martedì 27 aprile 2010

Patriarcato tabù anche a sinistra: Non è mafiosa la famiglia che uccide.




La famiglia è la prima causa di morte in Italia. Il numero dei delitti passionali dall’inizio millennio ha supèrato quelli dovuti alla criminalità organizzata. E le donne italiane possono vantare di trovare in famiglia la prima causa di morte e di violenza. Eppure quando si sente evocare la parola patriarcato anche nella sinistra a volte si vede e si sente sbuffare dalle file di fondo.
La striscia di sangue prodotta dalle crisi coniugali sta invece assumendo proporzioni assolutamente inedite e allarmanti. E’ quanto rileva in una nota preoccupata anche l’Associazione degli avvocati matrimonialisti, tuttavia sempre più impegnati sul fronte penale.
Secondo l’associazione di giuristi impegnati nella tutela dei minori e delle famiglie, “gli accadimenti degli ultimi giorni, legati a separazioni e divorzi – la madre di Gela che ha ucciso i suoi figli, separata da appena sei mesi e l’uomo che nel bresciano ha ucciso l’ex moglie e due vicini di casa nel mantovano – dimostrano impietosamente quanto le vicende matrimoniali, allorché sfociano in insanabili contrasti, possano produrre fatti di sangue ancora più plateali ed eclatanti di quelli prodotti dalla malavita organizzata”.


Non si venga quindi a lamentarsi delle esagerazioni riguardo al patriarcato. Non si dica che non si tratta di una questione di carattere deflagrante in Italia. Non si dica che non sia frutto di una consolidata impostazione o, peggio, tradizione di carattere culturale: che non riguardi l’antropologia del paese, la sua morfologia sociale, la sua arretratezza civile, la pervasiva ingerenza della dottrina cattolica, l’accomodante accondiscendenza di una borghesia liberale e salica, il maschile oziare in famiglia tra i due cuscini rappresentanti dai benefici della Chiesa da un lato e dall’inveterata tradizione di virilità presunta dall’altra.
Basti pensare che le disposizioni sul famigerato “delitto d’onore” sono state abrogate molto dopo il divorzio del 1974, il nuovo stato di famiglia del 1975, l’aborto del 1978: il 5 agosto 1981. Fino ad allora, almeno sulla carta, chi scopriva “l’illegittima relazione carnale” di moglie, figlia o sorella poteva accoppare in flagrante sia loro che l’amante beneficiando di una pena quasi simbolica da un minimo di 3 a un massimo di 7 anni di reclusione.
Erano trent’anni fa, non trecento. Tuttavia in Italia la violenza intramurale continua a essere un fenomeno di portata più grave e consistente dei peggiori comportamenti criminali. Eppure continua a non fare notizia. E non lo fa appunto perché è radicata nell’antropologia sociale del potere maschile: scolpita a cazzotti sulle porte e le spalliere dei talami famigliari, fotografata a raggi x e istoriata sulla pelle di mogli e figli, sbottonata sotto la scrivania che esamina stagiste o starlette, perdonata da un clero che invita i famigliari a sopportare, assecondata dal potere che la considera forma propria del suo esercizio. Maschile. Ma talora anche al femminile. Di destra. Ma con una sinistra, specie quella comunista, che nel dopoguerra ha ampiamente assecondato il conformismo patriarcale, e dove tutt’oggi si sente scricchiolare le sedie d’uggia quando il tema del patriarcato viene posto con insistenza femminista suscitando magari anche il sibilo di qualche battuta sciovinista.
E invece il problema si chiama proprio patriarcato: a scuola, in ufficio, per strada, sulle ribalte, in politica, società. E soprattutto in casa. In Italia si consuma un omicidio in famiglia in media ogni 2 giorni, 2 ore, 20 minuti e 41 secondi, secondo le statistiche redatte dal criminologo Vincenzo Mastonardi. Il movente è passionale nel 25.9% dei casi; cui seguono contrasti personali nel 21.8% dei casi, disturbi psichici nel 16.15%, liti per l’assegnazione della casa coniugale nel 15%, ragioni economiche (assegni di mantenimento o restituzioni di somme) nell’8%.
E in tempi di crisi il tratto antropologico viene alimentato dal peggioramento della condizione sociale. A detta degli avvocati specializzati, infatti, “si registra sempre di più un movente legato a fattori economici e soprattutto all’assegnazione della casa coniugale, che oggi sta per diventare il vero ‘pomo della discordia’, ancor di più di quello dell’affidamento e della gestione dei figli”. Quindi, “le nuove povertà prodotte dalla separazione e la lunghezza insopportabile dei processi sono altre ragioni che contribuiscono a determinare le stragi familiari”.
In Italia, insomma, “non ci si rende conto che la famiglia uccide più della mafia e che le separazioni ed i divorzi, spesso mal gestiti dagli addetti ai lavori, sono quotidianamente la causa di omicidi o stragi familiari”. E “il trend è destinato ad aumentare in proporzione all’aumento di separazioni e divorzi”. Sostiene il presidente nazionale dell’Associazione avvocati matrimonialisti italiani(Ami), Gian Ettore Gassani. “Troppe volte le coppie in crisi sono lasciate al loro destino in un momento, come quello della separazione o divorzio, che rappresenta per molti un lutto di difficile sopportazione ed elaborazione – spiega – Nel 30% dei casi le separazioni sono accompagnate da reati intrafamiliari, molti dei quali sfociano successivamente in gesti estremi. Gli italiani, a differenza della grande maggioranza dei cittadini stranieri, vedono nella separazione una vergogna o un affronto, molte volte da lavare con il sangue e giammai come una scelta di vita o un rimedio”.
Tuttavia i maltrattamenti e abusi intrafamiliari nel 60% dei casi vengono prescritti. E, quando è inflitta condanna, la pena è del tutto simbolica. Esiste insomma “una generalizzata consapevolezza di quasi totale impunità quando i reati vengono commessi all’interno della mura domestiche”, continua Grassini. Che, tra l’altro, osserva come “anche forme di violenza verbale all’interno della vita matrimoniale non devono e non possono più essere sottovalutate”. Difatti, nel 65% dei casi di omicidio o strage in famiglia vi erano stati già pericolosi segnali di violenza o minacce, negligentemente sottovalutate da chi di dovere. Si è arrivati persino al punto che “il 17 ottobre 2007, a Reggio Emilia, si consumò una strage dinnanzi al giudice – ricorda il presidente dell’Ami – Un marito uccise la moglie ed il cognato durante l’udienza di divorzio, prima di essere a sua volta ucciso”.



Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

Nessun commento:

Posta un commento

Ultime Notizie

Ultime News

Notizie di Politica

Roba Comunista