domenica 11 aprile 2010

Il suicidio del socialismo e del quarto Stato

Ho già citato, in un post precedente, il libro di Massimo Onofri Il suicidio del socialismo, che racconta e spiega il Quarto Stato e la tormentata vicenda di Pellizza da Volpedo, finito suicida per dispiaceri familiari ma forse anche per qualcosa in più.
 

Del libro sono venuto a conoscenza grazie a una delle belle rubriche che Raffaele Manica (critico letterario di primo ordine e ormai tra i più ascoltati, come l'autore del libro - del resto) scrive per il Mese, il supplemento di Rassegna Sindacale - da segnalare per la puntualità nell’approfondire, secondo tagli spesso inusuali, le questioni di maggior rilievo che si presentano all’orizzonte della nostra attualità.
Come sempre, è bastata la parola di Raffaele per farmi correre in libreria a comprare il volumetto citato (l’editore è Donzelli, le pagine meno di 150): la parola di Raffaele e il titolo tanto amaramente evocativo per me che, come tanti, al suicidio di un partito socialista (discendente di quello stesso alla cui iconografia Volpedo volle offrire il suo quadro eponimo) ho assistito senza poter fare granché a scongiurarlo, e con la sensazione di essere precipitato nel vortice di un'apocalisse culturale (nel senso coniato da Ernesto De Martino) da cui sarebbe stato arduo riemergere.
L’ho letto e ne consiglio anch’io la lettura a tutti. È suggestiva la tesi di un Pellizza che costruisce la sua estetica intorno a un grumo ideologico in cui la famiglia e il partito, o il movimento del proletariato che si fa partito dopo aver acquisito la sua consapevolezza di stato, si tengono fino a sovrapporsi, sicché il quarto stato si restringe in una famiglia facendosi soggetto privato, mentre la famiglia esce dall’uscio della sua abitazione - nido (siamo prossimi alle palpitazioni pascoliane) e si plasma su un modello ideale capace di proiettarla al centro della scena pubblica.

La crisi arriva nel momento in cui prima la morte del figlio appena nato e poi quella della moglie amatissima (è lei la donna con il bambino in braccio, alla sinistra dell’uomo che apre e guida il corteo) frantumano la famiglia e minano, per l’imprudente sovrapposizione, la compostezza serena e fiduciosa della marcia verso la luce dell’avvenire, che il quadro vuole innalzare a monumento.
Il suicidio di Pellizza è la resa alla sconfitta personale che diventa politica e storica, perché se la famiglia cade viene a mancare anche la forma su cui si è invigorito il movimento, e la disperazione resta senza rimedio.
Tutto questo, Onofri racconta con un’analisi attenta dei quadri che precedono il Quarto Stato, cogliendo in ciascuno di essi un segno del formarsi di un’ideologia personale tanto potente. Diremmo oggi, di una narrazione così pervasiva da coinvolgere il destino personale dell’artista nella sua dimensione privata e pubblica. E con riferimenti ad alcune pagine della letteratura (la scena di Metello che esce dal carcere e incontra moglie e figlio, nel romanzo di Pratolini) che sembrano, sia pure a segno capovolto, appartenere alla stessa narrazione.
O anche alle vicende politiche più recenti, degli anni in cui il socialismo italiano dopo un secolo di storia mette fine al suo corso.

L’incubo dell’ex amministratore delegato di Telecom, il socialista Vito Gamberale (raccontato dalla figlia scrittrice, in un articolo che Onofri utilizza a conclusione del libro), che, dopo l’esperienza del carcere ingiustamente patita per una concussione mai pepetrata, trasale ancora nel sonno alla vista delle donne e degli uomini del Quarto Stato che si animano e invadono la sua stanza da letto (quasi a rimproverare, a lui incolpevole, l’onore tradito) è la prova di quanto il quadro di Pellizza abbia contribuito a costruire la coscienza e l’immaginario del socialismo e dei socialisti italiani. Un quadro, conclude Raffaele Manica nella sua rubrica del Mese, “retto da un’eloquenza sotterranea”, che il libro di Onofri sa cogliere, dimostrando – aggiunge Raffaele – che “nonostante tutte le disillusioni, il socialismo è un modo di sentire le cose: un rapporto onesto col mondo”. Non si potrebbe dire meglio. Non potremmo dire meglio, noi che sappiamo per prova provata che il succo è tutto lì



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