Le procure di Palermo, Caltanissetta, Firenze e Milano impegnate sullo stragismo mafioso degli anni 90 e sul rapporto fra pezzi deviati di Stato e Cosa Nostra. Il processo a Dell’Utri, le dichiarazioni di Ciancimino relative alla nascita di Fi e alla trattativa, la memoria ritrovata in ritardo da tanti. E’ un periodo delicato per il Paese, mentre la ‘ndrangheta è sempre più liquida, capace di infiltrarsi nelle pieghe istituzionali e accrescere il potere economico. Mai come ora vigilanza e lotta alle mafie dovrebbero vedere il massimo impegno del Governo. Invece ecco in cantiere il ddl Valentino, che modifica gli art.192 e 195 del codice di procedura penale sulle dichiarazioni nei processi, e il ddl intercettazioni, già approvato alla Camera. Provvedimenti che se fossero stati in vigore al tempo di Falcone e Borsellino non avrebbero consentito la loro attività.
Le intercettazioni, stabilisce il ddl, sono possibili solo in caso di «evidenti indizi di colpevolezza» e «non possono esser usate in procedimenti diversi da quelli in cui sono state disposte». Fanno eccezione mafia e terrorismo per cui bastano «sufficienti indizi di reato». Tempi contingentati per realizzarle, con maggiore disponibilità sempre per mafia e terrorismo. L’ok per disporle non è più affidato ad un solo un giudice, ma ad un collegio. Con un articolo e 35 commi il Governo le annulla, insieme alla cronaca giudiziaria cancellata dal divieto fatto ai giornalisti di pubblicarle fino alla conclusione delle indagini preliminari. Se si contravviene, pene severe ai giornalisti e multe salate agli editori. Non si deve sapere, ma soprattutto indagare. Le intercettazioni sono un mezzo di ricerca della prova per individuare l’autore del reato: con questa legge si possono fare se l’autore è stato già individuato. Illogico.
Non va poi dimenticato che i processi di mafia come quelli finanziario-politici (Antonveneta e Unipol), sono nati anche grazie alle intercettazioni. Alle indagini sul crimine organizzato, poi, si arriva spesso attraverso intercettazioni relative a reati satelliti e lo scambio di questo materiale probatorio è prezioso nei procedimenti. Gli alibi del ddl sono l’abuso e il costo. Alibi appunto, perché l’esecutivo per evitare il primo nega le intercettazioni (che in Italia sono al massimo 20mila l’anno), per limitare il secondo, invece, prepara il terreno alla grande abbuffata di Finmeccanica, che per mezzo di società controllate rischia di conquistare il settore, schierando una squadra di dirigenti non estranea a scandali come quello Telecom. Il ddl Valentino, infine, è un’ombra minacciosa che alcuni ministri sconfessano e altri difendono. Visto il curriculum dell’esecutivo, probabile sia varato. Due articoli che prevedono che le dichiarazioni nei processi abbiano «valore probatorio o di indizio solo in presenza di specifici riscontri esterni»: in quel solo c’è tutto l’inganno. Altre dichiarazioni di collaboratori non sono considerate riscontri esterni. Inoltre si stabilisce che esse siano «inutilizzabili anche in caso di riscontri meramente parziali». Se fosse stato così, l’aula dell’Ucciardone allestita da Falcone e Borsellino sarebbe rimasta vuota.
da l'Unità
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