Il dibattito- confronto, lanciato da Jacopo Venier continua, riportiamo integralmente, tratto dal sito jacopovenier.it.
Pubblico molto volentieri questa articolata risposta di Francesco Francescaglia, responsabile Esteri del PdCI, alla mia nota "Il semplice difficile a farsi". La discussione è aperta e questo mi pare sia un bene per tutt* e soprattutto per la Federazione. Grazie Francesco.
(Jacopo Venier)
(Jacopo Venier)
Caro Jacopo, non sono d'accordo.
ho letto con molta attenzione la tua nota; l’attenzione che si deve ad un compagno che rispetto profondamente, con una notevole esperienza ed una grande capacità di produrre lavoro politico. Un compagno con il quale condivido da sempre tanta parte del mio percorso politico nel PdCI. Per questo e perché mi hai chiesto una mia opinione, ho deciso di scrivere queste righe, sebbene io ritenga che i dibattiti politici fondamentali, come quello che tu hai sollevato, debbano sempre svolgersi all’interno delle opportune sedi di partito (non per burocratismo, ma perché credo profondamente che la forma di un dibattito sia sempre anche sostanza).
Ti dico subito, con la franchezza che ti è dovuta, che non condivido.
Ti dico subito, con la franchezza che ti è dovuta, che non condivido.
Anzitutto perché c’è una settima obiezione che non hai preso in considerazione e che mi sembra la più rilevante. La tua proposta di creare un partito unico dal basso, utilizzando l’iscrizione diretta alla Federazione per bypassare le resistenze che ci sono, determinerebbe un fatto “curioso”: il nostro Partito si scioglierebbe. Faccio notare che ciò è senza ombra di dubbio contrario alla nostra linea politica. Ma anche tralasciando questo “piccolo” particolare, mi chiedo cosa farebbe il Prc. Il Prc, come tu stesso ricordi, sta facendo una campagna per rafforzare la Federazione, quindi il gruppo dirigente di Rifondazione contrasterebbe con forza l’iscrizione dei suoi militanti alla sola Federazione con l’abbandono della tessera del Prc. Risultato: nella Federazione si creerebbero due gruppi. Uno, indistinto e non organizzato, fatto prevalentemente da ex-iscritti del PdCI, spingerebbe per la creazione di un partito unico; l’altro, organizzato, cioè il Prc, avverserebbe, come fa ora, questa tendenza. Facile capire chi risulterebbe vincitore. Il punto (creazione di un partito unico) sarebbe sempre irrisolto, ma, in compenso, non ci sarebbe più il PdCI e, dunque, la battaglia per il partito unico sarebbe assai indebolita. Si chiama, come mi hai insegnato tu, eterogenesi dei fini.
Anche io voglio fare una contro-obiezione al mio ragionamento. Si potrebbe dire che se il PdCI si sciogliesse per far aderire i suoi militanti direttamente alla Federazione, ciò produrrebbe una spinta politica anche nei confronti degli iscritti di Rifondazione che potrebbero seguire il nostro esempio. Ciò, in linea di principio, è possibile, ma assai improbabile. Solo pochissimi ci seguirebbero, semplicemente perché non avrebbe per loro senso farlo e perché dentro Rifondazione il tema del partito unico, o meglio dell’unità dei comunisti, è stato posto, ma senza riscuotere un consenso ampio. Il tema del partito unico, detto francamente, non è egemone nel dibatto a sinistra. Ed, alla resa dei conti, non riguarda solo il Prc, ma anche noi.
Mi sembra, dunque, che proporre lo scioglimento del PdCI in mancanza di un processo per la creazione di un partito unico, sia un grave errore; una suggestione che, lungi dal rafforzarlo, indebolirebbe il percorso unitario.
Non c’è nulla da fare, come sempre, per determinare processi unitari occorre l’accordo di tutti e non esistono mai scorciatoie per aggirare l’ostacolo. Se i compagni di Rifondazione, non solo la dirigenza, continuano a non volere il partito unico, noi non avremo il partito unico.
Sono convinto, invece, che solo nelle dinamiche della costruzione della federazione sarà possibile superare le diffidenze e i problemi che potrebbero portare alla riunificazione dei due partiti.
