martedì 27 aprile 2010

Idee per un Partito Comunista



Stanno uscendo su Liberazione interventi di nostri dirigenti che si misurano con la sconfitta elettorale, con la fase e i nostri compiti. Ci sono proposte non condivisibili (Valentini, Bonadonna) volte, nell’essenza, ad affidare la prospettiva ad una nuova forza riformista di sinistra e con ciò sotterrare l’autonomia comunista.
Vorrei partire da due questioni, poste l’una dal compagno Salvatore Bonadonna e l’altra dal compagno Bruno Steri. Bonadonna afferma, tra l’altro, che il Prc, nella sua storia, non ha mai avuto radicamento vero tra la classe operaia. Steri pone la giusta questione di elaborare idee-forza capaci di organizzare consenso tra i lavoratori e a livello di massa.
Per ciò che riguarda Bonadonna: la sua osservazione è giusta. Il Prc non è mai riuscito a radicarsi seriamente, non solo tra la classe operaia, ma all’interno del mondo del lavoro complessivo. Per anni ha goduto del lascito elettorale del PCI; ha poi – attraverso una giusta intuizione – positivamente incrociato i movimenti spostandosi quindi, per organizzare il consenso, sul terreno mediatico. A lungo Bertinotti ha sfondato in tv e da lì ha coltivato, prevalentemente, il consenso, disinteressandosi del partito vero, che si avviava alla fatiscenza: completamente assente nei luoghi di lavoro e volatile nelle sue strutture territoriali. E’ del tutto evidente che ora, consumatasi l’eredità del PCI, spentasi l’onda dei movimenti (verso i quali Bertinotti ebbe un rapporto farisaico, giungendo, per conquistarne il consenso, a pagare alti tributi in termini di autonomia culturale comunista, per poi sacrificare Genova sull’altare del governismo) e chiusosi il terreno mediatico, per il Prc la fase si fa oscura. Rimarco ciò perché siamo di fronte ad un paradosso: mentre enfatizziamo il radicamento leninista della Lega, rimuoviamo la questione della distruzione organizzativa del nostro partito e il fatto che attraverso mille suggestioni pseudo teoriche abbiamo trasformato il Prc in un partito leggero, di opinione, non più adatto a costruire stabili legami di massa e consenso sociale ed elettorale. Rimossa, nella varie analisi della sconfitta, tale questione, si fa poi presto a cambiare strada, a far credere – Bonadonna e Valentini – che il problema sarebbe quello di sostituire il partito comunista con una più vaga forza di sinistra. Vi è poi la questione posta dal compagno Steri: le idee-forza. E’ vero: occorre metterne a fuoco alcune, fondamentali; avere il coraggio di sostenerle in controtendenza e la tenacia, negli anni, per renderle popolari, puntando a far identificare quelle proposte con il partito comunista. La prima non può che essere quella di una lotta spietata all’evasione fiscale (200 miliardi di euro l’anno); senza tale lotta nessun governo può essere di sinistra, poiché ogni politica sociale è impedita. Assieme a ciò indispensabili sono la fine delle missioni e delle spese militari. Che farci con tutta questa ricchezza rientrata? Il 50% per la ricostruzione dello stato sociale e l’altra metà per la riduzione della pressione Irpef sui lavoratori e per una detassazione sulle partite Iva: unità tra lavoro salariato e lavoro autonomo, il blocco sociale per l’alternativa. Una parola d’ordine forte, di grande impatto popolare, un’azione decisiva per il cambiamento sarebbe questa: da domani le imprese non beneficiano più dell’aiuto statale. La subordinazione porta a pensare che questo sarebbe un sacrilegio: in verità sarebbe solo il ritorno ad una normalità redistributiva (oggi, è la Marcegaglia a dirlo, sono oltre 1.300 le forme di aiuto e agevolazione per le imprese). Lotta alle delocalizzazioni: che fare? Immettere una norma per cui le aziende che delocalizzano perdono tutte le agevolazioni avute negli ultimi dieci anni e i soldi li restituiscono allo Stato. La nazionalizzazione delle banche è un’idea forza verosimile, che può incontrare sia il consenso di massa che quello delle imprese, che con un credito dello Stato possono guadagnarci. Se si partisse dal disagio sociale e dalla consapevolezza del grande indebitamento delle famiglie italiane, una proposta, sentita come cosa buona e giusta dalle masse, sarebbe quella di un piccolo credito pubblico popolare senza interessi per le famiglie in difficoltà (10 mila euro?) con il salario come unica garanzia di rientro. Una questione decisiva è questa: un progetto volto alla concentrazione delle imprese, un obiettivo così importante da favorire anche attraverso la defiscalizzazione per quelle favorevoli ad unirsi, concentrarsi. L’Italia è il Paese del piccolo è bello; in verità negli angusti distretti economici italiani è accaduto il peggio del peggio: schiavizzazione del lavoro e costruzione dell’esercito industriale di riserva, tutto volto a battere la concorrenza internazionale attraverso l’abbattimento del costo del lavoro: un’impresa immorale e, insieme (rispetto al costo del lavoro in altri mondi) velleitaria. Solo il superamento dei piccoli e malsani distretti e la concentrazione delle imprese – volte a conquistare mercati attraverso la qualità delle merci e non la schiavizzazione della forza-lavoro – può modernizzare e rilanciare l’economia italiana, riconsegnando salario e diritti ai lavoratori.
Per costruire e rendere popolari tali idee-forza, tuttavia – lo diciamo al compagno Steri – occorre (e torniamo alla questione posta da Bonadonna: l’assenza storica del nostro radicamento) un soggetto politico dalla natura anticapitalista e rivoluzionaria, un partito comunista. Lo rimarchiamo solo perché Steri, nel suo articolo, non lo ricordava.
di Fosco Giannini



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