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venerdì 21 maggio 2010
martedì 18 maggio 2010
domenica 2 maggio 2010
Ferrero: “Bene Bersani. Diamo vita subito a stati generali dell’opposizione”
“L’appello di Bersani rappresenta un importante passo nella direzione giusta. Diamo subito vita agli stati generali dell’opposizione”. Così il portavoce nazionale della Federazione della sinistra, Paolo Ferrero, commenta e accoglie positivamente le valutazioni espresse dal leader del Pd, Pierluigi Bersani, in merito alla situazione politica, caratterizzata dallo scontro a cielo aperto dentro il Pdl, e la conseguente proposta di unità rivolta a tutte le opposizioni.
Parole, quelle di Ferrero, che in realtà rinnovano la proposta già avanzata dalla Federazione della Sinistra prima dello show down interno al Pdl. “Proponiamo a tutte le forze che hanno promosso l’iniziativa del 13 marzo 2010, e a tutte le forze sociali, politiche e della società civile disponibili a dar seguito a quell’appuntamento, di concordare alcuni obiettivi chiari e qualificanti della mobilitazione – è l’invito rivolto dalla Federazione già all’indomani delle regionali – Redistribuzione del reddito e del lavoro, lotta alla precarietà, politiche economiche e ambientali, diritti civili. In modo da dar vita a una mobilitazione vasta e duratura nel paese che poggi su alcuni argomenti condivisi di impegno unitario”.
Adesso che presagisce per certo “tensioni nella maggioranza” dagli “esiti imprevedibili”, anche il segretario del Pd avverte che le forze di opposizione a “non possono sottovalutare i rischi” relativi a quel che “Berlusconi per un verso e la Lega per l’altro” possono intraprendere “per accelerare una situazione che non riescono ad affrontare”: con ciò riferendosi a prove di forza di carattere parlamentare o elettorale per regolare i conti col dissenso interno anche attraverso il voto anticipato.
Anche Bersani mette quindi in guardia circa il fatto che “per le forze di opposizione serve una responsabilità nuova”. Intendendo con “forze di opposizione” l’arco che va sostanzialmente da Casini alle sinistre di alternativa.
Il leader del Partito democratico si è andato sintonizzando su una lunghezza d’onda abbastanza vicina a quella della Federazione, affermando che “serve un impegno più forte a discutere e concertare l’azione parlamentare e un lavoro per stringere i contenuti dell’alternativa”. E questo perché “siamo di fronte ad una situazione estremamente confusa – spiega Bersani – Il paese, pieno di problemi, assiste attonito a lacerazioni molto profonde nella maggioranza che in un colpo solo ha distrutto tutta la retorica berlusconiana dei cieli azzurri e dei mondi felici”.
Di qui l’esortazione del segretario del maggior partito di opposizioni, secondo cui “dalle opposizioni deve arrivare un appello ad altre forze, ma anche a energie sociali ed economiche su due questioni fondamentali: cambiare l’agenda della politica per occuparsi di questioni sociali e un confronto in Parlamento per dare al bipolarismo una forma efficace, più moderna e saldamente costituzionale che blocchi i rischi di derive plebiscitarie”.
Un binomio che non corrisponde esattamente all’invito della Federazione della sinistra, in particolare per quanto riguarda il tema del bipolarismo. E che d’altra parte rappresenta una proposta fortemente in sintonia con quella avanzata dalla Federazione e da Ferrero; specialmente per quel che concerne la costruzione di un’alleanza e di un’alternativa politica e programmatica alla destra reazionaria e plebiscitaria.
“Come abbiamo ripetuto più volte in queste settimane, è necessario dare continuità alla manifestazione del 13 di marzo, costruendo nel paese una mobilitazione che metta al centro i temi sociali – sostiene il portavoce nazionale della Federazione – Il governo Berlusconi infatti sta scaricando addosso ai ceti popolari tutti i costi della crisi producendo una situazione insostenibile”. Accanto a questo, conclude Ferrero, “parallelamente è necessario costruire un fronte democratico in grado di porsi l’obiettivo di sconfiggere Berlusconi e di superare il bipolarismo con una legge elettorale proporzionale”. A giudizio di Ferrero “è infatti evidente che l’attuale legge elettorale maggioritaria permette a Berlusconi di governare il suo partito come una caserma tappando la bocca a chiunque dissente”.
Comunicato stampa in risposta alla lettera “MERANO: Attenzione ai prodotti chimici fatti vicino alle case”, apparsa sul quotidiano Alto Adige del 28 aprile 2010 a firma di Peter W. e tanti altri.
Comunicato stampa in risposta alla lettera “MERANO: Attenzione ai prodotti chimici fatti vicino alle case”, apparsa sul quotidiano Alto Adige del 28 aprile 2010 a firma di Peter W. e tanti altri:
Nel programma di Rifondazione Comunista per le prossime elezioni amministrative, si auspica, tra l’altro, un maggiore impegno della prossima giunta perché Merano possa diventare un polo di importanza strategica per un’opzione produttiva legata alla diminuzione dell’emissione di CO2 – sviluppando tutta la filiera dal silicio al pannello fotovoltaico – e legata alla ricerca sulle energie rinnovabili.
Relativamente alla produzione, utilizzo e stoccaggio di sostanze pericolose, quali il triclorosilano, occorre chiedersi se a Merano siamo in una situazione dove i vantaggi offerti dalla produzione di silicio per la costruzione di pannelli fotovoltaici, e quindi di tecnologie ecocompatibili, siano maggiori di eventuali svantaggi dovuti all’insediamento industriale. E’ necessario dare risposte certe ai legittimi interrogativi sull’impatto ambientale e sulla salute di chi vive nelle zone limitrofe e di chi è addetto al ciclo produttivo. Anche per evitare di alimentare polemiche e inutili contrapposizioni tra ambiente, salute e lavoro e per dare tutela alla popolazione residente.
L’idea di Rifondazione è quella di organizzare un osservatorio permanente, composto da un comitato di cittadini, con alcuni compiti specifici: 1) monitorare eventuali emissioni nocive in atmosfera, in superficie, nel sottosuolo e tutto ciò che può comportare dei rischi; 2) creare una rete tra medici di base, quelli del lavoro, ASL, ospedali, uffici provinciali competenti ecc, per raccogliere informazioni utili a verificare lo stato di salute degli abitanti di Sinigo e Merano e per prevenire eventuali patologie legate all’eventuale inquinamento ambientale.