E qui voglio cogliere l’occasione per provare a declinare quello che io credo sia il percorso di una possibile unità. Io credo che, anche se un giorno (speriamo il prima possibile) si riuscirà ad arrivare alla riunificazione tra il Prc e il PdCI, ciò vada fatto nell’ambito della Federazione. Perché, infatti, Salvi e gli altri come lui che non sono comunisti, dovrebbero aderire ad un partito comunista? Tu dici che l’adesione al PCI avveniva non solo per motivi ideologici, ma anche programmatici e che, dunque, anche i non comunisti potrebbero starci. Vero, ma era un grande partito del 30%, di gran lunga il più grande dell’opposizione in una democrazia bloccata. Era lo sbocco anche per chi, pur non essendo comunista, si poneva il tema dell’alternanza e dell’alternativa di governo. In realtà, però, il PCI non riusciva a tenere insieme proprio tutti e, infatti, nacquero una miriade di gruppi alla sua sinistra, non solo extraparlamentari (su tutti Democrazia Proletaria). Questo per dire che anche quando c’era il Pci non tutta la sinistra e nemmeno tutti i comunisti si riconoscevano nello stesso partito. Ciò che non fu possibile allora, dubito possa avvenire oggi in condizioni di certo peggiori.
Penso, dunque, che noi dovremmo semmai comunicare più entusiasmo nel processo della Federazione della Sinistra ed incalzare sul percorso unitario continuando sì a chiedere la riunificazione con il Prc, ma per rafforzare la Federazione. Nessuno in Italia ha mai provato un esperimento politico federativo. È una modalità organizzativa che credo vada valorizzata, perché penso che noi dobbiamo operare per sussumere le differenze come se fossero una ricchezza e valorizzarle. E non perché io sia convinto che il punto strategico sia l’apertura alla “sinistra diffusa”: intanto perché ricorda molto la “sinistra sommersa” che, animata da Flores d’Arcais, premeva, insieme al “partito” de “la Repubblica”, per sciogliere il Pci; poi perché, sinceramente, non vedo le masse che premono alle porte della sinistra comunista con dirigenti trinariciuti che si arroccano per respingere l’assalto alla diligenza (o alla dirigenza….).
Penso, invece, che la Federazione possa promuovere nuove forme di partecipazione e di organizzazione, forse più adeguate ai tempi. Ma soprattutto penso che la forma federativa sia la migliore (o l’unica possibile oggi, il che fa lo stesso) per consentire a ciascuno di essere se stesso e di mantenere la prorpia identità, sostanziata dall’autonomia della propria organizzazione, pur nell’ambito della Federazione. È questo un nodo centrale, perché solo così, a mio avviso, si riesce a mettere insieme soggettività facendone una pluralità.
Credo, inoltre, che solo così sia possibile superare le dinamiche delle correnti interne per come le conosciamo oggi. Un soggetto aderente alla Federazione, infatti, se conserva la sua autonomia può svolgere il suo lavoro ed insieme partecipare all’azione della Federazione. In un partito unico, invece, si rafforzerebbero le tendenze correntizie e tali differenze finirebbero per creare difficoltà e per allontanare coloro che, invece, vorrebbero poter far politica senza partecipare necessariamente a scontri di potere.
Quindi, a mio avviso, la nostra parola d’ordine, all’interno e all’esterno, dovrebbe essere: riunificazione con il Prc per rafforzare la Federazione. Per fare ciò serve un PdCI più forte, che, lungi dal suicidare se stesso, riesca a vincere le tendenze annessionistiche che pure permangono e riesca a far divenire inevitabile la riunificazione. Quindi, penso che il PdCI dovrebbe declinare il suo profilo unitario divenendo un sostenitore ancora più convinto della Federazione, da interpretare come una tappa, ma una tappa che non va superata, ma assunta nel percorso.
Ci sono due questioni, però, che per me sono le più importanti e che si tengono insieme.
La questione della cultura politica della Federazione e la questione dei gruppi dirigenti. Questioni che si tengono insieme perché sono i gruppi dirigenti che esprimono e, spesso, impongono la cultura politica di una organizzazione.
