di scegliere in modo chiaro se continuare a costruire il Pdl con lui o se preferirgli invece il rapporto con Umberto Bossi», ha raccontato una fonte vicina alla componente di An nel Pdl. Secondo la fonte «non siamo alla rottura, ma dipenderà da cosa succederà nelle prossime ore». In queste ore Fini ha riunito gli uomini a lui più vicini. Nello studio della terza carica dello Stato sono giunti il presidente vicario del Pdl a Montecitorio Italo Bocchino, il vicecapogruppo Carmelo Briguglio, il viceministro e segretario generale di FareFuturo Adolfo Urso e il sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia. Alla riunione in corso nello studio del presidente della Camera sono successivamente arrrivate anche la presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno e il direttore del 'Secolo d'Italià anch'essa parlamentare Pdl vicina a Gianfranco Fini, Flavia Perina.
«Ho fondato un partito, sono pronto a rifondarne un altro». Per ora l'intenzione di Gianfranco Fini è quella di dar vita ad un gruppo (si contano 50 deputati e 18 senatori), ma il presidente della Camera con i suoi fedelissimi non ha escluso nessuna ipotesi in futuro. «Se l'unico modo di ottenere le cose è fare come la Lega allora anche noi ci travestiamo da lupi, saremo una forza di lotta e di governo», ha spiegato durante la riunione con i suoi. Il primo passo è 'Pdl Italià, ma messo alle strette ogni scenario è possibile, anche quello esposto da diversi finiani della creazione di un partito delle riforme, un 'partito della nazionè che coinvolga i delusi del Pdl, i rappresentanti del centro e una parte della sinistra. «Noi - riferisce per esempio una fonte parlamentare dell'Udc - siamo pronti a considerare l'eventualità di sancire un patto per il Paese». Tuttavia anche dopo il braccio di ferro con Berlusconi dalla presidenza della Camera filtra ancora la speranza che il Cavaliere possa riconsiderare le proprie posizioni e si ribadisce la lealtà verso l'esecutivo. E soprattutto non si crede affatto nella eventualità di un voto anticipato, anche perchè - fanno notare fonti parlamentari - Napolitano non scioglierebbe mai le Camere. «Certamente - ha spiegato Fini ai suoi - non siamo noi i traditori del patto. Ma sono stanco di essere preso in giro, Berlusconi è venuto da me solo per fare retorica...».
La terza carica dello Stato ha meditato a lungo se fare o meno lo strappo. È consapevole della posizione delicata che occupa: «Ma - ha osservato secondo quanto viene riferito - questa volta non è in gioco il futuro di Gianfranco Fini, è in gioco il futuro del Paese». Di questo passo - è il ragionamento - avremo l'avanzata degli unni in tutta l'Italia... Tante le richieste dell'ex leader di An. Lo scoglio più grande è appunto il rapporto con il Carroccio, l'appiattimento del Pdl a Bossi. Poi il partito: Fini chiede un azzeramento dei vertici di via dell'Umiltà e la convocazione degli organi. «Questa situazione va avanti da troppo tempo, non ci sto più», è sbottato il presidente della Camera con il premier, «non è possibile che tu mi faccia vedere la bozza delle riforme come se fossi l'ultimo dei deputati». Fini, dunque, ha chiesto una discontinuità suil metodo e sui contenuti della politica del Pdl, Berlusconi ha preso tempo. «Vedremo cosa risponde, ma dobbiamo essere pronti a tutto», ha sostenuto l'ex leader di An.
Schifani: se divisi si va al voto Sulla crisi nel Pdl interviene il presidente del Senato Schifani: «Quando una maggioranza si divide non resta che dare la parola agli elettori e ripresentarsi a questi con nuovi progetti ed eventualmente con nuove alleanze ove necessarie». Schifani sottolinea che questo «è un concetto che già ho ribadito in epoca non sospetta» e lo ripeto perchè «leggo in queste ore della costituzione di eventuali gruppi diversi da quelli del Pdl». Replica il finiano Bocchino: «Il presidente del Senato Schifani sa bene che ai sensi della Costituzione attualmente vigente in Italia si va alle elezioni anticipate soltanto in caso di assenza di una maggioranza e non quando emergono divisioni interne alla maggioranza. Val la pena ribadire che nessun parlamentare vicino al Presidente Fini farà mai mancare la fiducia al governo Berlusconi in base al mandato ricevuto dagli elettori».
La replica del Cavaliere «Rifletti bene su questa decisione di dar vita a gruppi autonomi perchè se lo farai l'inevitabile conseguenza dovrebbe essere quella di dover lasciare la presidenza della Camera». Silvio Berlusconi, a quanto riferiscono fonti della maggioranza, avrebbe replicato così al presidente della Camera, Gianfranco Fini, che nel corso del pranzo a Montecitorio avrebbe ventilato l'ipotesi di dar vita a gruppi autonomi. All'avvertimento del cavaliere, stando alle stesse fonti, Fini si sarebbe riservato di comunicare una decisione entro la prossima settimana.
«Berlusconi deve governare fino al termine della legislatura perchè così hanno voluto gli italiani. Il Pdl, che ho contribuito a fondare, è lo strumento essenziale perchè ciò avvenga. Pertanto il Pdl va rafforzato, non certo indebolito. Ciò significa scelte organizzative ma soprattutto ciò presuppone che il Pdl abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale, attento alla coesione sociale dell'intero Paese, capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise. Ho rappresentato tutto ciò al Presidente Berlusconi». È quanto afferma Gianfranco Fini in una nota dopo il colloquio con Silvio Berlusconi. Ora Berlusconi «ha il diritto di esaminare la situazione ed io avverto il dovere di attendere serenamente le sue valutazioni».
Fonti del Pdl spiegano poi che «non c'è stato alcun ultimatum del presidente Fini al premier Berlusconi. Fini è ovviamente libero di prendere tutte le decisioni che ritiene più opportune e che, su invito del presidente Berlusconi, si è riservato di comunicare la prossima settimana. Sempre fonti della maggioranza riferiscono che il presidente Berlusconi non ha mai invitato il presidente Fini a lasciare la presidenza della Camera. Ma Bocchino conferma la sostanza dell'incontro: «I gruppi autonomi possono esserci nel caso dovessero arrivare risposte negative ai problemi che sono stati posti», ha detto. Il vicecapogruppo del pdl, rispondendo ad una domanda, ha poi detto che l'ipotesi di una eventuale crisi di governo «è da escludere categoricamente».
