venerdì 18 dicembre 2009

Lavoro, il ritorno del Mutuo Soccorso


Per uno strano parallelismo della storia questa crisi, innescata da sofisticati meccanismi finanziari, sarà anche ricordata per il ritorno di forme di solidarietà antiche che sembravano relegate agli albori del movimento operaio. A 150 anni dall'esordio delle casse operaie – le prime società nacquero ai tempi della Prima Internazionale ed ebbero il loro apice nel 1904 con oltre 900 mila soci prima che il fascismo le mandasse in soffitta – a Brescia rilanciano il mutuo soccorso. Mentre in molte fabbriche i lavoratori in lotta stanno recuperando le vecchie casse di resistenza. In particolare in Emilia, storica roccaforte rossa, si moltiplicano nelle forme più spontanee i fondi istituiti dagli stessi lavoratori per sostenere quelli che presidiano le fabbriche.

Nella Leonessa d'Italia, di fronte ai morsi della congiuntura economica sfavorevole, che si annuncia ancora lunga e imprevedibile, l'idea di istituire un fondo per sostenere i lavoratori licenziati o in cassa integrazione, è stata lanciata dalla Cgil. Ma perchè ripescare dal pozzo della storia? “Abbiamo discusso a lungo su come dare un aiuto in modo organizzato – racconta Marco Femaroli, segretario della camera del Lavoro – e ci siamo convinti che è l'unico modo per mantenere un legame con chi sta perdendo il posto di lavoro e il reddito, e rischia di rimanere solo. Il mutuo soccorso è una risposta socialmente organizzata, un secolo fa come oggi, alla carenza di politiche nazionali”.

A Brescia sono 60 mila i lavoratori in cassa integrazione a 700 euro al mese, e circa 30 mila i licenziati. Una situazione devastante che rischia di provocare un vero e proprio terremoto sociale. Da questa considerazione è partita l'iniziativa, che sta sortendo i primi frutti. Nel giro di un mese, la Camera del lavoro ha raccolto 50 mila euro, soldi provenienti per il momento dai dirigenti e dai quadri sindacali. “Abbiamo deciso inizialmente di autotassarci – spiega il segretario – 250 euro a testa per funzionario. Ci è venuto un aiuto anche da tutte le strutture territoriali e di categoria e presto partiremo con la raccolta nei mercati rionali, presso gli uffici pubblici”.

I soldi raccolti con la sottoscrizione di biglietti da 2,5, 5 e 10 euro (la Cgil ne ha fatti stampare 50 mila) saranno periodicamente girati alla Caritas che confezionerà pacchi da distribuire alle famiglie in difficoltà o usati per diffondere il microcredito. In poche settimane le richieste di prestiti hanno superato quota 350 e serviranno ai lavoratori per fara fronte soprattutto alle bollette, che divorano, in assenza di entrate, i magri bilanci familiari.

“Quello che sta accadendo – evidenzia Femaroli – è che la gente sta risparmiando anche sulla luce e sul gas, il cui costo annuo varia tra gli 800 e i 1000 euro; fa sorridere amaramente l'epiteto di 'privilegiati' lanciato ai cassintegrati da qualcuno”.

Un altro aspetto di rilievo è che circa il 60 per cento delle richieste di finanziamento arriva da immigrati. Una risposta al razzismo della Lega, che qualche tempo fa lanciò la proposta di dare incentivi ai lavoratori stranieri che sarebbero tornati ai loro Paesi. “Sia chiaro – sottolinea Femaroli – il muto soccorso non sostituisce le responsabilità dello Stato, che deve varare misure adeguate a questa crisi”.

Sono, intanto, molti i casi in cui i lavoratori promuovono le casse di resistenza. E' accaduto all'Ideal Standard. Ne hanno istituita una all'Agile, ex Eutelia, dove da quattro mesi i dipendenti sono senza stipendio, e alla Phonemedia, entrambe società controllate dalla Omega, al centro di una vicenda giudiziaria dai contorni poco chiari.

Ma è in Emilia che in modo diffuso molte fabbriche stanno rispolverando le casse di resistenza. A Reggio, in particolare la Spx, azienda di macchinari, 60 licenziati su 210 dipendenti, chi entra a lavoro versa un quinto del proprio stipendio ai lavoratori che rimangono a turno in presidio, e il sabato sera si organizza la sagra del tortellino per auto-finanziarsi. Così alla Tecnogas, dove ai 400 dipendenti che rischiano il posto danno una mano tra i fornelli delle cene di solidarietà i dirigenti e gli operai di altre fabbriche della provincia.

Il sociologo del lavoro Luciano Gallino sottolinea due aspetti del fenomeno: “E' un chiaro ritorno alle origini. Con questa crisi il sistema che era stato messo in piedi negli anni 70 ha mostrato limiti e problemi: dopo pochi mesi, le persone sono di fatto senza reddito. E così si riscoprono forme di solidarietà come la condividione degli orari o il mutuo soccorso. Vedo un aspetto positivo nel ritorno ad un sentimento collettivo dopo gli anni della solitudine e dell'individualismo, con cui si cerca di mitigare insieme ai propri anche i problemi degli altri”.

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