Per poter rendere operativo questo osservatorio è necessaria innanzitutto la partecipazione attiva dei cittadini. In secondo luogo l’amministrazione comunale dovrebbe garantire gli strumenti normativi e un apposito fondo economico, gestito autonomamente dal comitato dei cittadini, per poter richiedere analisi e perizie. Infine è indispensabile una fattiva collaborazione tra azienda, sindacato interno, autorità di controllo.
martedì 27 aprile 2010
Idee per un Partito Comunista
Stanno uscendo su Liberazione interventi di nostri dirigenti che si misurano con la sconfitta elettorale, con la fase e i nostri compiti. Ci sono proposte non condivisibili (Valentini, Bonadonna) volte, nell’essenza, ad affidare la prospettiva ad una nuova forza riformista di sinistra e con ciò sotterrare l’autonomia comunista.
Vorrei partire da due questioni, poste l’una dal compagno Salvatore Bonadonna e l’altra dal compagno Bruno Steri. Bonadonna afferma, tra l’altro, che il Prc, nella sua storia, non ha mai avuto radicamento vero tra la classe operaia. Steri pone la giusta questione di elaborare idee-forza capaci di organizzare consenso tra i lavoratori e a livello di massa.
Per ciò che riguarda Bonadonna: la sua osservazione è giusta. Il Prc non è mai riuscito a radicarsi seriamente, non solo tra la classe operaia, ma all’interno del mondo del lavoro complessivo. Per anni ha goduto del lascito elettorale del PCI; ha poi – attraverso una giusta intuizione – positivamente incrociato i movimenti spostandosi quindi, per organizzare il consenso, sul terreno mediatico. A lungo Bertinotti ha sfondato in tv e da lì ha coltivato, prevalentemente, il consenso, disinteressandosi del partito vero, che si avviava alla fatiscenza: completamente assente nei luoghi di lavoro e volatile nelle sue strutture territoriali. E’ del tutto evidente che ora, consumatasi l’eredità del PCI, spentasi l’onda dei movimenti (verso i quali Bertinotti ebbe un rapporto farisaico, giungendo, per conquistarne il consenso, a pagare alti tributi in termini di autonomia culturale comunista, per poi sacrificare Genova sull’altare del governismo) e chiusosi il terreno mediatico, per il Prc la fase si fa oscura. Rimarco ciò perché siamo di fronte ad un paradosso: mentre enfatizziamo il radicamento leninista della Lega, rimuoviamo la questione della distruzione organizzativa del nostro partito e il fatto che attraverso mille suggestioni pseudo teoriche abbiamo trasformato il Prc in un partito leggero, di opinione, non più adatto a costruire stabili legami di massa e consenso sociale ed elettorale. Rimossa, nella varie analisi della sconfitta, tale questione, si fa poi presto a cambiare strada, a far credere – Bonadonna e Valentini – che il problema sarebbe quello di sostituire il partito comunista con una più vaga forza di sinistra. Vi è poi la questione posta dal compagno Steri: le idee-forza. E’ vero: occorre metterne a fuoco alcune, fondamentali; avere il coraggio di sostenerle in controtendenza e la tenacia, negli anni, per renderle popolari, puntando a far identificare quelle proposte con il partito comunista. La prima non può che essere quella di una lotta spietata all’evasione fiscale (200 miliardi di euro l’anno); senza tale lotta nessun governo può essere di sinistra, poiché ogni politica sociale è impedita. Assieme a ciò indispensabili sono la fine delle missioni e delle spese militari. Che farci con tutta questa ricchezza rientrata? Il 50% per la ricostruzione dello stato sociale e l’altra metà per la riduzione della pressione Irpef sui lavoratori e per una detassazione sulle partite Iva: unità tra lavoro salariato e lavoro autonomo, il blocco sociale per l’alternativa. Una parola d’ordine forte, di grande impatto popolare, un’azione decisiva per il cambiamento sarebbe questa: da domani le imprese non beneficiano più dell’aiuto statale. La subordinazione porta a pensare che questo sarebbe un sacrilegio: in verità sarebbe solo il ritorno ad una normalità redistributiva (oggi, è la Marcegaglia a dirlo, sono oltre 1.300 le forme di aiuto e agevolazione per le imprese). Lotta alle delocalizzazioni: che fare? Immettere una norma per cui le aziende che delocalizzano perdono tutte le agevolazioni avute negli ultimi dieci anni e i soldi li restituiscono allo Stato. La nazionalizzazione delle banche è un’idea forza verosimile, che può incontrare sia il consenso di massa che quello delle imprese, che con un credito dello Stato possono guadagnarci. Se si partisse dal disagio sociale e dalla consapevolezza del grande indebitamento delle famiglie italiane, una proposta, sentita come cosa buona e giusta dalle masse, sarebbe quella di un piccolo credito pubblico popolare senza interessi per le famiglie in difficoltà (10 mila euro?) con il salario come unica garanzia di rientro. Una questione decisiva è questa: un progetto volto alla concentrazione delle imprese, un obiettivo così importante da favorire anche attraverso la defiscalizzazione per quelle favorevoli ad unirsi, concentrarsi. L’Italia è il Paese del piccolo è bello; in verità negli angusti distretti economici italiani è accaduto il peggio del peggio: schiavizzazione del lavoro e costruzione dell’esercito industriale di riserva, tutto volto a battere la concorrenza internazionale attraverso l’abbattimento del costo del lavoro: un’impresa immorale e, insieme (rispetto al costo del lavoro in altri mondi) velleitaria. Solo il superamento dei piccoli e malsani distretti e la concentrazione delle imprese – volte a conquistare mercati attraverso la qualità delle merci e non la schiavizzazione della forza-lavoro – può modernizzare e rilanciare l’economia italiana, riconsegnando salario e diritti ai lavoratori.
Per costruire e rendere popolari tali idee-forza, tuttavia – lo diciamo al compagno Steri – occorre (e torniamo alla questione posta da Bonadonna: l’assenza storica del nostro radicamento) un soggetto politico dalla natura anticapitalista e rivoluzionaria, un partito comunista. Lo rimarchiamo solo perché Steri, nel suo articolo, non lo ricordava.
di Fosco Giannini
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Aspettando la FdS vade retro Udc e la Marini vola a Bruxelles
Il tentativo di “suicidio politico” in corso da parte della sinistra, divisa tra gli eletti in consiglio regionale ed il resto, una parte, di Rifondazione Comunista ''non appare al momento motivo sufficiente a Catiuscia Marini per “cercare equilibri diversi''.
Cosa che esponenti dell’Udc avevano ipotizzato.
''La coalizione e' quella che si e' presentata al voto'' ha ribadito Marini che in piu' passaggi ha auspicato che presto ci possa essere in giunta un rappresentante della Federazione della Sinistra ribadendo tuttavia come la stessa possa e debba ''operare un riflessione seria che tenga conto del risultato scaturito dalle urne e della rappresentanza territoriale''.
