sabato 10 aprile 2010

Riforme, Berlusconi per il presidenzialismo col porcellum


Berlusconi va a Parigi e abbozza il suo progetto di riforma. "Guardiamo alla Francia - ha detto il presidente del Consiglio - ma non al doppio turno".  "Pensiamo all'elezione di presidente e Parlamento in un solo turno e nella stessa giornata", ha aggiunto il Cavaliere.
Napolitano: "E' augurabile che si esca al più presto da anticipazioni e approssimazioni che non si sa a quali sbocchi concreti, a quali proposte impegnative, a quali confronti costruttivi possano condurre"

L'esecutivo guidato da Silvio Berlusconi ha "in mente diverse riforme", tra le quali la revisione della forma di governo. In proposito, "prendiamo come esempio il presidenzialismo francese". Ma non si tratta di un sistema da adottare necessariamente come un blocco unico. Il premier Silvio Berlusconi approfitta dell'occasione offerta dalla conferenza stampa congiunta col presidente francese Nicolas Sarkozy per una messa a punto sulla linea sua e dell'esecutivo in materia di riforme istituzionali.
Berlusconi conferma l'opzione favorevole al semipresidenzialismo espressa mercoledì al termine dell'ufficio di presidenza del Pdl. Ma mette in chiaro - così rispondendo indirettamente al presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ieri ha esortato a "guardare a Parigi" in modo globale, non selezionandone solo alcuni aspetti così stravolgendo un impianto complesso - che non si tratta di importare in blocco una macchina costituzionale come quella francese. Del resto recentemente sottoposta a revisione e oggetto di una costante riflessione sull'opportunità di introdurvi miglioramenti. Un dibattito cui Berlusconi allude con una battuta rivolta a Sarkozy, pregandolo di avvisare "se ci sono contrordini".

Se Fini ieri aveva segnalato che per ispirarsi al modello francese non si può prescindere dalla legge elettorale che lo caratterizza (un maggioritario a doppio turno), Berlusconi oggi riferisce che si pensa a un semipresidenzialismo senza doppio turno: "Pensiamo a un'elezione unica del Parlamento e del presidente nella stessa giornata". Anche per il Cavaliere il sistema francese "può funzionare in Italia, ma non vogliamo prendere tutto da questo sistema". Una risposta non solo a Fini ma anche a politologi come Giovanni Sartori, che sul "Corriere della Sera" diffida dal proporre versioni "all'amatriciana" dei modelli stranieri (Se l'ombrello è già stato inventato, occorre davvero reinventare l'ombrello all'italiana?"). Il premier italiano accenna alla genesi del nostro sistema assembleare, frutto dell'esperienza di 20 anni di regime fascista, dopo i quali i padri costituenti scelsero a favore di un sistema che "presentasse più la possibilità di un esecutivo troppo forte". Per questo "diedero tutti i poteri alle assemblee parlamentari e nessun potere al capo dell'esecutivo".

Ma se il premier abbozza il suo progetto di riforma, oggi a scendere in campo è nuovamente il turno del presidente della Repubblica. Nel secondo giorno della sua visita a Verona, il Capo dello Stato torna sull'argomento che più gli è a cuore soprattutto in questi ultimi tempi. Ieri aveva chiesto di non sprecare questa legislatura, che ha ancora tre anni davanti. Oggi si spiega meglio, di fronte alla ripresa di proposte più da politologi che non da politici.

Basta con i tatticismi, con le proposte di estratti modelli che appaiono volte più a guadagnare terreno nei confronti degli interlocutori politici che non a risolvere il problema concreto delle riforme. Giorgio Napolitano chiede che si faccia tesoro dell'esperienza passata, come anche dei fallimenti negli ultimi anni, e che si avanzino idee e progetti realistici su cui far convergere il massimo del consenso possibile per arrivare ad una serie di misure in grado di cambiare la forma di governo prevista dalla Costituzione, ma anche di indicare la via d'uscita dalla crisi economica, che prospera su un modello di sviluppo ormai datato.
"E' augurabile che si esca al più presto dalle anticipazioni e dalle approssimazioni che non si sa a quali sbocchi concreti, a quali proposte impegnative, a quali confronti costruttivi possano condurre", dice incontrando nella Prefettura della città veneta gli esponenti del mondo imprenditoriale e del lavoro. Un lungo ragionamento, il suo, che parte dalla constatazione che il Paese va rimesso in moto, e che per farlo bisogna andare a stringere i bulloni e a cambiare qualche pezzo del meccanismo costituzionale.

