lunedì 19 aprile 2010

Emergency torna libera


Sul palco, enorme, una scritta: «io sto con Emergency». E' il pensiero condiviso di tutte le persone presenti, tutte militanti della pace. Così quando Niccolò Fabi, nel gridare la sua indignazione contro la guerra e cantare «quando dire amore diventa sottinteso», lancia un nuovo verso: «sto con Emergency e batto un po' le mani», tutta la piazza lo segue, con le mani in alto, non in segno di resa, ma di applauso, per amore di pace, un amore mai tradito. Sui lati del palco i ritratti di Marco Garatti, Matteo Pagani e Matteo dell'Aira i tre nostri connazionali sequestrati, insieme ai sei operatori sanitari afghani («o forse otto!», come avverte, preoccupato, Gino Strada) all'ospedale di Lashkar Gah. Il rapporto dei tre con i sei e con altre centinaia di uomini e donne di Kabul, dell'Helmand, del Panshir è fatto di formazione, amicizia, lavoro comune. Deve essere un legame davvero forte, come lo si racconta in molte comunicazioni - dal microfono in Piazza S. Giovanni e dal telefono o dal ponte radio con Kabul di Radio popolare. Emergency cura, aggiusta, allevia le ferite, ma non solo; Emergency insegna anche a curare, aggiustare, alleviare le ferite della guerra. Raccontano, a noi ascoltatori e militanti della grande piazza, di come le donne afghane, famose per i loro burqa, li abbandonino in uno spogliatoio all'entrata dell'ospedale. Lì ultra velate non si entra. C'è chi ha fatto una guerra di sette anni per insegnare agli afghani come fare la democrazia e rinunciare ai veli femminili eccessivi. I governi italiani si sono attribuiti il compito di insegnare agli afghani il diritto, prerogativa di Roma, nei secoli dei secoli. Diritto e polizia, con un esercito in armi di migliaia di soldati. Ecco che noi della piazza veniamo messi di fronte a un fatto inusitato. E si scopre, in questa occasione un po' speciale di discussione pubblica sul sequestro di un ospedale con i medici e tutto, che è più utile insegnare la pace, piuttosto che la guerra e serve più di più, per cambiare veramente le cose, fare un corso pratico, in corsia, per ostetriche e infermiere, piuttosto che insegnare a marciare e a sparare (ciò che sembra gli afghani sappiano benissimo da sé da qualche secolo). Di ostetriche e infermiere parla Michele, pediatra nell'unico ospedale, Emergency, della valle del Panshir. Racconta che quando Gino Strada aveva qualche dubbio su come escludere il burqa all'interno dell'ospedale, fu tranquillizzato da una fragoroso «finalmente!» proprio del comandante Massud. Poi riferisce alcuni dati sul ruolo di Emergency: a fronte di una mortalità neonatale (primi 28 giorni di vita) di 300, su mille nati in Afghanistan, cento volte maggiore di quella italiana, all'ospedale di Emergency in Panshir si era arrivati a 19 su mille, con la sicurazza di migliorare ancora.
Le prime parole di Gino Strada sono coperte da lunghi applausi. «Ripudiamo la guerra, lo abbiamo detto chiaramente... noi facciamo sul serio la pace, curiamo le vittime della guerra» e poi in un crescendo, ecco l'equazione: «la guerra è più devastante del terrorismo, il terrorismo è più devastante della guerra; non stiamo da nessuna parte, né con i talebani né con gli antitalebani, né con Obama né con Osama». Curiamo tutti in Afghanistan, tutti quelli che si presentano feriti da noi. E rivendica gli 11 anni di presenza nel paese e la solidarietà, raccolta con migliaia di firme, difficili, pericolose spesso, diverse da un messaggino con il cellulare. E parla dei suoi tre colleghi, due dei quali hanno girato il mondo delle guerre negli ospedali di Emergency. E insiste sulla profonda inciviltà di chi chiude un ospedale perché dà fastidio, perché parla. «Non smetteremo di dire cose sensate. La guerra è il problema, bisogna porsi il problema di farla sparire».
Poi tocca a Vauro. Questi è stato a lungo e in varie occasioni a lavorare in Afghanistan.«Sono un testimone d'accusa contro Emergency. Si è parlato di armi. In tutti gli ospedali ci sono armi. Arrivano nelle carni di donne e bambini. Certo che vi si infiltrano talebani. Li ho visti io. C'era un talebano con un proiettile alla tempia e nel letto vicino un soldato di Karzai colpito al ventre. Poi Abdullah, seduto sulla brandina con una gamba attaccata solo con un brandello di pelle. Non piangeva Abdullah, anche se aveva solo quattro anni. Oggi forse sarebbe un talebano. Emergency è colpevole di averlo curato. E poi quel chirurgo, Garatti... Come se non avessi visto cento volte quel tipo con le mani imbrattate di sangue....».
E' finita. Proprio alla fine c'è Fiorella Mannoia che canta Manu Chao, per dire Emergency.

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

Nessun commento:

Posta un commento

Ultime Notizie

Ultime News

Notizie di Politica

Roba Comunista