In parole povere la neo governatrice dell’Umbria teme che nominando l’ottavo assessore nella persona di Vinti, i due consiglieri di Prc eletti in consiglio regionale facciano la fronda quanto meno nei confronti delle attività del loro attuale competitore interno.
Intanto, però, i problemi incombono, la Governatrice ha parlato di ''interventi in funzione anticrisi''. ''Domani, (oggi n.d.r) sia io che l'assessore Cecchini saremo a Bruxelles ad occuparci del settore tabacchicolo; fin da subito quindi - ha ribadito - il massimo impegno in funzione anticrisi''.
Sull'argomento era intervenuto anche il consigliere regionale Gianfranco Chiacchieroni (PD), ex Sindaco di Marsciano, sollecitando " una forte unità dei produttori al tavolo della trattativa con i trasformatori del tabacco stesso, e quindi con coloro i quali devono acquistare il prodotto”.
“Le istituzioni –per Chiacchieroni – sia per quanto attiene alle Regioni che per ciò che è di competenza delMinistero, devono intervenire efficacemente nel mercato del tabacco, per assicurare la sopravvivenza delle aziende e la salvaguardia di molti posti di lavoro”.
Intanto dal PRC “ufficiale”, Christian Napoletano dellaSegreteria Regionale Prc Umbria Responsabile Enti Locali, piovono critiche “Ritengo che l’esclusione della Federazione della sinistra dalla Giunta Regionale dell’Umbria abbia semplicemente dell’incredibile.
La responsabilità di questo risultato ricade sul Partito Democratico dell’Umbria, con il quale la Federazione della sinistra condivide da venti anni le responsabilità del governo regionale.
In particolare tra Rifondazione Comunista e il Partito democratico è stato siglato un accordo politico programmatico di alto profilo, elemento questo ultimo non secondario rispetto al successo elettorale di tutta la coalizione e della lista della Federazione della Sinistra in Umbria.
Il Partito Democratico ci ha indicato la candidata presidente che abbiamo sostenuto con lealtà, responsabilità e correttezza, apportando alla coalizione il 7% dei voti. La Federazione della Sinistra in un accordo nazionale ha indicato un rappresentante del PdCI nel “listino”, riservando a Rifondazione Comunista l’indicazione dell’assessore per la Giunta (con la possibilità, in caso di secondo assessore, di garantire la presenza anche per il PdCI).”
Al di là delle dichiarazioni di principio che non tengono conto che nei fatti ci potrebbero essere due “rifondazione”, e del fatto che la Marini sicuramente non ha intenzione di fare la fine dell’asino di Buridano ( che morì di fame non sapendo quale mocchio di fieno scegliere) è probabile che la segretaria regionale del PRC dell’Umbria convocata per oggi dovrà per forza risolvere l’impasse in cui si trova pena l’ennesima e finale frantumazione
domenica 25 aprile 2010
Paolo Ferrero: "Costruiamo insieme un campo di forze a sinistra, il bipolarismo deve saltare".
di Tonino Bucci (Liberazione del 25 aprile 2010)
Dopo le regionali Rifondazione comunista si guarda intorno. Nell’immediato c’è un campo di forze da ricostruire, un polo autonomo a sinistra del Pd in grado di sbloccare un sistema politico autoreferenziale, incardinato sul bipolarismo.
Le questioni alle quali risponde Paolo ferrero sono tante: il futuro della Federazione, i rapporti con Sel, l’emergenza denocratica in questo paese, un’opposizione sociale da rimettere in piedi.
D. La novità politica è la rottura tra Fini e Berlusconi, tra due visioni differenti della destra. Cosa facciamo noi, restiamo spettatori o azzardiamo un’analisi?
R. La divisione nel Pdl è vera. Da un lato, c’è una destra fascistoide, minacciosa verso la democrazia, che trasforma il disagio sociale in guerra tra i poveri. Dall’altra, una destra moderata, con connotati liberali che si muove in un quadro di rispetto della Costituzione. Fini assomiglia ai conservatori inglesi o alla Merkel, mentre un Borghezio va a fare le manifestazioni con i neonazisti.
D. Cosa ci dobbiamo augurare da questo conflitto?
R. Noi siamo interessati a che questo conflitto si allarghi. Per il bene della democrazia dobbiamo operare affinché la destra fascista si divida dalla destra moderata. Oggi in Italia, porsi l’obiettivo di dividere le destre e di salvaguardare la democrazia è tutt’uno con la rottura del bipolarismo. Finché ci sarà il maggioritario e questa schifosa Seconda repubblica, il populismo e il berlusconismo saranno sempre egemoni. Sarebbe da pazzi voler mantenere il bipolarismo – come pure ritiene parte del centrosinistra. Sono proprio questi i migliori alleati di Berlusconi. Anche quelli che urlano tantissimo contro Berlusconi ma vogliono mantenere il bipolarismo sono quelli che, in fondo, gli garantiscono di vincere.
D. Per quel che riguarda la crisi, però, non pare che la destra finiana o moderata abbia ricette diverse. O no?
R. Questa destra – Lega compresa – sta scaricando i costi della crisi sugli strati più deboli della società, sul mondo del lavoro ma anche sul popolo della partita iva e sugli artigiani. Per questo è bene che la destra si divida ma questo non risolve il problema. Dobbiamo costruire un’opposizione sociale sui temi sociali che impedisca al governo nella sua azione. E’ un punto decisivo. Quanto più destra e Confindustria distruggono i legami di solidarietà, perseguono politiche antisociali e alimentano la guerra tra poveri, tanto più le sue pulsioni populiste trovano una base di consenso. Da questo punto di vista, la destra moderata non può produrre alternative a Berlusconi. Noi siamo interessati che ci sia questa spaccatura tra destra finiana e destra berlusconiana. E che si rompa la gabbia del bipolarismo. Detto questo, anche la destra moderata è priva di risposte alla crisi. Non basta – come qualcuno pensa – appoggiare la destra moderata. Il “frontismo”, allargato all’inverosimile sino a Fini, non garantisce per nulla la sconfitta della destra fascistoide e berlusconiana. L’attacco sociale della destra, in assenza di contrasti, crea i presupposti del proprio consenso, allarga il bacino in cui pesca, aumenta la passività della società nei confronti della politica. La destra populista continua a macinare voti a prescindere dai pezzi di ceto politico che si staccano. Così sarà finché non si demistifica il carattere antisociale delle sue politiche. A cominciare dal nord in cui la Lega – al di là della propaganda – svolge una politica antipopolare. Non è vero che la Lega sta difendendo il nord contro il sud. La verità è che sta difendendo i privilegiati. E’ tutta demagogia. E’ vero che prende i voti degli operai. Ma li sta tradendo.