In altre parole occorre un "insieme interventi riformatori in campo sociale, economico e anche istituzionali che non sono più procastinabili", spiega. Ma parlare delle riforme per il solo gusto di riempirsi la bocca di parole è un gioco sterile. "Le riforme non sono una formula magica, non basta invocarle per vedere la soluzione di tutti i problemi". Intanto bisogna stabilire "il massimo di stabilità politica e istituzionale" per far sì che si crei il clima giusto. Questo non vuol dire "né l'immobilismo, né la negazione della dialettica tra maggioranze e opposizione". 
Al contrario: "Molti sono gli spazi per la dialettica, anche per scontrarsi". C'è bisogno "direi di misura, di senso delle proporzioni" in un momento in cui invece "i giudizi estremi sono considerati gli unici validi". Un atteggiamento che magari "rende in termini elettorali, ma fa danni". Quello che occorre sfoderare adesso è semmai "un comune senso di responsabilità nazionale per il bene del Paese.

Il bene del Paese lo si persegue collocando l'Italia nella sua giusta dimensione europea e tenendo presente l'ampiezza del compito che ognuno ha davanti. Insomma, "le condizioni da creare per garantire all'Italia una crescita più sostenuta del decennio passato" e andare a incidere su due problemi che attanagliano l'economia nazionale in questo momento, vale a dire l'occupazione e il debito pubblico. 
Quindi, prosegue Napolitano, siamo pronti a intervenire anche sul fisco così come sulla giustizia, perché "assicurare la certezza del diritto, la tempestività e l'imparzialità delle indagini e dei giudizi" garantisce il cittadino, ma aiuta anche gli investimenti dall'estero. Inoltre "è già da tempo maturata" la convinzione che, se "l'impianto della Costituzione repubblicana mantiene la sua validità fondamentale", esiste la "necessità di procedere a riformare la seconda parte".
E allora - pare dire Napolitano - facciamo una volta per tutte le riforme. "Ci sono punti importanti di riforme già da tempo apparsi largamente condivisi", sottolinea, "sarebbe realistico e saggio non mettere a rischio e non tenere in sospeso delle convergenze, ma mirare a tradurle, in tempi ragionevoli, in dei corposi risultati".
Sul problema della forma di governo, ad esempio, "negli ultimi quindici anni non si sono delineate soluzioni adeguate e politicamente praticabili". Ugualmente "è bene tenere conto dell'esperienza, dei tentativi falliti, delle incertezze rivelate anche dalla discontinuità della discussione su taluni temi, accantonati per molti anni". Altrettanto importante è partire dalla considerazione che qualcosa è stato fatto, vale a dire la riforma del Titolo V. Allora andiamo avanti col federalismo fiscale "con il quale va messo in relazione anche il discorso della riforma generale del fisco".

Allo stesso modo, mette ancora in chiaro il Capo dello Stato, "bisogna decidere come coronare l'evoluzione in chiave autonomistica e federalistica dello Stato italiano con la riforma di quel bicameralismo perfetto nel Parlamento, che ha già da un pezzo fatto il suo tempo".
Fermo restando, comunque, "che non c'è, non deve e non può esserci, alcuna contrapposizione tra autonomismo di ispirazione federalistica e unità nazionale". Così potrà essere superato il persistente divario tra Nord e Sud. Ma la cosa "richiede la più chiara manifestazione di volontà nel combattere chiusure ed egoismi nelle regioni più sviluppate, nel tenere fede concretamente al principio di solidarietà e nel chiamare al tempo stesso le ragioni del Mezzogiorno, alla pari di tutte le altre, alla prova della responsabilità".
Conclusione di Napolitano: "Sono sicuro che in questo spirito verrà dal Veneto un contributo ad una celebrazione non retorica e non acritica dei 150 anni dell'unità nazionale. Occorre impegnarsi in questa celebrazione". E così facendo, il Presidente lancia un messaggio a quanti finora sono sembrati decisamente tiepidi di fronte alla ricorrenza.


(fonti: agi / adn / velino)


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1 commento:

  1. La proposta del modello francese piace a Berlusconi, ma non piace la fatica che deve fare il candidato presidente per vincere il ballottaggio. Ha già fatto i conti: con il suo scarso 31% + 12% della Lega è riuscito a dimostrare di vincere le elezioni regionali (anche se in realtà i suoi consensi si sono abbassati di milioni di voti); questi numeri non bastano sicuramente per vincere un ballottaggio alla francese; potrebbe cadere miseramente sul suo stesso disegno che persegue da anni di repubblica presidenziale.
    Intanto, dopo la legge sul legittimo impedimento, sono in cantiere: lodo Alfano con legge costituzionale, processo breve, legge su limite alle intercettazioni telefoniche, eliminazione dell’obbligo dell’azione penale per i PM; tutte misure che in qualche modo interessano Berlusconi.
    Occorrerebbe una via di uscita. Forse c’è! Capri! Sì, liberare Berlusconi da tutte le sue pendenze giudiziarie, sganciare questa piccola isola dal territorio nazionale facendola diventare Stato sovrano ben distinto dall’Italia, incoronarlo Imperatore di Capri. Ma, al suo SupeEgo potrebbe bastare?
    francesco zaffuto www.lacrisi2009.com

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