sabato 1 maggio 2010

I maggio 1947 - Prima strage di Stato della Repubblica Italiana


La vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di terrore. Un mulo cadde con il ventre all’aria. A una bambina, all’improvviso, la piccola mascella si arrossò di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il vento avesse preso a danzare. C’era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un sacco pieno di stracci. E poi quell’odore di polvere da sparo.
La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli custodi silenti e smarriti.
Era il l° maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage dell’Italia repubblicana.

I TANTI PERCHÈ DI UNA STRAGE di Sandro Provvisionato
Soltanto da tre anni, cioè dalla caduta del fascismo, a Piana degli Albanesi, a  pochi chilometri da Palermo, i socialisti e i comunisti di San Cipirello, Piana e  San Giuseppe Jato avevano ripreso a commemorare il l° maggio, festa del lavoro.
Per la terza volta consecutiva dalla fine della guerra i contadini e i braccianti di quelle terre arse e ingrate si erano dati appuntamento, con i muli e i cavalli addobbati di nastri colorati, in fondo alla vallata, a pochi metri dalla vecchia strada, dove una grossa roccia calcarea era diventata un podio per i comizi.
La gente, che approfittava di quella giornata di festa per una  scampagnata, lo chiamava il «sasso di Barbato» perché, fin dal 1864, da lì sopra Nicola Barbato, medico socialista, uno dei fondatori dei Fasci siciliani, ogni anno parlava alla sua gente.
Quel giorno sul «sasso di Barbato» era salito per il tradizionale comizio
Giacomo Schirò, un calzolaio, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato.
A prendere la parola sarebbe dovuto essere un prestigioso leader comunista,  Gerolamo Li Causi. Ma il giorno prima Li Causi aveva fatto sapere che, impegnato in un’altra manifestazione, non sarebbe intervenuto. Al suo posto era stato chiamato un giovane sindacalista, Francesco Renda. Ma proprio  quel l° maggio a Renda si era rotta la moto nei pressi di Altofonte e così, ad essere interrotto dagli spari, dal sangue e dalla morte si trovò il povero calzolaio.
Quel giorno a Portella della Ginestra morirono undici persone, due bambini e nove adulti. Altri 27 contadini rimasero feriti.
Ma chi e perché aveva aperto il fuoco su una folla inerme e festante? Che
messaggio politico si nascondeva dietro quella feroce carneficina? Chi aveva dato il via al massacro e soprattutto chi lo aveva ordinato?
Come ogni atroce fatto italiano, anche la strage di Portella è ancora oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, in gran parte avvolta nel mistero.
Quando nel pomeriggio di quel 1° maggio di tanti anni fa la notizia si diffuse  c’era solo una certezza: quell’eccidio di uomini, donne, bambini, poveri contadini comunisti e socialisti era avvenuto all’indomani di una grande vittoria ottenuta dal Blocco dei popolo, una lista formata appunto da PCI e PSI, alle elezioni amministrative regionali, le prime per l’Assemblea siciliana1.
Che a sparare dalle alture sulla gente erano stati gli uomini del bandito
Salvatore Giuliano, di Montelepre, un piccolo paese sulla strada che da
Palermo porta a Trapani, gli italiani lo sapranno solo quattro mesi dopo,
nell’autunno dei 1947. Notizia questa che un alto funzionario dello Stato
italiano, il capo dell’Ispettorato di pubblica sicurezza in Sicilia, Ettore
Messana, aveva saputo, invece, poche ore dopo la strage. E lo stesso
Messana, ben presto, forse venne anche a sapere chi erano i mandanti di
quel massacro, chi aveva armato la mano del bandito. Ma né lui, né altri
funzionari statali (poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti), né
tantomeno uomini politici di livello nazionale, con impegni nel governo del
paese, lo diranno mai. Anzi da quel giorno tutti si adopereranno, come un
solo uomo, pur tra dissidi e rivalità, per imbastire trame sempre più
complesse che porteranno altro sangue e altri lutti. Con un unico obiettivo:
coprire la verità sulla strage di Portella della Ginestra. Esattamente quello che  altri uomini dello Stato faranno, fino ai giorni nostri, per far restare tali i misteri d’Italia.
Tratto da: Sandro Provvisionato – Misteri d’Italia – Laterza, 1993

da Misteri italiani

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