D. La Lega è in difficoltà persino col suo blocco sociale di sempre, gli artigiani…
R. I sette morti suicidi tra i piccoli imprenditori in Veneto la dicono lunga in una regione in cui la Lega governa da anni. Non stanno facendo nulla per risolvere la crisi. Secondo me sbaglia sia chi si disinteressa di quel che accade nella destra, sia chi fa il tifo per Fini e pensa a fronte allargatissimo. Bisogna fare due cose. Una sul piano del sistema istituzionale, cioè fare alleanze per spaccare il bipolarismo. L’altra, costruire l’opposizione sociale e demistificare il carattere antipopolare delle politiche che la destra sta facendo. Sul contratto nazionale di lavoro non vedo differenze tra una parte del centro sinistra, Fini e gli altri. Anche sul piano sociale il bipolarismo è una gabbia. Garantisce al governo una maggioranza tale da essere impermeabile al conflitto sociale. Con questa legge elettorale Berlusconi si nomina i deputati che vuole e può, al prossimo giro, far fuori chiunque avanzi critiche. E, per quanto riguarda la sinistra, il maggioritario la costringe ad allearsi con gente che, sul piano sociale, ha le stesse ricette del centrodestra. Quindi, rompere il bipolarismo serve anche a rendere più efficace il conflitto sociale. Uscire dalla Seconda repubblica non è solo un’emergenza democratica, ma l’unica maniera per ridare rappresentanza politica al movimento operaio.
D. Qui ci sono due posizioni sbagliate in campo. La prima è che di fronte al pericolo per la democrazia sia necessario fare alleanze più larghe possibili, mettendo in subordine tutto il resto. L’altra, che per ridare fiato al conflitto sociale bisogna coltivare l’isolamento.
R. Noi vogliamo costruire una terza via. Sul piano della difesa della democrazia farei l’alleanza anche col diavolo. Sull’altro piano, bisogna lavorare per costruire una vera opposizione sociale, foss’anche a partire da un singolo tema. Se il Pd, per esempio, ci stesse a fare una battaglia politica per la redistribuzione del reddito in questo paese, io lo considererei un fatto positivo. In questo quadro considero il referendum sull’acqua un punto importante di aggregazione. E’ una proposta radicale perché mette in discussione il principio secondo cui tutto andrebbe ridotto a merce. La difesa dell’acqua come bene pubblico è un problema materiale, certo, ma anche simbolico. E’ una battaglia anticapitalista. Allo stesso modo, nella difesa della dignità del lavoro, nella lotta contro la precarietà e per l’occupazione possiamo trovare convergenza con altri soggetti, col sindacalismo di base, con la Fiom, con parte della Cgil, con l’associazionismo, con l’Arci. Per riassumere, il massimo di alleanza contro il bipolarismo e le modifiche della Costituzione, da un lato, l’individuazione di temi e battaglie attorno a cui mettere in piedi una soggettività alternativa. Nel movimento di Genova, nel 2001, c’erano oltre a Rifondazione, l’Arci, la Fiom, l’associazionismo. Poi arrivò la Cgil di Cofferati con la battaglia a difesa dell’articolo 18 e il pacifismo. Queste sono le forze da cui bisogna ripartire, il motore dell’opposizione sociale. La pratica del partito sociale deve allargarsi e occorre proseguire, in basso a sinistra.
D. Questo è quello che Tronti definisce un accumulo di forza, una massa critica in grado di durare e di incidere. C’è da fare una scelta strategica: o si costruisce un campo di forze autonomo dal Pd, in grado di stare sulle proprie gambe e di fare o non fare le alleanze, oppure si rifà l’Unione all’interno del bipolarismo con la certezza di poter sopravvivere. Qual è la strada?
R. Ce lo dobbiamo dire con chiarezza. La seconda strada preclude la possibilità di starci da comunisti. Quello che è accaduto alle regionali in Lombardia è emblematico. Le forze che sostengono il bipolarismo – come una parte del Pd – sono anche quelle che pongono la pregiudiziale anticomunista. L’impianto veltroniano è un impianto integralista, non pluralista. Veltroni preferisce perdere con Berlusconi, piuttosto che allearsi con i comunisti. Chi pensa di potersi ritagliare uno spazio nel bipolarismo è molto meno realista di quanto pensi. La strada percorribile è quella di un autonomo campo di forze di sinistra che cerca convergenze diversificate a seconda dei terreni: convergenze più larghe sulla questione democratica, minori sulle questioni sociali rispetto a cui le differenze pesano di più. Non ci sono alternative.
D. Il veltronismo si regge sull’autosufficienza e sul rifiuto di alleanze con i comunisti. Con Bersani è diverso?
R. Ci sono margini in più, lo si vede dall’appello odierno di Bersani che noi giudichiamo positivo. Il profilo del Pd rimane moderato ma non c’è più la presunzione dell’autosufficienza. Questo non significa che si possa rifare l’Unione come sembra a pensare Vendola. Sarebbe un errore madornale. Ripeto, un conto sono le alleanze per la difesa della democrazia che si possono fare anche con Casini, altra l’opposizione sociale. Se perdiamo questa bussola rischiamo di cadere o nell’isolamento – che a noi non porta nessun vantaggio, a differenza dei grillini – o nella subalternità e così i voti operai vanno a Bossi. Rischieremmo di rifare la fine del 2006. Abbiamo costruito un campo di forze, ci siamo spesi la credibilità all’interno del bipolarismo e siamo stati massacrati. Vendola continua a proporre questa strada, magari con qualche accento sociale in più, ma la sostanza non cambia. Siamo disponibili a sommare i voti con chiunque per battere Berlusconi, ma questo non vuol dire fare accordi di governo. Siamo nella più grande crisi dal ’29 a oggi. La prospettiva della rifondazione comunista ha oggi questo significato: individuare la strada dell’uscita dal capitalismo in crisi.
D. Qual è la linea della Federazione nei confronti di Sel: competizione o convergenza?
R. Sel è una nostra interlocutrice per la costruzione di questo campo di forze. So che è attraversata da un dibattito, se rifare la coscienza critica del centrosinistra o costruire un’alternativa. La Federazione propone a Sel un percorso unitario, sia nell’opposizione sociale sia nei passaggi elettorali. Il caso delle Marche, dove noi e loro siamo andati assieme, ha favorito l’aggregazione di un campo di forze, senza che nessuno rinunciasse alla propria specificità. Avanziamo a Sel e alle altre forze della sinistra la proposta politica di costruire insieme il campo della sinistra politica, sociale, culturale.
D. Nel frattempo non è che la Federazione susciti molti entusiasmi. C’è chi la ritiene un doppione inutile, un dispendio di energie, un pacchetto preconfezionato che non attira. Si torna indietro?