La reazione dei coordinatori Pdl «Le recenti elezioni regionali e amministrative hanno riconfermato la validità politica della decisione di dar vita al Pdl, un traguardo storico irreversibile. Gli italiani, dimostrando anche in questa occasione maturità ed intelligenza, hanno premiato l'azione del governo e creato le migliori condizioni per proseguire sulla strada delle riforme che abbiamo intrapreso e dell'ulteriore rafforzamento del nostro partito. Da queste inoppugnabili considerazioni nasce la nostra profonda amarezza per l'atteggiamento di Gianfranco Fini che appare sempre più incomprensibile rispetto ad un progetto politico comune per il quale abbiamo lavorato concordemente in questi ultimi anni, un progetto di importanza storica che gode di un consenso maggioritario nel popolo italiano». È quanto si legge in una dichiarazione congiunta dei coordinatori del Pdl, Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini, al termine del vertice a Palazzo Grazioli con il premier Silvio Berlusconi.
Le opposizioni «Sotto queste tensioni ci sono problemi molto seri. Innanzitutto il distacco profondo tra le politiche del governo e i problemi economici e sociali e le confuse prospettive di riforma evidentemente non condivise». Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a proposito delle tensioni interne al Pdl tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. «La verità è che su temi di fondo del Paese, questo è sempre stato un governo senza decisioni e che a furia di decreti e voti di fiducia i problemi politici non si risolvono», conclude Bersani.
«Per il bene del Paese prima ci liberiamo del sistema piduista, che sta portando avanti Berlusconi nel governare non solo il Paese, ma anche nel guidare il Parlamento, meglio è. Mi fa piacere che lo abbia capito anche Fini e mi auguro che la prossima volta lo capiscano anche gli italiani». È il commento alla notizia sulla possibile formazione di gruppi autonomi da parte dei deputati finiani rilasciato dal leader Idv Antonio Di Pietro ai microfoni del Tg3.
L'ultimatum di Fini «Fini chiede a Berlusconi di scegliere in modo chiaro se continuare a costruire il Pdl con lui o se preferirgli invece il rapporto con Umberto Bossi», ha raccontato una fonte vicina alla componente di An nel Pdl. Secondo la fonte «non siamo alla rottura, ma dipenderà da cosa succederà nelle prossime ore». In queste ore Fini ha riunito gli uomini a lui più vicini. Nello studio della terza carica dello Stato sono giunti il presidente vicario del Pdl a Montecitorio Italo Bocchino, il vicecapogruppo Carmelo Briguglio, il viceministro e segretario generale di FareFuturo Adolfo Urso e il sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia. Alla riunione in corso nello studio del presidente della Camera sono successivamente arrrivate anche la presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno e il direttore del 'Secolo d'Italià anch'essa parlamentare Pdl vicina a Gianfranco Fini, Flavia Perina.
«Ho fondato un partito, sono pronto a rifondarne un altro». Per ora l'intenzione di Gianfranco Fini è quella di dar vita ad un gruppo (si contano 50 deputati e 18 senatori), ma il presidente della Camera con i suoi fedelissimi non ha escluso nessuna ipotesi in futuro. «Se l'unico modo di ottenere le cose è fare come la Lega allora anche noi ci travestiamo da lupi, saremo una forza di lotta e di governo», ha spiegato durante la riunione con i suoi. Il primo passo è 'Pdl Italià, ma messo alle strette ogni scenario è possibile, anche quello esposto da diversi finiani della creazione di un partito delle riforme, un 'partito della nazionè che coinvolga i delusi del Pdl, i rappresentanti del centro e una parte della sinistra. «Noi - riferisce per esempio una fonte parlamentare dell'Udc - siamo pronti a considerare l'eventualità di sancire un patto per il Paese». Tuttavia anche dopo il braccio di ferro con Berlusconi dalla presidenza della Camera filtra ancora la speranza che il Cavaliere possa riconsiderare le proprie posizioni e si ribadisce la lealtà verso l'esecutivo. E soprattutto non si crede affatto nella eventualità di un voto anticipato, anche perchè - fanno notare fonti parlamentari - Napolitano non scioglierebbe mai le Camere. «Certamente - ha spiegato Fini ai suoi - non siamo noi i traditori del patto. Ma sono stanco di essere preso in giro, Berlusconi è venuto da me solo per fare retorica...».
La terza carica dello Stato ha meditato a lungo se fare o meno lo strappo. È consapevole della posizione delicata che occupa: «Ma - ha osservato secondo quanto viene riferito - questa volta non è in gioco il futuro di Gianfranco Fini, è in gioco il futuro del Paese». Di questo passo - è il ragionamento - avremo l'avanzata degli unni in tutta l'Italia... Tante le richieste dell'ex leader di An. Lo scoglio più grande è appunto il rapporto con il Carroccio, l'appiattimento del Pdl a Bossi. Poi il partito: Fini chiede un azzeramento dei vertici di via dell'Umiltà e la convocazione degli organi. «Questa situazione va avanti da troppo tempo, non ci sto più», è sbottato il presidente della Camera con il premier, «non è possibile che tu mi faccia vedere la bozza delle riforme come se fossi l'ultimo dei deputati». Fini, dunque, ha chiesto una discontinuità suil metodo e sui contenuti della politica del Pdl, Berlusconi ha preso tempo. «Vedremo cosa risponde, ma dobbiamo essere pronti a tutto», ha sostenuto l'ex leader di An.
Schifani: se divisi si va al voto Sulla crisi nel Pdl interviene il presidente del Senato Schifani: «Quando una maggioranza si divide non resta che dare la parola agli elettori e ripresentarsi a questi con nuovi progetti ed eventualmente con nuove alleanze ove necessarie». Schifani sottolinea che questo «è un concetto che già ho ribadito in epoca non sospetta» e lo ripeto perchè «leggo in queste ore della costituzione di eventuali gruppi diversi da quelli del Pdl». Replica il finiano Bocchino: «Il presidente del Senato Schifani sa bene che ai sensi della Costituzione attualmente vigente in Italia si va alle elezioni anticipate soltanto in caso di assenza di una maggioranza e non quando emergono divisioni interne alla maggioranza. Val la pena ribadire che nessun parlamentare vicino al Presidente Fini farà mai mancare la fiducia al governo Berlusconi in base al mandato ricevuto dagli elettori».
La replica del Cavaliere «Rifletti bene su questa decisione di dar vita a gruppi autonomi perchè se lo farai l'inevitabile conseguenza dovrebbe essere quella di dover lasciare la presidenza della Camera». Silvio Berlusconi, a quanto riferiscono fonti della maggioranza, avrebbe replicato così al presidente della Camera, Gianfranco Fini, che nel corso del pranzo a Montecitorio avrebbe ventilato l'ipotesi di dar vita a gruppi autonomi. All'avvertimento del cavaliere, stando alle stesse fonti, Fini si sarebbe riservato di comunicare una decisione entro la prossima settimana.
