venerdì 15 gennaio 2010

Marchionne, la Siclia e la Serbia


I numeri aiutano, ma non spiegano tutto. Sulla chiusura di Termini Imerese, l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne va a muso duro appena gli è possibile, perfino al salone di Detroit dove pure parla da capo della Chrysler. Nel governo e soprattutto nella regione Sicilia c'è chi sospetta, anche con dichiarazioni pubbliche, che Marchionne tenga alto il livello dello scontro per ottenere quel che aveva ottenuto dal governo Prodi e da qualche governo regionale fa, intesa mai giunta alla firma: soldi in cambio della prosecuzione dell'attività produttiva in Sicilia. Un successivo accordo - ma precedente alla grande crisi economica mondiale e alla scelta del gruppo di dirottare i propri investimenti in Serbia - aveva convinto l'Unione europea a stanziare 47 milioni di euro. Soldi rimasti inutilizzati, così come è rimasto assente sui temi di politica industriale il governo Berlusconi, limitatosi a concedere incentivi alla rottamazione per tutti e nulla più.
Eppure, Marchionne ha dimostrato di saper trattare al meglio proprio con la politica. A Washington ha convinto l'amministrazione Obama della bontà della sua offerta per il salvataggio della Chrysler, facendosi prestare un mucchio di dollari e dando il via a un esodo incentivato di 23.000 lavoratori Chrysler in Nordamerica. A Belgrado ha convinto il governo serbo che la sua offerta per la Zastava di Kragujevac era migliore rispetto a quelle di altri costruttori europei. Tutto questo accadeva nei primi giorni bui di Termini, quel 2008 in cui l'Unione europa stanziava inutilmente i 47 milioni di euro.
E' il settembre 2008 quando Marchionne firma con il vicepremier serbo Mladjan Dinkic un'intesa per rilevare il 67 per cento della Zastava e lasciare al governo di Belgrado il 33 per cento. Torino e Belgrado sono in affari dal 1953, a Kragujevac già si assemblano Fiat Punto da vendere sul mercato locale e limitrofi, nel 2009 dovrebbero essere circa 10.000. L'accordo con la Serbia ha numeri che assomigliano curiosamente a quelli di Termini Imerese. Se in Sicilia l'eventuale rilancio della fabbrica riguarderebbe quasi 2.000 lavoratori per una capacità produttiva di 200.000 vetture all'anno, alla Zastava l'arrivo in forze degli italiani dovrebbe assicurare lavoro ai 2.350 dipendenti (con stipendi medi di circa 300 euro al mese, però) per una produzione annua a regime - forse per fine 2010 - di 200.000 vetture. Altre 100.000 potrebbero aggiungersi, sempre che il mercato russo (verso il quale dalla Serbia non si pagano dazi) e gli altri mercati europei si riprendessero. Cosa, a breve, non prevista da nessun analista.
Il rilancio della Zastava, stando almeno ai conti ufficiali, sarebbe più oneroso di quello di Termini Imerese. Nel memorandum d'intesa si parlava di 700 milioni di euro di investimenti, 200 milioni dei quali a carico del governo serbo (100 in contanti, altre due parti da 50 milioni in prestiti e incentivi), mentre la Fiat metterebbe i restanti. Il primo assegno da 100 milioni di euro è stato staccato da Marchionne poco più di due settimane fa. I successivi pagamenti dovrebbero avere una cadenza trimestrale, se verranno rispettati dalle parti tutti gli accordi.

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