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venerdì 30 aprile 2010

Pio La Torre, il comunista che sfidò apertamente la mafia

27 anni, tanti ne son passati da quel 30 Aprile 1982, da quell’infame ed ignobile assassinio, da quando Pio La Torre e l’amico e collaboratore Rosario Di Salvo vennero crivellati da oltre trenta colpi di pistola e mitra esplosi da mani mafiose all’interno di una Fiat 131, in una via del centro di Palermo. 

Le immagini di quei volti sfigurati e pieni di sangue, di quella gamba dell’on.le La Torre che sporge dal finestrino, forse nell’estremo quanto inutile tentativo di parare i colpi dei sicari di Cosa Nostra, del Presidente della Repubblica Sandro Pertini che partecipa ai solenni funerali, immagini che i telegiornali trasmetteranno a ripetizione, nonostante l’inesorabile trascorrere degli anni, è come se passassero davanti ai nostri occhi in questo stesso momento, tanto sono impresse nella nostra memoria. 

L’indiscusso prestigio, la forte tempra della sua personalità, la dedizione assoluta verso la sua terra e la sua gente, il rigore morale e la passione civile che lo animavano, il coraggioso impegno politico in difesa della democrazia e della legalità, hanno fatto di Pio La Torre uno dei protagonisti assoluti della vita politica e sociale italiana ed allo stesso tempo uno dei più agguerriti avversari della criminalità mafiosa a tutti i livelli. 
La Torre, figura di rilievo della migliore tradizione comunista italiana, già componente della segreteria nazionale e segretario regionale siciliano del PCI, iniziò ad essere uno dei bersagli privilegiati di “Cosa Nostra” subito dopo l’omicidio del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella e, precisamente, sin dal 31 Marzo 1980, giorno in cui presso la Camera dei Deputati depositò - aiutato nella stesura tecnica da due magistrati della Procura di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - la proposta di legge nr. 1581, intitolata “Norme di prevenzione e repressione del fenomeno della mafia e costituzione di una commissione parlamentare permanente di vigilanza e di controllo”. Pio La Torre non vedrà mai l’approvazione di quelle norme, per la quale bisognerà attendere anche l’assassinio di un altro fedele servitore dello Stato, il gen. Carlo Alberto dalla Chiesa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro ed all’agente di scorta Domenico Russo. Quella proposta di legge, diventerà legge dello Stato, meglio conosciuta come legge La Torre - Rognoni, quasi cinque mesi dopo l'omicidio di Pio La Torre, il 13 Settembre 1982, ed introdusse nella legislazione italiana il delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso e il sequestro e la confisca per i capitali di Cosa Nostra (art. 416 bis c.p.). Sarà grazie a quelle norme che, cinque anni dopo, nel Dicembre 1987, la Corte d'Assise di Palermo, presieduta da Alfonso Giordano con giudice a latere l'attuale procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, infliggerà un durissimo colpo ai capi storici di Cosa Nostra, in quello che passerà nella storia giudiziaria italiana come il “maxi processo di Palermo”, che vide alla sbarra 475 imputati, 360 dei quali condannati. 
Per avere giustizia, i familiari di Pio La Torre hanno dovuto attendere ben 22 anni e solo nel Giugno 2004, la Corte d’Assise di Palermo condannerà all’ergastolo, come mandanti degli omicidi La Torre e Di Salvo, i capi mafia Riina, Provenzano, Calò, Brusca e Geraci e come esecutori materiali Giuseppe Lucchese e Antonino Madonia, infliggendo pene inferiori agli altri esecutori. Nel Gennaio 2007 la Corte d'Assise d'Apello del capoluogo siciliano confermerà quelle condanne. 
Tre mesi dopo quest'ultima sentenza e nel 25° anniversario dell’assassinio, il 30 Aprile 2007 venne intitolato a Pio La Torre il nuovo aeroporto di Comiso, città nella quale, tre settimane prima della sua morte, riuscì a portare oltre 100.000 persone per manifestare contro la costruzione in quel sito di una base missilistica e contro la quale si era battuto senza risparmio di energie sino agli ultimi mesi della sua vita. Una decisione scellerata della giunta di Comiso succeduta a quella che aveva intitolato l’aeroporto al nome di chi aveva fatto della lotta alla mafia una ragione di vita, nel 2008, qualche mese dopo il suo insediamento, decide di ritornare alla precedente denominazione e di chiamare lo scalo di Comiso, aeroporto “Vincenzo Magliocco”, nome di un generale del periodo fascista, caduto durante la guerra d’Etiopia. Con quella decisione - dirà Franco La Torre, figlio di Pio - è come se mio padre fosse stato ammazzato per la seconda volta. 
Potranno anche decidere di togliere dall'aeroporto di Comiso il nome di Pio La Torre, ma gli ideali per cui aveva speso tutta la sua vita, sino all'estremo sacrificio, non potranno essere certo cancellati da una decisione amministrativa. Quegli ideali, insieme a quelli di tanti altri eroi caduti nella lunga lotta contro tutte le mafie, sono e rimarrano per sempre scolpiti nelle coscienze di tutti gli italiani onesti. 


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giovedì 1 aprile 2010

- I partiti sono diventati macchine di potere -

Intervista a Enrico Berlinguer

«I partiti sono diventati macchine di potere»   

 «I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer.
«I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».

Eugenio Scalfari
*   *   *
La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.

Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio...
...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.
«La Repubblica», 28 luglio 1981