«Berlusconi deve governare fino al termine della legislatura perchè così hanno voluto gli italiani. Il Pdl, che ho contribuito a fondare, è lo strumento essenziale perchè ciò avvenga. Pertanto il Pdl va rafforzato, non certo indebolito. Ciò significa scelte organizzative ma soprattutto ciò presuppone che il Pdl abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale, attento alla coesione sociale dell'intero Paese, capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise. Ho rappresentato tutto ciò al Presidente Berlusconi». È quanto afferma Gianfranco Fini in una nota dopo il colloquio con Silvio Berlusconi. Ora Berlusconi «ha il diritto di esaminare la situazione ed io avverto il dovere di attendere serenamente le sue valutazioni».
Fonti del Pdl spiegano poi che «non c'è stato alcun ultimatum del presidente Fini al premier Berlusconi. Fini è ovviamente libero di prendere tutte le decisioni che ritiene più opportune e che, su invito del presidente Berlusconi, si è riservato di comunicare la prossima settimana. Sempre fonti della maggioranza riferiscono che il presidente Berlusconi non ha mai invitato il presidente Fini a lasciare la presidenza della Camera. Ma Bocchino conferma la sostanza dell'incontro: «I gruppi autonomi possono esserci nel caso dovessero arrivare risposte negative ai problemi che sono stati posti», ha detto. Il vicecapogruppo del pdl, rispondendo ad una domanda, ha poi detto che l'ipotesi di una eventuale crisi di governo «è da escludere categoricamente».
La reazione dei coordinatori Pdl «Le recenti elezioni regionali e amministrative hanno riconfermato la validità politica della decisione di dar vita al Pdl, un traguardo storico irreversibile. Gli italiani, dimostrando anche in questa occasione maturità ed intelligenza, hanno premiato l'azione del governo e creato le migliori condizioni per proseguire sulla strada delle riforme che abbiamo intrapreso e dell'ulteriore rafforzamento del nostro partito. Da queste inoppugnabili considerazioni nasce la nostra profonda amarezza per l'atteggiamento di Gianfranco Fini che appare sempre più incomprensibile rispetto ad un progetto politico comune per il quale abbiamo lavorato concordemente in questi ultimi anni, un progetto di importanza storica che gode di un consenso maggioritario nel popolo italiano». È quanto si legge in una dichiarazione congiunta dei coordinatori del Pdl, Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini, al termine del vertice a Palazzo Grazioli con il premier Silvio Berlusconi.
Le opposizioni «Sotto queste tensioni ci sono problemi molto seri. Innanzitutto il distacco profondo tra le politiche del governo e i problemi economici e sociali e le confuse prospettive di riforma evidentemente non condivise». Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a proposito delle tensioni interne al Pdl tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. «La verità è che su temi di fondo del Paese, questo è sempre stato un governo senza decisioni e che a furia di decreti e voti di fiducia i problemi politici non si risolvono», conclude Bersani.
«Per il bene del Paese prima ci liberiamo del sistema piduista, che sta portando avanti Berlusconi nel governare non solo il Paese, ma anche nel guidare il Parlamento, meglio è. Mi fa piacere che lo abbia capito anche Fini e mi auguro che la prossima volta lo capiscano anche gli italiani». È il commento alla notizia sulla possibile formazione di gruppi autonomi da parte dei deputati finiani rilasciato dal leader Idv Antonio Di Pietro ai microfoni del Tg3.
mercoledì 14 aprile 2010
Berlusconi, lasciato cinquanta minuti sul marciapiede
Cinquanta minuti sul marciapiede in attesa di essere riaccompagnati in albergo. E' stata questa la disavventura accaduta ieri a Silvio Berlusconi e alla sua delegazione dopo la prima giornata del Nuclear Security summit che si conclude oggi a Washington. Berlusconi andava su e giù sul marciapiede. Anche se ieri e oggi a Washington si sono incrociate per la città le delegazioni di 47 paesi, dimenticarsi o quasi della delegazione italiana non è stato carino da parte del cerimoniale a stelle e strisce. Soprattutto se si tratta di un esponente del G8 che sotto i cancelli ormai chiusi del "Convention Center", andava su e giù sul marciapiede. La tentazione di farsela a piedi sino all'hotel Willard è stata frenata solo dal secco "no" degli uomini del Secret Service americano che hanno pronunciato un drastico quanto classico «non vogliamo grane», che ha fatto rinunciare tutta la delegazione alla passeggiata. Dopo quasi un'ora l'arrivo del corteo di auto, con tanto di van neri e lampeggianti, è stato salutato dal Cavaliere con una smorfia. La stessa che stamane ha fatto quando gli hanno detto che «l'arrivo del rappresentanza italiana era già in ritardo di un'ora». «Ho aspettato io, ora aspettano loro», ha sostenuto il Cavaliere arrivando stamane nel palazzo del summit a ridosso di Barak Obama. I due sono entrati quasi insieme nel salone dove è stata scattata la classica foto di famiglia.
lunedì 12 aprile 2010
Berlusconi critica Napolitano "Controlla anche gli aggettivi"
Irritazione al Colle per le affermazioni fatte dal premier al forum di Confindustria a Parma
Il Cavaliere contro la Consulta, "l'oppressione fiscale, burocratica e giudiziaria"
PARMA - Parla con una mano in tasca. Davanti a questi imprenditori, che si spellano le mani a ogni sua battuta, si sente a casa. Chiama la Marcegaglia "la nostra Emma", la Confindustria diventa "la nostra associazione". Che, come un postino, potrebbe anche fargli il favore di distribuire "a tutti i colleghi imprenditori" il libro blu con le "tantissime realizzazioni del governo del fare, che solo a leggerle tutte ci si annoia". Rifiuta la "teoria del declino" italiano e annuncia "riforme in tutte le direzioni", compreso ovviamente il presidenzialismo con il rafforzamento dell'Esecutivo che "oggi non ha nessun potere". Una sottolineatura che lo manda in fuorigioco rispetto al Quirinale, visto che Berlusconi, lamentandosi dei suoi scarsi poteri, ricorda come "ogni provvedimento che esce dal Consiglio dei ministri debba poi essere sottoposto al presidente della Repubblica e al suo staff, che controlla minuziosamente anche gli aggettivi". Una frase che, a detta degli uomini del Cavaliere, non andrebbe intesa contro Napolitano, con il quale anzi "i rapporti sono eccellenti".
Ma che al Colle non è piaciuta affatto: "Non è la prima volta che lo dice e non sarà l'ultima. Certo, stupisce il momento".