R. Assolutamente no. La Federazione è un passaggio giusto. Irreversibile. Bisogna mettere assieme le forze che ci stanno. Se tornassimo indietro sarebbe la dimostrazione che riesci a dialogare solo con te stesso. Le difficoltà ci sono, certo. C’è una crisi della politica che coinvolge anche noi, si perde molto tempo a discutere di assessorati. Finora, per via dei passaggi obbligati delle elezioni, la Federazione ha una fortissima accentuazione centralistica, occorre modificare. Bisogna discutere su come andare avanti e migliorarla, rendendola un vero soggetto aperto alla partecipazione e al protagonismo dal basso.
D. Rifondazione ha un grave problema nella comunicazione. Ha solo un giornale. Nel suo piccolo “Liberazione” ha fatto un miracolo di risanamento aziendale dal quale persino Tremonti avrebbe da imparare qualcosa. Potrebbe diventare il giornale di un campo di forze più ampio. Però adesso c’è bisogno di fatti, di abbonamenti, di diffusione militante. Cosa è disposto davvero a metterci il partito?
R. Sono completamente d’accordo. Liberazione deve essere il giornale che lavora coscienziosamente e quotidianamente alla costruzione di questo campo di forze. Il punto non è la dipendenza burocratica del giornale dal partito, ma il ruolo attivo nel progetto politico. Il partito deve lavorare di più nella diffusione del giornale e della rivista. C’è una sinergia da costruire. Il partito si deve impegnare sul piano militante. Liberazione è il suo giornale, il suo progetto. C’è poi il problema complessivo della comunicazione e la riflessione su internet ancora da fare.
mercoledì 21 aprile 2010
DE NARDIS (PRC): L’Università italiana frana e il governo sta a guardare
Nel frattempo la Gelmini va avanti come un mulo nel suo progetto di distruzione del sistema universitario pubblico, umiliando i ricercatori che giustamente si ribellano dichiarando la propria indisponibilità all’insegnamento nel prossimo anno accademico, restringendo ulteriormente gli spazi di democrazia nei processi decisionali interni agli atenei, promettendo più precarietà ai tanti studiosi seri che chiedono stabilità.
Rifondazione comunista, di fronte a questo quadro drammatico, sostiene con forza la mobilitazione unitaria lanciata da tutte le organizzazioni sindacali e di categoria prevista per la settimana dal 17 al 22 maggio, con manifestazione nazionale prevista per il 21 maggio, e da mandato a tutti/e i/le propri/e militanti e affinché diano il proprio supporto politico e organizzativo alle mobilitazioni, sollecitando tutte le componenti universitarie ad unirsi nella lotta di civiltà in difesa dell’università di massa, democratica e di qualità.
Fabio de Nardis, Resp. Naz. Università e Ricerca PRC-SE
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martedì 20 aprile 2010
Rifondazione Comunista aderisce alla Marcia della Pace Perugia-Assisi
I pur positivi passi verso il disarmo nucleare con la firma degli accordi Start di Praga non devono far cadere la mobilitazione dei popoli per il bando totale della armi atomiche e per la drastica riduzione delle spese militari. La guerra permanente ed infinita della dottrina Bush continua ancora a mietere vittime civili e ad alimentare i giacimenti di odio in molte parti del mondo tra le quali l’Iraq e l’Afghanistan.
Israele , il cui governo si rifiuta semplicemente di partecipare ad ogni colloquio che possa mettere in discussione il suo arsenale atomico ottenuto in violazione del Trattato di Non Proliferazione, continua ad aumentare le sue colonie, a detenere illegalmente migliaia di prigionieri politici palestinesi, ad affamare tramite l’assedio la striscia di Gaza, ad innalzare odiosi muri di separazione con la popolazione palestinese.
Innumerevoli guerre stanno ancora insanguinando il pianeta e continua la sofferenza dei popoli oppressi come il Saharawi e quello Kurdo. Le spese militari hanno subito nell’ultimo decennio a livello mondiale un preoccupante innalzamento sottraendo fondamentali risorse alla lotta alla fame, alle malattie curabili e all’analfabetismo.
Anche in Italia le ultime finanziarie si sono caratterizzate nell’unico aumento della spesa pubblica : ovvero al bilancio della difesa e segnatamente per le missioni militari all’estero e per l’acquisto di devastanti sistemi d’arma come i cacciabombardieri F35.
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domenica 18 aprile 2010
Giornata di mobilitazione per la sicurezza sul lavoro: il Prc aderisce
Rifondazione Comunista aderisce all'appello lanciato dalla Rdb Energia per una giornata di mobilitazione cittadina per la sicurezza sul lavoro. Il Prc sottolinea che su un tema come questo, considerati gli ultimi gravi incidenti a Torre Nord, ma non solo, tutte le rappresentanze sindacali, ma anche tutti i partiti del centro sinistra, devono ritrovarsi uniti nella organizzazione e nella adesione all'iniziativa.
"Proponiamo - si legge in una nota della segreteria del Prc - che la giornata cittadina di mobilitazione per la sicurezza sul lavoro si svolga tra il 25 aprile ed il Primo maggio, due date importanti della nostra storia. Il Primo maggio, la festa del lavoro, ci ricorda il mondo e ci raccorda ad una questione fondamentale: il rapporto tra il lavoro e la vita, che decide, spesso, il livello di società e di civiltà del Paese in cui viviamo".
Forlì, acqua pubblica. Scissione in vista: entra Forza Nuova, esce Rifondazione
Lo sostiene Fabrizio Ruscelli, segretario di Rifondazione Comunista di Forlì: "Nel secondo incontro, convocato dal "Popolo Viola", per la costituzione del Comitato per l'acqua pubblica di Forlì-Cesena è emerso che tra le forze politiche che intendono aderirvi vi è anche Forza Nuova, movimento politico fascista che da sempre assume e promuove comportamenti antisemiti e razzisti. Le loro proposte sono e saranno sempre agli antipodi rispetto ai nostri principi. Nel corso della discussione, dopo aver sottolineato che a fianco del Comitato Promotore Nazionale e fra i componenti il Comitato di sostegno è a pieno titolo iscritta la Federazione della Sinistra e non Forza Nuova".
Per questo la federazione dei comunisti ritiene "irricevibile" la partecipazione di Forza Nuova nel comitato. "Purtroppo una parte dei presenti ben capeggiata da Destinazione Forlì nell'impeto di voler affermare che la politica o è "nuova" o è cattiva politica ha dimostrato di non voler o di non sapere fare distinzioni. A questa scelta noi ci siamo opposti fermamente e continueremo ad opporci e, sebbene sia una scelta sofferta, noi e altre associazioni presenti abbiamo deciso di non far più parte di questo costituendo comitato qualora si intenda proseguire in questa direzione", attacca Ruscelli.