Io penso, molto francamente, che il “bertinottismo” non sia ancora stato superato in larga parte di Rifondazione. Credo, e lo dico con grande rispetto, che il Prc abbia dolorosamente fatto i conti con Bertinotti e il bertinottismo, ma criticandone solo l’ultima fase: gli ultimi quindici giorni della campagna elettorale del 2008 (quando Bertinotti disse che il comunismo poteva essere, al più, una tendenza culturale). Rispetto a tutto ciò che è avvenuto prima mi sembra che il Prc non abbia svolto una critica seria. E lo dico senza pretendere che i compagni di Rifondazione cancellino 10 anni della loro storia affermando che, in sostanza, avevano ragione i Comunisti Italiani. Ma, al contempo, credo che un’analisi politica più approfondita sarebbe stata necessaria. Senza questa analisi, infatti, non si comprendono le ragioni della sconfitta della sinistra e i limiti più profondi dell’Arcobaleno e si rischia di riproporne alcune dinamiche, seppur con paletti diversi. Alcuni dirigenti del Prc continuano a ripetere che tutte le scissioni di Rifondazione sono fallite. A parte il fatto che lo trovo offensivo nei nostri confronti, che siamo nati da una scissione dal Prc (anche se oggi siamo una cosa molto diversa e molti di noi, me compreso, sono arrivati dopo la scissione), ma se dobbiamo riflettere sul fallimento delle scissioni dal Prc, a maggior ragione dovremmo riflettere sui fallimenti del Prc stesso. Che questi conti non siano stati fatti lo testimonia anche il fatto che Ferrero non perde occasione per invitare Sinistra e Libertà di Bertinotti e Vendola ad aderire alla Federazione. È il segno che, malgrado quella scissione sia stata lacerante e devastante per il Prc, così come per la sinistra tutta, la “nostalgia” della “grande Rifondazione” sia assai più forte della necessità di costruire la Federazione e assai più consolatoria della difficoltà di mettersi a lavorare insieme ad altri con cui si è lungamente battagliato, pur pensandola ora allo stesso modo.
Insomma, la mancanza di una revisione critica della storia di Rifondazione ostacola non poco la possibilità di fare quel lavoro di ricerca e di innovazione di cui parla il nostro Segretario Diliberto: è per questo che cominceremo a farlo noi con l’associazione Marx21° che nascerà il prossimo 19 dicembre.
Sulle difficoltà di cultura politica che attraversano la Federazione pesano come macigni le biografie politiche dei dirigenti, ma anche di coloro che da 30 anni, ad ogni livello di militanza, hanno fatto politica. Su questo non v’è dubbio alcuno. Non significa che siamo tutti colpevoli e dunque possiamo tutti assolverci. Significa che ci sono responsabilità diffuse, singole e collettive. L’uscita dal Parlamento dei comunisti, per la prima volta nella storia della Repubblica, è un fatto enorme. Siamo l’unico importate paese europeo dove ciò è avvenuto. Significa che ci sono responsabilità precise. Queste responsabilità non stanno in capo solo a coloro che continuano a vedere nel comunismo e nei simboli del lavoro un fardello che grava sul nostro futuro e che, a mio avviso, sono i maggiori responsabili della disfatta. Stanno anche in coloro che sono “tardo” qualcosa, come ha ben spiegato Diliberto, compreso, detto francamente, in coloro che sono tardo-comunisti.
Se queste responsabilità non le indaghiamo e non le affrontiamo politicamente non riusciremo nemmeno ad elaborare quelle proposte programmatiche nuove ed incisive di cui abbiamo tante volte parlato insieme.
Sono questioni politiche enormi, che vanno affrontate con determinazione e serietà. Non credo che ci siano scorciatoie, escamotage o provocazioni che possano bypassare il problema. Per questo la tua proposta non mi convince.
Sabato al Brancaccio il Segretario dell’Akel di Cipro ci ha dimostrato che è possibile costruire un partito forte, autorevole, serio e di governo senza avere atteggiamenti liquidazionisti nei confronti della cultura politica dei comunisti. È questa la bussola che dovrebbe guidare i comunisti nel processo della Federazione. Come al solito, nella follia della sinistra italiana, innovare senza cadere nel nuovismo, ricostruire senza raffazzonare, mettere insieme senza annientare, ripensare senza compiere abiure, non sono ovvietà acquisite, purtroppo sono ancora obiettivi da raggiungere oggetto di uno scontro unitario. Io lavoro e lavorerò, per quel poco che mi è possibile, in questa direzione. Non è possibile che al mio fianco non possa trovare un compagno come te.
Fraterni saluti
Francesco Francescaglia
Anche io voglio fare una contro-obiezione al mio ragionamento. Si potrebbe dire che se il PdCI si sciogliesse per far aderire i suoi militanti direttamente alla Federazione, ciò produrrebbe una spinta politica anche nei confronti degli iscritti di Rifondazione che potrebbero seguire il nostro esempio. Ciò, in linea di principio, è possibile, ma assai improbabile. Solo pochissimi ci seguirebbero, semplicemente perché non avrebbe per loro senso farlo e perché dentro Rifondazione il tema del partito unico, o meglio dell’unità dei comunisti, è stato posto, ma senza riscuotere un consenso ampio. Il tema del partito unico, detto francamente, non è egemone nel dibatto a sinistra. Ed, alla resa dei conti, non riguarda solo il Prc, ma anche noi.
Mi sembra, dunque, che proporre lo scioglimento del PdCI in mancanza di un processo per la creazione di un partito unico, sia un grave errore; una suggestione che, lungi dal rafforzarlo, indebolirebbe il percorso unitario.