La novità è che il premier spedisce in fondo alla lista delle cose da fare la riforma della Costituzione, mettendo in vetrina la riforma fiscale. La riforma istituzionale, annuncia infatti dal palco, "non so se sarà la prima in ordine di tempo, forse la posticiperemo alle altre. Non è un grave problema". Quanto al ministro Calderoli, che ha già portato al Quirinale la sua bozza, Berlusconi gli tira le orecchie: "Calderoli "piè veloce" ha voluto usare la cortesia al presidente della Repubblica di portargli una prima bozza di cui aveva sommariamente discusso con me, ma state sereni, di questa riforma della Costituzione discuteremo in tante sedi. Ci metteremo tutto il buon senso necessario, con l'apertura più totale ad ascoltare tutte le voci".
Promesse agli industriali ne fa poche, si ferma ai titoli. "La vostra richiesta di riforme - assicura - trova la nostra più assoluta condivisione. Dobbiamo liberare i cittadini e le imprese dall'oppressione fiscale, burocratica e giudiziaria". E' ancora e sempre la giustizia il chiodo fisso ed è ai giudici e alla Corte costituzionale che riserva le stoccate più dure. La Consulta, "essendo frutto di tre successivi presidenti della Repubblica di area di sinistra è fatta da undici membri di sinistra e da quattro Ladi centrodestra". La "patologia della nostra democrazia" è dunque una Corte che "è diventata organo politico anziché organo di garanzia", visto che "abroga le leggi che non piacciono ai pm di Magistratura Democratica". Insiste sulla separazione delle carriere e torna a difendersi: "Continuano a processarmi solo per mantenere l'avversario politico sulla griglia mediatica". Si definisce "il più grande imputato della storia dell'Universo" e promette una rapida approvazione del giro di vite sulle intercettazioni. "Alzi la mano chi di voi teme di essere spiato al telefono", grida nel microfono. E tutta la platea, come ai comizi del Pdl, alza la mano. Attacca anche Santoro, definendo "inaccettabile che si facciano processi sulla tv pagata da tutti". Quindi rivendica le telefonate fatte per bloccare Annozero, anzi "vorrei che fossero tutte pubblicate".
C'è poco spazio le richieste degli imprenditori. Berlusconi loda a piene mani il "rigore" del ministro dell'Economia. "Al signor Tremonti chapeau! Potevamo finire come la Grecia, invece è riuscito a tenere in ordine i conti pubblici". La riforma fiscale si farà, ma con calma: "Ci vorranno almeno tre anni di tempo, anche se spero non servano tutti". Lo applaudono 20 volte in 50 minuti. Poi pranzo con la Marcegaglia e bagno di folla in centro, a piazza Garibaldi.
Ma che al Colle non è piaciuta affatto: "Non è la prima volta che lo dice e non sarà l'ultima. Certo, stupisce il momento".
La novità è che il premier spedisce in fondo alla lista delle cose da fare la riforma della Costituzione, mettendo in vetrina la riforma fiscale. La riforma istituzionale, annuncia infatti dal palco, "non so se sarà la prima in ordine di tempo, forse la posticiperemo alle altre. Non è un grave problema". Quanto al ministro Calderoli, che ha già portato al Quirinale la sua bozza, Berlusconi gli tira le orecchie: "Calderoli "piè veloce" ha voluto usare la cortesia al presidente della Repubblica di portargli una prima bozza di cui aveva sommariamente discusso con me, ma state sereni, di questa riforma della Costituzione discuteremo in tante sedi. Ci metteremo tutto il buon senso necessario, con l'apertura più totale ad ascoltare tutte le voci".
Promesse agli industriali ne fa poche, si ferma ai titoli. "La vostra richiesta di riforme - assicura - trova la nostra più assoluta condivisione. Dobbiamo liberare i cittadini e le imprese dall'oppressione fiscale, burocratica e giudiziaria". E' ancora e sempre la giustizia il chiodo fisso ed è ai giudici e alla Corte costituzionale che riserva le stoccate più dure. La Consulta, "essendo frutto di tre successivi presidenti della Repubblica di area di sinistra è fatta da undici membri di sinistra e da quattro Ladi centrodestra". La "patologia della nostra democrazia" è dunque una Corte che "è diventata organo politico anziché organo di garanzia", visto che "abroga le leggi che non piacciono ai pm di Magistratura Democratica". Insiste sulla separazione delle carriere e torna a difendersi: "Continuano a processarmi solo per mantenere l'avversario politico sulla griglia mediatica". Si definisce "il più grande imputato della storia dell'Universo" e promette una rapida approvazione del giro di vite sulle intercettazioni. "Alzi la mano chi di voi teme di essere spiato al telefono", grida nel microfono. E tutta la platea, come ai comizi del Pdl, alza la mano. Attacca anche Santoro, definendo "inaccettabile che si facciano processi sulla tv pagata da tutti". Quindi rivendica le telefonate fatte per bloccare Annozero, anzi "vorrei che fossero tutte pubblicate".
C'è poco spazio le richieste degli imprenditori. Berlusconi loda a piene mani il "rigore" del ministro dell'Economia. "Al signor Tremonti chapeau! Potevamo finire come la Grecia, invece è riuscito a tenere in ordine i conti pubblici". La riforma fiscale si farà, ma con calma: "Ci vorranno almeno tre anni di tempo, anche se spero non servano tutti". Lo applaudono 20 volte in 50 minuti. Poi pranzo con la Marcegaglia e bagno di folla in centro, a piazza Garibaldi.
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Bertelli (prada) Buttiamo Berlusconi fuori dal Parlamento
PARMA - "Bisogna creare le condizioni per buttare fuori Berlusconi dal Parlamento italiano". Sono queste le parole di fuoco pronunciate a Parma da Patrizio Bertelli, amministratore delegato del gruppo Prada, nel corso dell'assemblea fondativa di Alleanza per l'Italia. L'attacco, durissimo, contro il presidente del Consiglio è stato al centro di gran parte dell'intervento dell'imprenditore, che, tra un applauso e l'altro, non ha risparmiato critiche anche per l'opposizione, la politica in tv e la Fiat.
Bertelli ha fatto riferimento alle affermazioni fatte dal premier a Bonn. "Ci ha messo in condizioni scandalose di fronte all'opinione pubblica mondiale", ha detto. Duro anche con la sinistra italiana e con le forze dell'opposizone: "E' evidente - ha commentato - che in tutti noi c'è un disagio continuo nel vedere una opposizione che non fa opposizione. Mio figlio mi ha chiesto: ma non c'è uno strumento nella Costituzione per fare l'impeachment del presidente del Consiglio?".
