venerdì 30 aprile 2010

Il bilancio nero di Alemanno


Il Comune di Roma è in bancarotta. La città sopravvive a se stessa, sempre più affannata, e comincia a scricchiolare nei suoi snodi più delicati, quei servizi sociali che permettono a tanta povera gente di tirare il fiato mese dopo mese. Né, d’altra parte, s’intravedono slanci espansivi, investimenti per opere pubbliche o sviluppi dell’impresa privata, insomma una qualche prospettiva economica; anzi, anche da queste parti, crescono i disoccupati (in queste ore
si annunciano due-tremila licenziamenti Telecom) e di nuove occasioni di lavoro neanche a parlarne.
Se la grande crisi industriale di fine secolo aveva tutto sommato graziato Roma, perché città storicamente terziaria e dunque manchevole di grandi manifatture, oggi sembra appassire anche quel disordinato, effimero rigoglio di attività nei servizi, nella cultura, nel commercio che negli anni scorsi l’aveva economicamente protetta.
Un impoverimento generalizzato, tanto acuto quanto rapido. Coinciso non proprio casualmente con il cambio politico del Campidoglio. Un processo che forse già affiorava in precedenza, durante il secondo mandato di Veltroni, ma che Alemanno non ha saputo né cogliere né, tanto meno, contrastare. Ha preferito buttarla in caciara, sbraitando contro la sinistra che aveva svuotato le casse comunali. Ma poi non ha saputo né risanare né indebitarsi. Si è fatto commissariare e ha tirato a campare con l’elemosina di Berlusconi, una specie di mancia al croupier.
E oggi Roma non ha un bilancio (per la prima volta nella sua storia) e neanche ci sono le condizioni finanziarie per raggruzzolarne uno finto. Gli amministratori capitolini sembrano smarriti, girano a vuoto tra gli uffici e cominciano a negarsi perfino al telefono: non hanno la minima idea su come andare avanti. Forse il governo lascerà cadere qualche spicciolo, se non altro per premiare la languida
fedeltà del sindaco, ma più probabilmente arriverà un nuovo commissario. A sancire il definitivo fallimento della capitale.
Complimenti ad Alemanno. In due anni ha trascinato Roma al tracollo. Sono finiti i soldi per l’assistenza indiretta, quei sussidi che aiutano le categorie sociali deboli e svantaggiate; non si aprono le nuove scuole perché non si possono comprare banchi e lavagne né assumere gli insegnanti; si tagliano i contributi per i soggiorni estivi degli anziani; si riduce il servizio di trasporto scolastico; si annullano i centri ricreativi estivi per l’infanzia; non si finanziano i progetti sociali a sostegno dei disabili e degli anziani fragili, centri diurni, case famiglia,
poli d’integrazione; non si fa più manutenzione nelle scuole e negli immobili
comunali; non si possono accogliere i minori che i tribunali affidano all’amministrazione locale; non si curano più le aree verdi; si eliminano completamente i progetti culturali e sportivi nei quartieri e nelle periferie.
Non c’è un euro neanche per comprare i fiori da portare ai funerali delle due ragazze morte a Ventotene.
I bandi per opere pubbliche e lavori di manutenzione erano stati 304 nel 2007 e l’anno scorso sono crollati a 74. In compenso si moltiplicano le assegnazioni
dirette, senza alcun controllo e spesso affidate alle stesse aziende, mentre i pochi appalti pubblici vengono affidati con ribassi d’asta insostenibili, intorno
al 60%, roba da sabbia bagnata invece di asfalto, il tutto lavorato in nero. Così come, sul versante delle politiche sociali, si elargiscono buoni e sussidi direttamente a singoli beneficiari: una progressiva privatizzazione dell’assistenza camuffata da ridicole campagne propagandistiche tipo bimbo-bello nonno-felice famiglia-gaudiosa.
E nei diciannove Municipi romani si scarica la protesta degli esclusi, sempre più aspra e disperata, carne viva e dolente che bussa vanamente alle porte degli
impiegati, dei consiglieri, degli assessori. Un vero e proprio assedio sociale. Ogni giorno è una croce. La ragazza madre che non riceve più il sussidio, il
