La giornalista de il Manifesto, Giuliana Sgrena ha presentato martedì a Piacenza la sua nuova opera. A 5 anni dal rapimento subito in Iraq, racconta il suo ritorno nel Paese non ancora pacificato. Il suo è un rientro difficile, durante il quale ha dovuto affrontare i fantasmi del proprio rapimento e dell’omicidio dell’agente del SISMI Nicola Calipari, avvenuto durante la liberazione dalla prigionia.
«La decisione più difficile da prendere – spiega la giornalista – è stata quella di tornare a Baghdad, infatti inizialmente decisi di recarmi in Kurdistan. Un’area relativamente tranquilla e sviluppata», però il richiamo del “fronte” e soprattutto della vita reale di guerra era tale da «non potere resistere». E’ così che in occasione delle elezioni di settembre Giuliana decide di ritornare dove nel 2005 le venne negata la libertà e la possibilità di continuare la propria missione: «seguire la gente comune e vivere in prima persona le notizie, senza seguire le truppe (né di uno né dell’altro schieramento!) come i giornalisti embedded, al seguito delle truppe le cui notizie sono filtrate direttamente dai comandi militari».
È proprio grazie a questo spirito che la Sgrena riesce a descrivere il nuovo Iraq, «quello “pacificato” dagli USA e dimenticato dai nostri media», un Iraq in parte ricostruito ma ancora «soggiogato da militari e politici corrotti e dominato dalla brutale violenza degli occupanti». Il libro offre anche un’attenta analisi sulla libertà di stampa in un Paese dove «la scomparsa dei giornalisti è all’ordine del giorno, dove gli omicidi non sono mai risolti perché sia gli uni che gli altri godono di una completa impunità». Le notizie irachene vengono filtrate dalle truppe americane «e chi prova a ribellarsi a questo regime di disinformazione viene severamente punito, anche dalle proprie testate che non vogliono guai»!
In ultima analisi Giuliana Sgrena affronta il problema palestinese e l’omicidio Calipari. Per quanto riguarda il primo caso, la giornalista ammette che «è inopportuno sperare nell’aiuto dei popoli arabi per la soluzione dello scontro israelo-palestinese, nonostante esso sia fondamentale per la pacificazione del Medio Oriente». In oltre spiega che «se sotto il regime di Saddam i profughi palestinesi erano ben accolti ora, proprio a causa di questa condizione, vengono brutalmente respinti e accusati di connivenza con il dittatore». Pesanti accuse invece rivolge all’esercito USA per quanto riguarda l’omicidio dell’agente del SISMI. «Ciò che successe quella notte – spiega – non è per niente chiaro. Troppi fatti non trovano una spiegazione: perché una pattuglia mobile venne tenuta ferma al bordo della strada senza una motivazione? Perché le comunicazioni radio furono immediatamente distrutte? Perché si mentì sulla velocità della macchina? Perché si sparò per uccidere? E perché non fu mai chiarito quante e quali armi spararono alla macchina? E perché fu annunciato il passaggio di un convoglio inesistente?». A 5 anni dall’attentato subito tutte queste domande non hanno ancora ottenuta una ben che minima risposta anzi, «la richiesta di giustizia e le analisi dei periti italiani sono state completamente ignorate»!
In definitiva l’incontro è stato ricco di spunti di riflessione su ciò che i mezzi di comunicazione da tempo nascondono, e soprattutto carico di una grande forza che solo chi ha vissuto esperienze tanto dolorose, come la guerra, la prigionia e la costante presenza della morte, può trasmettere!
Andrea Tagliaferri
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