Non c’è nulla da fare, come sempre, per determinare processi unitari occorre l’accordo di tutti e non esistono mai scorciatoie per aggirare l’ostacolo. Se i compagni di Rifondazione, non solo la dirigenza, continuano a non volere il partito unico, noi non avremo il partito unico.
Sono convinto, invece, che solo nelle dinamiche della costruzione della federazione sarà possibile superare le diffidenze e i problemi che potrebbero portare alla riunificazione dei due partiti.
E qui voglio cogliere l’occasione per provare a declinare quello che io credo sia il percorso di una possibile unità. Io credo che, anche se un giorno (speriamo il prima possibile) si riuscirà ad arrivare alla riunificazione tra il Prc e il PdCI, ciò vada fatto nell’ambito della Federazione. Perché, infatti, Salvi e gli altri come lui che non sono comunisti, dovrebbero aderire ad un partito comunista? Tu dici che l’adesione al PCI avveniva non solo per motivi ideologici, ma anche programmatici e che, dunque, anche i non comunisti potrebbero starci. Vero, ma era un grande partito del 30%, di gran lunga il più grande dell’opposizione in una democrazia bloccata. Era lo sbocco anche per chi, pur non essendo comunista, si poneva il tema dell’alternanza e dell’alternativa di governo. In realtà, però, il PCI non riusciva a tenere insieme proprio tutti e, infatti, nacquero una miriade di gruppi alla sua sinistra, non solo extraparlamentari (su tutti Democrazia Proletaria). Questo per dire che anche quando c’era il Pci non tutta la sinistra e nemmeno tutti i comunisti si riconoscevano nello stesso partito. Ciò che non fu possibile allora, dubito possa avvenire oggi in condizioni di certo peggiori.
Penso, dunque, che noi dovremmo semmai comunicare più entusiasmo nel processo della Federazione della Sinistra ed incalzare sul percorso unitario continuando sì a chiedere la riunificazione con il Prc, ma per rafforzare la Federazione. Nessuno in Italia ha mai provato un esperimento politico federativo. È una modalità organizzativa che credo vada valorizzata, perché penso che noi dobbiamo operare per sussumere le differenze come se fossero una ricchezza e valorizzarle. E non perché io sia convinto che il punto strategico sia l’apertura alla “sinistra diffusa”: intanto perché ricorda molto la “sinistra sommersa” che, animata da Flores d’Arcais, premeva, insieme al “partito” de “la Repubblica”, per sciogliere il Pci; poi perché, sinceramente, non vedo le masse che premono alle porte della sinistra comunista con dirigenti trinariciuti che si arroccano per respingere l’assalto alla diligenza (o alla dirigenza….).
Penso, invece, che la Federazione possa promuovere nuove forme di partecipazione e di organizzazione, forse più adeguate ai tempi. Ma soprattutto penso che la forma federativa sia la migliore (o l’unica possibile oggi, il che fa lo stesso) per consentire a ciascuno di essere se stesso e di mantenere la prorpia identità, sostanziata dall’autonomia della propria organizzazione, pur nell’ambito della Federazione. È questo un nodo centrale, perché solo così, a mio avviso, si riesce a mettere insieme soggettività facendone una pluralità.
Credo, inoltre, che solo così sia possibile superare le dinamiche delle correnti interne per come le conosciamo oggi. Un soggetto aderente alla Federazione, infatti, se conserva la sua autonomia può svolgere il suo lavoro ed insieme partecipare all’azione della Federazione. In un partito unico, invece, si rafforzerebbero le tendenze correntizie e tali differenze finirebbero per creare difficoltà e per allontanare coloro che, invece, vorrebbero poter far politica senza partecipare necessariamente a scontri di potere.
Quindi, a mio avviso, la nostra parola d’ordine, all’interno e all’esterno, dovrebbe essere: riunificazione con il Prc per rafforzare la Federazione. Per fare ciò serve un PdCI più forte, che, lungi dal suicidare se stesso, riesca a vincere le tendenze annessionistiche che pure permangono e riesca a far divenire inevitabile la riunificazione. Quindi, penso che il PdCI dovrebbe declinare il suo profilo unitario divenendo un sostenitore ancora più convinto della Federazione, da interpretare come una tappa, ma una tappa che non va superata, ma assunta nel percorso.
Ci sono due questioni, però, che per me sono le più importanti e che si tengono insieme.
La questione della cultura politica della Federazione e la questione dei gruppi dirigenti. Questioni che si tengono insieme perché sono i gruppi dirigenti che esprimono e, spesso, impongono la cultura politica di una organizzazione.
