di Fulvio Lo Cicero
Riunito nel pomeriggio l’ufficio di Presidenza del Pdl. Fini auspica un chiarimento ma intanto procede alla conta fra i fedelissimi. Una maggioranza allo sbando, sempre più incapace di governare. Berlusconi: "Invito Fini a desistere"
ROMA – Silvio Berlusconi, a conclusione della riunione di vertice del Pdl, ha lanciato un appello al Presidente della Camera affinché desista dal suo proposito di costituire un gruppo parlamentare autonomo. Probabilmente si tratta di un'ultima chance di pacificazione lanciata dal co-fondatore del partito.
Il pranzo andato storto
Un premier sordo alle analisi finiane, quasi distratto. La versione di Gianfranco Fini mostra un Berlusconi completamente inadatto a comprendere la questione politica che agita il Pdl. «Io gli parlavo delle questioni e lui mi rispondeva con le frasi che aveva usato al comizio di piazza San Giovanni...» ha ripetuto ai suoi fedelissimi l’ex leader di Alleanza Nazionale. Fini ieri si è rivolto a brutto muso al reuccio di Arcore: «Tu, Silvio, hai abdicato al tuo ruolo. E io sono stato condannato alla marginalizzazione. La Lega ti ricatta. L’economia è in mano a Tremonti. Il 30%, che era la quota di An nel Pdl, è composto da persone che hai comprato». Un’accusa infamante ma che non stupisce, perché i metodi di Berlusconi sono quelli: la politica è commercio, scambio di utilità. Viene solo da chiedersi come è possibile che un politico “puro” come il Presidente della Camera non se ne sia accorto prima di qualche persona fosse il co-fondatore del Pdl, rinunciando a sciogliere la sua formazione politica per non finire a cuocere nella stessa pentola, con il premier che mescola la zuppa e Umberto Bossi che attizza il fuoco. Un errore madornale, sul quale forse adesso Fini rimugina, nel momento in cui è necessario contare la propria truppa e assistere ad altre fuoriuscite, ad altri “fedelissimi” che tagliano la corda attratti dall’oro del ducetto.
Un clima pesante
Alle 16 si riunisce l’ufficio di presidenza del Pdl a Palazzo Grazioli. Il clima è teso. Il premier cerca di minimizzare la situazione, parlando di “piccoli problemi”. Ma non devono essere veramente tali se Umberto Bossi confida: «Non ho certezze, ma temo che la cosa non si rimetterà a posto. In caso di rottura ci sono le elezioni». Berlusconi afferma di fronte allo stato maggiore del suo partito: «Ho tentato di convincere Fini, ma lui vuole fare i gruppi separati», come a rimarcare l’ineluttabilità della situazione. Berlusconi, aprendo la riunione, ha anche smentito recisamente di essere un “ostaggio” della Lega Nord e di Bossi.
Proprio in queste ore fervono i conteggi. I finiani stanno vedendo chi, della vecchia Alleanza Nazionale, sta dalla loro parte ed è disposto a rischiare posto e carriera per dare fiducia al Presidente della Camera. Ma i vecchi maggiorenti si sono già schierati con Berlusconi. Uno di essi, Altero Matteoli, ha dichiarato al “Corriere della sera”: «Non aderirò mai a scissioni. Il Pdl ho contribuito a fondarlo e mi ci trovo bene». Una sconfessione in piena regola del suo antico leader. I calcoli già fatti dai finiani parlano di 40-45 deputati e 15-18 senatori pronti a formare un gruppo autonomo, Pdl-Italia, sull’esempio di quello formatosi all’Ars (l’Assemblea regionale siciliana), dove però, proprio per questo, la situazione risulta ingovernabile. Se poi si considera che l’attuale maggioranza alla Camera dei deputati è di 340 deputati, il numero dei fuoriusciti finiani (che comunque sosterrebbero il Governo ma a corrente alternata, cioè in ragione di ciò che si va a votare) diventerebbe una lama infilata nel fianco di Berlusconi, già oggi afflitto dalle numerose assenze nei banchi della sua maggioranza parlamentare durante il voto di importanti provvedimenti. In definitiva, la costituzione di gruppi autonomi potrebbe preludere ad una crisi e ad elezioni anticipate.
La situazione, però, appare molto fluida con continui aggiornamenti sui nomi che seguirebbero il Presidente della Camera nella formazione di un gruppo parlamentare autonomo. Intanto, fa da pompiere il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che dichiara: «Come sempre ribadisco che il Pdl deve rimanere unito, rispettando i ruoli, quello di Berlusconi e quello di Fini. Quello che non solo auspico ma su cui cercherò di adoperami è fare in modo che ci sia un dialogo costruttivo per giungere a una soluzione dei problemi che sono stati posti al pranzo di ieri».
Una maggioranza sfilacciata
Se si pensa che tutta la campagna elettorale della destra nella primavera del 2008 fu interamente giocata sulle divisioni del centro-sinistra e che il premier Silvio Berlusconi propagò l’ennesima immagine falsa di una coalizione compatta attorno al suo leader naturale, viene quasi da ridere. Al confronto, le divisioni della maggioranza prodiana sembrano un gioco di società. In realtà, quello che agita la destra italiana è uno scossone profondo quanto le divisioni sempre esistite e la forza d’imperio del magnate di Arcore invece di assorbire (come succedeva, con metodo democratico, nella vecchia DC) finisce per rafforzarne gli effetti. Il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani nota come «sotto queste tensioni ci sono problemi molto seri. Innanzitutto il distacco profondo tra le politiche del governo e i problemi economici e sociali e le confuse prospettive di riforma evidentemente non condivise». Le divisioni non fanno, in altri termini, che accentuare una radicale incapacità di governo che la finta leadership berlusconiana non riesce, oramai, nemmeno più a nascondere. Figuriamoci se in questo clima sarà mai possibile predisporre riforme costituzionali della portata annunciata sia da Bossi, sia dal premier stesso.
Filippo Rossi, in un’analisi che oggi appare sulla rivista on line di Farefuturo, la fondazione di Gianfranco Fini, sottolinea come si tratti di «una differenza tra due modi di pensare la politica. Di agire in politica. Una differenza tra chi, almeno così sembra, considera il potere una cosa privata, fine a se stessa, senza ideali, senza contenuti, senza obiettivi, e chi lo considera al servizio dei cittadini, al servizio del paese. Una differenza tra chi cerca di dare un senso a quelle parole e chi, invece, le utilizza solo come vuota retorica». Come possano governare insieme Berlusconi e Fini qualcuno dovrebbe pure spiegarcelo.
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