Che sollecita anche interventi pubblici di Arci (componente nazionale del comitato promotore) e della Cgil, che sostengono la raccolta delle firme sia a livello locale che nazionale. "Il PRC prima, e ora la Federazione della Sinistra, in ogni caso ribadiscono che sono da sempre in prima linea nella lotta a favore dell'acqua pubblica in quanto bene inalienabile dell'uomo ed anche in questa occasione sosterranno lo sforzo referendario", conclude Ruscelli.
sabato 17 aprile 2010
Rifondazione Comunista di Perugia aderisce e partecipa alla manifestazione di domani di Emergency
Tra questi ci sono , come è noto, tre cittadini italiani: Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani. "Questa operazione - ricorda Flamini - ha costretto il personale dell’associazione umanitaria a lasciare l’ospedale, la sola struttura sanitaria nel territorio, che dal 2004 cura le vittime della guerra e delle mine antiuomo e dove più di un terzo dei pazienti ricoverati ha meno di 14 anni".
"Consideriamo inaccettabile - si dice nella nota - che questa struttura e il suo personale non vengano difesi come meritano dal governo italiano. Da parte nostra invitiamo tutti i cittadini a manifestare la propria solidarietà ad Emergency, che in 15 anni di attività ha curato più di 3 milioni di persone vittime della guerra e della povertà e che ha sensibilmente contribuito nel nostro paese a tutte le campagne contro la guerra".
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venerdì 16 aprile 2010
Prc: "Plauso ad azione contro manager Tortora, Frijia smetta di usare Acam per propaganda"
La Spezia. Rifondazione Comunista della Spezia plaude all'azione di responsabilità intrapresa nei confronti del management di ACAM Tortora che "de facto" ha portato l'azienda sull'orlo del baratro finanziario e organizzativo. "Chi ha sbagliato deve pagare - spiega la nota stampa della segreteria provinciale - ed è giusto che si cominci dal principale responsabile dell'enorme disavanzo del bilancio, causato anche da spericolate e incomprensibili operazioni finanziare intraprese dal medesimo manager negli anni della sua gestione. Piuttosto sottolineiamo il ritardo con cui tale azione è stata intrapresa, per altro dalla stessa classe dirigente che permise l'approdo ad ACAM dello stesso Tortora. Occorre che il nuovo corso gestionale dell'azienda faccia chiarezza sul recente passato, chieda giustizia in tutela dei lavoratori e svolti radicalmente nelle modalità gestionali dei processi produttivi di ACAM. Un auspicio che intravediamo ma di cui saremo severi guardiani.
In tutto questo, come sempre, spicca l'ipocrisia del centrodestra spezzino. Prima il PdL tuona che non si è fatta chiarezza sulle responsabilità di ACAM, poi, una volta intrapresa un'azione legale seria, i berluscones spezzini tornano alla carica con quel finto moralismo che li contraddistingue. L'esternazione dell'esponente Maria Grazia Frija, è paradossale: se fin'ora vi è stata difficoltà nel procedere in un'azione legale doverosa è perchè in Italia c'è un governo presieduto da Silvio Berlusconi che ha depenalizzato norme di civiltà come il falso in bilancio, per salvare dai guai il proprio capo. Basta con la demagogia anche perchè, se non se ne sono ancora accorti, la campagna elettorale è finita, la bastonata è stata sonora e sarebbe il caso che si faccia politica confrontandosi sui temi senza andare a cercare i pretesti più biechi, tanto meno quando si fa parte di un partito che sta demolendo a suon di decreti lo stato di diritto nel nostro paese".
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In difesa di Rifondazione Comunista
lunedì 12 aprile 2010
Il dibattito su Rifondazione Comunista: che fare?
Diversi interventi chiedono: “che fare di Rifondazione comunista? Quale è la tua proposta in positivo?”
Giovanni, in particolare, dice che il punto debole del mio ragionamento sta nell’assenza di un possibile gruppo dirigente di ricambio. Ha ragione, ma il punto è proprio che non c’è ricambio possibile: quando un esercito perde tre battaglie di seguito e non cambia lo Stato Maggiore, semplicemente, ha perso la guerra. Rifondazione ha perso la guerra e la conferma sta proprio nel tentativo di minimizzare la sconfitta, perchè il gruppo dirigente non riesce ad immaginare alcuna altra linea di condotta oltre quella rovinosa seguita sin qui.
Giovanni, in particolare, dice che il punto debole del mio ragionamento sta nell’assenza di un possibile gruppo dirigente di ricambio. Ha ragione, ma il punto è proprio che non c’è ricambio possibile: quando un esercito perde tre battaglie di seguito e non cambia lo Stato Maggiore, semplicemente, ha perso la guerra. Rifondazione ha perso la guerra e la conferma sta proprio nel tentativo di minimizzare la sconfitta, perchè il gruppo dirigente non riesce ad immaginare alcuna altra linea di condotta oltre quella rovinosa seguita sin qui.
Un gruppo dirigente di ricambio non c’è perchè esso non si improvvisa ma è il prodotto della lotta politica di un partito verso l’esterno e del dibattito democratico all’interno. E a Rifondazione è mancata sia l’una che l’altra cosa. La lotta politica si è ridotta ad una stanca routine propagandistica di cui non si ricorda una sola campagna significativa. Quanto alla vita democratica, non parliamone neppure: pochissime assemblee degli iscritti e riunioni degli organi statutari, nessun momento di formazione politica, le poche tribune del partito saldamente occupate dall’inamovibile gruppo dirigente e liturgie congressuali rigidamente incanalate nel dibattito fra componenti date una volta per tutte.
In queste condizioni che nuovi quadri dirigenti potevano venire fuori? Forse nel partito ci sono persone idonee al ricambio, ma, se ci sono, sono disperse, prive di mezzi per raggiungere la maggioranza degli iscritti. Comunque, dovrebbero ingaggiare una battaglia furibonda con la solita crescita miracolosa delle tessere, i soliti giochetti delle iscrizioni a parlare nei congressi, le solite manipolazioni dei risultati, la solita campagna di funzionari in cerca di conferma dello stipendio… Un film già visto troppe volte.
In queste condizioni che nuovi quadri dirigenti potevano venire fuori? Forse nel partito ci sono persone idonee al ricambio, ma, se ci sono, sono disperse, prive di mezzi per raggiungere la maggioranza degli iscritti. Comunque, dovrebbero ingaggiare una battaglia furibonda con la solita crescita miracolosa delle tessere, i soliti giochetti delle iscrizioni a parlare nei congressi, le solite manipolazioni dei risultati, la solita campagna di funzionari in cerca di conferma dello stipendio… Un film già visto troppe volte.
