Un convegno sul ‘69 per riprendere il filo della memoria, quello organizzato ieri a Torino: “Autunno ‘69: si ribellano gli operai, nascono i consigli”. Una memoria che non va confusa con una forma di sterile nostalgia, ma è legame con le idee e i corpi delle donne e degli uomini che hanno fatto le lotte. Il ricordo quindi, la costruzione di una tradizione come pratica di vita. Nei primi interventi il riferimento è spesso alla quotidianità. Parla di rivolta Marchetto, contro un sistema di fabbrica inaccettabile ma anche contro i capi che usavano frasi volgari e offensive nei confronti delle operaie. L’elemento della tradizione in Ferraris riguarda invece le forme di organizzazione della politica. I delegati, i consigli di fabbrica come espressione diretta del ‘69. Nell’autogoverno di chi lavora, oggi come ieri, sta l’unico modo per riprendersi la politica, dice. Non crede nello spontaneismo. Parla di bilancino, di organizzazione, a proposito di efficacia delle lotte. Ferraris racconta come lo Psiup torinese proponesse i Consigli come struttura per costruire un movimento politico di massa, non solo come strumenti di un rinnovamento sindacale. Questa tendenza fu sconfitta sia dentro lo Psiup che nel sindacato.
E a proposito delle forme di organizzazione della vita politica, è esplicito Gianotti. Il fallimento di questi anni sta nel fatto che la forza lavoro ha perso molta della sua soggettività politica. Ha perso in capacità di rappresentarsi. Le affermazioni di Scavino sull’”assemblea operai-studenti” come forma organizzativa inedita, che ha caratterizzato il ‘69, fanno riflettere. E’ necessario trovare nuove forme, relazioni inedite per stare assieme nella politica. L’intervento di Tridente sull’apporto dell’immigrazione dal Sud alla lotta di quegli anni - l’idea di giustizia con cui gli immigrati hanno arricchito il ‘69 - fa pensare al bisogno che tutti abbiamo di trovare nuove complicità, modi diversi di convivere con la recente immigrazione. Così come Tridente ha sottolineato l’importanza per la costruzione del movimento dell’esempio e della presenza dei quadri operai e sindacali più anziani, quelli degli anni duri.
Nel dibattito pubblico che segue, gli interventi sono spesso centrati sull’individuo, sul collettivo, sulla comunità. Staglianò, operaio tornato in Italia alla fine del ‘60, dalla Svizzera, dove guadagnava molto bene, racconta che non contava allora, quanto si guadagnasse. Era più importante appartenere alla comunità operaia, e saperlo. Una presa di responsabilità per ciò che riguarda Rifondazione la richiede la storica Meriggi, a proposito degli archivi operai. Ci sono diari, documenti, testimonianze che vanno conservati. Il partito potrebbe essere un luogo che li conserva. Alla tavola rotonda, Provera cita i temi della rappresentanza, della comunità, oggi. Parla del soggetto che si allontana da chi lo rappresenta, quando i suoi bisogni non vengono ascoltati. Bisogna ridare forme di decisione ai lavoratori, dice. Si deve trovare l’elemento identificante fra loro. Il lavoro è un bene comune, e l’immissione ad esso deve valere per tutti. Come l’immissione al reddito. Solo in questi termini, conclude, si può pensare di ridare valore alla rappresentanza.
Per Airaudo bisogna ristabilire un principio di responsabilità, che deve valere sia per i lavoratori che per chi sta nella politica. Le lotte ci sono, anche se non sono raccontate, dice. Il radicamento e la rappresentanza del sindacato si gioca sui luoghi di lavoro, e il tema della redistribuzione è fondamentale. L’obiettivo devono essere i salari, conclude. Sui rapporti del sindacato con la politica e il territorio interviene Ferigo. Perini parla della crisi, della ristrutturazione del sistema produttivo e dello stato sociale in questi anni. Lo scontro sarà sull’occupazione, dice. Bisogna impedire i licenziamenti. Questo ultimo punto potrebbe essere un punto di ricomposizione della lotta.
Conclude Ferrero. Sul ‘69, fenomeno politico che tiene assieme la libertà e l’eguaglianza - che ha dimostrato la capacità di contrattazione dei lavoratori, che è stato capacità di agire come classe dirigente - manca l’informazione. Manca nel senso che è stata cancellata, dai media e dal capitale. Il ‘69 ha perso, ed è ora ignorato, perché quel tipo di forza politica - basata sulla partecipazione dal basso - è proprio quella politica di classe che si vuole espellere dalla politica massmediatica. Per uscire dall’attuale fase di sconfitta è quindi necessario ricostruire una narrazione, un’idea del mondo che sappia anche ricostruire il rapporto con la storia del movimento operaio come la nostra storia. Senza storia ognuno di noi non sa più chi è. Anche per questo la proposta della federazione si pone programmaticamente l’obiettivo di costruire un luogo politico plurale che si metta in continuità con questa storia del movimento operaio.