Da Metaforum

domenica 14 marzo 2010

Catalogato lo sterminato archivio del P.C.I bolognese

Dentro i segreti di via Barberia

Catalogato lo sterminato archivio del Pci bolognese

Una bandiera del vecchio PciUna bandiera del vecchio Pci
La storia dei comunisti di Bologna è alla fine di una scala a chiocciola dentro grandi armadi d’acciaio con le ante che s’aprono azionando una manovella. C’è la storia di un partito e di una città dentro quei 950 faldoni (91 che coprono gli anni fino al 1972, i restanti fino al cambiamento del nome del partito) che raccolgono le carte ma non solo, di quella che fu la federazione più potente di tutto l’Occidente. Ora è custodito nei locali della Fondazione Istituto Gramsci in via Galleria dopo essere giaciuto sin dai primi giorni del dopoguerra al 4 di via Barberia. Acquisito nei primi anni ’90 è stato inventariato e archiviato ed è disponibile alla consultazione fino all’anno 1972. L’opera del Gramsci è uno dei rami del progetto sostenuto dalla Fondazione del Monte, «Città degli archivi», al quale sta lavorando Angelo Varni. Del Pci bolognese clandestino, negli anni della dittatura come fonte archivistica fanno fede l’archivio personale di Giuseppe Dozza e il carteggio (1.000 lettere da un carcere all’altro) tra Lea Giaccaglia e Paolo Betti, militanti comunisti bolognesi.
Il documento madre, il «numero 1» di questa sterminata storia su carta, è un foglio in carta velina: è un verbale del Triumvirato insurrezionale firmato da Dozza, Barontini e Alberganti. La storia del Pci bolognese inizia lì, emblematicamente, con i suoi dirigenti impegnanti ad organizzare la finale insurrezione per liberare la città. Poi venne l’attività alla luce del sole, quel partito che seppe indubbiamente, come in altri rari casi, davvero identificarsi con la città. Seppe capirne gli umori, interpretarne i bisogni, diventare punto di riferimento per tanti. Arrivando al punto in cui partito e amministrazione si sovrapponevano nell’immaginario cittadino. Forse più che segreti sui dibattiti politici interni in quelle carte, quando verranno sempre più analizzate, si scoprirà il segreto alla base di questo legame così forte, idilliaco e rassicurante per chi si batteva perché si rafforzasse, cupo e invadente per chi lo interpretò come un’egemonia soffocante.
Se basterà scorrere i verbali dei comitati federali, delle riunioni degli organismi dirigenti, le corrispondenze con il partito di Roma, non è dato sapere, ma certo ora c’è un tesoro di memoria cittadina alla Fondazione Gramsci, un’opportunità ora che la lontananza temporale ai fatti dà (dovrebbe dare) la giusta distanza per una riflessione serena.
Lo conferma Siriana Suprani, direttore della Fondazione, che nel lavoro di coordinamento è stata coadiuvata da Simona Granelli: «Credo che l’idea di studiare il rapporto tra il partito comunista e la città, ha ora a disposizione un forte strumento di conoscenza. Bologna negli anni scorsi ebbe avvenimenti deflagranti anche a livello nazionale, pensiamo al 1977 e al 1980 con la strage della stazione che hanno avuto un carico simbolico ingombrante. Ora si potrebbe meglio concentrarsi sulla storia del partito bolognese: ci sono certamente gli elementi per capire meglio la storia di una città».
E di simboli, nell’archivio, tra possibili nostalgie e certe curiosità, ci sono le bandiere rosse con la falce e il martello delle sezioni di quartiere, c’è la borsa di cuoio marrone appartenuta a Dozza, immaginandolo con quella sotto al braccio quando andava in treno a Roma a litigare nei ministeri. Ci sono i quaderni dove sopra ci facevano i compiti gli allievi della scuola di partito sui colli. E foto, tante, di comizi e feste dell’Unità, di cortei e assemblee. E immagini di sorridenti militanti di periferia, persi dentro la Piazza Rossa a Mosca, quando s’andava a vedere com’era il socialismo realizzato.
C’è un buco che ai più maliziosi suonerà come inevitabile: mancano le carte relative al 1956, l’anno dell’invasione sovietica in Ungheria. Un anno travagliato per i comunisti, anche quelli bolognesi. Suprani lo spiega così: «Si può ipotizzare la necessità di una rilettura di documenti così delicati da parte dei protagonisti di quel dibattito anche successivamente. È andata dispersa per un eccesso di uso anche personale». Documenti che non sono stati trovati nemmeno nell’archivio di Luigi Arbizzani, ex partigiano ferito ad un braccio in uno degli ultimi combattimenti con i tedeschi in fuga nella bassa bolognese. Arbizzani dopo la guerra divenne uno studioso e un archivista impareggiabile, creando una sorta di archivio parallelo al partito (ma nel senso migliore del termine). Al punto che cose che mancavano nei vecchi faldoni accatastati in via Barberia, Arbizzani li aveva a casa. Grazie a lui ad esempio sono stati conservati migliaia di volantini in grandi quaderni (posseduti dal Gramsci) ma che non sono catalogabili ancora con le regole dell’archiviazione. La completezza della storia del partito bolognese la si deve anche a lui. Come a lui sempre si deve la precisa ricostruzione delle vittime della strage di Monte Sole dopo lunghi anni di cifre improbabili in eccesso e in difetto. E infine c’è la stampa di partito: tutta l’Unità con la collezione completa dal 1946 sino ad oggi i settimanali di propaganda «Emilia» e «La Lotta», molto diffusi tra i militanti negli anni del dopoguerra.
Luca Sancini

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martedì 16 febbraio 2010

De Luca: «Berlusconi? Meglio del Pci»


tratto da il corriere del mezzogiorno di GOFFREDO BUCCINI
SALERNO— Vicienzo c’è pate a nnuie: Vincenzo è il nostro padre, recitavano, parafrasando Scarpetta, i cartelli della gente scesa dai rioni popolari fin sotto Palazzo di Città, la sera della sua prodigiosa terza elezione a sindaco, cane sciolto ex comunista contro il centrosinistra che appoggiava un ex democristiano. «Vicienzo, salva la squadra nostra!», hanno supplicato gli ultrà della Salernitana venerdì scorso, sotto un temporale biblico, fuori dalla caserma D’Avossa dove la beneamata ha celebrato i novant’anni di vita e calcio con il poco lusinghiero ultimo posto in serie B («si chiudono in caserma perché hanno paura delle mazzate!»).
L’unico che sembra non averne mai, di paura, nella sua Salerno, è lui, Vicienzo: «Il sindaco è uno bbuono », si commuove il tassista che ci strappa alla tempesta e agli ultrà. Mal sopportato dagli intellettuali e temuto dai giornalisti (li chiama «i pipì », quando propendono per il «salottismo» e il «pulcinellismo»), Vincenzo De Luca è dal 1993, esordio da primo cittadino, una calamita di paradossi. L’ultimo dei quali lo regala lui stesso al cronista sabato pomeriggio, in una saletta dell’hotel Vanvitelli di Caserta, alla fine dell’incontro con quadri e militanti democratici. Calcio, carisma, emotività popolana, scaramanzia (l’anatema «porti seccia », iella, scagliato contro i rivali politici): dicono che nel rapporto con la sua gente abbia un tratto berlusconiano (in genere chi lo dice è un pipì che storce la bocca). Lui ci pensa un attimo, poi risponde: «Di Berlusconi mi piace che è esattamente come si presenta, autentico. Rifiuta ogni doppiezza, io lo trovo apprezzabile». Non si fa in tempo a stupirsi per la sviolinata (la candidatura di De Luca a governatore della Campania è appoggiata a denti stretti anche dai dipietristi) che lui ci aggiunge un carico: «Se c’è una cosa che disprezzo della mia tradizione politica è la doppiezza permanente, l’ipocrisia. La parte peggiore del Pci e dei suoi eredi? Le classi dirigenti, direi».
Non male per un sessantenne cresciuto nella sezione Di Vittorio del partito a pane e rancore, accanto all’odiato Antonio Bassolino, suo rivale politico da almeno un terzo di secolo (ma l’accordo per queste regionali è ormai fatto): «Con Antonio c’è rispetto, ora ci incontriamo», dice De Luca, stamattina in partenza per Scampia, tuffo in mezzo agli ultimi con l’incubo di non essere ancora riconoscibile fuori Salerno. Da giovane lo chiamavano Pol Pot, e andava a prendersi manganellate nelle campagne di Persano, alla testa dei contadini in rivolta. Al primo mandato, Vicienzo ’a funtana, per la sua smania di abbellire la città (da allora patria adottiva di varie archistar e teatro di una rinomata movida). All’ultimo, «lo Sceriffo», perché è lui a far prendere a manganellate dai suoi vigili gli extracomunitari che sgarrano e talvolta guida le retate: «Io rappresento la destra europea», dice, dopo aver cannibalizzato quella del consiglio comunale. «Sono un gobettiano liberale», giura. Per i molti che non lo amano, è semplicemente un camaleonte che ha capito i trucchi di questa nuova politica di giochi senza bandiere. Forse sbaglia chi pensa che il nodo stia nei due processi per affari opachi su aree industriali dismesse in cui è imputato («volevo Il governatore uscente affronterà Scopelliti alle Regionali («la scrivania accanto...»). Alla fine del secondo mandato (tre consecutivi erano vietati per legge), De Luca l’ha fatto eleggere sindaco al suo posto, poi, nel 2006, dopo una prima bufera giudiziaria negli uffici di Palazzo di Città, s’è ripreso la poltrona senza un grazie. «Sono stato offeso e tradito, non ci parliamo da allora», mormora l’ex sodale, sorseggiando caffè amaro sotto i baffetti bianchi, con la tristezza di un’ombra staccata dal corpo che le è caro. «All’inizio, insieme facevamo sul serio, abbiamo aperto centinaia di cantieri e cambiato la faccia di Salerno mentre a Napoli Bassolino si vendeva il G8 sui giornali. Poi, Vincenzo ha capito che questo modo di fare amministrazione non paga politicamente. S’è riciclato ed è diventato più comunicatore di Bassolino. Vuole un dettaglio? S’è fatto tanto chiasso sui manganelli ai vigili, ma di manganelli veri ce n’erano venti, gli altri erano di plastica, per i fotografi».
Lo spin doctor della campagna elettorale è Claudio Velardi, stesso lavoro anche per la Polverini sul fronte opposto: «Il tratto trasversale era già la caratteristica di Vincenzo», si schermisce. Ma il trasversalismo è stato accentuato anche per acchiappare voti a destra, l’omaggio a Berlusconi non arriva a capocchia. Il deluchismo promette ai salernitani riscatto da complessi antichi come quello verso Napoli (sorellastra e tiranna) e verso la Costiera amalfitana (di cui Salerno è stata finora solo una porta d’ingresso). «Il deluchismo non esiste», dice De Luca. Poi però, usa la locale Lira Tv come la videocamera dei nipotini, per lanciare un proclama a settimana: l’ultimo pro-Bertolaso, «fino a sentenza gli indagati sono persone perbene». E nel contestatissimo progetto del Crescent, il gigantesco emiciclo sul mare disegnato dal catalano Ricardo Bofil, suggerisce come ciliegina nella piazza Libertà (che s’immagina più «grande di San Pietro») un sobrio mausoleo per le proprie ceneri quando, tra mille anni, passerà a miglior vita. «Scherzavo, non mi hanno capito», dice adesso: «Al massimo ci faccio mettere una ciocca di quei pochi capelli scampati alla chierica».

