Dentro i segreti di via Barberia
Catalogato lo sterminato archivio del Pci bolognese
La storia dei comunisti di Bologna è alla fine di una scala a chiocciola dentro grandi armadi d’acciaio con le ante che s’aprono azionando una manovella. C’è la storia di un partito e di una città dentro quei 950 faldoni (91 che coprono gli anni fino al 1972, i restanti fino al cambiamento del nome del partito) che raccolgono le carte ma non solo, di quella che fu la federazione più potente di tutto l’Occidente. Ora è custodito nei locali della Fondazione Istituto Gramsci in via Galleria dopo essere giaciuto sin dai primi giorni del dopoguerra al 4 di via Barberia. Acquisito nei primi anni ’90 è stato inventariato e archiviato ed è disponibile alla consultazione fino all’anno 1972. L’opera del Gramsci è uno dei rami del progetto sostenuto dalla Fondazione del Monte, «Città degli archivi», al quale sta lavorando Angelo Varni. Del Pci bolognese clandestino, negli anni della dittatura come fonte archivistica fanno fede l’archivio personale di Giuseppe Dozza e il carteggio (1.000 lettere da un carcere all’altro) tra Lea Giaccaglia e Paolo Betti, militanti comunisti bolognesi.
Il documento madre, il «numero 1» di questa sterminata storia su carta, è un foglio in carta velina: è un verbale del Triumvirato insurrezionale firmato da Dozza, Barontini e Alberganti. La storia del Pci bolognese inizia lì, emblematicamente, con i suoi dirigenti impegnanti ad organizzare la finale insurrezione per liberare la città. Poi venne l’attività alla luce del sole, quel partito che seppe indubbiamente, come in altri rari casi, davvero identificarsi con la città. Seppe capirne gli umori, interpretarne i bisogni, diventare punto di riferimento per tanti. Arrivando al punto in cui partito e amministrazione si sovrapponevano nell’immaginario cittadino. Forse più che segreti sui dibattiti politici interni in quelle carte, quando verranno sempre più analizzate, si scoprirà il segreto alla base di questo legame così forte, idilliaco e rassicurante per chi si batteva perché si rafforzasse, cupo e invadente per chi lo interpretò come un’egemonia soffocante.
Se basterà scorrere i verbali dei comitati federali, delle riunioni degli organismi dirigenti, le corrispondenze con il partito di Roma, non è dato sapere, ma certo ora c’è un tesoro di memoria cittadina alla Fondazione Gramsci, un’opportunità ora che la lontananza temporale ai fatti dà (dovrebbe dare) la giusta distanza per una riflessione serena.
Lo conferma Siriana Suprani, direttore della Fondazione, che nel lavoro di coordinamento è stata coadiuvata da Simona Granelli: «Credo che l’idea di studiare il rapporto tra il partito comunista e la città, ha ora a disposizione un forte strumento di conoscenza. Bologna negli anni scorsi ebbe avvenimenti deflagranti anche a livello nazionale, pensiamo al 1977 e al 1980 con la strage della stazione che hanno avuto un carico simbolico ingombrante. Ora si potrebbe meglio concentrarsi sulla storia del partito bolognese: ci sono certamente gli elementi per capire meglio la storia di una città».E di simboli, nell’archivio, tra possibili nostalgie e certe curiosità, ci sono le bandiere rosse con la falce e il martello delle sezioni di quartiere, c’è la borsa di cuoio marrone appartenuta a Dozza, immaginandolo con quella sotto al braccio quando andava in treno a Roma a litigare nei ministeri. Ci sono i quaderni dove sopra ci facevano i compiti gli allievi della scuola di partito sui colli. E foto, tante, di comizi e feste dell’Unità, di cortei e assemblee. E immagini di sorridenti militanti di periferia, persi dentro la Piazza Rossa a Mosca, quando s’andava a vedere com’era il socialismo realizzato.
C’è un buco che ai più maliziosi suonerà come inevitabile: mancano le carte relative al 1956, l’anno dell’invasione sovietica in Ungheria. Un anno travagliato per i comunisti, anche quelli bolognesi. Suprani lo spiega così: «Si può ipotizzare la necessità di una rilettura di documenti così delicati da parte dei protagonisti di quel dibattito anche successivamente. È andata dispersa per un eccesso di uso anche personale». Documenti che non sono stati trovati nemmeno nell’archivio di Luigi Arbizzani, ex partigiano ferito ad un braccio in uno degli ultimi combattimenti con i tedeschi in fuga nella bassa bolognese. Arbizzani dopo la guerra divenne uno studioso e un archivista impareggiabile, creando una sorta di archivio parallelo al partito (ma nel senso migliore del termine). Al punto che cose che mancavano nei vecchi faldoni accatastati in via Barberia, Arbizzani li aveva a casa. Grazie a lui ad esempio sono stati conservati migliaia di volantini in grandi quaderni (posseduti dal Gramsci) ma che non sono catalogabili ancora con le regole dell’archiviazione. La completezza della storia del partito bolognese la si deve anche a lui. Come a lui sempre si deve la precisa ricostruzione delle vittime della strage di Monte Sole dopo lunghi anni di cifre improbabili in eccesso e in difetto. E infine c’è la stampa di partito: tutta l’Unità con la collezione completa dal 1946 sino ad oggi i settimanali di propaganda «Emilia» e «La Lotta», molto diffusi tra i militanti negli anni del dopoguerra.
Luca Sancini
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