venerdì 30 aprile 2010

L. Masella (PRC) Direzione Nazionale del Prc del 29 aprile. Il mio intervento integrale

A me non ha appassionato la disputa dei giorni scorsi fra chi sosteneva che le elezioni regionali sono state una nostra sconfitta e chi no. E’ certo però che, sconfitta o no, tutti possiamo concordare sul fatto che, noi e tutta la Federazione della sinistra, siamo ridotti in una situazione molto grave, ai limiti della sopravvivenza, con un ulteriore calo della passione e della militanza. Con questo non sto dicendo che il resto della sinistra stia meglio, ma una situazione di emergenza, com’è la nostra, necessita misure straordinarie e soprattutto che ci diciamo fra di noi la verità, non nascondendo la testa sotto la sabbia, senza infingimenti, sia pure con uno spirito unitario, solidale e costruttivo.

Io concordo con buona parte della relazione del segretario, cosi’ come mi è piaciuta l’intervista che Ferrero ha rilasciato a Liberazione il 25 aprile, ma non concordo con ciò che oggi non ha detto, cioè con le rimozioni di alcuni problemi. In particolare concordo: con l’analisi della crisi del capitalismo e con la sua centralità, con la proposta di promuovere iniziative di solidarietà con i lavoratori e i compagni greci, con un rilancio di internazionalismo, con la proposta di un odg in solidarietà con Cuba, con il rilancio dell’anticapitalismo e con una riflessione sulla fuoriuscita dal capitalismo. Vedo qui, però, uno strano tabù. Mentre, a proposito della crisi che investe la Grecia, ma anche la Spagna, l’Italia, si pensa ad una fuoriuscita dal capitalismo, non si prende nemmeno in considerazione la possibilità di fuoriuscita dall’Euro (e di conseguenza dalla Nato), non per entrare in altre aree economico-militari, ma per guardarsi intorno intrecciando relazioni, senza tabù, in un mondo che sta cambiando, con altre aree e paesi extra-Ue che non vivono la crisi profonda che sta vivendo il capitalismo neoliberista e monetarista europeo.

Detto questo, e dichiarato il mio accordo di fondo con l’analisi di Ferrero e la necessità della più forte unità del nostro partito, vedo però – e ve lo dico con grande sincerità e preoccupazione – una enorme distanza fra l’analisi di alto profilo, fra le tante condivisibili proposte di mobilitazione sociale e lo stato del partito e della Federazione della sinistra, cioè fra le cose da fare e gli strumenti concreti a nostra disposizione. E vedo il rischio di una discussione tutta interna a fronte di una inesistenza ed una sparizione di fatto all’esterno.

In particolare ci sono due rimozioni nella relazione del segretario: lo stato del partito, che è molto negativo, e la Federazione della sinistra. E’ assurda, in particolare, la rimozione della Federazione, che oggi non è stata nemmeno nominata. Per non affrontare il problema, e le difficoltà che vi sono nella Federazione, si rimuove il problema. E’ la cosa peggiore che si possa fare. Io credo che il problema non è e non possa essere: accelerare o frenare, perché sarebbe demenziale frenare il processo di costruzione della Federazione e tornare indietro. Il problema vero da discutere è: come costruire la Federazione. Perché, compagno Ferrero, non se ne discute assieme, collegialmente ? Perché tutto è in mani ristrettissime, senza nessuna trasparenza e partecipazione democratica ? A questa domanda (come costruire la Federazione ?) io rispondo: l’unico modo per costruire qualcosa che possa esistere realmente non per noi stessi, ma per i nostri attuali e potenziali referenti sociali, è di costruire la Federazione con una progettualità ed un profilo politico chiaro. La Federazione della sinistra potrà esistere solo come perno di una ampia sinistra sociale e di lotta, diffusa, aperta, partecipata, un polo di sinistra politica e sociale autonomo dal centro-sinistra, di fatto anticapitalistico e quindi chiaramente diverso dal Pd. Non c’è spazio per qualcosa di interno al centro-sinistra, questo spazio è già occupato da Di Pietro o da Vendola.

