venerdì 9 aprile 2010

Legittimo impedimento, Napolitano firma

La legge in base alla quale Berlusconi (e con lui i ministri del governo) potrà far valere tutti i suoi impegni di capo del governo semplicemente autocerficandoli dalla presidenza del Consiglio per far saltare le udienze dei processi nei quali è coinvolto.
Una legge che a detta di molti costituzionalisti presenta più di un profilo di palese incostituzionalità a cominciare dal dettaglio che lo stesso testo - al secondo e ultimo articolo - riconosce che per regolare la materia delle prerogative del primo ministro ci sarebbe bisogno di una «organica legge costituzionale» e ad essa rimanda nel termine di 18 mesi. La legge, un nuovo lodo Alfano, questa volta costituzionalizzato, non è alle viste anche se il Pdl ne avrebbe pronta una versione (autori i senatori Quagliariello e Centaro) da gettare sul tavolo delle trattative per le riforme istituzionali.
La presidenza della Repubblica ha accompagnato la promulgazione della legge - contro la quale c'era stata anche una manifestazione a Roma del popolo viola con le adesioni del partito di Di Pietro e del Pd - con un auspicio alla leale collaborazione tra le autorità politiche e quelle giudiziarie. Il Quirinale ha poi avvertito che «il sereno svolgimento di rilevanti funzioni» è un principio già riconosciuto dalla Consulta, che però ne affidava le valutazioni al giudice. Con questa legge invece il rinvio delle udienze (con l'interruzione della prescrizione) sarebbe automatico, fanno notare i critici. Mentre il Quirinale risponde che gli impegni del governo utili a tenere lontani i ministri dai loro giudici vengono così «tipizzati» e dunque precisati e che la norma finale in base alla quale deve trattarsi comunque di impegni «primari» o ad essi «coessenziali» è stata introdotta grazie alla moral suasion del capo dello stato. Anche la durata massima dell'impedimento - 6 mesi, in pratica prorogabili tre volte fino all'esaurimento dei 18 mesi previsti dal testo - è stata fortemente voluta dal Colle. Che alla fine ha firmato così come aveva firmato il lodo Alfano, poi bocciato dalla Consulta. Quella volta Berlusconi si era molto arrabbiato con Napolitano, lo aveva accusato di aver tradito le promesse non avendo fatto pressioni sulla Consulta («giudici comunisti») perché si adeguasse al giudizio positivo del Quirinale. Quel litigio segnò il momento più basso dei rapporti tra palazzo Chigi e Quirinale che ieri sono tornati buoni, al punto che Berlusconi ha ringraziato Napolitano per la firma che, ha detto, gli concede «tre anni per governare in modo sereno».
Si tratta in realtà di un anno e mezzo perché - ammesso che la Consulta non intervenga prima - bisognerà approvare la versione costituzionale del lodo e senza i voti dell'opposizione il Pdl dovrà affrontare il giudizio degli elettori nel referendum confermativo. La strada dunque è ancora in salita senza contare il fatto che Antonio Di Pietro ha annunciato che raccoglierà le firme per un referendum abrogativo. Ma dietro l'angolo c'è il ricorso alla Consulta già annunciato dalla procura di Milano. Potrebbe accadere già lunedì prossimo quando è prevista udienza nel processo Mediaset diritti tv e Berlusconi ha già avvertito che non ci sarà (viaggio a Washington). Altra udienza in calendario, con Berlusconi in condizione di farla saltare, il 16 aprile per il processo Mills. A sostenere le ragioni della pubblica accusa milanese il costituzionalista Alessandro Pace. Questo ricorso preoccupa Berlusconi che ieri ne ha parlato con i giornalisti in conferenza stampa a palazzo Chigi, «nonostante il capo dello stato con la sua firma riconosca che non vi sono evidenti segni di incostituzionalita». «La decisione della procura di Milano - ha strillato il ministro Sandro Bondi - manifesta una proterva mancanza di rispetto nei confronti delle istituzioni democratiche e un disperato tentativo di modificare il corso politico positivo del dopo elezioni».
Sono queste le residue preoccupazioni della maggioranza dopo la firma di Napolitano. Tanto che i primi commenti dei deputati e senatori sono volti a esorcizzare il rischio di un successivo giudizio di incostituzionalità. Secondo il senatore ex An Roberto Centaro «la firma del capo dello stato dovrebbe far cadere ogni dubbio sulla costituzionalità». Secondo la deputata previtiana Jole Santelli «la firma di Napolitano certifica che si tratta di un testo costituzionalmente ineccepibile». Ma dal Quirinale si fornisce una versione molto più prudente e legata alle prerogative del Colle: di fronte a pareri contrastanti dei costituzionalisti, l'ultima parola è fisiologicamente rimandata alla Corte costituzionale, l'unico giudice delle leggi.

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