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venerdì 12 febbraio 2010

Addio a Teti editore del «Calendario del Popolo»


da l'unità.it - Si è spento ieri a Milano Nicola Teti, originale figura di editore, che legò il proprio nome a tanta parte della cultura italiana nel dopoguerra ed in particolare, più tardi, alla pubblicazione del Calendario del Popolo, il periodico di storia e cultura politica nato nel marzo del 1945, per iniziativa di Giulio Trevisati, edito dalla sezione stampa e propaganda del Pci, con un obiettivo: quello della formazione politica e culturale delle nuove leve di militanti cresciute nella lotta partigiana. La rivista, con un chiaro intento divulgativo di ricostruzione storica, ma attenta anche alle espressioni più moderne della cultura e dell’arte, conobbe un grande successo negli anni cinquanta, arrivò a vendere oltre centomila copie, toccando un numero di lettori assai più alto. Ben presto alla rivista si affiancarono altre iniziative, come i corsi popolari di cultura, i Congressi della cultura di massa, svoltisi a Milano, a Livorno e l'ultimo, nel 1954 a Bologna, con Giuseppe Di Vittorio come relatore.



A Cattolica si organizzò il Premio letterario per la poesia dialettale: vi presero parte Pier Paolo Pasolini e Tonino Guerra, con Quasimodo ed Edoardo De Filippo nella giuria. Nei primi anni 60 la crisi. Fu allora che intervenne Nicola Teti, che rilevò la testata, scongiurandone la morte e rafforzandolo con nuovi contributi culturali (negli ultimi tempi, aprendo le pagine della rivista ai «nuovi italiani», agli immigrati). A fianco del Calendario, Teti pubblicò negli anni testi di riflessione storica e politica, libri d'arte, manuali scientifici per le scuole, libri illustrati per l'infanzia. Negli ultimi tempi l'attenzione dell'editore si era rivolta verso la realizzazione di mostre, attraverso la preparazione di pannelli coordinati dove testi e immagini sviluppassero grandi temi della storia e dell'attualità. E questo era solo uno dei tasselli dell’imminente rilancio del periodico che si vale di firme prestigiose come Luciano Canfora e altri storici. Progetto destinato a proseguire come nei voti dell’editore scomparso.

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giovedì 28 gennaio 2010

Diliberto: "Chi ha spento il PCI?"

Presentazione del libro "la morte del PCI" di Guido Liguori. Riproponiamo 'intervento di Oliviero Diliberto.



             

giovedì 21 gennaio 2010

21 gennaio 1921. Veniamo da lontano.







Riportiamo dal bellissimo "sitocomunista" la storia  in breve del Partito Comunista d'Italia (PCI), lasciando sia i link d'approfondimento che le meravigliose immagini storiche. Visto che per "puro caso" il racconto si ferma alla nascita di rifondazione e alla successiva nascita dei Comunisti Italiani, le considerazioni su dove stiamo andando le lasciamo a domani. Oggi è un giorno di festa.

Auguri compagni.