E poi, il gioco varrebbe la candela? Il ricambio potrebbe avvenire solo per due vie: o per una rivolta della base o per un sussulto di dignità degli attuali dirigenti che, riconosciuta la sconfitta, decidano finalmente di farsi da parte e andare a coltivare cipolle. Ma non speriamo nè in una cosa nè nell’altra: nella prima per il sopravvivere di una delle più nefaste eredità del Pci, per la quale il gruppo dirigente ha sempre ragione e la base “non capisce ma si adegua”. C’è chi difende ancora Ferrero, chiedendosi se qualcuno avrebbe saputo far di meglio, mentre la domanda corretta sarebbe se qualcuno avrebbe saputo far di peggio. Meno ancora speriamo nella seconda cosa perchè non sospettiamo capaci di un simile atto di onestà questi dirigenti.
A questo punto le vie che si aprono sono due.
La prima è quella di ulteriori federazioni, patti elettorali, accordi e fusioni varie. Non è detto che riesca e che tutti si accordino con lo stesso contraente (magari un pezzo va con Vendola, un altro con Di Pietro e un terzo con il Pd ). Se Rifondazione restasse unita e il gioco riuscisse (ma ne dubiatiamo) , il risultato sarebbe quello di piazzare una dozzina di parlamentari con relativi portaborse e soldi per mantenere ancora un po’ di funzionari, che contribuirebbero a mantenere i dirigenti di prima e così via. Una comoda nicchia all’interno del sistema, in grado di riprodursi per un po’. Il Psdi, in questo modo, visse almeno trenta anni (però quelli erano più bravi). Ma a cosa servirebbe politicamente un partito così? Che autonomia avrebbe? Il ceto politico di Rifondazione non ha prodotto nulla quando aveva l’8,7 % ed oltre centomila iscritti. Perchè mai dovrebbe farlo ora in una situazione di estrema debolezza?
Qualcuno invocherà le ragioni dell’identità: la sopravvivenza, per quanto marginale, di una falce e martello è garanzia della sussistenza di un gruppo di irriducibili oppositori del sistema capitalistico. Capisco e condivido lo spirito da cui muove questa obiezione, ma non posso far a meno di replicare che l’identità non è qualcosa che si coltiva come un geranio. L’identità ha ragion d’essere e definirsi tale se produce iniziativa, lotta, capacità di confronto con gli avversari. Se non è questo è solo la macchietta del comunista irriducibile e un po’ rimbambito.
Per fare salva l’identità, la strada giusta non è quella della sopravvivenza di un simulacro di partito, ma quella della presa d’atto della sconfitta e della trasformazione qualcosa d’altro più vitale.
Rifondazione ha concluso la sua parabola come partito perchè non è più in grado di svolgere una sua autonoma azione nelle istituzioni.
La prima è quella di ulteriori federazioni, patti elettorali, accordi e fusioni varie. Non è detto che riesca e che tutti si accordino con lo stesso contraente (magari un pezzo va con Vendola, un altro con Di Pietro e un terzo con il Pd ). Se Rifondazione restasse unita e il gioco riuscisse (ma ne dubiatiamo) , il risultato sarebbe quello di piazzare una dozzina di parlamentari con relativi portaborse e soldi per mantenere ancora un po’ di funzionari, che contribuirebbero a mantenere i dirigenti di prima e così via. Una comoda nicchia all’interno del sistema, in grado di riprodursi per un po’. Il Psdi, in questo modo, visse almeno trenta anni (però quelli erano più bravi). Ma a cosa servirebbe politicamente un partito così? Che autonomia avrebbe? Il ceto politico di Rifondazione non ha prodotto nulla quando aveva l’8,7 % ed oltre centomila iscritti. Perchè mai dovrebbe farlo ora in una situazione di estrema debolezza?
Qualcuno invocherà le ragioni dell’identità: la sopravvivenza, per quanto marginale, di una falce e martello è garanzia della sussistenza di un gruppo di irriducibili oppositori del sistema capitalistico. Capisco e condivido lo spirito da cui muove questa obiezione, ma non posso far a meno di replicare che l’identità non è qualcosa che si coltiva come un geranio. L’identità ha ragion d’essere e definirsi tale se produce iniziativa, lotta, capacità di confronto con gli avversari. Se non è questo è solo la macchietta del comunista irriducibile e un po’ rimbambito.
Per fare salva l’identità, la strada giusta non è quella della sopravvivenza di un simulacro di partito, ma quella della presa d’atto della sconfitta e della trasformazione qualcosa d’altro più vitale.
Rifondazione ha concluso la sua parabola come partito perchè non è più in grado di svolgere una sua autonoma azione nelle istituzioni.
Però può avere una seconda esistenza su un piano diverso.
La difficoltà è di trovare un progetto, una linea ed un gruppo dirigente non solo di Rifondazione ma di tutta la sinistra che, al di là del chiacchiericcio mediatico, non ha nessun discorso politico. E non c’è “ricambio generazionale” che basti a risolvere il problema. Quello che serve è un movimento di base per la rifondazione (questa volta sul serio) della sinistra italiana.
La difficoltà è di trovare un progetto, una linea ed un gruppo dirigente non solo di Rifondazione ma di tutta la sinistra che, al di là del chiacchiericcio mediatico, non ha nessun discorso politico. E non c’è “ricambio generazionale” che basti a risolvere il problema. Quello che serve è un movimento di base per la rifondazione (questa volta sul serio) della sinistra italiana.
-Un movimento unitario e trasversale a tutta la sinistra: Pd, sindacati di base e confederali, organismi di volontariato, centri sociali, Rifondazione, Sel, Verdi, Arci, “grillini”, circoli culturali, ecc. ma, soprattutto, la sinistra diffusa e non organizzata di quanti votano (o si astengono) ma non riescono a riconoscersi in nessuna forma organizzativa.
- Un movimento che non abbia come suo fine un qualche cartello elettorale o la nascita di un nuovo partito. Certamente la politica non si può fare fuori dalle istituzioni e senza essere soggetto organizzato a livello nazionale, ma se questo processo sfocerà nella formazione di uno o più partiti nuovi, o se determinerà la rigenerazione di qualcuno dei vecchi o darà vita a un gruppo di pressione permanente per condizionare l’azione dei partiti esistenti, è cosa che si vedrà alla fine, per ora non mettiamo il carro avanti ai buoi.
