domenica 18 aprile 2010

UN BARBARO comunista

di Rossana Rossanda



L'autobiografia di Cesco Chinello, un militante che non ha mai smesso di interrogare il presente. E che non ha mai nascosto la distanza e l'insofferenza verso la povertà delle risposte date dal Pci e dai sindacati alle lotte operaie che avevano infiammato il Veneto, una regione investita da un'industrializzazione che la sinistra storica non è riuscita a interpretare

L'ultimo lavoro di Cesco Chinello, spentosi un anno fa, è un'autobiografia strappatagli a forza dagli amici e intitolata Un barbaro veneziano, (Poligrafo, pp. 504, euro 25). Barbaro veneziano è un ossimoro. Chinello si definisce barbaro perché la sua Venezia moderna e operaia è anch'essa un ossimoro, sconosciuta non solo ai grandi viaggiatori intellettuali ma ai più dei suoi dimezzati abitanti. La conosce chi ci va, ma ci va soltanto chi deve. Non si vede appena vi si mette piede a piazzale Roma o a Santa Lucia, resta alle spalle del flusso verso San Marco, e nel celebre fotopiano appare come un'escrescenza incrostata sul meraviglioso pesciolino che si allunga in laguna. Subito dietro sta, ancora in terraferma, la velenosa Marghera e davanti, sotto la superficie dell'acqua, corre il canale dei petroli, che per poco non hanno impeciato la basilica di san Marco.
Questa Venezia industriale è nata, ad opera del fascismo e di Volpi, quando nasceva Cesco Chinello ed è declinata prima di lui. È durata sì e no la vita d'un uomo. Adesso la prima e seconda zona industriale sono capannoni abbandonati, area socialmente imputridita. Era un errore in partenza agganciare l'industria pesante a un tessuto urbano così splendido e fragile? Probabilmente sì. Ma è stato l'ultimo sussulto della ex grande repubblica prima di essere abbandonata agli alberghi e ai tour operators. Si ciancia tanto di produzione immateriale, ma chi l'ha tentata a Venezia? Stato e Comune hanno preferito consegnare gli spazi, la vita e la morte della città al turismo.

Frammento del Novecento

La biografia di Chinello è inseparabile da questa vicenda; metafora dell'industria italiana, del suo capitale e delle rappresentanze, sua e dei salariati. Egli stesso è una tessera nel mosaico di partiti, sindacati, movimenti che hanno dato identità e diritti a chi vi si è trovato a lavorare o vi è arrivato dalla campagna: è una storia violenta di emozioni, speranze e delusioni, ribellioni e rassegnazioni, solidarietà e tradimenti, che Cesco annota nome per nome, con affetto o furore. È un frammento di quel Novecento che l'attuale minimalismo neppure s'immagina.
Lui, Cesco, non aveva ancora venti anni quando irrompeva, assieme ad altri matti, sulla scena del teatro Goldoni per leggere un proclama antifascista davanti agli occupanti tedeschi. Resistenza, galera e con il 1945, dopo una breve esitazione, la scelta di diventare, come si diceva allora, rivoluzionario di professione. Entra nella federazione comunista guardato di traverso dai quadri storici, che diffidano dei giovani e casinisti. Occorrerà un cambio di generazione perché di quella federazione diventi segretario. Prima gli è affidata l'organizzazione del partito, «un occhio ai numeri e l'altro alla linea» - lavoro che non gli piace, nel quale ha commesso errori, ha perfino preso a schiaffi un titino! Sono ore e ore di bicicletta nell'entroterra, a Portogruaro e poi a Cavarzere, fra contadini e braccianti sfruttati fino all'osso, dormendo dove capita e nutrendosi alla loro tavola, nell'imbarazzo di vedersi riservare il solo pezzetto di carne fluttuante nella minestra. Riunioni, blocchi, scontri. La politica non è mai stata così piena e totale come quando non era neanche rimborsata. Saranno altri passaggi per il carcere, e botte assestate non più dai tedeschi ma dalla polizia della repubblica. C'è anche qualche vittoria. Cesco si chiede se essa non segnali anche un cambio di marcia della proprietà. Sarà un interrogativo che non lo lascerà: il capitale, se incassa tende a cambiare, e se cambia, cambia per crescere e, lasciando a terra morti e feriti, modifica se stesso e il paesaggio sociale.

