venerdì 9 aprile 2010

I sopravvissuti: naufraghi o esploratori?


di Salvatore Bonadonna
Il risultato del voto per le regionali non è soddisfacente e, quello che è peggio, non è incoraggiante; dire che abbiamo portato a casa la pelle non ci mette al riparo dagli smottamenti, dal logoramento, dal processo di chiusura autoreferenziale sospinto da una malintesa reazione di difesa di un patrimonio, ormai solo di memoria, che non trova riscontro nella condizione di decadimento del Partito e della sinistra, moderata o radicale che sia. Il poteva andare peggio o, come si consola Bersani, dire che c’è stata una sostanziale tenuta, prelude solo al declino lento ed inesorabile.
Dire che anche il PdL perde e che solo la Lega guadagna qualcosa, descrive ma non spiega. Delle astensioni, che rappresentano il primo partito, se ne parla come di un dato naturale che non ha a che fare con la concretezza della politica agita; di ciò che alimenta le schede bianche o annullate e dei voti raccolti dalle liste civiche di protesta o da quelle legate a Grillo si dice di antipolitica e, quindi, di tendenza sostanzialmente reazionaria, e ci si mette l’animo in pace.
Intanto la destra politicamente vince, conquista il governo di quattro regioni, consolida la sua forza anche modificandone la composizione a favore della lega che acquisisce due Presidenti e attacca direttamente le regioni rosse, rafforza i blocchi sociali e di potere attraverso la capacità di costruire modelli identificativi di massa –ciascuno libero contro l’oppressione del potere pubblico – o la saldatura di interessi reali che operano nel campo dell’economia, delle imprese, della finanza, delle professioni. La pratica delle deroghe e dei condoni, il coinvolgimento dei sindacati compiacenti nella gestione di una forma remunerativa di neocorporativismo e la progressiva riduzione del lavoro a pura merce e del lavoratore a consumatore, la critica alle banche tanto esibita quanto poco praticata, l’ammiccamento alla innata capacità di arrangiarsi dei ceti professionali e l’esercizio di una forma politicamente violenta di opposizione a tutto ciò che non funziona addebitandone la colpa alla sinistra e ai comunisti, alla pesante eredità del governo Prodi. Una destra populista capace di organizzare il malcontento sociale e scagliarlo contro l’immigrato o l’operaio tutelato da un contratto, il pubblico dipendete o il fisco esoso, un nemico, insomma, che rappresenta tutto ciò che impedisce al potere di realizzare l’immaginario collettivo che ha alimentato e con il quale ha vinto.
Nella sconfitta della sinistra c’entra qualcosa che il Partito Democratico su nessuno dei terreni di azione del governo abbia marcato e sostenuto una differenza, una alterità, una opposizione? C’entra che la sinistra di alternativa, noi per intenderci, non sia riuscita ad andare oltre l’intervento solidale nelle vertenze e nelle lotte pensando di surrogare e sublimare in questo modo la carenza di elaborazione strategica e la mancanza di massa critica politicamente sufficiente?
Intanto questa divaricazione ci parla di un conflitto politico incapace di raccogliere il conflitto sociale che, in questo modo, rimane nella solitudine di ciascuna vertenza, nella disperazione isolata di ciascuna lotta; non si mette in campo alcuna strategia di unificazione del movimento di lotta e non si costruisce nessun sistema di alleanze sociali. La concreta corporativizzazione delle lotte manifesta i suoi effetti nefasti nella subalternità, nella incapacità di alimentare e fare vivere una ipotesi alternativa: si tratti della politica di settore nell’informatica come nell’auto, come nelle nuove tecnologie e nell’energia alternativa. La pervasività del potere delle imprese e la trasversalità di esso ha reso le maggiori forze politiche non solo tendenzialmente omologhe ma sostanzialmente convergenti e, perciò, non alternative; e del puro ricambio di ceto politico una buona parte della popolazione si chiama fuori e il resto si orienta maggioritariamente verso destra.
Anche se fatta a colpi di accetta, questa analisi, se è reale, dovrebbe portare noi, noi che ci definiamo sinistra, ad analizzare nel profondo, e con spirito di verità, la società e cercare di tessere quella trama di relazioni sociali e quelle proposte strategiche capaci di porci alla guida della opposizione e del difficile processo di costruzione dell’alternativa. E costruire l’alternativa significa in primo luogo costruire il popolo dell’alternativa.
