Da Liberazione.it
«Bossi per i leghisti è il nuovo Berlinguer
Intervista a Paolo Stefanini, giornalista, collaboratore di Diario, autore di "Avanti Po"
Oltre il tredici per cento in Emilia Romagna, il sei e mezzo in Toscana, ma con punte del dieci a Prato, il sei e tre nelle Marche, ma a Pesaro è quasi al dieci e, infine, più del quattro in Umbria. Se il trionfo della Lega era largamente annunciato in Veneto e Lombardia e, almeno in parte, prevedibile in PIemonte, l’affermazione nelle cosiddette regioni rosse rappresenta l’apertura di un nuovo fronte. Negli ultimi cinque anni il movimento leghista si è radicato e non ha smesso di crescere tra Reggio Emilia e Perugia, Siena e Ascoli, erodendo progressivamente la base elettorale del centrosinistra e candidandosi a recuperare in molti casi lo stesso immaginario popolare che fu del Pci. Un processo che già alla vigilia del voto era stato raccontato e analizzato da Paolo Stefanini, un giovane giornalista di Lucca collaboratore di Diario, in Avanti Po. La Lega nord alla riscossa nelle regioni rosse, pubblicato dal Saggiatore (pp. 288, euro 15,00) con la prefazione di Enrico Deaglio. La Lega “cocomero”, verde fuori e rossa dentro, che Stefanini desrive sembra mettere insieme senza contraddizioni apparenti il culto di Bossi e quello di Berlinguer. Tra i leghisti incontrati ci sono così quello «fiero del suo passato nel Pci, convinto di proseguire nella Lega il lavoro del nonno partigiano». E «c’è chi ha il busto di Lenin in soggiorno, ma ammira molto Maroni e Bossi».Partiamo da una fotografia di quanto accaduto. La Lega è cresciuta dapprima in Lombardia e Veneto per poi espandersi in tutto il Nord, nell’intera ”Padania”. E’ lo stesso movimento che si afferma oggi anche nelle “regioni rosse” del centro-nord o qui l’appeal ha ragioni e modalità diverse?
Non credo che si possa parlare in qualche modo di due Leghe diverse, però effettivamente ci sono molte differenze dovute alla composizione stessa del movimento leghista nel centro Italia rispetto a quello del Lombardo-Veneto. Faccio in particolare riferimento all’afflusso massiccio nella Lega di persone che vengono da una tradizione di sinistra, elemento che ha portato il movimento a privilegiare argomenti che sono meno presenti nella sua azione nelle regioni del Nord. Per fare un esempio, in Emilia e in Toscana la Lega manifesta una forte attenzione per i temi del welfare, certo declinato sempre nei termini populisti del “dobbiamo difendere le conquiste sociali (case, lavoro e cassaintegrazione) dagli stranieri”, che è certamente più enfatizzata rispetto ad altre zone del suo tradizionale insediamento. In generale, molti dei leghisti che ho incontrato per scrivere Avanti Po, insistevano molto su un elemento che a me è parso all’inizio sorprendente: mi spiegavano di sentirsi in piena continuità con il loro passato di sinistra. Perciò credo che si possa affermare che la Lega che si sta affermando nelle regioni centrali ha adottato un profilo più “concreto”, lasciando da parte i miti celtici, il Dio Po e i richiami al “sacro suolo padano”, che certo hanno poco senso ad Ascoli Piceno, a Siena o Perugia, ma anche in Emilia.
Al centro di questo successo c’è il fenomeno che, parlando in particolare dell’Emilia, lei definisce come il “cocomero leghista, verde fuori e rosso dentro”, sintetizzato nell’immagine di chi considera Bossi come il nuovo Berlinguer. Nelle regioni che hanno rappresentato tradizionalmento il bacino elettorale dei partiti del movimento operaio, e sopratutto del Pci, l’exploit della Lega è spesso vissuto in continuità e non in contraddizione con quel passato. Come è avvenuto?
