domenica 14 febbraio 2010

La scomparsa di Piombino industriale e il postmodernismo de "noantri"

Di Beppe LUPI


Qualche anno fa, Luciano Gallino, uno dei più importanti sociologi economici d'Europa, pubblicava un agile volume, edito da Einaudi, su La scomparsa dell'Italia industriale.
Lo smilzo libretto, poco più di 100 pagine, era la risultante di un lungo periodo di analisi e studi e non solo dell'Autore.
Gallino faceva riferimento ad una ampia letteratura di cui sono stati protagonisti storici economici, economisti, storici delle teorie economiche, oltre che, ovviamente, sociologi. Un fenomeno così imponente, un fenomeno che negli ultimi venticinque anni ha profondamente trasformato economie e società dell'intera Europa, non poteva non essere al centro dell'analisi del maggior numero possibile di specialismi.
In tale ambito l'Italia ha avuto, come del resto nella dimensione politica, una sua peculiarità non certo positiva. Interi settori industriali, spesso settori industriali di punta, settori strategici se si intende fare politica economica (ma si vuol fare politica economica?), sono scomparsi dal suo orizzonte. Ora un paese che , sia pure tardi e con molte contraddizioni, è stato comunque una delle maggiori economie industriali del mondo, e che vede scomparire molto rapidamente veri e propri gioielli della propria struttura industriale, non può non essere avviato verso una decadenza inevitabile. Molti dei settori scomparsi, o ridotti allo stato residuale: informatica, elettromeccanica, chimica, aeronautica civile, ora anche auto, siderurgia (sì, anche siderurgia), non sono in sé scorie del passato, bensì elementi fondamentali di una economia reale, non virtuale, del XXI secolo. Le economie che non dispongono più di tali strumenti sono condannate alla subalternità risp etto alle logiche delle economie che tali strumenti, ovviamente profondamente rinnovati, continuano ad avere. Ed anche su questo aspetto esiste una vasta letteratura in grado di provarne l'assunto.
La tendenziale scomparsa dell'industria a Piombino non può che essere considerata in tale contesto analitico.
La riduzione ai minimi termini dell'Italia industriale è un aspetto fondamentale della fase regressiva che la nostra società sta attraversando. Il fatto di non cogliere il regresso (il regresso fa paura), ma di scambiarlo addirittura con il «nuovo» ed il «moderno» (espressioni che hanno introiettato una allure comunque positiva), è un ulteriore indice del regresso culturale in cui siamo immersi.
Un regresso culturale che può manifestarsi anche nel discutere di temi di tal genere con vacua leggerezza. Del resto la vacua leggerezza non è forse una caratteristica dei meccanismi di comunicazione tipici di quella che viene definita postmodernità?
Così accade che sulle colonne del «Il Tirreno» un «insegnante di liceo e critico cinematografico», che «vanta alcune presenze in TV in trasmissioni di Renzo Arbore e Vittorio Sgarbi», sostenga che l'«addio alla acciaierie» può essere una cosa buona. Le acciaierie, con tutto ciò che comportano in termini di creazione di valore, possono essere agevolmente sostituite dalla «nuova ricchezza» creata da turismo.
Tali affermazioni hanno lo stesso peso, sul piano della conoscenza dei problemi in oggetto, del chiacchiericcio che caratterizzava, ad esempio, per rimanere in ambito cinematografico, le discussioni tra vitelloni nell'omonimo film di Fellini. O, se vogliamo rimanere nel nostro ambito maremmano, quelle dei giovani che «zufolavano» fino a tardi al bar, così felicemente delineate da Luciano Bianciardi nel suo Il lavoro culturale.
Ora, sempre sul piano conoscitivo, di tutto questo si potrebbe ridere. Come ben sappiamo, però, non c'è niente da ridere. Nel vuoto anche le sciocchezze possono diventare senso comune. Il contesto politico-culturale in cui oggi viviamo lo dimostra ad abundatiam così come lo spettacolo dello sciacallaggio sulla pelle dei lavoratori della Lucchini di partiti ed istituzioni in vista delle elezioni regionali.
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