Nel 1921 si tenne a Livorno il XVII Congresso del Partito Socialista: la frazione comunista guidata da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, che non riteneva più possibile continuare a rimanere nel vecchio partito, abbandonò i lavori e il 21 gennaio si riunì nel congresso fondativo del Partito Comunista d'Italia - sezione dell'Internazionale Comunista.
Su come si realizzò la scissione, gli stessi Gramsci e Togliatti espressero più tardi un giudizio parzialmente autocritico, e in effetti nel breve periodo essa contribuì ad indebolire ulteriormente la capacità di resistenza del proletariato che, pur continuando in gran parte a far riferimento al PSI, rimase disorientato dalla durissima lotta intestina apertasi a sinistra.
Il primo Segretario del partito fu Amadeo Bordiga, ma la sua direzione, settaria ed estremista, fu messa sotto accusa al III congresso del PCd'I (Lione, 1926) ed egli fu estromesso dal gruppo dirigente: prevalse, cioè, la linea elaborata da Gramsci e Palmiro Togliatti nelle Tesi di Lione, dove si ponevano le premesse per la costruzione di un partito di massa e veniva svolta un'acuta analisi del fascismo, cogliendone le tendenze all'imperialismo e alla guerra. Questo ragionamento venne poi ripreso da Togliatti qualche anno più tardi in quella che resta sicuramente la riflessione più lucida sul regime, Le lezioni sul fascismo: qui troviamo una delle più limpide definizioni del fascismo, "regime reazionario di massa".
Con le leggi speciali, "fascistissime", del 1926 tutti i partiti e i sindacati furono dichiarati illegali e anche il PCd'I fu parzialmente decapitato, coi suoi dirigenti imprigionati o inviati al confino: lo stesso Gramsci restò in carcere dieci anni e morì subito dopo essere stato liberato, nel 1937; molti quadri, però, riuscirono ad espatriare, concentrandosi soprattutto a Parigi e a Mosca e il PCd'I si organizzò nella clandestinità: nonostante la repressione fascista riuscì a sopravvivere, e fu anzi l'unica forza politica antifascista che per tutto il ventennio continuò tenacemente ad operare. Questo fu dovuto essenzialmente a due fattori: il grande spirito di sacrificio e la ferrea organizzazione del partito leninista, ovvero la capacità, che il PCd'I conservò anche nei momenti più difficili, di mantenere profondi legami con il popolo.
Di rilievo alcuni momenti di forte tensione all'interno del gruppo dirigente: nel 1938, dopo la firma del patto di non aggressione fra URSS e Germania, alcuni esponenti di primo piano come Umberto Terracini e Camilla Ravera giudicarono inaccettabile questo accordo e furono espulsi dal partito (salvo venir riammessi appena finita la guerra). Prima ancora Gramsci aveva esplicitamente dissentito sul modo in cui veniva gestito il PCUS dopo la morte di Lenin e per questa ragione, pur mantenendo formalmente la carica di Segretario, fu di fatto emarginato: evidentemente la grande acutezza di Gramsci, oltre al fatto che si trovava in carcere, gli aveva consentito di cogliere nel Testamento di Lenin ciò che altri non seppero o non vollero vedere.
Assai numerosi furono i militanti comunisti che accorsero nelle Brigate Internazionali, formatesi in appoggio della Repubblica durante la guerra civile spagnola, e molti dirigenti del PCd'I ebbero un ruolo di primissimo piano (oltre a Togliatti, Luigi Longo, Vittorio Vidali - il leggendario Carlos, comandante il 5° Regimiento - Giuliano Pajetta e tanti altri).
Decisivo fu il contributo dei comunisti durante la Resistenza: le Brigate Garibaldi furono le principali formazioni combattenti (a cui si affiancarono i raggruppamenti organizzati da Giustizia e Libertà, dal PSI e dalla DC, e quelli senza uno specifico orientamento politico) e dei circa 45.000 partigiani morti oltre 30.000 erano comunisti.
I partiti antifascisti
Democrazia cristiana: fu costituita nel 1942 da dirigenti del disciolto Partito Popolare Italiano, la formazione cattolica fondata nel 1919 da don Luigi Sturzo; nel 1994 si è sciolta, e i suoi dirigenti hanno dato vita a varie formazioni, legate alla coalizione di centrosinistra (in particolare il PPI, poi Margherita, e l'UDEUR) o a quella di centrodestra (CCD, CDU, riunitesi nell'UDC).
Partito d’Azione: fu fondato da Mazzini nel 1853 con un programma repubblicano, laico e riformista: ad esso si ispirarono i gruppi dell’area liberale e socialista (soprattutto il movimento Giustizia e libertà) che nel 1942 si costituirono in Partito; nell’immediato dopoguerra questa forza si sciolse: l’ala più moderata, guidata da Ugo La Malfa, confluì nel rinato Partito Repubblicano Italiano, mentre gli esponenti della sinistra entrarono nel PCI o nel PSI.
Partito Democratico del Lavoro: formazione minore di tipo liberal-socialista che ebbe brevissima vita.
Partito Liberale Italiano: fondato nel 1942 ispirandosi al liberalismo post-risorgimentale, nel 1956 vide la scissione della sua ala sinistra che formò il Partito Radicale; guidato per molti anni da Giovanni Malagodi, si è sciolto nel 1994. Va precisato che il PLI fu un partito decisamente conservatore, assai distante dal liberalismo progressista di Gobetti (1901-1926) e della sua Rivoluzione Liberale.
Partito Socialista Italiano: fondato nel 1892 come Partito dei Lavoratori Italiani, l’anno successivo prese il nome di PSI; ne fece parte anche Mussolini (che addirittura fu direttore de l'Avanti!) fino allo scoppio della prima guerra mondiale; i suoi capi storici furono Filippo Turati durante il fascismo e Pietro Nenni nel dopoguerra, e subì la scissione dell’ala destra nel 1947 (da cui nacque il Partito Socialdemocratico di Saragat) e di quella sinistra nel 1964 (PSIUP); guidato dal 1976 al 1993 da Bettino Craxi, dimessosi in seguito a Tangentopoli, si è sciolto, disperdendosi in varie formazioni, nel 1994. Una ricchissima bibliografia sul socialismo in: socialisti.net/.
la bandiera del CLN della Toscana