La continuità con la tradizione del Pci che i leghisti che ho incontrato rivendicano di più è legata alla presenza sul territorio, all’organizzazione da partito leninista che dicono di avere. “Siamo gli unici presenti al mercato, davanti ai luoghi di lavoro. Gli unici che fanno i gazebo”. E “gazebo” è la parola che ti ripetono tutti e in continuazione. “Dillo alla Lega” è il loro slogan che sintetizza l’idea che siano vicini e in ascolto dei cittadini. Quindi non si tratta di una continuità ideologica, quanto piuttoto dell’adottare un profilo da partito popolare, vicino agli interessi e ai bisogni dei cittadini, quale aveva in queste regioni il Pci. Questa presenza capillare, una sezione in ogni comune anche se molto piccolo, è la cifra che dovrebbe definire questa continuità. Allo stesso modo, i leghisti locali spiegano di essere gli eredi del Pci perché ancora in grado di cogliere gli umori popolari, anche nei loro aspetti più superficiali. “Prima c’erano le feste dell’Unità, ti dicono, oggi ci sono solo quelle della Lega...”.
In queste regioni il successo della sinistra è stato a lungo legato anche allo sviluppo di una società solidale, cooperative, associzioni, ecc. In una simile realtà come si afferma oggi la xenofobia leghista?
In realtà in queste zone più che l’evocazione della paura e dell’insicurezza, che nel repertorio leghista abituale sono affiancate alla stigmatizzazione degli immigrati, vale la difesa della sicurezza sociale: la Lega parla soprattutto di case, di asili, di lavoro e via dicendo. Mi spiego: in queste zone i messaggi più “barbari” del movimento non sembrano funzionare. Per capirci non è lo stile Borghezio quello che va per la maggiore. Così, sull’immigrazione, nelle regioni rosse la Lega si muove in altre direzioni, cercando di tesserare gli immigrati regolari e, anzi, di mettere in evidenza questo aspetto: solo un esempio, l’ufficio stampa della Lega Toscana è una ragazza albanese. Ciò detto, anche su questo punto emerge una contraddizione, visto che poi le persone guardano alla Lega, anche in queste zone, come ad un blocco anti-immigrati. Quanto alla cultura delle regioni rosse, c’è chi ha osservato come in realtà la tenuta solidale di questi territori sia stata messa alla prova solo ora: prima non c’erano gli immigrati e non c’era neppure il razzismo...
Come già era accaduto nelle aree industriali di Lombardia, Veneto e Piemonte, anche nelle regioni del centro-nord ci sono lavoratori iscritti alla Cgil, e magari alla Fiom, che però votano e sostengono la Lega. Come superano l’apparente contraddittorietà di queste scelte?
I leghisti dicono di essere gli unici a difendere gli operai, ma in realtà questa “difesa” ha una caratteristica molto particolare, legata al territorio. A Livorno i membri della Lega mi hanno spiegato: “Noi siamo qui e difendiamo chi lavora nelle acciaierie di Piombino. Anche se dipendono tutti dalla stessa multinazionale, agli operai di Dalmine ci penserà la Lega di Bergamo”. Perciò la “difesa degli operai” in salsa leghista prescinde e anzi nega qualunque concezione di ”unità di classe”, ma si esprime invece nella forma di un particolarismo estremo. Però il messaggio passa lo stesso e sembra fare presa: basta con le vecchie ideologie, “difendiamo i nostri”.
La vittoria, o meglio la tenuta, della destra nelle regionali sembra aver riproposto la validità del sogno berlusconiano di benessere e felicità, magari a scapito di altri. In questa “narrazione” quale è lo spazio della Lega?
Per come la racconta la Lega questa felicità viene dal sentirsi “rivoluzionari”, nel senso di rappresentare il cambiamento in politica, anche rispetto allo stesso Pdl. I giovani leghisti hanno fatto un poster di Bossi con il sigaro in bocca su cui è scritto “El gh’è”, in riferimento al Che. In realtà però, più che di fronte a una grande narrazione ideale, ci troviamo al cospetto di una sorta di pensiero debole, semplice. Proprio alcuni giovani della Lega mi dicevano esplicitamente: “Noi non vogliamo più partiti e ideologie che vogliono cambiare il mondo, o che promettono il bene per tutti. Noi abbiamo vent’anni e vogliamo solo un lavoro sicuro”.
Guido Caldiron in data:
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