giovedì 31 dicembre 2009

Verso Gaza: la marcia apre il muro egiziano




E’ il primo ma significativo successo della «Gaza Freedom March» in terra egiziana. L’intensificarsi delle manifestazioni al Cairo dei millequattrocento attivisti internazionali che intendono rompere il blocco israeliano (ed egiziano) della striscia di Gaza e l’attenzione crescente dei mezzi d’informazione di tutto il mondo, hanno convinto le autorità egiziane a fare un passo indietro, dopo che per giorni avevano categoricamente escluso di poter aprire il valico di Rafah all’iniziativa in sostegno della popolazione palestinese.
Un centinaio di partecipanti alla marcia per Gaza, tra i quali due italiani, rappresentanti del Forum Palestina e di Action for Peace, questa mattina saranno autorizzati a partire per il Sinai e a raggiungere, con gli aiuti umanitari raccolti, la frontiera e ad entrare a Gaza. Ieri sera le delegazioni di quarantadue paesi erano impegnate a designare i loro rappresentanti.
Il via libera egiziano avviene ufficialmente nel quadro di una iniziativa dell’associazione umanitaria diretta da Susanne Mubarak, la first lady egiziana, alla quale si sono rivolte in modo particolare le donne dell’organizzazione americana Code Pink, promotrice della «Gaza Freedom March», e quelle delle altre associazioni pacifiste presenti in questi giorni al Cairo. Coinvolge inoltre
la Mezzaluna Rossa.
In questo modo il regime del presidente Hosni Mubarak ritiene di poter placare le proteste scatenate dopo aver negato l’ingresso a Gaza ai millequattrocento attivisti internazionali. «Si sbaglia» ha subito precisato una rappresentante della Gfm, che ha chiesto di rimanere anonima, «questa prima retromarcia delle autorità egiziane conferma che la nostra lotta è stata incisiva. Con mezzi pacifici, con raduni non violenti, abbiamo scalfito l’inflessibilità egiziana.  Continueremo a batterci affinché tutta la Freedom March possa raggiungere il suo obiettivo di rompere l’assedio di Gaza e di portare aiuti e solidarietà umana e politica alla popolazione palestinese sotto embargo».
Le autorità egiziane e le forze di polizia, costrette a non poter far uso della forza contro gli attivisti internazionali giunti al Cairo, hanno avuto grossa difficoltà a contenere la protesta divenuta con il passare dei giorni sempre più diffusa ed organizzata. Ieri, anche per la concomitante visita in Egitto del premier israeliano Benyamin Netanyahu, i sit-in e raduni si sono moltiplicati. Alla sede delle Nazioni unite è continuato il presidio permanente di un gruppo di volontari internazionali che non si sono fatti intimidire dalle pressioni della polizia che lunedì ha cercato, togliendosi i guanti di velluto, di sgombrare i manifestanti. Gli agenti egiziani, in tenuta anti-sommossa, sono intervenuti ieri
mattina anche per allontanare un centinaio di attivisti statunitensi che avevano cercato di entrare nell’ambasciata Usa per contestare la politica filo-Israele dell’amministrazione americana. «Purtroppo abbiamo dovuto constatare che i nostri diplomatici non hanno esitato un minuto a chiamare le forze di sicurezza
egiziane per cacciare via dall’ambasciata tre dei nostri compagni che volevano solo consegnare un documento sulle conseguenze dell’operazione israeliana Piombo fuso sui civili palestinesi», ha spiegato l’attivista americana Gil Murphy.
Il raduno internazionale più ampio è avvenuto davanti alla sede del sindacato dei giornalisti egiziani ed è andato avanti per tutto il giorno. Centinaia di attivisti della Gfm, armati di striscioni con i colori della bandiera palestinese e urlando incessantemente slogan contro il blocco di Gaza, hanno colorato e animato via Ramses, una delle arterie centrali del Cairo. Tra i manifestanti,
tenuti sotto pressione da un massiccio schieramento di forze di polizia, c’erano anche i centoquaranta italiani di Action for Peace e del Forum Palestina. A segnalare la loro presenza, sottolineata dagli applausi degli altri attivisti e dei giornalisti egiziani, è stato il «Bella Ciao» che ha coperto i decibel del tristemente famoso traffico automobilistico della capitale egiziana.
Giungono ora anche notizie da El Arish. Sono una cinquantina i militanti internazionali che, sfuggiti al filtro dei posti di blocco della polizia, sono riusciti a raggiungere la cittadina del Sinai a pochi chilometri dalla striscia di Gaza. Tra di loro c’è una italiana, Katjuscia Mattu, originaria della provincia di Nuoro. Dal suo racconto e da quelli di altri attivisti emerge con chiarezza che le autorità egiziane hanno blindato il Sinai, per negare qualsiasi possibilità di riuscita alla Gaza Freedom March. «Qui ad el Arish» ha detto al manifesto Mattu «la polizia controlla ogni nostro passo, cerca di tenerci negli alberghi e di impedire qualsiasi contatto tra gli internazionali e la popolazione locale. I poliziotti dicono
ai bambini che siamo ammalati, che abbiamo l’Aids, e quindi devono tenersi a distanza dagli stranieri». Ciò nonostante gli attivisti della Gfm riescono ugualmente a tenere manifestazioni fuori e dentro la cittadina. «Cinque dei nostri sono persino riusciti a raggiungere la Rafah egiziana bordo di un taxi», ha raccontato l’attivista italiana «purtroppo sono stati individuati subito e
fermati. La polizia li ha trattenuti per un paio d’ore e poi li ha liberati». Rafah, ha concluso Mattu, appare come una caserma, presidiata da reparti di massima sicurezza.
E’ arduo trovare una giusitificazione a tale schieramento di forze organizzato per impedire il successo di iniziative di solidarietà con il  popolo di Gaza. Solo le intimazioni giunte dagli Stati uniti e Israele possono aver spinto il rais Mubarak a dare ordini così tassativi e senza dubbio assurdi.



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