domenica 2 maggio 2010

IL PARTITO COMUNISTA di Antonio Gramsci


Parte prima




Dopo il Sorel è divenuto luogo comune riferirsi alle primitive comunità cristiane per giudicare il movimento proletario moderno. Occorre subito dire che il Sorel non è in modo alcuno responsabile della grettezza e della rozzezza spirituale dei suoi ammiratori italiani, come Carlo Marx non è responsabile delle assurde pretese ideologiche dei “marxisti”. Sorel è, nel campo della ricerca storica, un “inventore”, egli non può essere imitato, egli non pone al servizio dei suoi aspiranti discepoli un metodo che possa sempre e da tutti applicarsi meccanicamente con risultati di scoperte intelligenti. Per il Sorel, come per la dottrina marxista, il cristianesimo rappresenta una rivoluzione nella pienezza del suo sviluppo, una rivoluzione cioè che è giunta alle sue estreme conseguenze, fino alla creazione di un nuovo ed originale sistema di rapporti morali, giuridici, filosofici, artistici; assumere questi risultati come schemi ideologici di “ogni” rivoluzione, ecco il rozzo e inintelligente tradimento della intuizione storica soreliana, la quale può dare solo origine a una serie di ricerche storiche sui “germi” di una civiltà proletaria che “devono” esistere, se è vero (come è vero per il Sorel) che la rivoluzione proletaria è immanente nel seno della società industriale moderna, e se è vero che anche da essa risulterà una regola di vita originale e un sistema di rapporti assolutamente nuovi, caratteristici della classe rivoluzionaria. Che significato può dunque avere l’affermazione che, a differenza dei primi cristiani, gli operai non sono casti, non sono temperati, non sono originali nel loro metodo di vita? A parte la generalizzazione dilettantesca, per cui gli “operai metallurgici torinesi” ti diventano un’accozzaglia di bruti, che ogni giorno mangiano un pollo arrosto, che ogni notte si ubriacano nei postriboli, che non amano la famiglia, che ricercano nel cinematografo e nell’imitazione scimmiesca delle abitudini borghesi la soddisfazione dei loro ideali di bellezza e di vita morale – a parte questa generalizzazione dilettantesca e puerile, l’affermazione non può affatto diventare presupposto di un giudizio storico: essa equivarrebbe, nell’ordine dell’intelligenza storica, a quest’altra: poiché i cristiani moderni mangiano polli, vanno a donne, si ubriacano, dicono falso testimonio, sono adulteri ecc. ecc., perciò è una leggenda che siano esistiti gli asceti, i martiri, i santi. Ogni fenomeno storico, insomma, deve essere studiato per i suoi caratteri peculiari, nel quadro della attualità reale, come sviluppo della “libertà” che si manifesta in finalità, in istituti, in forme che non possono essere assolutamente confuse e paragonate (altro che metaforicamente) con la finalità, gli istituti, le forme dei fenomeni storici passati. Ogni rivoluzione, la quale, come la cristiana e come la comunista, si attua e può solo attuarsi con un sommovimento delle più profonde e vaste masse popolari, non può che spezzare e distruggere tutto il sistema esistente di organizzazione sociale; chi può immaginare e prevedere le conseguenze immediate che provocherà l’apparizione nel campo della distruzione e della creazione storica delle sterminate moltitudini che oggi non hanno volontà e il potere? Esse, perché non hanno mai “voluto e potuto”, pretenderanno vedere materializzati in ogni atto pubblico e privato la volontà e il potere conquistato; esse troveranno misteriosamente ostile tutto l’esistente e vorranno distruggerlo dalle fondamenta; ma appunto per questa immensità della rivoluzione, per questo suo carattere di imprevedibilità e di sconfinata libertà, chi può arrischiare anche una sola ipotesi definitiva sui sentimenti, sulle passioni, sulle iniziative, sulle virtù che si foggeranno in una tale fucina incandescente? Ciò che oggi esiste, ciò che oggi noi vediamo, all’infuori della nostra volontà e della nostra forza di carattere, quali mutamenti potrà subire? Ogni giorno di una tale intensa vita non sarà una rivoluzione? Ogni mutamento nelle coscienze individuali, in quanto ottenuto simultaneamente per tutta l’ampiezza della massa popolare, non avrà risultati inimmaginabili?