L'amministratore delegato di Prada, ospite della convention del nuovo movimento politico fondato da Francesco Rutelli, ha criticato anche l'andazzo che "la politica italiana si faccia nelle trasmissioni televisive". "A questo punto - ha aggiunto - chiudiamo il Parlamento e apriamo il Parlamento televisivo, così abbiamo risolto il problema"
Bertelli ha fatto riferimento alle affermazioni fatte dal premier a Bonn. "Ci ha messo in condizioni scandalose di fronte all'opinione pubblica mondiale", ha detto. Duro anche con la sinistra italiana e con le forze dell'opposizone: "E' evidente - ha commentato - che in tutti noi c'è un disagio continuo nel vedere una opposizione che non fa opposizione. Mio figlio mi ha chiesto: ma non c'è uno strumento nella Costituzione per fare l'impeachment del presidente del Consiglio?".
L'amministratore delegato di Prada, ospite della convention del nuovo movimento politico fondato da Francesco Rutelli, ha criticato anche l'andazzo che "la politica italiana si faccia nelle trasmissioni televisive". "A questo punto - ha aggiunto - chiudiamo il Parlamento e apriamo il Parlamento televisivo, così abbiamo risolto il problema"
Poi, l'attacco alla Fiat. Secondo Bertelli, infatti, l'azienda non merita in alcun modo nuovi finanziamenti pubblici. I destinatari, piuttosto, dovrebbero essere le piccole e medie imprese, i cui lavoratori "superano di ben cinque volte i dipendenti della Fiat". "Se finanziamo la Fiat - ha ironizzato - perchè non fare anche la rottamazione di biciclette, televisioni ed elettrodomestici? E' inammissibile che in un paese democratico si pensi di dare dei finanziamenti alla Fiat per mantenere due milioni e mezzo di lavoratori, quando la piccola e media impresa ne ha esattamente cinque volte di più. Perchè, invece, non utilizziamo questi finanziamenti per fare gli sgravi alla pmi?".
Fonte: Repubblica.it
Fonte: Repubblica.it
da l'altranotizia.it
domenica 11 aprile 2010
Cavaliere allo specchio
Modello francese, ma con grande beneficio di inventario. Silvio Berlusconi, dopo il brevissimo incontro con Nicolas Sarkozy per il 28esimo vertice franco-italiano liquidato in non più di un’ora, si è dedicato a tracciare le grandi linee della riforma costituzionale che ha in testa per l’Italia. La Costituzione è sorpassata,ha detto in sostanza, perché il sistema «era nato dopo vent’anni di regime fascista», si trattava di «un sistema assembleare» che è «andato un po’ troppo in là», ma allora la cosa poteva spiegarsi per il timore di nuove derive autoritarie. La conseguenza è che oggi, per Berlusconi, la Costituzione italiana «dà troppo potere al parlamento e nessuno all’esecutivo». Ma adesso siamo «in un’epoca di decisioni tempestive ed efficaci», afferma. E già precisa che, tra queste, c’è il ritorno al nucleare, visto che «le centrali oggi sono assolutamente sicure»: la tecnologia sarà francese, la collaborazione sempre più stretta, è stato deciso ieri, anche se i particolari ancora non sono stati definiti.
Per Berlusconi, il modello francese va bene, «ma non tutto»: mentre in Francia, in occasione dell’ultima riforma costituzionale del luglio 2008, nessuno ha voluto mettere mano al sistema elettorale, che resta a suffragio universale a due turni, Berlusconi vuole un election day - presidenziale più legislativa - a un solo turno. Anche Sarkozy sogna questa riforma. Berlusconi lo esorta: «Se cambi qualcosa, dimmelo». Sarkozy vorrebbe imporre il turno unico alle regionali: con questo sistema, il 14 marzo scorso, avrebbe vinto dieci regioni, invece di perderne ventuno contro una. In Francia, su questo punto è guerra con l’opposizione, ma è chiaro che Sarkozy ha perso potere con la sconfitta.
La riforma istituzionale di Sarkozy del 2008 è stata presentata in Francia come una decisione per riequilibrare il troppo potere che era stato accumulato nelle mani del presidente, dopo l’introduzione del quinquennato (al posto dei sette anni di presidenza) e l’inversione della sequenza elettorale: ormai, in Francia prima c’è l’elezione presidenziale, seguita a ruota dalle legislative. Questo sistema permette di evitare con grande probabilità che si verifichino delle nuove coabitazioni, che avevano limitato i poteri sia di Mitterrand che di Chirac, quando i due presidenti erano stati costretti a nominare un primo ministro del campo opposto (ultimo è stato il socialista Lionel Jospin con Jacques Chirac all’Eliseo) perché l'opposizione aveva vinto le legislative. Con il quinquennato, il ruolo del primo ministro è diminuito e nel primo periodo di presidente Sarkozy è praticamente sparito. L’arrivo all’Eliseo di un iper-pesidente che si dichiarava tale, che mostrava i muscoli del «volontarismo» in politica, dove «basta volere per potere», aveva preoccupato non poco i francesi. La riforma di 47 articoli della Costituzione su 89 è stata fatta per rassicurare. Ma l’opposizione non ci ha creduto: la riforma è passata per un solo voto (quello del socialista Jack Lang, che non ha seguito le indicazioni del suo gruppo).
Il parlamento ha ottenuto un maggiore controllo dell’ordine del giorno delle due assemblee e la limitazione del ricorso al decreto-legge da parte del governo. Inoltre, c’è ormai l’obbligo di informare - ma senza che questa informazione sia seguita da un voto - le assemblee «entro tre giorni» dopo una decisione di impegno militare all’estero. Il presidente, però, ha rotto una tradizione repubblicana vecchia di 135 anni: ormai, può esprimersi di fronte al parlamento riunito. Nel 1873, era stata proibita la presenza fisica di un presidente in parlamento, per evitare derive populiste e troppa influenza sui deputati.
Quello che ancora manca nella riforma francese è la strutturazione di forti contro-poteri. Ma la riforma oggi rischia di trasformarsi in una trappola per Sarkozy, che da iperpresidente si sta trasformando in un perdente. La prima decisione presa dal governo dopo la sconfitta dell’Ump (il partito di maggioranza) alle regionali, è stato di mettere nel cassetto la carbon tax, peraltro presentata da Sarkozy solo qualche mese fa come una «svolta storica». I deputati dell’Ump non l’avevano mai voluta. Adesso, rischia di fare
la stessa fine la riforma della giustizia, contestata da tutto il mondo giudiziario, perché accentua la dipendenza del potere giudiziario dall’esecutivo, con l’abolizione del giudice istruttore indipendente.
I deputati rialzano la testa, in questo periodo di debolezza dell’Eliseo. Chiedono ora anche di soprassedere alla prevista abolizione della pubblicità sulle televisioni pubbliche (ora limitata a dopo le ore 20), a causa di un costo troppo alto per le finanze pubbliche in rosso.