Con il rientro in Italia nel 1944 di Palmiro Togliatti da Mosca, il PCI (il nuovo nome fu adottato dopo lo scioglimento del Komintern, nel '43) si conquistò subito un ruolo primario nel processo politico: in un famoso discorso tenuto a Salerno (marzo 1944) Togliatti propose, vincendo anche forti riserve interne, di rinviare senz’altro a guerra finita il dibattito sulla questione istituzionale (sì o no alla monarchia), poiché era assolutamente vitale che tutti gli italiani fossero uniti intorno all'obiettivo principale, la cacciata e la sconfitta dei tedeschi (svolta di Salerno). Malgrado la contrarietà di azionisti e socialisti questa linea fu adottata da tutto il CLN e non mancò di dare i suoi frutti.
Togliatti non solo aveva ben presente le priorità assolute di quel momento, ma aveva intuito i possibili scenari del dopoguerra, in cui il PCI avrebbe dovuto certamente mantenere la propria natura di partito rivoluzionario e di classe, ma assumendo altresì il ruolo di grande forza nazionale, con robusti legami con tutto il tessuto sociale e in grado di far fronte anche ai più delicati compiti di governo.
Era il partito nuovo, solido, flessibile, determinato, moderno, fedele alla concezione leninista ma proiettato nel futuro e, soprattutto, concentrato nell'analisi della situazione italiana: un'elaborazione che andrà precisandosi sempre meglio, anche in virtù del contributo teorico fondamentale contenuto nelle pagine, densissime e uniche, scritte da Gramsci: quei Quaderni del carcere che restano una delle grandi opere del pensiero novecentesco.
TogliattiNel 1947, nel clima della Guerra fredda, le fortissime pressioni dell'amministrazione americana portarono De Gasperi a rompere l'unità nazionale e il PCI fu estromesso dal governo e confinato all'opposizione: nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948 si ebbe la conferma del nuovo corso politico, con la clamorosa e schiacciante vittoria della DC sul Fronte Popolare formato da comunisti e socialisti. Anni dopo Giorgio Amendola, uno dei principali dirigenti comunisti, riflettendo su questa sconfitta mise in evidenza il grave errore commesso dal PCI: nei comizi del Fronte le piazze erano sempre colme, l'entusiasmo era enorme, e si ebbe una sopravvalutazione del consenso alla sinistra. In realtà il paese non poteva non essere ancora fortemente condizionato da vent'anni in cui cultura e informazione erano totalmente gestite dal regime fascista: Togliatti, giustamente preoccupato di creare nel paese un clima di coesione nazionale nella delicata fase della ricostruzione, da Ministro della Giustizia fu il principale promotore dei provvedimenti di amnistia nei confronti degli ex fascisti, ma rimase irrisolto il problema della cospicua presenza negli apparati dello Stato di uomini legati al vecchio regime e ben decisi a riciclarsi (e saranno tremendi i guasti provocati negli anni '60 e '70 da questo connubio tra fascisti e democristiani).
La nuova Italia, dunque, nasceva dopo un lungo periodo di dittatura e una sanguinosa guerra civile, con una Costituzione avanzatissima, frutto della strordinaria lucidità e lungimiranza dei membri dell'Assemblea Costituente (presieduta dal comunista Umberto Terracini), ma la logica dei blocchi definita a Yalta condizionò per oltre cinquant'anni la vita politica italiana, appunto impedendo che al governo vi fosse il fisiologico avvicendamento tra forze conservatrici e progressiste, come avveniva normalmente in Germania o nel Regno Unito.
Il fattore K (Komintern, Kommunist, ecc.) come asse della politica italiana. In realtà la stragrande maggioranza del PCI aveva accettato completamente le regole del gioco democratico, ritenendo improponibili in una società matura metodi insurrezionali e soluzioni analoghe (dittatura del proletariato, monopartitismo) a quelle volute dai partiti comunisti al potere. Anche sotto questo aspetto è significativo ciò che avvenne, proprio nel '48, in seguito all'attentato in cui Togliatti fu gravemente ferito: le sue prime parole furono "mantenete la calma!", tuttavia in tutto il paese vi fu praticamente un moto insurrezionale, e, ad esempio, a Genova ci vollero tutto il prestigio e l'autorità di Giancarlo Pajetta per convincere i partigiani, che avevano di fatto preso il controllo armato della città, a rimettere il potere alle istituzioni.
Nonostante l'elaborazione togliattiana della via italiana al socialismo - una linea decisamente eccentrica rispetto all'asfittica ortodossia imperante a Mosca - l'isolamento del PCI fu accentuato dalla formazione di governi di centrosinistra (DC, PSI, PSDI, poi allargati al PRI e in seguito anche al PLI). Fu in ogni caso una stagione di grandi trasformazioni e novità, con l'Italia investita dal miracolo economico, ma anche percorsa da importanti cambiamenti nel costume e nella vita civile.
Spesso si è dipinto il PCI come una chiesa, con i suoi adepti che fedelmente seguivano la dottrina imposta dall'alto (celebre l'arguzia di Giovanni Guareschi - uno dei pochi intelligenti umoristi di destra - che ironizzando sui cambiamenti di linea immaginava i disciplinati militanti comunisti sconvolti da un brusco richiamo dall'alto: "Contrordine, compagni!"): che vi siano stati anche elementi di questo tipo è vero, e ne scrisse accuratamente anche Gramsci a proposito dei tre elementi che costituiscono un partito di massa (il gruppo dirigente, una massa disciplinata ma non particolarmente colta, i quadri intermedi: v. Il partito politico nella breve raccolta di scritti gramsciani); ma la forza e la credibilità del PCI non risiedevano solo nella straordinaria capacità di mobilitazione, che vedeva l'apice nelle Feste de l'Unità e nel continuo lavoro per creare consenso intorno alle lotte popolari (talvolta con una modernissima capacità comunicativa, espressa soprattutto nei manifesti), ma soprattutto nell'essere davvero quell'intellettuale collettivo immaginato da Gramsci, cioè un organismo di massa che, pur tra mille contraddizioni, cercava senza sosta di migliorare se stesso e il proprio senso di aderenza alla realtà, utilizzando il marxismo come un metodo critico e non come formulario di ricette.
Non a caso i migliori intellettuali dell'epoca aderirono al PCI o gli furono vicini: scrittori, cineasti, editori, artisti, studiosi; solo alcuni nomi: Calvino, Malaparte, Pavese, Sciascia, Antonioni, De Sica, Pontecorvo, Visconti, Einaudi, Feltrinelli, Guttuso, Sapegno. Non fu sempre un idillio, naturalmente, e in taluni casi ci furono scintille: come nel caso dell'aspra polemica fra Elio Vittorini e Togliatti sul ruolo degli intellettuali o in seguito all'invasione sovietica dell'Ungheria.

Quanto il PCI fosse partito di lotta e di governo lo si può verificare sotto due profili: nelle regioni rosse, in cui comunisti e socialisti hanno tradizionalmente avuto la maggioranza e hanno amministrato egregiamente; e nell'instancabile attività nelle fabbriche e nelle campagne (quello che allora veniva definito il " lavoro di massa"), dove i comunisti - sia detto senza alcuna retorica - erano sempre in prima fila nella difesa dei diritti e nelle rivendicazioni; spesso pagando di persona con discriminazioni e licenziamenti: esemplare il caso della Fiat, dov'era stata allestito un apposito reparto confino in cui si cercava di isolare gli operai della Fiom, tutti accuratamente schedati. Per non parlare dei nutriti dossier allestiti dai carabinieri e dai servizi e delle decine di morti provocati da un uso irresponsabile delle forze dell'ordine in occasione di lotte sociali, attività in cui si distinse il Ministro democristiano Scelba.

Con la morte di Stalin (1953) in URSS cominciò un ripensamento di fondo su come il partito e lo stato erano stati gestiti, e il nuovo segretario del PCUS, Nikita Krushëv, nel celebre Rapporto segreto letto al XX Congresso (1956) attaccò aspramente il predecessore e il culto della personalità costruito intorno a lui. Togliatti, pur con la consueta prudenza, continuò nel tenace lavoro di presa di distanza da Mosca, e in un'intervista alla rivista Nuovi Argomenti criticò il rapporto di Krushëv, nel quale non veniva svolta un'analisi adeguata, organica, dello stalinismo: questa riflessione trovò una formulazione più strutturata in uno scritto steso da Togliatti proprio prima di morire, il cosiddetto Memoriale di Yalta, che il nuovo Segretario del PCI, Luigi Longo, decise subito di rendere pubblico, facendone il punto di riferimento dell'autonomia del PCI.
Occorre però ricordare che nel '56 vi fu anche la drammatica rivolta degli ungheresi contro il regime filosovietico e che il PCI si schierò decisamente a fianco dell'URSS. L'allora direttore de l'Unità, Pietro Ingrao, molti anni dopo confesserà di non perdonarsi quella posizione, e anzi di considerare l'atteggiamento assunto dal PCI il più grave errore commesso dal partito nella sua lunga, e gloriosa storia: liberarsi dal legame col regime totalitario sovietico - ormai privo da tempo di qualsiasi connotato comunista e rivoluzionario - e imprimere una decisiva svolta all'elaborazione teorica e alla pratica poteva significare far assumere al comunismo italiano una prospettiva ben diversa dalla misera fine decretata nel 1989-91.
All'XI Congresso del PCI (1966) si manifestarono apertamente due linee contrapposte: quella più moderata e che puntava addirittura all'unificazione col PSI, e una di sinistra che rivendicava una maggior severità nel giudizio sul centrosinistra. Gli esponenti di punta di questo dibattito furono rispettivamente Giorgio Amendola e Pietro Ingrao, ma nessuno dei due riuscì a far prevalere le proprie tesi: la linea del PCI fu dunque determinata - secondo un classico meccanismo politico - dal "centro", cioè da chi, nel gruppo dirigente (in particolare Longo, Giancarlo Pajetta ed Enrico Berlinguer), riteneva che le posizioni più sbilanciate e radicali dovessero essere riequilibrate da un orientamento "moderato" e flessibile.

