martedì 12 gennaio 2010

La questione salariale, la vera urgenza del nostro Paese

Di
Marco Foroni


Anche quest'anno l'OCSE (non l'Internazionale socialista...) ha pubblicato i dati sui livelli dei salari, e la situazione continua drammaticamente a peggiorare; una conferma che il problema prioritario nel nostro Paese (la vera "riforma"), direi una drammatica urgenza sociale, è la QUESTIONE SALARIALE. E parliamo di salari lordi di quella che definiamo la CLASSE LAVORATRICE (impiegati e operai), a dimostrazione che i salari sono bassi non solo perché è alta la pressione fiscale. Alcuni dati:

- I salari lordi medi in Italia sono pù bassi del 32,3% della media dell'Europa a quindici.

- I salari lordi medi in Italia sono pù bassi del 16% della media dei trenta paesi OCSE.

- Tra il 1988 e il 2006 il valore degli stipendi medi italiani rispetto al PIL è diminuito del 13%, a vantaggio dei profitti e delle rendite; decine di miliardi di euro l'anno che sono andati ad altre classi sociali, quelle che hanno vinto (perché la sanno fare molto bene) la lotta di classe dell'ultimo ventennio.

- I salari reali (sempre tra il 1988 e il 2006 ) sono crollati del 16%, il valore più elevato tra gli undici paesi più industrializzati del mondo.

- Lo schiacciamento avviene verso il basso, in linea con i classici effetti delle politiche neoliberiste, che annichiliscono il riconoscimento delle professionalità; tale tendenza è confermata dal fatto che il differenziale di stipendio (tra il 1994 e il 2004) tra un lavoratore laureato e uno con il diploma di scuola dell'obbligo e diminuito del 6,2% e del 5% rispetto ai diplomati di scuola secondaria superiore. Ciò a conferma che una laurea non garantisce affatto salari dignitosi, in un contesto produttivo che deprime la manodopera più qualificata.

- La catastrofe del lavoro femminile: a parità di livello di istruzione con gli uomini, le lavoratrici italiane sono quelle che guadagnano meno di tutte rispetto agli altri paesi industrializzati del mondo (in media il 50% in meno).

Questo il risultato conseguente a più che decennali "riforme" del mercato del lavoro (e della sua precarietà), alle politiche del ventennio del berlusconismo liberista, della "rivoluzione liberale" dalemiana, dei moderatismi ulivisti e delle concertazioni, del primato della competitivà, della concorrenza e del cosiddetto mercato (che altro non è che il prestanome del capitalismo). Con il corollario di riforme del sistema previdenziale fondate, non sui bilanci effettivi dell'Inps o sull'andamento reale del rapporto tra attivi e inattivi ma sull'accusa di ostinarsi a vivere più a lungo, che comporteranno tra qualche decennio per la classe lavoratrice di oggi, pensioni da poveri.

E, come ha scritto recentemente Luciano Gallino, se oggi un politico di sinistra dicesse "che le classi sociali non esistono più, suggeritegli cortesemente di cambiare mestiere" (La Repubblica, 24 novembre 2009).




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