Da Rassegna.it - 16/11/2009 -
“Come faccio a vivere con l’angoscia di perdere la casa o la macchina? Lavoro in pizzeria e ho la busta paga di una semplice operaia, mia madre è in pensione e arriva con difficoltà alla fine del mese. Ricordo che tutte le perizie e gli atti in primo grado erano a mio favore, ora invece rivogliono 100mila euro. Ma io non posso aprire un mutuo per la morte di mio padre causata dall’amianto”. Chi parla è Federica Barbieri. Suo padre, Mario, andò in pensione nel 2002 dopo 27 anni ai cantieri navali di Massa Carrara, un quarto di secolo a respirare l’amianto. Subito dopo si ammalò di asbestosi, la tremenda malattia terminale legata alle polveri della sostanza velenosa: cinque anni attaccato alla bombola d’ossigeno fino al decesso, avvenuto nel novembre del 2006.
Storia apparentemente simile a tante altre, purtroppo. In questo caso, però, c’è una vicenda giudiziaria ancora da risolvere che la famiglia Barbieri vuole portare alla luce. Con la sentenza di primo grado, infatti, viene riconosciuto il nesso tra lavoro e malattia professionale. Il tribunale sentenzia: 100mila euro agli eredi, come indennizzo, e riconoscimento della pensione d’invalidità. Poi, però, l’Inail fa ricorso e la corte d’appello di Genova cambia tutto. Contrordine: per il giudice di secondo grado non si può accertare con sicurezza la correlazione tra il lavoro di Mario e la sua malattia, perciò gli eredi devono restituire tutto quello che avevano ottenuto entro 30 giorni.
“La Corte d’appello - spiega Federica raggiunta al telefono - ha parlato di ‘mera possibilità’ che la malattia di mio padre fosse legata all’esposizione all’amianto. Ma io mi chiedo, dove volete che si sia ammalato? Vorrei che il giudice me lo spiegasse guardandomi negli occhi”. A conferma del legame, purtroppo, ci sono anche quasi 40 operai di quei cantieri già morti d’asbestosi. E altri si ammaleranno ancora, visto che l’amianto ha un “effetto finestra” che dura parecchi anni. Alcuni di loro hanno ottenuto un pre-pensionamento, alcuni il riconoscimento della malattia professionale, altri ancora nulla, e altri incominciano le cause adesso. Adesso gli avvocati della famiglia hanno presentato il ricorso in Cassazione chiedendo l’errore di superficialità, “perché la corte d’appello ha sbagliato a non approfondire le indagini”, sostiene ancora Federica.
Di fronte a una sentenza che ancora deve arrivare a giudizio definitivo, Federica proprio non può accettare il comportamento dell’Inail: “Hanno comunicato tramite il quotidiano La Nazione - racconta - di voler attendere la Cassazione per chiedere l’indennizzo. A noi però non è mai arrivata nessuna comunicazione ufficiale, continuiamo a vivere con l’incubo che ci possano pignorare la casa da un momento all’altro. Io ho risposto, sempre su La Nazione, che avrei preferito una comunicazione diretta. Oggi (16 novembre, ndr) tramite una giornalista del tg3 mi arriva una lettera scritta a mano dal direttore regionale dell’Inail, con data 26 gennaio 2009, in cui conferma che non chiederà quei soldi. Perché non mi hanno mai mandato una raccomandata in forma privata? Perché scrivono solo adesso che la questione sta arrivando sui giornali? Questa è una presa in giro ulteriore”.
Le resta la voglia di ottenere giustizia: “Basterebbe controllare negli archivi dell'inail quante sono le domande di richiesta di risarcimento per malattia proffessionale di famiglie di operai deceduti per asbestosi o mesotelioma pleurico lavoranti in quel cantiere in quegli anni. Basterebbe avere un po' di coscienza per capire che non è giusto, anche se dovere d'ufficio, prendersela con chi veramente ne ha diritto ed è nel giusto. Mio padre fine alla fine ha sorriso, e noi fine alla fine lotteremo per ottenere quel che è giusto: tanti suoi colleghi sono morti come lui, finché avrò voce urlerò questo mio dolore
Storia apparentemente simile a tante altre, purtroppo. In questo caso, però, c’è una vicenda giudiziaria ancora da risolvere che la famiglia Barbieri vuole portare alla luce. Con la sentenza di primo grado, infatti, viene riconosciuto il nesso tra lavoro e malattia professionale. Il tribunale sentenzia: 100mila euro agli eredi, come indennizzo, e riconoscimento della pensione d’invalidità. Poi, però, l’Inail fa ricorso e la corte d’appello di Genova cambia tutto. Contrordine: per il giudice di secondo grado non si può accertare con sicurezza la correlazione tra il lavoro di Mario e la sua malattia, perciò gli eredi devono restituire tutto quello che avevano ottenuto entro 30 giorni.
“La Corte d’appello - spiega Federica raggiunta al telefono - ha parlato di ‘mera possibilità’ che la malattia di mio padre fosse legata all’esposizione all’amianto. Ma io mi chiedo, dove volete che si sia ammalato? Vorrei che il giudice me lo spiegasse guardandomi negli occhi”. A conferma del legame, purtroppo, ci sono anche quasi 40 operai di quei cantieri già morti d’asbestosi. E altri si ammaleranno ancora, visto che l’amianto ha un “effetto finestra” che dura parecchi anni. Alcuni di loro hanno ottenuto un pre-pensionamento, alcuni il riconoscimento della malattia professionale, altri ancora nulla, e altri incominciano le cause adesso. Adesso gli avvocati della famiglia hanno presentato il ricorso in Cassazione chiedendo l’errore di superficialità, “perché la corte d’appello ha sbagliato a non approfondire le indagini”, sostiene ancora Federica.
Di fronte a una sentenza che ancora deve arrivare a giudizio definitivo, Federica proprio non può accettare il comportamento dell’Inail: “Hanno comunicato tramite il quotidiano La Nazione - racconta - di voler attendere la Cassazione per chiedere l’indennizzo. A noi però non è mai arrivata nessuna comunicazione ufficiale, continuiamo a vivere con l’incubo che ci possano pignorare la casa da un momento all’altro. Io ho risposto, sempre su La Nazione, che avrei preferito una comunicazione diretta. Oggi (16 novembre, ndr) tramite una giornalista del tg3 mi arriva una lettera scritta a mano dal direttore regionale dell’Inail, con data 26 gennaio 2009, in cui conferma che non chiederà quei soldi. Perché non mi hanno mai mandato una raccomandata in forma privata? Perché scrivono solo adesso che la questione sta arrivando sui giornali? Questa è una presa in giro ulteriore”.
Le resta la voglia di ottenere giustizia: “Basterebbe controllare negli archivi dell'inail quante sono le domande di richiesta di risarcimento per malattia proffessionale di famiglie di operai deceduti per asbestosi o mesotelioma pleurico lavoranti in quel cantiere in quegli anni. Basterebbe avere un po' di coscienza per capire che non è giusto, anche se dovere d'ufficio, prendersela con chi veramente ne ha diritto ed è nel giusto. Mio padre fine alla fine ha sorriso, e noi fine alla fine lotteremo per ottenere quel che è giusto: tanti suoi colleghi sono morti come lui, finché avrò voce urlerò questo mio dolore

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