Adorno Marcuse Barthes ChomskiSartreWilhelm Reich

Nel 1968, l'anno degli studenti, e nel 1969, l'anno dell'autunno caldo (cioè la stagione dei rinnovi contrattuali in cui riemerse, prepotente e decisa, la combattività operaia), Longo intuì il nuovo potenziale di lotta e di cambiamento, ma la deriva estremistica del movimento studentesco (e, viceversa, un certo irrigidimento dei dirigenti intermedi del PCI) impedì un vero dialogo, e, anzi, i gruppi della sinistra extraparlamentare svolsero durissime azioni di critica nei confronti del PCI e della CGIL. Non a caso le posizioni estremiste ebbero fortuna soprattutto fra gli studenti: nelle fabbriche, dove pure vi erano state numerose critiche a un certo attendismo delle vecchie Commissioni Interne (gli organismi rappresentativi costituiti dai lavoratori), dirigenti sindacali attenti e coraggiosi come Bruno Trentin capirono quanto fosse vitale cogliere i segnali di novità e dare il massimo spazio alle istanze emergenti dalla "nuova" classe operaia. E infatti la creazione dei nuovi strumenti di rappresentanza dei lavoratori (Consigli di fabbrica eletti unitariamente reparto per reparto) consentì al sindacato di mantenere ben saldi i legami di massa, trovando in ciò l'elemento essenziale della propria forza e credibilità.
Tutti questi elementi critici (che, ripetiamo, portarono anche importanti elementi di vivacità nella cultura politica e civile) nella loro forma più esasperata erano riconducibili da un lato a un'analisi sommaria delle società capitalistiche e dall'altra a una critica liquidatoria di quanto aveva fatto la sinistra storica, accusata di aver abbandonato l'idea della rivoluzione e di aver tradito il marxismo, o perlomeno di averlo sottoposto a un'inaccettabile revisione moderata e tesa al compromesso (revisionismo). La rottura, consumatasi nei primi anni '60, fra URSS e Cina, si era appunto determinata su questioni ideologiche, con i sovietici accusati di revisionismo, anche se, in realtà, il nodo del dissidio era riconducibile alla competizione fra i due paesi rispetto a chi dovesse esercitare la leadership sugli altri partiti comunisti e, soprattutto, sui paesi in via di sviluppo che, in opposizione ai paesi ricchi, avevano ovviamente bisogno di partner forti e affidabili.
Gli esponenti di spicco del marxismo "critico", cioè non legato all'ortodossia imposta da Mosca (ma anche da Pechino: al burocratismo sovietico si opponeva un dogmatismo altrettanto rigido, quasi che le parole d'ordine della Rivoluzione culturale cinese potessero essere esportate in società completamente diverse), in vario modo diedero un impulso formidabile a queste controversie.
Il gruppo di studiosi conosciuto come Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse), ma anche, in Francia, Althusser, Barthes, Lacan, Sartre, e negli Stati Uniti economisti come Paul Sweezy e linguisti come Noam Chomsky, sottoponevano a una critica spietata sia i meccanismi del capitalismo sia la politica, ritenuta debole e inadeguata, dei partiti storici della sinistra. In particolare veniva giudicata del tutto inefficace la tendenza della sinistra a considerare quasi esclusivamente i momenti "strutturali" dello scontro politico, cioè quelli legati ai meccanismi dello sfruttamento e all'organizzazione di classe della società, trascurando, invece, gli aspetti "sovrastrutturali", soprattutto se riferiti ai dispositivi - scuola, mass media - di formazione del consenso; ci fu chi addirittura teorizzò il venir meno del ruolo rivoluzionario della classe operaia, ormai coinvolta in modo subalterno nel sistema capitalistico e comunque destinata ad essere "integrata". Studiosi come Wilhelm Reich ed Eric Fromm introdussero poi nel dibattito politico temi legati alla psicanalisi e, più in generale, al rapporto fra politica e psicologia: il primo, in particolare, col suo celebre La rivoluzione sessuale propose una discutibile ma stimolante sintesi fra marxismo e freudismo, contribuendo fortemente ad una presa di coscienza collettiva anche rispetto a problemi di natura non strettamente politica ma di grande rilevanza dal punto di vista della formazione culturale e ideologica, e dei comportamenti sociali.
Tali fermenti investirono prepotentemente anche il movimento operaio italiano, che comunque già aveva cominciato a interrogarsi su tali questioni, ad esempio nell'ambito di quella sinistra socialista (che nel '64 aveva dato via al PSIUP) o comunista da cui avevano preso le mosse importanti riviste come Quaderni Rossi, Contropiano, Problemi del Socialismo, Quaderni Piacentini, Monthly Review (ed. italiana della rivista di Baran e Sweezy, uscita dal 1968 al 1987). Naturalmente anche il PCI fu scosso da queste aspre discussioni e nel dibattito interno ci fu una durissima contrapposizione fra i gruppi dirigenti e l'agguerrito nucleo di militanti che si rifacevano alle posizioni di Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Lucio Magri, promotori della rivista il Manifesto (quotidiano dal 1971): con la loro radiazione dal partito (1969) la frattura divenne insanabile e per vari anni ci fu una variegata e vivacissima costellazione di gruppetti alla "sinistra" del PCI.

