lunedì 19 aprile 2010

mafia, disoccupazione, razzismo, ecco l'Italia divorata dai "mostri"


«Ci sono momenti in cui il cervello si stacca dal cuore». In uno di quei momenti, Mario Farisano, operaio 44enne in cassa integrazione della Nuova Renopress di Budrio, nel Bolognese, si è tolto la vita. L’ha fatto nel garage della propria casa, una palazzina pietra a vista di tre piani a Marmorta, piccolissima frazione di Molinella, a pochi chilometri dal luogo di lavoro. Si è impiccato con la corda per saltare della più piccola delle sue due figlie, che hanno 6 e 13 anni. E che ora sono senza papà, come Ida è rimasta senza marito. Senza occupazione - Ida lavorava da un artigiano - la donna lo era già da un anno. A trovarlo, è stato il cognato Gerardo, anche lui cassintegrato dell’azienda budriese. Mario, trasferitosi in Emilia-Romagna più di dieci anni fa dalla Basilicata, si è ucciso dopo aver portato la bambina più piccola all’asilo. Ieri, la famiglia si è chiusa al proprio interno. In un bar vicino incrociamo Michele, uno dei nipoti: ha gli occhi lucidi, e ribadisce che questo è il giorno del silenzio. Mentre il cognato fa capire che, quando sei a casa, entri in una spirale in cui non è facile chiedere e ottenere aiuto. «E, alla fin fine, le bollette le devi pagare comunque».

Nella tragedia, poi, la beffa: nella mattinata di venerdì, mentre i sanitari constatavano il decesso dell’uomo, un’azienda metalmeccanica avrebbe chiamato a casa Farisano per fissare un colloquio: Mario aveva mandato molti curricula in giro, e la sua specializzazione era alta. Ma il telefono ha squillato troppo tardi. Cosa può aver spinto ad un gesto così estremo? I compagni di lavoro di Mario sono convinti che la situazione della Renopress abbia avuto un ruolo, forse decisivo. L’aria che si respirava in azienda era pesante. E non da ieri: dopo un anno di cassa integrazione, la fonderia aveva ritirato i 106 licenziamenti, ottenendo - grazie alla mediazione della Regione - un altro anno di cassa integrazione straordinaria. Pesante, ma non senza speranza: i 365 giorni potevano essere utilizzati per cercare un nuovo acquirente. Finora Mario, uno dei pochissimi «fornai» (nel senso di addetti ai forni) era riuscito a lavorare una settimana al mese, portando il suo stipendio da 600 a 900 euro. Il 15 marzo, però, la produzione si era fermata. In attesa dell’arrivo dell’assegno di cassa, neanche un euro era stato versato sul suo conto.

Lì, ipotizza Donatella Colombelli, sua collega alla Nuova Renopress, forse qualcosa si è rotto. «A quanto so, da allora non usciva più molto di casa. Lunedì, quando il delegato Fiom ci ha spiegato che era stato fissato l’incontro con le banche per l’anticipo della cassa integrazione - racconta Donatella -, io ho guardato Mario e gli ho detto: dai, possiamo dire di avere un piccolo aiuto. Ma lui mi fa, laconico: “Proviamo a vederla così”. Non sembrava molto convinto». Eppure, Mario era uno dei più attivi nella lotta per salvare la fonderia: «Interveniva spesso in assemblea - ricorda il sindaco di Budrio, Carlo Castelli - e, se c’era un collega abbacchiato, era il primo a fare una battuta per tirarlo su. Quando mi hanno detto cos’era successo, ho risposto: “Siete sicuri sia proprio quel Mario lì?”». Su Facebook, oltre ai due profili personali - uno dei quali conta 441 amici -, Mario interveniva sovente. E contribuiva alla pagina dei «Noi, 106 licenziati della Nuova Renopress». Il suo hobby, che gli consentiva di tirare su un piccolo extra, era la musica. Mario cantava col karaoke. Tanto che nel garage, luogo scelto per farla finita, c’è ancora la consolle per le basi. «Aveva sempre un sorriso per tutti - chiosa Donatella -. Io non so cosa scatti nella mente di una persona, ma può essere che a un certo punto uno non ce la faccia più. E il cervello si stacchi dal cuore».

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