La costruzione di una sinistra autonoma e diversa dal centro-sinistra, di lotta e anticapitalistica, questa è la direzione di marcia della Federazione a cui imprimere una forte accelerazione, su cui investire con coraggio, su cui c’è già un ottimo Manifesto fondativo dal profilo e dai contenuti molto chiari, senza alcuna possibilità di equivoci. Del resto, o la Federazione della sinistra esprime questa connotazione sociale e questo ruolo politico, non solo nelle elaborazioni cartacee ma anche nella pratica sociale, nel concreto dei drammi sociali di tutti i giorni (licenziamenti, paura di perdere il lavoro, di non poter pagare l’affitto o il mutuo, di non poter mantenere la famiglia e i figli, povertà, precarietà, disoccupazione, sfratti, eccetera), nel fuoco del più duro scontro di classe da rigenerare nel nostro Paese con urgenza, oppure, se la Federazione sarà l’ennesimo contenitore, l’ennesima scatola organizzativa, senza un preciso ruolo e profilo politico e sociale, si spegnerà da sola come l’ennesimo ente inutile e non nascerà neppure.

Rifondazione Comunista nacque e soprattutto decollò dal 1991 al 1996 non solo perché difese un nome e un simbolo, ma perché, pur scalcagnata, senza soldi, senza sedi, senza consiglieri e assessori regionali, seppe diventare il cuore dell’opposizione, innanzitutto sul piano sociale, perché ebbe il ruolo di contrastare, una per una, senza tregua, tutte le aberrazioni prodotte dall’allora Pds dopo la madre di tutte le aberrazioni che fu lo scioglimento del Pci (aberrazioni di cui stiamo oggi ancora pagando le conseguenze): il sistema maggioritario che sostituì il sistema proporzionale; la controriforma sanitaria Amato-De Lorenzo; la cancellazione della scala mobile e l’introduzione del lavoro in affitto con gli accordi concertativi del luglio ’92 e ‘93; le controriforme delle pensioni di Dini sostenute da Prodi e dal Pds. La nostra linea e il nostro ruolo allora erano chiarissimi e riempimmo uno spazio reale che c’era a sinistra dell’allora Pds. La storia non si ripete mai nelle stesse forme, oltre al fato che non ho nessuna nostalgia per la prima Rifondazione, tuttavia oggi c’è un grande spazio a sinistra del Pd, nel crescente malessere sociale e intellettuale, ma senza un soggetto politico forte questo si disperde nella crescita vertiginosa dell’astensione e nelle liste di protesta. Qui, a sinistra del Pd ed anche in contrasto col Pd quando necessita, c’è lo spazio e il ruolo della Federazione, l’unico spazio e ruolo possibile.

Per questo, bando alle resistenze e ai freni a mano. Andiamo avanti e acceleriamo innanzitutto sul piano politico e sociale la costruzione della Federazione. Investiamo la Federazione di protagonismo sociale, di contenuti alternativi, di anticapitalismo, di internazionalismo, di antirazzismo, di partecipazione dal basso, senza paure, senza freni burocratici. E chi avrà più filo tesserà. Ma perché dobbiamo aspettare il congresso della Federazione di fine anno ? Oggi, subito, contro la crisi, a sostegno dei soggetti sociali colpiti dalla crisi ci sarebbe bisogno di produrre nelle più grandi città iniziative pubbliche, grandi assemblee, manifestazioni, presidi, tende, banchetti, comizi volanti promossi dalla Federazione della sinistra. Cosa aspettiamo ?

Peraltro, non c’è contraddizione fra la costruzione della Federazione e l’iniziativa unitaria (sempre su contenuti e soprattutto sociali) con altre soggettività di sinistra (come Sel, Sinistra Critica, la Rete dei Comunisti, organizzazioni sindacali di classe, dentro e fuori la Cgil). Così come non vedo affatto contraddizione fra la costruzione della Federazione e la rimessa a tema della questione comunista. La Federazione della sinistra non è e non può essere l’unità dei comunisti, né può essere la sola unità fra Prc e Pdci. Ma la Federazione può essere il terreno più favorevole, di massa e unitario a sinistra, per riaprire con serietà la questione della ricostruzione di una teoria ed una prassi comuniste, di una forza comunista nel nostro Paese, sapendo che la rifondazione da sola, senza un processo unitario con altre forze comuniste disponibili, rischia l’isolamento elitario, ma sapendo anche che la unificazione comunista senza la rifondazione dei cardini principali di una teoria e di una prassi di liberazione umana e rivoluzionaria adeguate ai tempi e alla nostra società (dopo la crisi e le sconfitte catastrofiche del movimento comunista della fine del secolo scorso e di tutti i tentativi di fuoriuscita da quella crisi), rischia di essere solo una riesumazione nostalgica, altra forma di liquidazione. Però, anche qui bisognerebbe superare la fase delle dichiarazioni di intenti e passare alla discussione e all’elaborazione di innovazioni concrete, nella teoria e nella prassi, partendo da ciò che non ha funzionato ed ha fallito.
Leonardo Masella PRC
 
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