Amendola Ingrao Pajetta Longo Rossanda, Pintor, Magri Natta

La grande forza di questo partito - fatta di idealità comuni, organizzazione, energia, disciplina, spirito di sacrificio, concretezza - talvolta gli fu quasi d'impaccio nel cogliere al volo le trasformazioni della società. Come nel caso del divorzio: malgrado le forti sollecitazioni di esponenti del mondo laico, il PCI non volle impegnarsi convintamente in questa battaglia, temendo che il paese fosse ancora troppo condizionato dalla cultura democristiana e dalla Chiesa cattolica, e infatti furono un deputato socialista e uno liberale, Fortuna e Baslini, a presentare una legge in merito, che fu approvata; quando però la DC e il MSI, guidati da Fanfani e Almirante, tentarono di rimediare, lanciando con grande clamore il referendum abrogativo (1974), il PCI mise in campo tutte le proprie risorse, svolgendo un ruolo decisivo nel battere la destra.
Una vicenda analoga si svolse a proposito dell'aborto, delicatissima questione che dal movimento femminista venne posta al centro di una battaglia più generale contro l'oppressione e l'oscurantismo: ma anche in questo caso la forza comunista fu essenziale (assai più delle brucianti invettive di Pannella e dei radicali), e vi fu un clamoroso no al tentativo del clerico-fascismo di cancellare la legge 194 per via referendaria (1978).
                    
il bellissimo NO sulla cupola del Brunelleschi è frutto di un'ingegnosa proiezione
Agli inizi del 1968 un'altra importante vicenda scosse il movimento operaio internazionale: il tentativo di Dubcek e del gruppo dirigente riformista del Partito Comunista di imprimere una svolta antiautoritaria al regime di tipo sovietico che soffocava la Cecoslovacchia. È la Primavera di Praga, conclusasi tragicamente in seguito all'intervento militare dei paesi del Patto di Varsavia nell'agosto. Rispetto a questo ennesimo atto contrario a qualsiasi logica di progresso e di liberazione, il PCI non esitò ad esprimere il proprio "grave dissenso."

Sul piano elettorale il PCI registrò una crescita continua, ma la pregiudiziale anticomunista degli altri partiti e i vincoli internazionali dell'Italia all'interno della NATO (Organizzazione del trattato dell'Atlantico del Nord) impedirono che quei voti fossero efficacemente utilizzati nel governo del paese. D'altra parte per moltissimi anni la peculiarità della politica italiana fu proprio il "congelamento" del PCI, cioè la conventio ad excludendum, l'accordo per escludere dal potere la principale forza di opposizione (che era anche il più grande partito comunista dell'occidente): e proprio per impedire ad ogni costo che il PCI andasse al governo, i servizi segreti statunitensi e italiani ispirarono, o addirittura in taluni casi gestirono direttamente, la strategia della tensione: un oscuro e complesso disegno - basato sullo stragismo e le provocazioni - volto a creare un clima di permanente disordine politico e sociale, tale da giustificare una forte svolta autoritaria. Una stagione fitta di misteri, depistaggi, regie occulte, disinformazione, servizi segreti fuori da ogni controllo, sussulti golpisti, con la classe dirigente - democristiani e socialisti in testa - inerte o complice.
Nel 1973, riflettendo sul processo che aveva portato al golpe in Cile, Berlinguer, Segretario del partito dal 1972 al 1984, prospettò una svolta politica epocale che allontanasse questi rischi di degenerazione del sistema democratico, e che doveva necessariamente fondarsi sull'incontro fra le grandi forze politiche di ispirazione comunista, socialista e cattolica: è la nota proposta di "compromesso storico" tra PCI, PSI e DC.
Malgrado l’insuccesso di questa idea, Berlinguer proseguì con determinazione nella messa a fuoco di una strategia in grado di sbloccare una situazione politica pericolosamente stagnante: sul piano internazionale la rottura con Mosca era di fatto consumata, anche se non formalizzata, avendo il PCI da una parte rinunciato alla prosecuzione di qualsiasi finanziamento (criticabile sul piano politico, ma non illegale, dato che non vi era ancora la legge che regolava l'erogazione di denaro ai partiti) e dall’altra denunciato i "tratti illiberali" dei regimi dell’est e proclamato la necessità di perseguire una “terza via” rispetto al socialismo reale dell'est e alle socialdemocrazie.
I partiti comunisti europei erano entità abbastanza modeste, con l’eccezione di Italia, Francia e Spagna, ed è a queste due realtà che si rivolse Berlinguer: i contatti con i segretari del PCF e del PCE, Georges Marchais e Santiago Carrillo, sembrarono in un primo tempo dare ottimi risultati, tanto che per diverso tempo si parlò di eurocomunismo, inteso come movimento dei partiti comunisti riformatori; in seguito, tuttavia, sia nel PCF che nel PCE prevalsero nuovamente le istanze conservatrici. Berlinguer addirittura arrivò a dichiarare che tutto sommato si sentiva più sicuro sotto l’ombrello della NATO.
Per quanto riguardava la realtà italiana il Segretario del PCI fu il primo a denunciare l’esistenza di una “questione morale” che esigeva una radicale trasformazione dei rapporti, troppo spesso all’ombra della corruzione, fra amministrazioni pubbliche, aziende, forze politiche. In verità fu un appello che cadde nel vuoto, come pure non ebbe gran seguito il richiamo a non restare imprigionati dall’esasperata logica dei consumi e a ritrovare, di fronte ai gravi problemi economici, un forte riferimento etico nell’austerità. Questi sensibili elementi di apertura e di rinnovamento crearono intorno ai comunisti un nuovo clima di consensi, e nelle elezioni amministrative del 15 giugno 1975 il PCI aumentò di oltre 6 punti, arrivando, col 33%, a un passo dal 35% della DC: il risultato fece sì che le maggiori città italiane (Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino, Venezia) avessero delle giunte “rosse”. Il sorpasso elettorale sarebbe però avvenuto solo alle elezioni europee del 1984, subito dopo la morte di Berlinguer, col PCI al 33,4% e la DC al 33%.

Ma furono anche gli anni di piombo: alcune piccole frange della sinistra extraparlamentare ritennero che la lotta politica così com'era stata finora condotta, anche nelle forme più dure, era del tutto inefficace e quindi l'unico modo di combattere il capitalismo era la lotta armata. Un disegno che non poteva che avere come uno dei bersagli principali proprio il PCI, nemmeno più "revisionista" ma solamente "traditore". Le principali vittime del terrorismo furono in verità uomini dello Stato, imprenditori, giornalisti, ma quando in una fabbrica di Genova il sindacalista comunista Guido Rossa denunciò apertamente alcune connivenze col terrorismo, le Brigate Rosse lo uccisero. E per tutto quel periodo - culminato nel momento più difficile della storia repubblicana, il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, 1978 - il PCI fu sicuramente la forza politica più impegnata a contrastare il proliferare della violenza e le trame eversive.