E sul piano elettorale che si fa? Sino al 2013 il problema non dovrebbe porsi a livello nazionale, dunque per ora è prematuro dir nulla. Nel frattempo, in caso di elezioni locali, sulla base delle concrete condizioni del momento, si può decidere di ignorare la cosa o invitare all’astensione o appoggiare qualcuno in particolare o (perchè no?) dar vita a liste civiche quando ve ne siano le condizioni. Magari anche solo per dare una lezione ai “signori delle elezioni”, che ritengono un diritto essere votati “perchè-sennò-vince-Berlusconi”. Basta con questo ricatto: se volete i voti venite a prenderveli convincendo la gente, non c’è più rendita di posizione (il Piemonte insegni!).
- Un movimento che sperimenti sino in fondo le capacità di mettersi in rete in forme autogestite, approfittando delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie. Ricordate la grande manifestazione dopo la strage di Atocha, quella che in 48 ore determinò la sconfitta di Aznar e la vittoria di Zapatero? Venne “autoconvocata” con il passaparola degli sms.
Ed allora, impariamo ad usare sino in fondo il meccanismo del passa parola, creiamo reti di siti corrispondenti, usiamo gli sms, le mail…
- Un movimento che non abbia come suo fine un qualche cartello elettorale o la nascita di un nuovo partito. Certamente la politica non si può fare fuori dalle istituzioni e senza essere soggetto organizzato a livello nazionale, ma se questo processo sfocerà nella formazione di uno o più partiti nuovi, o se determinerà la rigenerazione di qualcuno dei vecchi o darà vita a un gruppo di pressione permanente per condizionare l’azione dei partiti esistenti, è cosa che si vedrà alla fine, per ora non mettiamo il carro avanti ai buoi.
E sul piano elettorale che si fa? Sino al 2013 il problema non dovrebbe porsi a livello nazionale, dunque per ora è prematuro dir nulla. Nel frattempo, in caso di elezioni locali, sulla base delle concrete condizioni del momento, si può decidere di ignorare la cosa o invitare all’astensione o appoggiare qualcuno in particolare o (perchè no?) dar vita a liste civiche quando ve ne siano le condizioni. Magari anche solo per dare una lezione ai “signori delle elezioni”, che ritengono un diritto essere votati “perchè-sennò-vince-Berlusconi”. Basta con questo ricatto: se volete i voti venite a prenderveli convincendo la gente, non c’è più rendita di posizione (il Piemonte insegni!).
- Un movimento che sperimenti sino in fondo le capacità di mettersi in rete in forme autogestite, approfittando delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie. Ricordate la grande manifestazione dopo la strage di Atocha, quella che in 48 ore determinò la sconfitta di Aznar e la vittoria di Zapatero? Venne “autoconvocata” con il passaparola degli sms.
Ed allora, impariamo ad usare sino in fondo il meccanismo del passa parola, creiamo reti di siti corrispondenti, usiamo gli sms, le mail…
Ma non solo: diamo vita a momenti di confronto fra le varie anime della sinistra con convegni, assemblee, dibattiti, spettacoli, che abbattano i muri che separano un ambiente dall’altro. Torniamo a contaminare culture e linguaggi.
- Un movimento che sappia muoversi per grandi campagne nazionali (l’acqua, la lotta alla speculazione finanziaria, il problema dei mutui, la riforma delle assicurazioni, il diritto allo studio, l’opposizione al federalismo, ecc.) attraverso le quali costruire man mano un progetto politico complessivo.
E con quali forme di lotta? Referendum, scioperi, proposte di legge di iniziativa popolare sono delle armi spuntate? Ripensiamoli ridandogli efficacia. Ma usiamo anche forme nuove come la class action, individuiamo forme di ostruzionismo, riscopriamo le forme di sciopero “anomale”, torniamo a forme di disubbidienza civile.
- Un movimento che sappia muoversi per grandi campagne nazionali (l’acqua, la lotta alla speculazione finanziaria, il problema dei mutui, la riforma delle assicurazioni, il diritto allo studio, l’opposizione al federalismo, ecc.) attraverso le quali costruire man mano un progetto politico complessivo.
E con quali forme di lotta? Referendum, scioperi, proposte di legge di iniziativa popolare sono delle armi spuntate? Ripensiamoli ridandogli efficacia. Ma usiamo anche forme nuove come la class action, individuiamo forme di ostruzionismo, riscopriamo le forme di sciopero “anomale”, torniamo a forme di disubbidienza civile.
Trovate il progetto troppo avveniristico ed azzardato? Ho fatto un piccolo esperimento: ho “lanciato” il precedente articolo su Rifondazione con una serie di sms e mail ed affidandomi al passaparola: gli accessi sono passati dai 346 del giorno prima a 1.638. Mi sono arrivate una sessantina di mail private ed una quarantina di sms di risposta e gli interventi sono stati per ora (sabato mattina) 16 ed alcuni hanno l’estensione di veri e propri articoli. Poco importa se qualcuno si è detto poco interessato a discutere di qualcosa che riteneva già morto: anche lui ha partecipato inconsapevolmente al piccolo esperimento dimostrando che il meccanismo funziona (chiedo scusa in particolare ad Elia per questa piccola strumentalizzazione).
A questo punto, è facile rendersi conto di quale potrebbe essere l’impatto di una rete già organizzata come quella di Rifondazione, se volesse essere uno dei vettori di questo processo di rigenerazione della sinistra. Certo questo implica una profonda trasformazione: smetterla di essere un ufficio di collocamento per il ceto politico, ma tornare a far politica. Snellire la struttura, eliminando questa strutturazione gerarchica in segreterie di circolo, federazione provinciale, comitato regionale, direzione nazionale ecc ormai ridicola. Usare oggi definizioni altisonanti come “membro della Segreteria nazionale” o “segretario regionale”, su questo cumulo di macerie, richiama un vecchio detto napoletano: “ ’O gallo n’coppa a munnezza”.
Non è più serio e realistico tentare una strada nuova come quella del movimento unitario per la rifondazione della sinistra?
A questo punto, è facile rendersi conto di quale potrebbe essere l’impatto di una rete già organizzata come quella di Rifondazione, se volesse essere uno dei vettori di questo processo di rigenerazione della sinistra. Certo questo implica una profonda trasformazione: smetterla di essere un ufficio di collocamento per il ceto politico, ma tornare a far politica. Snellire la struttura, eliminando questa strutturazione gerarchica in segreterie di circolo, federazione provinciale, comitato regionale, direzione nazionale ecc ormai ridicola. Usare oggi definizioni altisonanti come “membro della Segreteria nazionale” o “segretario regionale”, su questo cumulo di macerie, richiama un vecchio detto napoletano: “ ’O gallo n’coppa a munnezza”.
Non è più serio e realistico tentare una strada nuova come quella del movimento unitario per la rifondazione della sinistra?
Aldo Giannuli, 12 aprile ‘10
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