Ciminiere, camion e capannoni

Il paesaggio per Chinello sono contadini finché non crolla la Fiat a Torino. Per il Pci è il finimondo. Non è il partito della classe operaia? Anche se si preferiva chiamarlo «dei lavoratori», utilizzando contro Marx un certo gramscismo. È un fatto che il Pci non vedrà mai l'industria del Veneto, pensato una volta per sempre da Botteghe Oscure come l'eccezione agricola e bianca del produttivo Nord. Né il Pci né la Cgil, specie i sindacati chimici, capiranno Venezia, Mestre, Marghera, la famosa Sirma, le due Sava, la Montedison le cui ciminiere fumano e i cui veleni si spandono in laguna. Né si accorgeranno che nella regione spuntano dovunque capannoni e le strade si intasano di camion. Non vedono che è l'industria veneta a trascinare in tutta Europa l'elettrodomestico, come non si accorgeranno del capitalismo diffuso del modello nordest. E oggi si chiedono com'è che quel che era terreno della Dc è diventato senza frastuono terreno della Liga. 
Cesco Chinello, che si è guardato attorno subito, non si è mai rassegnato a questa cecità. Né alle molte concessioni che Pci e sindacato chimici fanno a Marghera, convinti come sono che il capitalismo italiano va aiutato; non è stato Berlinguer ad affermare che la produzione è un bene comune? E qualche anno dopo non sarà la Cgil a definire «cenere», al congresso dell'Eur, le lotte operaie degli anni Sessanta e dei primi Settanta? Il conflitto va scomparendo dalla testa del Pci. 

Nel cimitero degli elefanti

Eppure fra il '68 e il '69 aveva forme dirompenti. Venezia ne è stata un focolaio. Accanto alle sinistre sindacali e politiche, e alla figura di Massimo Cacciari si agglutinano gli operaisti, spuntati fra Roma e i «Quaderni Rossi» di Torino, «Classe Operaia» vi fonda il suo «Laboratorio Politico», l'area di Negri infiammerà e sarà infiammata dal Petrolchimico. È un ribollire di idee e di pratiche di lotta che faranno epoca. Ma nessuno ascolta l'altro. Il gruppo di Cacciari entra nel Pci, persuaso di conquistarlo, quando il Pci espelle «il manifesto». Cesco no. Il suo cuore è con noi, ma nessuno lo persuaderà che si può abbattere il capitale, e neppure costringerlo a trattare, se non si è un grande partito o sindacato - e piaccia o non piaccia, ha ragione. Ma il grande partito è ferreo dall'altra parte, intento a frenare, vede a sinistra soltanto nemici, fino a spedir in galera quelli di Potop con la mascalzonata del 7 aprile. Invano Chinello ne scruta le coscienze più avvertite, spera nei Trentin, Garavini, Ingrao come guarda al non comunista Foa. Saranno azzittiti o si azzittiranno da sé negli anni Novanta, uno per uno.
Chinello era soltanto un segretario di federazione, dunque fra i più facili da colpire, liquidando con lui sue inquietanti domande. Non importa che sia un comunista inossidabile, sono le sue domande, le sue conoscenze, quel suo modo di essere sempre in mezzo alle lotte, sempre argomentando testardamente ma nel rispetto delle regole, a dare fastidio. C'è il parlamento, cimitero degli elefanti dove onorevolmente confinare i compagni scomodi, ed è lì che, riluttante, sarà cacciato. Tre anni nella resistenza, dieci nelle polverose campagne, tredici nelle fabbriche - che contano? Niente. In pieno 1968, appunto perché tutto ferve, è mandato fuori dai piedi. Nessuno lo difende. Oggi qualcuno si domanda come mai il Pci non esista più.
Non che sia facile far tacere un compagno come lui, che alle Camere sta il meno possibile, salvo scoprirvi tempi e materiali che non aveva mai avuto per studiare. Scava nel Novecento di Venezia, sulla famosa industria che non cessa di interrogare, intuisce la innovazione nella organizzazione del lavoro e nella tecnologia, il fine di produrre di più con meno lavoro umano, e non per liberare le vite dei molti ma per moltiplicare i profitti dei pochi. Ha raccolto anche un archivio immenso, e quando un Foscari, erede della Malcontenta, gli spalanca, in un pomeriggio assolato, gli alti soffitti della villa dagli armadi pieni di carte e gliene consegna le chiavi, sarà un'inattesa felicità. E sono anche le pagine più belle del libro. Non si è mai pensato come uno studioso, ma lo è - curiosa, straordinaria formazione.