Per questo non mi convincono le analisi consolatorie che considerano la perdita di trecentomila voti in nove mesi, dalle elezioni europee, una sorta di dimagrimento fisiologico, ne mi convince la tesi che basta insistere nella costruzione del “partito sociale” e della Federazione della Sinistra, magari accelerandone i percorsi costitutivi; due definizioni e propositi che, lungi dall’aprire campi di iniziativa, ne delimitano i confini allo stato presente e, in questo modo, in una ottica minoritaria. Peraltro, mi permetto di far notare, contraddittoria con una insistita e perentoria rivendicazione identitaria comunista che appare abbandonare la aspirazione alla egemonia e manifestarsi come nostalgia! Rifondazione ne ha avuto l’ambizione e, talvolta la pratica; ma non è mai stato un partito operaio e, nei momenti più intensi, il suo insediamento sociale si è alimentato della capacità di evocare un progetto e una prospettiva per un altro mondo possibile. Oggi si tratta di partire dal territorio, dalle sue realtà e contraddizioni, imparando prima a leggerlo e capirlo e poi a costruire modalità e soggettività dell’intervento politico.
Il primum vivere può costituire una zattera per il ceto politico, per un apparato di partito; ma non garantisce la maturazione e la crescita di una strategia politica; e, purtroppo, è invalsa l’attitudine a confondere il mezzo, il partito, con il fine, la rivoluzione!
Da anni il centro sinistra arretra e perde consenso e radicamento sociale perché ha assunto come proprio obiettivo quello di “vincere” nelle lezioni; e a questo fine ha sacrificato ogni cosa, progetto ed ideali, programmi e valori. In questo quadro desertificato la destra ha trovato spazio per costruire il proprio sistema di consenso, ha prodotto una vera e propria antropologia e ha vinto. La sinistra, non si salva dichiarandosi indipendente dal PD; resta solo ai margini e drammaticamente marginale e minoritaria. Ne la salvezza può derivare dalla pericolosa cultura politica che ricerca l’aggregazione attorno al leader!
L’autonomia dal PD ha un senso se si è capaci di alimentare la formazione di un campo di forze capaci di prospettare una alternativa e costituire una massa critica da portare nel confronto e nella battaglia politica, e nell’eventuale accordo di compromesso con il PD; ma con l’ambizione di incidere nel dibattito di quella forza politica, di parlare alle sue contraddizioni e alle sue componenti, di investire e mettere in crisi le posizioni subalterne che lo hanno reso estraneo e spesso impermeabile, quando non ostico, al conflitto sociale.
E, in questa difficile battaglia politica che riguarda la sinistra anche nel confronto con il PD, obiettivo fondamentale deve essere la riforma della politica e la crescita di una generazione di dirigenti, giovani e donne con idee forti della società da costruire, svincolata dai giochi di potere che hanno segnato la sconfitta dei gruppi dirigenti attuali.
Non si può criticare la cooptazione nella formazione dei gruppi dirigenti e praticarla fino, talvolta, alle forme di familismo amorale; non si può parlare di partecipazione e concepirla come una concessione dei dirigenti ai diretti, dei rappresentanti ai rappresentati. Questo può funzionare per Berlusconi ma non per la sinistra. La critica alla “forma partito”, alla quale anche io ho partecipato, partiva da altri presupposti ed aveva l’obiettivo di ampliare il campo dell’intervento diretto dei soggetti sociali nella politica; nella pratica, complici le leggi elettorali, che sempre esprimono una visione del potere, ha tramutato i partiti in sistemi di comitati elettorali e, come tali, alla fine, dipendenti dagli eletti. Non si salva il ruolo del Partito, o della Federazione, marcando la distanza dalle istituzioni o dalle funzioni di governo; ma costruendo, nelle condizioni di oggi, quella funzione di collegamento e di controllo, nella società e nelle istituzioni, quella intelaiatura della partecipazione democratica che la Costituzione assegna ai Partiti.
Se il gruppo dirigente del Partito o della Federazione non sarà in grado di cogliere questo grumo complesso di questioni e su di esso avviare una discussione organizzata e aperta a tutti i soggetti individuali e collettivi che, in vario modo e con ottiche diverse, hanno manifestato e organizzato pensiero ed azione critica e opposizione, avrà perso una occasione arroccandosi dentro la fortezza Bastiani di un nuovo deserto; magari rimasticando formule e giaculatorie del Congresso di Chianciano o celebrando, con i rituali classici delle burocrazie, le liturgie del Congresso della Federazione.
Ma chi crede che su queste questioni ci si debba misurare e far crescere una prospettiva di movimento ed una forza capace di incidere per cambiare lo stato delle cose esistenti deve mettersi in gioco fuori dalle vecchie collocazioni correntizie; non è tempo di conformismo, tantomento di logori giochi di apparato. La sfida dell’unità della sinistra e dell’alternativa va giocata in campo aperto!
Salvatore Bonadonna 

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