Niente può essere preveduto, nell’ordine della vita morale e dei sentimenti, partendo dalle constatazioni attuali. Un solo sentimento, divenuto ormai costante, tale da caratterizzare la classe operaia, è dato oggi verificare: quello della solidarietà. Ma la intensità e la forza di questo sentimento possono essere solo valutate come sostegno della volontà di resistere e di sacrificarsi per un periodo di tempo che anche la scarsa capacità popolare di previsione storica riesce, con una certa approssimazione, a commisurare; esse non possono essere valutate, e quindi assunte come sostegno della volontà storica per il periodo della creazione rivoluzionaria e della fondazione della società nuova, quando sarà impossibile fissare ogni limite temporale nella resistenza e nel sacrificio, poiché il nemico da combattere e da vincere non sarà più fuori del proletariato, non sarà più una potenza fisica esterna limitata e controllabile, ma sarà nel proletariato stesso, nella sua ignoranza, nella sua pigrizia, nella sua massiccia impenetrabilità alle rapide intuizioni, quando la dialettica della lotta delle classi si sarà interiorizzata e in ogni coscienza l’uomo nuovo dovrà, in ogni atto, combattere il “borghese” agli agguati. Perciò il sindacato operaio, organismo che realizza e disciplina la solidarietà proletaria, non può essere motivo e base di previsioni per l’avvenire della civiltà; esso non contiene elementi di sviluppo per la libertà; esso è destinato a subire mutamenti radicali in conseguenza dello sviluppo generale: è determinato, non determinate.



Il movimento proletario, nella sua fase attuale, tende ad attuare una rivoluzione nell’organizzazione delle cose materiali e delle forze fisiche; i suoi tratti caratteristici non possono essere i sentimenti e le passioni diffuse nella massa e che sorreggono la volontà della massa; i tratti caratteristici della rivoluzione proletaria possono essere ricercati solo nel partito della classe operaia, nel Partito comunista, che esiste e si sviluppa in quanto è l’organizzazione disciplinata della volontà di fondare uno Stato, della volontà di dare una sistemazione proletaria all’ordinamento delle forze fisiche esistenti e di gettare le basi della libertà popolare.

Il Partito comunista è, nll’attuale periodo, la sola istituzione che possa seriamente raffrontarsi alle comunità religiose del cristianesimo primitivo; nei limiti in cui il Partito esiste già, su scala internazionale, può tentarsi un paragone e stabilirsi un ordine di giudizi tra i militanti per la Città di Dio e i militanti per la Città dell’Uomo; il comunista non è certo inferiore al cristiano delle catacombe. Anzi! Il fine ineffabile che il cristianesimo poneva ai suoi campioni è, per il suo mistero suggestivo, una giustificazione piena dell’eroismo, della sete di martirio, della santità; non è necessario [che] entrino in gioco le grandi forze umane del carattere e della volontà per suscitare lo spirito di sacrificio di chi crede al premio celeste e alla eterna beatitudine. L’operaio comunista che per settimane, per mesi, per anni, disinteressatamente, dopo otto ore di lavoro in fabbrica, lavora altre otto ore per il Partito, per il sindacato, per la cooperativa, è, dal punto di vista della storia dell’uomo, più grande dello schiavo e dell’artigiano che sfidava ogni pericolo per recarsi al convegno clandestino della preghiera. Allo stesso modo Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht son più grandi dei più grandi santi di Cristo. Appunto perché il fine della loro milizia è concreto, umano, limitato, perciò i lottatori della classe operaia sono più grandi dei lottatori di Dio: le forze morali che sostengono la loro volontà sono tanto più misurate quanto più è definito il fine proposto alla volontà. Quale forza di espansione potranno mai acquistare i sentimenti dell’operaio, che, piegato sulla macchina, ripete per otto ore al giorno il gesto professionale, monotono come lo sgranamento del chiuso circolo di una coroncina di preghiera, quando egli sarà “dominatore”, quando sarà la misura dei valori sociali? Il fatto stesso che l’operaio riesca ancora a pensare, pur essendo ridotto a operare senza sapere il come e il perché della sua attività pratica, non è un miracolo? Questo miracolo dell’operaio che quotidianamente conquista la propria autonomia spirituale e la propria libertà di costruire nell’ordine delle idee, lottando contro la stanchezza, contro la noia, contro la monotonia del gesto che tende a meccanizzare e quindi a uccidere la vita interiore, questo miracolo si organizza nel Partito comunista, nella volontà di lotta e di creazione rivoluzionaria che si esprime nel Partito comunista.