dirigente scolastico che chiede di aggiustare il tetto della scuola o di derattizzare le aule perché ci sono più topi che alunni, l’anziano che desidera andare qualche giorno in vacanza, la figlia del malato di Sla che non può rinunciare al sostegno domiciliare, il cittadino che si lamenta delle buche sulle strade, la famiglia che senza l’integrazione al canone d’affitto rischia lo sfratto.
Bisogni inevasi, ricacciati indietro, respinti e negati. Non c’è il bilancio comunale e non è più possibile salvaguardare la condizione materiale di tanti e tante.
Ignorando o dimenticando che si tratta di diritti inviolabili che per legge devono essere tutelati e sostenuti. È un massacro sociale la cui proporzione cresce di
giorno in giorno.
E pensare che con le giunte precedenti a Roma si era consolidato un sistema di welfare niente male, per alcuni aspetti perfino più avanzato di quelli «storici», emiliani, toscani e umbri. Grazie alla sua complessità, la metropoli capitolina era stata costretta a misurarsi con una domanda da sempre trascurata e già di per sé estesissima, ma anche con realtà inedite, non previste dal tradizionale schema assistenziale. Ed era riuscita a confezionare una rete di servizi abbastanza ampia, e qua e là con punte di eccellenza, proprio laddove cercava di intercettare i nuovi bisogni che affioravano dalle grandi trasformazioni sociali.
Le nuove figure, le nuove famiglie, i migranti, e poi la fascia dell’adolescenza sfuggente e refrattaria, e poi il grande e disarticolato mondo del lavoro sempre più precarizzato, le tante solitudini urbane di giovani e vecchi, di soggetti indefiniti e indefinibili. Uno sforzo enorme. Che infatti è costato non poco e
ha finito per accumularsi in un sensibile debito pubblico. Ed è soprattutto qui l’origine del deficit comunale.
Del resto, è ormai risaputo che i trasferimenti finanziari agli enti locali non siano più sufficienti. Da anni si tagliano progressivamente i bilanci di Regioni, Province e Comuni perché considerati sprechi, e questo restringe selvaggiamente l’offerta di servizi. Servizi via via privatizzati ma non per questo meno costosi.
Anzi. L’illusione di risparmiare esternalizzando, vendendo e svendendo, si è rilevata desolatamente ingannevole. E infatti ci si indebita per fronteggiare
le necessità. Tutte le città del mondo sono costrette a farlo, da New York a Londra, da Milano a Palermo.
Oppure, si va con il cappello in mano dalle imprese immobiliari per ottenere servizi in cambio di volumetrie. È il modello dell’urbanistica contrattata, attraverso cui si scambiano concessioni edilizie con strade, scuole, mercati, trasporti, impianti sportivi, ecc. Tante palazzine, tanto credito pubblico: per realizzare ciò che le amministrazioni dovrebbero obbligatoriamente fare ma non fanno per mancanza di soldi. Il risultato è gravoso e devastante: densificazioni
edilizie, consumo di territorio, danni ambientali, congestioni urbane. E anche tanti e tanti profitti.
Ma a ben guardare a Roma neanche queste pratiche sbrigative trovano spazio. In Campidoglio non riescono nemmeno a negoziare con i palazzinari. Non usano il piano regolatore, che è peraltro piuttosto generoso, né lo modificano scegliendo altre strade. Annunciano che faranno questo e quello, prevalentemente robaccia scadente, ma in realtà puntano sulla solita commistione tra grandi eventi e grandi appalti, dai Mondiali di nuoto alla Formula uno alle Olimpiadi. Una paccottiglia affaristica che neanche le solenni conferenze all’Auditorium riescono a nobilitare.
In questi due anni Roma ha vivacchiato nella mediocrità. Ma adesso comincia a soffrire davvero. Ha il respiro corto e non vede il domani. Con la sua ottusa
demagogia, con la sua palese inconcludenza, con le sue furbizie d’accatto il sindaco Alemanno sta consumando una grande responsabilità. O non capisce o fa finta di non capire, nega tutto e ridacchia imbarazzato. In realtà, sta danneggiando seriamente la città. E la città non tarderà a rinfacciarglielo.


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