martedì 1 giugno 2010

TI PRESENTO LA MAFIA.


“Salve Stato sono la mafia, le occupo casa da decenni, se prova a cacciarmi, faccio saltare in aria il quartiere”. Potrebbe essere riassunta così la storia che lega le organizzazioni mafiose allo Stato italiano, uno Stato deviato, che con la mafia ha sempre prosperato. Si discute, infatti, ultimamente dei mandanti politici o della forza politica che potrebbe essere legata alle stragi del '93, quelle che portarono alla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 
Walter Veltroni è turbato: “Bisogna accertare quale fosse lo schieramento politico che trattò con la mafia durante quel periodo di stragi”. Tutti sembrano essersi svegliati con vent'anni di ritardo da un sonno letargico che ha contribuito ad insabbiare le prove che avrebbero potuto svelare come in Italia, più che in qualsiasi altro paese, Stato, istituzioni, servizi segreti deviati, Vaticano e organizzazioni mafiose si fondano in unico esercito di forze eversive silenziose, striscianti.
Ma chi sarà mai il furfante che trattò con la mafia durante quella stagione di terrore all'interno della quale Cosa Nostra terrorizzò il Paese in più occasioni? Dove erano tutti i neo esperti di mafia quando Marco Travaglio, ospite della trasmissione "Satyricon" condotta da Daniele Luttazzi, ripercorreva i legami tra la criminalità organizzata e il Cavaliere senza macchia?
Mistero. Si è scatenata una caccia al tesoro tra politici, opinionisti e ampie schiere del giornalismo servile italiano. Tutti alla ricerca del “traditore” dello Stato. Lo cercano dappertutto, nelle tv, per strada, nei sottoscala, dentro i supermercati. Se Bossi stenta ad accorgersi della numerosa presenza di ex democristiani che infestano le fila del Pdl, alla stessa maniera i concorrenti della caccia al tesoro più importante degli ultimi vent'anni faticano a rendersi conto che il traditore nascosto (si fa per dire) si è accasato proprio in Parlamento da parecchio tempo. 
C'è un 69enne senatore palermitano, un tipo tutto d'un pezzo, un “bibliofilo”, che ha ribadito diverse volte di ricoprire il suo ruolo istituzionale al solo scopo di difendersi dalle sue beghe giudiziarie. Condannato definitivamente a due anni e tre mesi per false fatture e frodi fiscali nella gestione di Publitalia '80, il personaggio in questione vanta al suo attivo anche una condanna in primo grado e in appello a due anni per estorsione mafiosa insieme al boss Vincenzo Virga, e una super condanna in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Quest'ultima sentenza narra di una storia d'amore lunga trent'anni tra il bibliofilo palermitano e le alte sfere del sodalizio criminoso di Cosa Nostra, di un'attività di costante mediazione tra l'organizzazione criminale più pericolosa e sanguinaria al mondo e gli ambienti imprenditoriali milanesi, con “particolare riguardo al gruppo Fininvest”. E di chi mai staremo parlando? Un altro aiutino: tra le sue frasi celebri c'è una risposta a Piero Chiambretti durante un'intervista nel '97: “Le garantisco che la mafia non esiste. Non è che tu vai in un posto, bussi e chiedi “E' qui la mafia?”. Non ha un direttore generale. La mafia è uno stato d'animo”. Ecco, lui quel sentimento profondo lo conosce molto bene.
Marcello Dell'Utri (scommetto che non avevate ancora capito di chi si parlava) è l'uomo che con la sua “mediazione costante” sancì la fine della strategia del terrore adottata da Cosa Nostra in quegli anni. Dal fallito attentato dell'Addaura risalente al 21 giugno 1989 fino alla strage di Via d'Amelio la mafia devastava sistematicamente la penisola italiana e le sue istituzioni a suon di tritolo. In quel periodo Marcello Dell'Utri preparava la discesa in campo del Cavaliere, lavorando per la nascita di Forza Italia. Perchè Cosa Nostra abbandonò quella strategia stragista per ritornare silenziosamente tra i ranghi? Con la stagione di Mani Pulite la mafia si sentiva scoperta, spogliata della sua principale fonte di potere, quello politico. L'Italia del '92-'93 veniva sventrata dalle bombe, oltre che per il furore criminale di Riina, anche perchè Cosa Nostra avvertiva il disperato bisogno di scendere a patti con un nuovo referente politico che la agevolasse nel suo operato criminale. Durante gli attentati del '93 la strategia stragista spostò la sua attenzione sulla popolazione civile, sul patrimonio culturale nazionale e su uno dei simboli più importanti dello Stato, la polizia. Si va infatti dalla strage di Via dei Gergofili a Firenze nella notte tra il 26 e il 27 maggio (volta a colpire gli Uffizi che subirono gravi danneggiamenti, ma che uccise anche cinque civili) alle bombe esplose a Roma e Milano il 27 luglio sempre del '93, attentati che portarono l'allora presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi a temere che fosse in atto un vero e proprio colpo di Stato, per arrivare infine al fallito attentato dell'Olimpico del 31 ottobre. Una Lancia Thema carica di chiodi e tritolo sarebbe dovuta saltare in aria al passaggio di due autobus dei carabinieri, ma per fortuna l'autobomba non esplose. 
Perchè Cosa Nostra non replicò quell'attentato? Perchè quello fu l'ultimo tentativo destabilizzante portato avanti dall'organizzazione criminale siciliana? 
Marcello Dell'Utri in quel periodo era all'opera per la creazione di Forza Italia e nel novembre di quell'anno incontrò ripetutamente, come rivelano le sue agende, Vittorio Mangano, l'ex stalliere di Berlusconi ritenuto da Paolo Borsellino “il ponte della mafia nel Nord Italia” e condannato poi nel 2000 all'ergastolo per reati legati alla criminalità organizzata, per discutere, dice Dell'Utri, di “motivi personali”.
Personalissimi motivi che portarono poi Bernardo Provenzano, come testimoniato da decine di pentiti, a decidere di sostenere la nuova forza politica nascente perchè di Berlusconi e Dell'Utri “ci si può fidare”. Miracolosamente la mafia smetterà di bombardare la nazione per tornare al suo lavoro oscuro con l'aiuto vitale del cosiddetto “doppio Stato”.
Se la sentenza di condanna a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa di Dell'Utri fosse confermata da una sentenza di condanna anche in appello (che potrebbe arrivare il 25 giugno) dovremo ancora attenerci a questo idilliaco ideale del garantismo da perseguire ad ogni costo, o potremo essere ormai certi di chi fosse il mediatore tra Stato e mafia che contribuì a gettare le fondamenta della seconda Repubblica?
Cercano ancora i mafiosi con la giacca di velluto e la lupara, non si accorgono di averceli in Parlamento, in giacca e cravatta.

REDAZIONE PUNTO ROSSO A CURA di 


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