Un’occasione, questo convegno, anche per presentare il libro pubblicato da Punto Rosso sull’esperienza dei CUB, cui hanno collaborato molti dei protagonisti delle lotte di quegli anni e che è stato presentato da Franco Calamida e Bruno Canu.
E a proposito delle forme di organizzazione della vita politica, è esplicito Gianotti. Il fallimento di questi anni sta nel fatto che la forza lavoro ha perso molta della sua soggettività politica. Ha perso in capacità di rappresentarsi. Le affermazioni di Scavino sull’”assemblea operai-studenti” come forma organizzativa inedita, che ha caratterizzato il ‘69, fanno riflettere. E’ necessario trovare nuove forme, relazioni inedite per stare assieme nella politica. L’intervento di Tridente sull’apporto dell’immigrazione dal Sud alla lotta di quegli anni - l’idea di giustizia con cui gli immigrati hanno arricchito il ‘69 - fa pensare al bisogno che tutti abbiamo di trovare nuove complicità, modi diversi di convivere con la recente immigrazione. Così come Tridente ha sottolineato l’importanza per la costruzione del movimento dell’esempio e della presenza dei quadri operai e sindacali più anziani, quelli degli anni duri.
Nel dibattito pubblico che segue, gli interventi sono spesso centrati sull’individuo, sul collettivo, sulla comunità. Staglianò, operaio tornato in Italia alla fine del ‘60, dalla Svizzera, dove guadagnava molto bene, racconta che non contava allora, quanto si guadagnasse. Era più importante appartenere alla comunità operaia, e saperlo. Una presa di responsabilità per ciò che riguarda Rifondazione la richiede la storica Meriggi, a proposito degli archivi operai. Ci sono diari, documenti, testimonianze che vanno conservati. Il partito potrebbe essere un luogo che li conserva. Alla tavola rotonda, Provera cita i temi della rappresentanza, della comunità, oggi. Parla del soggetto che si allontana da chi lo rappresenta, quando i suoi bisogni non vengono ascoltati. Bisogna ridare forme di decisione ai lavoratori, dice. Si deve trovare l’elemento identificante fra loro. Il lavoro è un bene comune, e l’immissione ad esso deve valere per tutti. Come l’immissione al reddito. Solo in questi termini, conclude, si può pensare di ridare valore alla rappresentanza.
Per Airaudo bisogna ristabilire un principio di responsabilità, che deve valere sia per i lavoratori che per chi sta nella politica. Le lotte ci sono, anche se non sono raccontate, dice. Il radicamento e la rappresentanza del sindacato si gioca sui luoghi di lavoro, e il tema della redistribuzione è fondamentale. L’obiettivo devono essere i salari, conclude. Sui rapporti del sindacato con la politica e il territorio interviene Ferigo. Perini parla della crisi, della ristrutturazione del sistema produttivo e dello stato sociale in questi anni. Lo scontro sarà sull’occupazione, dice. Bisogna impedire i licenziamenti. Questo ultimo punto potrebbe essere un punto di ricomposizione della lotta.
Conclude Ferrero. Sul ‘69, fenomeno politico che tiene assieme la libertà e l’eguaglianza - che ha dimostrato la capacità di contrattazione dei lavoratori, che è stato capacità di agire come classe dirigente - manca l’informazione. Manca nel senso che è stata cancellata, dai media e dal capitale. Il ‘69 ha perso, ed è ora ignorato, perché quel tipo di forza politica - basata sulla partecipazione dal basso - è proprio quella politica di classe che si vuole espellere dalla politica massmediatica. Per uscire dall’attuale fase di sconfitta è quindi necessario ricostruire una narrazione, un’idea del mondo che sappia anche ricostruire il rapporto con la storia del movimento operaio come la nostra storia. Senza storia ognuno di noi non sa più chi è. Anche per questo la proposta della federazione si pone programmaticamente l’obiettivo di costruire un luogo politico plurale che si metta in continuità con questa storia del movimento operaio.
Un’occasione, questo convegno, anche per presentare il libro pubblicato da Punto Rosso sull’esperienza dei CUB, cui hanno collaborato molti dei protagonisti delle lotte di quegli anni e che è stato presentato da Franco Calamida e Bruno Canu.

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