Io penso, molto francamente, che il “bertinottismo” non sia ancora stato superato in larga parte di Rifondazione. Credo, e lo dico con grande rispetto, che il Prc abbia dolorosamente fatto i conti con Bertinotti e il bertinottismo, ma criticandone solo l’ultima fase: gli ultimi quindici giorni della campagna elettorale del 2008 (quando Bertinotti disse che il comunismo poteva essere, al più, una tendenza culturale). Rispetto a tutto ciò che è avvenuto prima mi sembra che il Prc non abbia svolto una critica seria. E lo dico senza pretendere che i compagni di Rifondazione cancellino 10 anni della loro storia affermando che, in sostanza, avevano ragione i Comunisti Italiani. Ma, al contempo, credo che un’analisi politica più approfondita sarebbe stata necessaria. Senza questa analisi, infatti, non si comprendono le ragioni della sconfitta della sinistra e i limiti più profondi dell’Arcobaleno e si rischia di riproporne alcune dinamiche, seppur con paletti diversi. Alcuni dirigenti del Prc continuano a ripetere che tutte le scissioni di Rifondazione sono fallite. A parte il fatto che lo trovo offensivo nei nostri confronti, che siamo nati da una scissione dal Prc (anche se oggi siamo una cosa molto diversa e molti di noi, me compreso, sono arrivati dopo la scissione), ma se dobbiamo riflettere sul fallimento delle scissioni dal Prc, a maggior ragione dovremmo riflettere sui fallimenti del Prc stesso. Che questi conti non siano stati fatti lo testimonia anche il fatto che Ferrero non perde occasione per invitare Sinistra e Libertà di Bertinotti e Vendola ad aderire alla Federazione. È il segno che, malgrado quella scissione sia stata lacerante e devastante per il Prc, così come per la sinistra tutta, la “nostalgia” della “grande Rifondazione” sia assai più forte della necessità di costruire la Federazione e assai più consolatoria della difficoltà di mettersi a lavorare insieme ad altri con cui si è lungamente battagliato, pur pensandola ora allo stesso modo.
Insomma, la mancanza di una revisione critica della storia di Rifondazione ostacola non poco la possibilità di fare quel lavoro di ricerca e di innovazione di cui parla il nostro Segretario Diliberto: è per questo che cominceremo a farlo noi con l’associazione Marx21° che nascerà il prossimo 19 dicembre.
Sulle difficoltà di cultura politica che attraversano la Federazione pesano come macigni le biografie politiche dei dirigenti, ma anche di coloro che da 30 anni, ad ogni livello di militanza, hanno fatto politica. Su questo non v’è dubbio alcuno. Non significa che siamo tutti colpevoli e dunque possiamo tutti assolverci. Significa che ci sono responsabilità diffuse, singole e collettive. L’uscita dal Parlamento dei comunisti, per la prima volta nella storia della Repubblica, è un fatto enorme. Siamo l’unico importate paese europeo dove ciò è avvenuto. Significa che ci sono responsabilità precise. Queste responsabilità non stanno in capo solo a coloro che continuano a vedere nel comunismo e nei simboli del lavoro un fardello che grava sul nostro futuro e che, a mio avviso, sono i maggiori responsabili della disfatta. Stanno anche in coloro che sono “tardo” qualcosa, come ha ben spiegato Diliberto, compreso, detto francamente, in coloro che sono tardo-comunisti.
Se queste responsabilità non le indaghiamo e non le affrontiamo politicamente non riusciremo nemmeno ad elaborare quelle proposte programmatiche nuove ed incisive di cui abbiamo tante volte parlato insieme.
Sono questioni politiche enormi, che vanno affrontate con determinazione e serietà. Non credo che ci siano scorciatoie, escamotage o provocazioni che possano bypassare il problema. Per questo la tua proposta non mi convince.
Sabato al Brancaccio il Segretario dell’Akel di Cipro ci ha dimostrato che è possibile costruire un partito forte, autorevole, serio e di governo senza avere atteggiamenti liquidazionisti nei confronti della cultura politica dei comunisti. È questa la bussola che dovrebbe guidare i comunisti nel processo della Federazione. Come al solito, nella follia della sinistra italiana, innovare senza cadere nel nuovismo, ricostruire senza raffazzonare, mettere insieme senza annientare, ripensare senza compiere abiure, non sono ovvietà acquisite, purtroppo sono ancora obiettivi da raggiungere oggetto di uno scontro unitario. Io lavoro e lavorerò, per quel poco che mi è possibile, in questa direzione. Non è possibile che al mio fianco non possa trovare un compagno come te.
Fraterni saluti
Francesco Francescaglia