L’operaio nella fabbrica ha mansioni meramente esecutive. Egli non segue il processo generale del lavoro e della produzione; non è un punto che si muove per creare una linea; è uno spillo conficcato in un luogo determinato e la linea risulta dal susseguirsi degli spilli che una volontà estranea ha disposto per i suoi fini. L’operaio tende a portare questo suo modo di essere in tutti gli ambienti della sua vita; si acconcia facilmente, da per tutto, all’ufficio di esecutore materiale, di “massa” guidata da una volontà estranea alla sua; è pigro intellettualmente, non sa e non vuole prevedere oltre l’immediato, perciò manca di ogni criterio nella scelta dei suoi capi e si lascia illudere facilmente dalle promesse; vuol credere di poter ottenere senza un grande sforzo da parte sua e senza dover pensare troppo. Il Partito comunista è lo strumento e la forma storica del processo di intima liberazione per cui l’operaio da “esecutore” diviene “iniziatore”, da “massa” diviene “capo” e “guida”, da braccio diviene cervello e volontà; nella formazione del Partito comunista è dato cogliere il germe di libertà che avrà il suo sviluppo e la sua piena espansione dopo che lo Stato operaio avrà organizzato le condizioni materiali necessarie. Lo schiavo o l’artigiano del mondo classico “conosceva se stesso”, attuava la sua liberazione entrando a far parte di una comunità cristiana, dove concretamente sentiva di essere l’eguale, di essere il fratello, perché figlio di uno stesso padre; così l’operaio, entrando a far parte del Partito comunista, dove collabora a “scoprire” e a “inventare” modi di vita originali, dove collabora “volontariamente” alla attività del mondo, dove pensa, prevede, ha una responsabilità, dove è organizzatore oltre che organizzato, dove sente di costituire un’avanguardia che corre avanti trascinando con sé tutta la massa popolare.

Il Partito comunista, anche come mera organizzazione si è rivelato forma particolare della rivoluzione proletaria. Nessuna rivoluzione del passato ha conosciuto i partiti; essi sono nati dopo la rivoluzione borghese e si sono decomposti nel terreno della democrazia parlamentare. Anche in questo campo si è verificata l’idea marxista che il capitalismo crea forze che poi non riesce a dominare. i partiti democratici servivano a indicare uomini politici di valore e a farli trionfare nella concorrenza politica; oggi gli uomini di governo sono imposti dalle banche, dai grandi giornali, dalle associazioni industriali; i partiti si sono decomposti in una molteplicità di cricche personali. Il Partito comunista, sorgendo dalle ceneri dei partiti socialisti, ripudia le sue origini democratiche e parlamentari e rivela i suoi caratteri essenziali che sono originali nella storia: la rivoluzione russa è rivoluzione compiuta dagli uomini organizzati nel Partito comunista, che nel partito si sono plasmati una personalità nuova, hanno acquistato nuovi sentimenti, hanno realizzato una vita morale che tende a divenire coscienza universale e fine per tutti gli uomini.

( tratto da “L’Ordine Nuovo”, 4 settembre 1920, II, n. 15 e 9 ottobre 1920, II, n. 17)


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