lunedì 24 maggio 2010

Alla crisi non si risponde con la svendita del territorio



Uno dei tanti paradossi italiani è l’uso del nostro territorio. Da un lato rappresentiamo la culla dell’urbanistica moderna fin dalla sua nascita rinascimentale, un Dna culturale e sociale, ancor prima che tecnico e politico, dall’altro contrapponiamo i tanti processi di cementificazione, di speculazione e di cartolarizzazione del territorio.
La privazione prende il posto della privatizzazione, dei beni comuni come acqua, cibo, aria, e non esclude il suolo, come dimostra la modalità di redazione dei bilanci comunali, strutturati su oneri di urbanizzazione, quindi su consumo del territorio. La pietra miliare oggi è del federalismo fiscale, con la proposta scellerata del decreto relativo ai beni demaniali, con cui si delibera il passaggio del patrimonio dello Stato, un gruzzoletto di circa 3,2 miliardi di euro, a comuni e province. Naturalmente non c’è neanche la speranza che gli enti locali, incamerati tali beni, se li tengano, perché anche se in teoria possono farlo, in pratica fanno annualmente i conti con bilanci disastrati, senza un centesimo in cassa e salti mortali per pagare le spese correnti.
La Spezia, Italia. I sindaci ringrazieranno per le entrate extra provenienti dalla “valorizzazione” e con il federalismo demaniale le aree che entrano nel patrimonio disponibile degli enti locali saranno avviabili a procedure di variazione urbanistica e di conseguente di compra-vendita. Parliamo di circa 1 milione di ettari: se solo il 4% fosse trasformata applicando un basso indice di cubatura 0,8 mc/mq avremmo una spaventosa cementificazione dell’ordine di 300 milioni di metri cubi. In altri termini il federalismo demaniale consentirà la più dilaniante operazione di speculazione immobiliare della storia italiana dall’epoca del neolitico: stiamo parlando di qualcosa pari a circa a un milione di appartamenti da 100 metri quadrati l’uno.
A cosa servirebbe sottolineare che in tutto questo fervore edilizio, tra il 1996 e il 2006 in Italia sono stati inghiottito 750.000 ettari di suolo da case, capannoni, ampliamenti e quant’altro, in un contesto di piani casa e sopratutto con il 20% degli alloggi è vuoto, inutilizzato, sfitto? Un processo erosivo che ha visto complessivamente la cementificazione di una superficie pari all’Umbria e che non ha certo risparmiato il territorio spezzino dove è ancor più stridente il paradosso di enormi quantità di case sfitte, una curva demografica in costante calo, ed un aumento dei volumi edificati
In questo contesto occorre partire dall’appello del nostro assessore lericino, Verusckha Fedi, per imporre una moratoria che ci dia la possibilità di ripensare alle modalità di antropizzazione del territorio provinciale, dove le esigenze dei cittadini non siano piegate al “ricatto di cassa” delle amministrazioni.
Dobbiamo evitare una vera e propria privazione del suolo che, grazie alla trovata della Lega e condivisa addirittura da Di Pietro, consegnerà le aree demaniali ad un processo speculativo inesorabile e senza precedenti. In un contesto di crisi economica che mette ancora una volta a nudo l’inefficienza del governo, proponendo soluzioni cicliche ad una crisi che è profondamente sistemica e che la si vuol far pagare ai lavoratori dipendenti, mentre i furbetti e casta potranno continuare a speculare nell’ennesimo massacro sociale, dobbiamo costruire un fronte collettivo di Resistenza.
William Domenichini
Resp.Ambiente e politiche del Territorio – PRC La Spezia


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