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sabato 10 aprile 2010
RIFORME: DILIBERTO, BERLUSCONI NON SA CONCEPIRE LA DEMOCRAZIA
"Modello francese senza doppio turno? Berlusconi battitore d'asta senza incanto dei sistemi istituzionali, in barba al Parlamento e a tutte le forze politiche".
Il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, in una nota, polemizza con il Presidente del Consiglio sulle riforme.
"E' più forte di lui: il premier non sa concepire la democrazia senza guardare al proprio 'particulare'" afferma il leader dei Comunisti italiani.
"Continuiamo ad appellarci al Presidente Napolitano affinché nessuna riforma stravolga la Carta Costituzionale. Dopo la legge elettorale di Calderoli, nessun'altra 'porcata' può trovare ospitalità politica" conclude Diliberto.
Da Iris pressSeguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedIl segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, in una nota, polemizza con il Presidente del Consiglio sulle riforme.
"E' più forte di lui: il premier non sa concepire la democrazia senza guardare al proprio 'particulare'" afferma il leader dei Comunisti italiani.
"Continuiamo ad appellarci al Presidente Napolitano affinché nessuna riforma stravolga la Carta Costituzionale. Dopo la legge elettorale di Calderoli, nessun'altra 'porcata' può trovare ospitalità politica" conclude Diliberto.
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Riforme, Berlusconi per il presidenzialismo col porcellum
Berlusconi va a Parigi e abbozza il suo progetto di riforma. "Guardiamo alla Francia - ha detto il presidente del Consiglio - ma non al doppio turno". "Pensiamo all'elezione di presidente e Parlamento in un solo turno e nella stessa giornata", ha aggiunto il Cavaliere.
Napolitano: "E' augurabile che si esca al più presto da anticipazioni e approssimazioni che non si sa a quali sbocchi concreti, a quali proposte impegnative, a quali confronti costruttivi possano condurre"
Napolitano: "E' augurabile che si esca al più presto da anticipazioni e approssimazioni che non si sa a quali sbocchi concreti, a quali proposte impegnative, a quali confronti costruttivi possano condurre"
L'esecutivo guidato da Silvio Berlusconi ha "in mente diverse riforme", tra le quali la revisione della forma di governo. In proposito, "prendiamo come esempio il presidenzialismo francese". Ma non si tratta di un sistema da adottare necessariamente come un blocco unico. Il premier Silvio Berlusconi approfitta dell'occasione offerta dalla conferenza stampa congiunta col presidente francese Nicolas Sarkozy per una messa a punto sulla linea sua e dell'esecutivo in materia di riforme istituzionali.
Berlusconi conferma l'opzione favorevole al semipresidenzialismo espressa mercoledì al termine dell'ufficio di presidenza del Pdl. Ma mette in chiaro - così rispondendo indirettamente al presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ieri ha esortato a "guardare a Parigi" in modo globale, non selezionandone solo alcuni aspetti così stravolgendo un impianto complesso - che non si tratta di importare in blocco una macchina costituzionale come quella francese. Del resto recentemente sottoposta a revisione e oggetto di una costante riflessione sull'opportunità di introdurvi miglioramenti. Un dibattito cui Berlusconi allude con una battuta rivolta a Sarkozy, pregandolo di avvisare "se ci sono contrordini".
Se Fini ieri aveva segnalato che per ispirarsi al modello francese non si può prescindere dalla legge elettorale che lo caratterizza (un maggioritario a doppio turno), Berlusconi oggi riferisce che si pensa a un semipresidenzialismo senza doppio turno: "Pensiamo a un'elezione unica del Parlamento e del presidente nella stessa giornata". Anche per il Cavaliere il sistema francese "può funzionare in Italia, ma non vogliamo prendere tutto da questo sistema". Una risposta non solo a Fini ma anche a politologi come Giovanni Sartori, che sul "Corriere della Sera" diffida dal proporre versioni "all'amatriciana" dei modelli stranieri (Se l'ombrello è già stato inventato, occorre davvero reinventare l'ombrello all'italiana?"). Il premier italiano accenna alla genesi del nostro sistema assembleare, frutto dell'esperienza di 20 anni di regime fascista, dopo i quali i padri costituenti scelsero a favore di un sistema che "presentasse più la possibilità di un esecutivo troppo forte". Per questo "diedero tutti i poteri alle assemblee parlamentari e nessun potere al capo dell'esecutivo".
Ma se il premier abbozza il suo progetto di riforma, oggi a scendere in campo è nuovamente il turno del presidente della Repubblica. Nel secondo giorno della sua visita a Verona, il Capo dello Stato torna sull'argomento che più gli è a cuore soprattutto in questi ultimi tempi. Ieri aveva chiesto di non sprecare questa legislatura, che ha ancora tre anni davanti. Oggi si spiega meglio, di fronte alla ripresa di proposte più da politologi che non da politici.
Basta con i tatticismi, con le proposte di estratti modelli che appaiono volte più a guadagnare terreno nei confronti degli interlocutori politici che non a risolvere il problema concreto delle riforme. Giorgio Napolitano chiede che si faccia tesoro dell'esperienza passata, come anche dei fallimenti negli ultimi anni, e che si avanzino idee e progetti realistici su cui far convergere il massimo del consenso possibile per arrivare ad una serie di misure in grado di cambiare la forma di governo prevista dalla Costituzione, ma anche di indicare la via d'uscita dalla crisi economica, che prospera su un modello di sviluppo ormai datato.
"E' augurabile che si esca al più presto dalle anticipazioni e dalle approssimazioni che non si sa a quali sbocchi concreti, a quali proposte impegnative, a quali confronti costruttivi possano condurre", dice incontrando nella Prefettura della città veneta gli esponenti del mondo imprenditoriale e del lavoro. Un lungo ragionamento, il suo, che parte dalla constatazione che il Paese va rimesso in moto, e che per farlo bisogna andare a stringere i bulloni e a cambiare qualche pezzo del meccanismo costituzionale.
In altre parole occorre un "insieme interventi riformatori in campo sociale, economico e anche istituzionali che non sono più procastinabili", spiega. Ma parlare delle riforme per il solo gusto di riempirsi la bocca di parole è un gioco sterile. "Le riforme non sono una formula magica, non basta invocarle per vedere la soluzione di tutti i problemi". Intanto bisogna stabilire "il massimo di stabilità politica e istituzionale" per far sì che si crei il clima giusto. Questo non vuol dire "né l'immobilismo, né la negazione della dialettica tra maggioranze e opposizione".
Al contrario: "Molti sono gli spazi per la dialettica, anche per scontrarsi". C'è bisogno "direi di misura, di senso delle proporzioni" in un momento in cui invece "i giudizi estremi sono considerati gli unici validi". Un atteggiamento che magari "rende in termini elettorali, ma fa danni". Quello che occorre sfoderare adesso è semmai "un comune senso di responsabilità nazionale per il bene del Paese.
