Il presidenzialismo torna a tenere banco nel tanto celebrato clima nuovo del dopo elezioni. L'apertura di una ennesima stagione di riforme istituzionali sembra imminente dopo la cena di Arcore. Eppure, alla luce delle strategie politiche in campo, l'elezione diretta del capo dello Stato porta molti elementi di complicazione, e non solo tra chi già aveva disegnato il percorso di una fuoriuscita morbida dal pantano del ventennio berlusconiano. La virata brusca verso il regime presidenziale è un abile colpo di coda del cavaliere che così agita le acque e dichiara che la sua leggenda non si esaurisce affatto con la conclusione della legislatura.
Non è solo per mere esigenze di propaganda che Berlusconi ha enfatizzato il ruolo costituente dei gazebo per imporre, con il confuso moto della piazza, il regime presidenziale. È anche perché ha ben compreso che con l'ingresso in una integrale democrazia plebiscitaria sedotta dalla narrazione di un capo egli non solo può sopravvivere quasi indenne agli eventi ma persino aspirare a durare al potere fino al 2020.
Berlusconi percepisce che i suoi modi informali, le sue relazioni sospette, le sue irreversibili cadute di prestigio lo rendono del tutto indigesto all'establishment politico (non solo italiano). Restando immutata la forma di governo parlamentare, la sua carriera politica si appresterebbe quindi al capolinea. Dentro il sistema politico, il suo ruolo di governo è già esaurito e anche le sfornate di leggi ad personam, atte a preservare la immacolata fedina penale, gli servirebbero a poco. Per scongiurare la incombente deriva centrifuga del suo movimento, il cavaliere rilancia la prospettiva mitica della investitura popolare del leader come risposta ad una democrazia parlamentare acefala. Non vuole più solo un salvacondotto per godere tranquillamente i suoi infiniti beni, Berlusconi aspira a durare in sella ancora per altri dieci anni.
Due sono le condizioni per sopravvivere così a lungo al potere. In primo luogo, impedire con forza ogni revisione dell'attuale legge elettorale (che gli consente di nominare i deputati e quindi di controllarne i movimenti). E, in secondo luogo, accelerare le riforme istituzionali per impedire che sia il parlamento (anche quello nominato dai capi può regalare amare sorprese nel segreto dell'urna) ad eleggere l'inquilino del Quirinale. Affidando al popolo la scelta del capo, Berlusconi avrebbe modo di resuscitare il suo carisma dalle ceneri e proporsi di nuovo come il più accreditato leader proteso alla fatale conquista del Colle.
L'entrata in una integrale democrazia plebiscitaria, proprio per questo fosco scenario, non converrebbe però agli altri attori principali. Poco da guadagnarne avrebbe Fini, che pure per motivi ideologici è tra i politici quello più sensibile alle sirene del presidenzialismo. La scorciatoia imboccata da Berlusconi per afferrare lo scettro del comando lo terrebbe a lungo (troppo) ai margini, in attesa di una assai incerta successione (dovrebbe vedersela con «l'amico della Lega» anche per il posto, in prospettiva più marginale, di presidente del consiglio). Quindi Fini (a meno che sul presidenzialismo non si arrivi con una ampia convergenza con l'opposizione, con le opportune prove di bon ton con le cariche istituzionali) non si agiterà molto per favorire l'ascesa di un bonapartismo mediatico.
Nemmeno la Lega, ottenute le rassicurazioni di bandiera per alimentare il mito federalista, si darà molto da fare per una scelta istituzionale, come quella presidenzialista, che comunque penalizza una forza con radicamento solo micro-territoriale e ne elimina (o lo contiene) il potere di contrattazione. Per lucrare un elevato plusvalore come formazione di protesta che agita lo spauracchio di una disgregazione territoriale, il Carroccio dovrebbe garantire a Berlusconi una trionfale investitura come l'unica forza di coesione nazionale. Troppo rischioso per Bossi fare da sponda al cavaliere quale novello principe riunificatore. Anche Casini risponderà picche alle offerte di Berlusconi. Il leader centrista punta infatti a minare il bipolarismo e la sua strategia prevede Palazzo Chigi per sé e, per un leader prestigioso del Pd, il rifugio del Quirinale.
Proprio nel Pd si respirano però le maggiori incertezze. Un'ala è per il sindaco d'Italia o per il presidenzialismo alla francese e ciò la pone in perfetta sintonia con il disegno berlusconiano di un bipolarismo redivivo complice l'elezione diretta di un capo monocratico. Anche altre componenti non chiudono comunque all'ipotesi di scuola di un presidenzialismo. È chiaro però che, con una tale concessione di credito, si archivia per sempre la strategia sistemica di un Pd che opera come il regista di una nuova alleanza aperta al centro e alla sinistra sopravvissuta alla diaspora. Accettando il dialogo miope sulle riforme presidenzialiste, il Pd farebbe terra bruciata attorno a sé e senza ottenere alcun vantaggio nel medio periodo.
Con la sua provocatoria proposta di grande riforma, Berlusconi invece non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare. Con lo status quo invariato, egli potrebbe governare ma con la prospettiva, per lui ossessiva, di cedere il passo fra tre anni. Agitando la carta fumogena del presidenzialismo, il cavaliere potrebbe diventare il dominus osannato di un lungo ciclo politico. Con il trentennio berlusconiano alle porte, la carriera politica del cavaliere sarebbe molto allungata, ma la decadenza del paese languirebbe senza più rimedio.

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