Maroni: “Impossibile un decreto in extremis"
Se c'erano dubbi sul peso politico degli "incidenti" nel Pdl sulle liste per le regionali, nel Lazio e in Lombardia, la giornata di oggi l'ha fugati tutti. Il peso c'è ed è determinante. Anzi, determinabile: e il peso d'una fine certa e d'un inizio invece impregiudicabile. La giornata di oggi lo dice perché certifica la rovina dell'immagine politica ed organizzativa del Pdl, con l'ulteriore esclusione nel Lazio del “listino" della candidata presidente Renata Polverini e della “sua" lista collegata. Come nel caso del listino Formigoni in Lombardia ciò comporta l'automatica esclusione, al momento, della stessa candidatura a presidente regionale; e la ricusazione di tutte le liste collegate. Fino a nuova disposizione cioè fino a diverso giudizio degli uffici elettorali costituiti presso le Corti d'Appello oppure a diverso intervento dei giudici amministrativi del Tar e, in ultima istanza, del Consiglio di Stato.
Solo che i tempi stringono davvero: se il giudizio “d'appello" dell'ufficio regionale centrale in Lazio sul primo di questa incredibile serie di “casi", ossia quello della non documentata e neanche presentata (nei termini previsti) lista Pdl nella circoscrizione romana, arriverà solo domani, a Milano i magistrati hanno a disposizione un limite di altre 24 ore. E per quanto riguarda il precipizio toccato personalmente a Polverini con l'esclusione di lista e listino, la procedura dei ricorsi è solo all'inizio. Per tutti, poi, c'è la difficoltà di poter contare su un mutamento di giudizi da parte degli stessi uffici escludenti, presso l'ordine giudiziario. Così, le forze del Pdl sono già concentrate sui ricorsi ai giudici amministrativi. Non a caso il refrain scelto come solo messaggio pubblico da Silvio Berlusconi è: “Ho fiducia nei Tar".
La voragine apertasi ieri con l'esclusione diretta di Polverini, però, peggiora le previsioni. Anzitutto perché i rilievi che hanno vi hanno condotto sono più gravi di quello della mancata certificabilità di 514 firme riscontrata per il listino Formigoni: nel caso del listino Polverini si tratta della mancata firma d'uno dei rappresentanti di lista, nel caso invece della “sua" lista collegata c'è addirittura incompatibilità del simbolo con quello troppo simile d'un omonimo collegato al candidato (e capo) forzanovista Roberto Fiore (pur escluso a sua volta per irregolarità). In secondo luogo - ed è la cosa che conta di più - perché questa esclusione della candidata pidiellina a presidente del Lazio esclude a sua volta dalla ridda di ipotesi contrapposte sulle “responsabilità" e soprattutto sugli obiettivi degli “incidenti", almeno una fra esse: quella più conveniente dal punto di vista di Berlusconi. I cui ambienti avevano propagato l'idea d'un interesse di Polverini e, dietro di lei, di Gianfranco FIni a giocare una possibile vittoria in assenza del Pdl: come a dire un complotto capace di avverare quella “stanchezza" verso il partito mostata oggi pubblicamente dallo stesso Fini (e dal “Secolo", che ha invitato i militanti ovvero i “fedeli" alla “pazienza", ma “fino alle elezioni"...). Ora questo “plot" non regge più. E per Berlusconi e i suoi, intenti nelle ore scorse a serrare le file additando il “nemico interno", è un guaio peggiore.
A sugellare questa situazione, la nuova linea scelta ed esibita dall'alleato decisivo per il Pdl stesso e sopra tutti per lo stesso Berlusconi. Ossia la Lega. Con Bossi a rincarare la dose della presa di distanza mostrata già ieri, affidando oggi ai cronisti alla camera un lapidario giudizio generale su entrambi i “casi", quello incorso a Polverini nel Lazio e quello a Formigoni in Lombardia: “Dilettanti allo sbaraglio". E soprattutto con Roberto Maroni, forte della sua qualità di ministro degli Interni, a fugare ogni ipotesi di decreti, leggine, interventi qualsivoglia “di soccorso" da parte del governo: "L'avevo già detto tre settimane fa, non si possono cambiare le regole. Non c'è spazio per un provvedimento d'urgenza, non ci sono le condizioni e non ci sono precedenti specifici". Proprio qualche ora dopo l'ennesimo appello, di parte berlusconiana, del presidente del Senato, Renato Schifani - non più per forza di cose, vista la risposta negativa di Napolitano ad Alemanno, rivolto al Quirinale - : “Non sta a me prevedere leggi di proroga o di riapertura dei termini, ma tifo fortemente per garantire il voto a tutti i cittadini perché questi non vengano spogliati di un diritto costituzionalmente garantito". Ecco: Maroni ha risposto. Che non solo "non sta" a Schifani, ma proprio non esiste...
Anubi D'Avossa Lussurgiu
02/03/2010
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