Il bene del Paese lo si persegue collocando l'Italia nella sua giusta dimensione europea e tenendo presente l'ampiezza del compito che ognuno ha davanti. Insomma, "le condizioni da creare per garantire all'Italia una crescita più sostenuta del decennio passato" e andare a incidere su due problemi che attanagliano l'economia nazionale in questo momento, vale a dire l'occupazione e il debito pubblico.
Quindi, prosegue Napolitano, siamo pronti a intervenire anche sul fisco così come sulla giustizia, perché "assicurare la certezza del diritto, la tempestività e l'imparzialità delle indagini e dei giudizi" garantisce il cittadino, ma aiuta anche gli investimenti dall'estero. Inoltre "è già da tempo maturata" la convinzione che, se "l'impianto della Costituzione repubblicana mantiene la sua validità fondamentale", esiste la "necessità di procedere a riformare la seconda parte".
E allora - pare dire Napolitano - facciamo una volta per tutte le riforme. "Ci sono punti importanti di riforme già da tempo apparsi largamente condivisi", sottolinea, "sarebbe realistico e saggio non mettere a rischio e non tenere in sospeso delle convergenze, ma mirare a tradurle, in tempi ragionevoli, in dei corposi risultati".
Sul problema della forma di governo, ad esempio, "negli ultimi quindici anni non si sono delineate soluzioni adeguate e politicamente praticabili". Ugualmente "è bene tenere conto dell'esperienza, dei tentativi falliti, delle incertezze rivelate anche dalla discontinuità della discussione su taluni temi, accantonati per molti anni". Altrettanto importante è partire dalla considerazione che qualcosa è stato fatto, vale a dire la riforma del Titolo V. Allora andiamo avanti col federalismo fiscale "con il quale va messo in relazione anche il discorso della riforma generale del fisco".
Allo stesso modo, mette ancora in chiaro il Capo dello Stato, "bisogna decidere come coronare l'evoluzione in chiave autonomistica e federalistica dello Stato italiano con la riforma di quel bicameralismo perfetto nel Parlamento, che ha già da un pezzo fatto il suo tempo".
Fermo restando, comunque, "che non c'è, non deve e non può esserci, alcuna contrapposizione tra autonomismo di ispirazione federalistica e unità nazionale". Così potrà essere superato il persistente divario tra Nord e Sud. Ma la cosa "richiede la più chiara manifestazione di volontà nel combattere chiusure ed egoismi nelle regioni più sviluppate, nel tenere fede concretamente al principio di solidarietà e nel chiamare al tempo stesso le ragioni del Mezzogiorno, alla pari di tutte le altre, alla prova della responsabilità".
Conclusione di Napolitano: "Sono sicuro che in questo spirito verrà dal Veneto un contributo ad una celebrazione non retorica e non acritica dei 150 anni dell'unità nazionale. Occorre impegnarsi in questa celebrazione". E così facendo, il Presidente lancia un messaggio a quanti finora sono sembrati decisamente tiepidi di fronte alla ricorrenza.
(fonti: agi / adn / velino)
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venerdì 9 aprile 2010
Legittimo impedimento, Napolitano firma
La legge in base alla quale Berlusconi (e con lui i ministri del governo) potrà far valere tutti i suoi impegni di capo del governo semplicemente autocerficandoli dalla presidenza del Consiglio per far saltare le udienze dei processi nei quali è coinvolto.
Una legge che a detta di molti costituzionalisti presenta più di un profilo di palese incostituzionalità a cominciare dal dettaglio che lo stesso testo - al secondo e ultimo articolo - riconosce che per regolare la materia delle prerogative del primo ministro ci sarebbe bisogno di una «organica legge costituzionale» e ad essa rimanda nel termine di 18 mesi. La legge, un nuovo lodo Alfano, questa volta costituzionalizzato, non è alle viste anche se il Pdl ne avrebbe pronta una versione (autori i senatori Quagliariello e Centaro) da gettare sul tavolo delle trattative per le riforme istituzionali.
La presidenza della Repubblica ha accompagnato la promulgazione della legge - contro la quale c'era stata anche una manifestazione a Roma del popolo viola con le adesioni del partito di Di Pietro e del Pd - con un auspicio alla leale collaborazione tra le autorità politiche e quelle giudiziarie. Il Quirinale ha poi avvertito che «il sereno svolgimento di rilevanti funzioni» è un principio già riconosciuto dalla Consulta, che però ne affidava le valutazioni al giudice. Con questa legge invece il rinvio delle udienze (con l'interruzione della prescrizione) sarebbe automatico, fanno notare i critici. Mentre il Quirinale risponde che gli impegni del governo utili a tenere lontani i ministri dai loro giudici vengono così «tipizzati» e dunque precisati e che la norma finale in base alla quale deve trattarsi comunque di impegni «primari» o ad essi «coessenziali» è stata introdotta grazie alla moral suasion del capo dello stato. Anche la durata massima dell'impedimento - 6 mesi, in pratica prorogabili tre volte fino all'esaurimento dei 18 mesi previsti dal testo - è stata fortemente voluta dal Colle. Che alla fine ha firmato così come aveva firmato il lodo Alfano, poi bocciato dalla Consulta. Quella volta Berlusconi si era molto arrabbiato con Napolitano, lo aveva accusato di aver tradito le promesse non avendo fatto pressioni sulla Consulta («giudici comunisti») perché si adeguasse al giudizio positivo del Quirinale. Quel litigio segnò il momento più basso dei rapporti tra palazzo Chigi e Quirinale che ieri sono tornati buoni, al punto che Berlusconi ha ringraziato Napolitano per la firma che, ha detto, gli concede «tre anni per governare in modo sereno».
Si tratta in realtà di un anno e mezzo perché - ammesso che la Consulta non intervenga prima - bisognerà approvare la versione costituzionale del lodo e senza i voti dell'opposizione il Pdl dovrà affrontare il giudizio degli elettori nel referendum confermativo. La strada dunque è ancora in salita senza contare il fatto che Antonio Di Pietro ha annunciato che raccoglierà le firme per un referendum abrogativo. Ma dietro l'angolo c'è il ricorso alla Consulta già annunciato dalla procura di Milano. Potrebbe accadere già lunedì prossimo quando è prevista udienza nel processo Mediaset diritti tv e Berlusconi ha già avvertito che non ci sarà (viaggio a Washington). Altra udienza in calendario, con Berlusconi in condizione di farla saltare, il 16 aprile per il processo Mills. A sostenere le ragioni della pubblica accusa milanese il costituzionalista Alessandro Pace. Questo ricorso preoccupa Berlusconi che ieri ne ha parlato con i giornalisti in conferenza stampa a palazzo Chigi, «nonostante il capo dello stato con la sua firma riconosca che non vi sono evidenti segni di incostituzionalita». «La decisione della procura di Milano - ha strillato il ministro Sandro Bondi - manifesta una proterva mancanza di rispetto nei confronti delle istituzioni democratiche e un disperato tentativo di modificare il corso politico positivo del dopo elezioni».