L'agonia di un partito

Tutto quel che scopre dovrebbe servire al partito, alle lotte, lo mette a disposizione. Lo ascoltano, quel fissato di Chinello, qualcuno con un sorriso, ma nessuno lo segue. Colpa del funesto centralismo democratico? Chinello riuscirà ad abbatterlo nel suo breve passaggio per un comitato centrale, fra il 1989 e il congresso di Rimini. Ma senza conseguenze, chi ha più voglia di un comune pensare e di una comune milizia? Nessuno. È meno faticoso imprecare sui fatali partiti o il fatale individualismo. È già miracoloso che Chinello trovi a Venezia un interlocutore nell'«Istituto veneziano per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea» di Mario Isnenghi e dei suoi giovani studiosi: con loro sarà finalmente uno di loro e Isnenghi ha fatto a questo libro una prefazione che più densa e acuta non poteva essere. Quando Cesco aveva fatto dono del suo prezioso archivio all'Istituto Gramsci se l'era trovato poco dopo per terra, sul bordo di una fondamenta, in attesa del barcone della spazzatura. 
Da allora la sua biografia è anche cronaca della fine del suo partito. Di uno sterminio non obbligato, praticato sul corpo della sua propria base da una dirigenza presuntuosa e incapace. Nel 1993 - dopo la sconfitta d'una mozione sul rifiuto di cambiare con il nome la sostanza del Pci - dal Pci esce Pietro Ingrao, testardo nel rifiuto di «fare gruppo» e persuaso di non essere capito. Allora ne esce anche Cesco Chinello, che vedrà con stupefazione cambiare sponda, ciascuno con un ragionamento suo, l'amato Bruno Trentin, l'amato Vittorio Foa, l'amato Sergio Garavini. Non capisce Magri e non ne è capito. Aveva lavorato, assieme a Anderlini e a Revelli, a un solido convegno con «il manifesto» che subito dopo lo attacca. Per sciatteria, per frivolezza. Quando esce dal Pci manda a noi un documento dove, per una volta, dice «Anch'io». Non lo abbiamo pubblicato. Come distruttori ci abbiamo messo anche la nostra.
Il barbaro veneziano ha seguito da allora, tappa per tappa, l'agonia del Pci, raramente raccontata con questa verità e pulizia e con la stessa acribia segue nascita e convulsioni di Rifondazione comunista. Non è un nostalgico, è un interrogatore del presente. Ne viene un ritratto insolito di molti comunismi - Pci, sindacato, operaisti, manifestini, autonomi, rifondatori, ingraiani, tutto si rompe. E leggendo viene da chiedersi da quando l'appartenenza è diventata non impegno ma rifugio. Risentito ma rifugio. Da quando invece di rischiare, ci si acquatta? Certo non è cominciato nel 1989. Una stagione si è chiusa almeno dieci anni prima. Il libro di Chinello costringe a riflettere senza indulgenza.


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