Quanto il PCI fosse ben radicato nella società, in particolare fra le masse lavoratrici, lo si vide anche in due sfortunate battaglie: alla fine del ‘79 la Fiat licenziò 61 operai accusandoli di aver commesso atti di violenza dentro la fabbrica e nell’autunno dell’80 annunciò la cassa integrazione per 24.000 lavoratori, metà dei quali dopo un anno sarebbero stati licenziati. Il sindacato rispose con lo sciopero a oltranza e lo stesso Berlinguer andò davanti ai cancelli di Mirafiori a portare la solidarietà del PCI. Che la Fiat puntasse a una resa dei conti divenne esplicito quando la direzione aziendale annunciò la sospensione dei licenziamenti e la riduzione del periodo di cassa integrazione: dopo quasi un mese di sciopero c’era stanchezza fra i lavoratori e soprattutto paura per il futuro, e molti premevano per sospendere la lotta e cercare qualche compromesso; il colpo decisivo arrivò con la marcia dei 40.000: a metà ottobre un imponente corteo di capireparto, impiegati, dirigenti, insieme alle loro famiglie, sfilò per le strade di Torino chiedendo di poter tornare a lavorare e accusando i sindacati di portare alla rovina l’economia. Non si era mai visto niente del genere, era il segnale di una violenta spaccatura fra operai politicizzati e lavoratori intermedi, e, soprattutto, di una generale perdita di consenso da parte del sindacato: che infatti il giorno dopo firmò un accordo che era un inevitabile atto di resa.
Una delle conseguenze fu che quando qualche anno più tardi (1985) si andò al referendum per l’abolizione della scala mobile (in realtà si trattava di una consultazione proposta proprio dal PCI per abrogare il disegno di legge del governo Craxi che aveva di fatto eliminato la scala mobile): la formidabile mobilitazione nelle fabbriche non riuscì a coinvolgere positivamente il resto della società e quasi il 55% degli italiani votò per la soppressione di questo meccanismo.
Berlinguer davanti alla FiatBerlinguer alla grande manifestazione operaia del 1984
In ogni caso tutta la politica italiana di quegli anni era come bloccata tanto era condizionata dal fenomeno terroristico. E forse è anche da questo non poter lavorare davvero per il cambiamento che si è alimentata quella pratica deviata della politica esplosa poi con Tangentopoli.
Un altro effetto collaterale della non alternanza fra chi aveva sempre governato e chi no, coinvolse più direttamente il PCI: il consociativismo, cioè il coinvolgimento diretto delle forze dell'opposizione in decisioni a vari livelli: e non sempre le scelte sono state le migliori.
Un momento drammatico e decisivo fu la morte di Berlinguer, nel giugno del 1984: i suoi funerali furono la più grande manifestazione della storia italiana e videro l'immensa partecipazione non solo del popolo comunista ma anche di cittadini i quali vedevano scomparire uno dei pochi uomini politici che, per serietà e onestà, erano riusciti ad acquisire la fiducia della gente. Qualcosa di simile era accaduto solo vent'anni prima, ai funerali di Togliatti, con un milione di persone che piangevano "l'idea che non muore".
Guttuso, I funerali di Togliatti

Dal punto di vista della sua fisionomia (anche fisica: nome, simbolo) e del suo progetto per il futuro, la svolta decisiva è stata impressa al PCI fra l''89e il '91 da Achille Occhetto (divenuto Segretario dopo che il partito era stato guidato per un certo tempo da Alessandro Natta), il quale decise, anche in relazione al crollo dell'URSS e dei regimi satelliti, di accelerare la trasformazione del PCI: un dibattito senza precedenti, appassionato e drammatico, attraversò il partito (su queste vicende e quelle immediatamente successive molto interessante la ricostruzione che ne fanno Oliviero e Alessio Diliberto in La fenice rossa, Robin ed., 1998) coinvolgendo centinaia di migliaia di militanti, quelli per il , cioè favorevoli all'opzione apertamente socialdemocratica proposta da Occhetto, e quelli per il no, convinti della necessità di mantenere viva una forza comunista consapevole della propria storia (a sua volta il fronte del no era diviso fra chi stava già preparando la scissione e chi invece decise di restare).


Al XX Congresso, 1991, il Partito Comunista Italiano si è sciolto e ha promosso una nuova formazione, il Partito Democratico della Sinistra (successivamente trasformatosi ancora, assorbendo schegge socialiste e cattoliche, in Democratici di sinistra), mentre l'ala sinistra, guidata da Garavini, Cossutta e Libertini, ha dato vita al Partito della Rifondazione Comunista.
Ma occorre sottolineare che non tutti gli iscritti al PCI (circa 1.200.000) si ritrovarono poi nel PDS (e men che meno nei DS) o in Rifondazione: il primo risultato della brillante operazione di Occhetto fu che 350-400.000 militanti abbandonarono in brevissimo tempo la vita politica attiva, seguiti più avanti da molti altri.

Quando nel 1998 Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione, decise di far cadere il governo Prodi, migliaia di militanti comunisti si opposero a questa scelta avventuristica e diedero vita al Partito dei Comunisti Italiani  con l'intenzione di salvare un governo di centrosinistra e non lasciare l'Italia ad un governo di centro destra.

- D'altra parte, Rifondazione stanca delle continue promesse non mantenute e degli accordi elettorali disattesi da Prodi, decise di impuntarsi in parlamento. Resta incomprensibile la decisione di una minoranza di compagni che non esitarono a spaccare il partito per salvare un governo che di li a poco, calpestando la Costituzione repubblicana, avrebbe scatenato la sua aereonautica per bombardare, a fianco dell'imperialismo USA, la popolazione e il territorio della Jugoslavia."-

Le posizioni su quelle scelte, ancora oggi vengono discusse, ma da entrambe le parti si cerca di superarle in vista di un obiettivo comune. Nel 2009 viene infatti fondata da rifondazione comunista e dal pdci insieme a socialismo 2000 e lavoro e solidarietà, la Federazione della Sinistra, dove poter ricominciare a ridiscutere e ricominciare a lottare insieme mettendo da parte le poche divergenze e focalizzandosi sui molti punti in comune.  (in rosso note dalla redazione e dei lettori del Comunista quotidiano)



Sul retro delle tessere del PCI venivano riportati alcuni punti fondamentali dello Statuto del partito: qui riproduciamo quanto stampato sulle tessere del 1950 e del 1990, sottolineando che, ovviamente, nel corso degli anni queste formulazioni sono molto cambiate, rispecchiando l'evoluzione teorica e politica del PCI. Si noti, ad esempio, che nel 1950 veniva ancora usata l'espressione marxismo - leninismo, poi abbandonata perché riferita all'irrigidimento ideologico imposto da Stalin.

Il Partito Comunista Italiano è l'organizzazione politica dei lavoratori italiani i quali lottano in modo conseguente per la distruzione di ogni residuo del fascismo, per l'indipendenza e la libertà del Paese, per l'edificazione di un regime democratico e progressivo, per il rinnovamento socialista della società.
Ogni iscritto al Partito Comunista è tenuto:
- a partecipare regolarmente alle riunioni e a svolgere attività di Partito secondo le direttive dell'organizzazione a cui è iscritto;
- a migliorare di continuo la propria conoscenza della linea politica del Partito e la propria capacità di lavorare per la sua applicazione; ad approfondire la conoscenza del marxismo-leninismo;
- ad osservare scrupolosamente la disciplina del partito;
- ad avere rapporti di lealtà e fraternità con gli altri membri del Partito;
- ad avere una vita privata onesta, esemplare;
- ad esercitare la critica e l' autocritica per il miglioramento della sua attività e di quella del Partito;
- a vigilare e difendere il Partito da ogni attacco;
- a fare con la parola e con l'esempio opera continua di proselitismo.


Il Partito Comunista è un partito di donne e di uomini che lottano per la pace e la cooperazione fra i popoli, per l'affermazione dei diritti di tutti gli individui e per il riscatto del lavoro da ogni forma di opppressione e di sfruttamento...


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