Sono queste le residue preoccupazioni della maggioranza dopo la firma di Napolitano. Tanto che i primi commenti dei deputati e senatori sono volti a esorcizzare il rischio di un successivo giudizio di incostituzionalità. Secondo il senatore ex An Roberto Centaro «la firma del capo dello stato dovrebbe far cadere ogni dubbio sulla costituzionalità». Secondo la deputata previtiana Jole Santelli «la firma di Napolitano certifica che si tratta di un testo costituzionalmente ineccepibile». Ma dal Quirinale si fornisce una versione molto più prudente e legata alle prerogative del Colle: di fronte a pareri contrastanti dei costituzionalisti, l'ultima parola è fisiologicamente rimandata alla Corte costituzionale, l'unico giudice delle leggi.
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I rischi di regime dal patto di Arcore
Il presidenzialismo torna a tenere banco nel tanto celebrato clima nuovo del dopo elezioni. L'apertura di una ennesima stagione di riforme istituzionali sembra imminente dopo la cena di Arcore. Eppure, alla luce delle strategie politiche in campo, l'elezione diretta del capo dello Stato porta molti elementi di complicazione, e non solo tra chi già aveva disegnato il percorso di una fuoriuscita morbida dal pantano del ventennio berlusconiano. La virata brusca verso il regime presidenziale è un abile colpo di coda del cavaliere che così agita le acque e dichiara che la sua leggenda non si esaurisce affatto con la conclusione della legislatura.
Non è solo per mere esigenze di propaganda che Berlusconi ha enfatizzato il ruolo costituente dei gazebo per imporre, con il confuso moto della piazza, il regime presidenziale. È anche perché ha ben compreso che con l'ingresso in una integrale democrazia plebiscitaria sedotta dalla narrazione di un capo egli non solo può sopravvivere quasi indenne agli eventi ma persino aspirare a durare al potere fino al 2020.
Berlusconi percepisce che i suoi modi informali, le sue relazioni sospette, le sue irreversibili cadute di prestigio lo rendono del tutto indigesto all'establishment politico (non solo italiano). Restando immutata la forma di governo parlamentare, la sua carriera politica si appresterebbe quindi al capolinea. Dentro il sistema politico, il suo ruolo di governo è già esaurito e anche le sfornate di leggi ad personam, atte a preservare la immacolata fedina penale, gli servirebbero a poco. Per scongiurare la incombente deriva centrifuga del suo movimento, il cavaliere rilancia la prospettiva mitica della investitura popolare del leader come risposta ad una democrazia parlamentare acefala. Non vuole più solo un salvacondotto per godere tranquillamente i suoi infiniti beni, Berlusconi aspira a durare in sella ancora per altri dieci anni.
Due sono le condizioni per sopravvivere così a lungo al potere. In primo luogo, impedire con forza ogni revisione dell'attuale legge elettorale (che gli consente di nominare i deputati e quindi di controllarne i movimenti). E, in secondo luogo, accelerare le riforme istituzionali per impedire che sia il parlamento (anche quello nominato dai capi può regalare amare sorprese nel segreto dell'urna) ad eleggere l'inquilino del Quirinale. Affidando al popolo la scelta del capo, Berlusconi avrebbe modo di resuscitare il suo carisma dalle ceneri e proporsi di nuovo come il più accreditato leader proteso alla fatale conquista del Colle.
L'entrata in una integrale democrazia plebiscitaria, proprio per questo fosco scenario, non converrebbe però agli altri attori principali. Poco da guadagnarne avrebbe Fini, che pure per motivi ideologici è tra i politici quello più sensibile alle sirene del presidenzialismo. La scorciatoia imboccata da Berlusconi per afferrare lo scettro del comando lo terrebbe a lungo (troppo) ai margini, in attesa di una assai incerta successione (dovrebbe vedersela con «l'amico della Lega» anche per il posto, in prospettiva più marginale, di presidente del consiglio). Quindi Fini (a meno che sul presidenzialismo non si arrivi con una ampia convergenza con l'opposizione, con le opportune prove di bon ton con le cariche istituzionali) non si agiterà molto per favorire l'ascesa di un bonapartismo mediatico.
Nemmeno la Lega, ottenute le rassicurazioni di bandiera per alimentare il mito federalista, si darà molto da fare per una scelta istituzionale, come quella presidenzialista, che comunque penalizza una forza con radicamento solo micro-territoriale e ne elimina (o lo contiene) il potere di contrattazione. Per lucrare un elevato plusvalore come formazione di protesta che agita lo spauracchio di una disgregazione territoriale, il Carroccio dovrebbe garantire a Berlusconi una trionfale investitura come l'unica forza di coesione nazionale. Troppo rischioso per Bossi fare da sponda al cavaliere quale novello principe riunificatore. Anche Casini risponderà picche alle offerte di Berlusconi. Il leader centrista punta infatti a minare il bipolarismo e la sua strategia prevede Palazzo Chigi per sé e, per un leader prestigioso del Pd, il rifugio del Quirinale.
Proprio nel Pd si respirano però le maggiori incertezze. Un'ala è per il sindaco d'Italia o per il presidenzialismo alla francese e ciò la pone in perfetta sintonia con il disegno berlusconiano di un bipolarismo redivivo complice l'elezione diretta di un capo monocratico. Anche altre componenti non chiudono comunque all'ipotesi di scuola di un presidenzialismo. È chiaro però che, con una tale concessione di credito, si archivia per sempre la strategia sistemica di un Pd che opera come il regista di una nuova alleanza aperta al centro e alla sinistra sopravvissuta alla diaspora. Accettando il dialogo miope sulle riforme presidenzialiste, il Pd farebbe terra bruciata attorno a sé e senza ottenere alcun vantaggio nel medio periodo.
Con la sua provocatoria proposta di grande riforma, Berlusconi invece non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare. Con lo status quo invariato, egli potrebbe governare ma con la prospettiva, per lui ossessiva, di cedere il passo fra tre anni. Agitando la carta fumogena del presidenzialismo, il cavaliere potrebbe diventare il dominus osannato di un lungo ciclo politico. Con il trentennio berlusconiano alle porte, la carriera politica del cavaliere sarebbe molto allungata, ma la decadenza del paese languirebbe senza più rimedio.
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