mercoledì 16 dicembre 2009

La fabbrica chiude, le operaie continuano a lavorare



Accade alla "Metalli Preziosi" di Paderno Dugnano, nel milanese, dove un gruppo di donne non si arrende allo stop e mette in piedi una produzione artigianale nella mensa occupata. "È quasi una terapia, ma anche un modo per reagire alle ingiustizie"
Volendo usare un termine finanziario, bisognerebbe parlare di “riconversione industriale”. Loro si sono autodefinite le “metalline”. È un gruppo di lavoratrici della Metalli Preziosi, la fabbrica di Paderno Dugnano in crisi da oltre un anno, che hanno deciso di continuare a lavorare nella mensa occupata. Da settembre, infatti, questo gruppo di donne è attivo dieci ore al giorno e produce una serie di articoli totalmente a mano come bambole, addobbi natalizi, orecchini, bracciali. Alcuni dei materiali sono stati donati in segno di solidarietà, altri se li portano da casa smontando loro oggetti. È ormai l’ultima parte produttiva di un’azienda che aveva 120 dipendenti e che a settembre ha visto anche cinque operai in protesta salire su una cisterna alta trenta metri. Pubblichiamo qui l’intervista alle "metalline" apparsa sul loro blog, http://lavoratoripreziosi.blogspot.com

Quali erano le vostre mansioni alla Metalli Preziosi?


Tra noi ci sono sia impiegate che operaie. In azienda non ci si conosceva e non si andava oltre il saluto quotidiano, c’era modo di incontrarsi, per motivi di sicurezza era vietato passare tra i reparti. C’è chi lavorava al reparto sintetizzati e chi lavorava al rapporto ufficio con l’estero. Tra le lavoratrici, le impiegate si presentano più o meno tutte, le operaie sono solo 6-7 su circa 12 che c’erano; la media delle donne è molto alta rispetto agli uomini, in proporzione loro sono davvero pochi. Forse c’è più la tendenza a fare qualcosa con le proprie mani e a reagire e non a piangersi addosso.

Come è iniziato il tutto?

La cosa è nata come passatempo, la noia di venire qua tutti i giorni, era diventato triste. Poi è passata Elena, una ragazza esterna che ha portato solidarietà: lei ci ha dato l’idea e da lì abbiamo cominciato. Inizialmente abbiamo portato delle cose nostre da casa, poi accumulando esperienza e fantasia sono venuti fuori prodotti e siamo in continua evoluzione.

Come passate le giornate? Cosa vi spinge tutte le mattine ad alzarvi e venire qua?


Oramai c’e un appuntamento non detto, quotidiano. La mattina ti alzi, guardi qualche annuncio di lavoro su i quotidiani, mandi qualche curriculum e poi si viene qua e se c’e bisogno ci si occupa di recuperare i materiali. Non è una routine venire al presidio, è un pensiero fisso. Ci fa stare bene, arrivano moltissimi stimoli, non si pensa ad altro, qualcuna dice che è il lavoro che ha sempre cercato. Prima dell’estate, alcune di noi non venivano più, non c’era niente da fare. Da quando abbiamo cominciato questa attività, difficilmente manchiamo un giorno, a meno che non ci sia da andare a qualche manifestazione o in Provincia o comunque qualche impegno per la lotta. È stata una terapia... e, ti allontana i pensieri. Anche perché che stai a casa a fare? Soldi da spendere non ce ne sono (sorridono, ndr). Quest’anno soldi per i regali non ci saranno, regaleremo i prodotti fatti da noi. Quando lavoravamo in fabbrica, non avevamo contatti diretti con il “cliente”, questo rapporto per noi conta molto e ci dà una buona spinta, vedere che i nostri prodotti piacciono è una soddisfazione. Ora poi siamo costrette a fare gli “straordinari”, saremo qua durante il ponte di Sant’Ambrogio, siamo indietro con gli ordini! A volte ci si porta a casa il lavoro la sera, per finire qualche articolo o per fare prove di nuovi prodotti, diventa una sfida con se stessi.

Dopo anni di lavoro da dipendenti, come è lavorare per voi stesse?

C’era soddisfazione anche nel lavoro alla Metalli, perché se ti piace e sei professionale ti arrivano. Però in questo c’e anche una parte di creatività e di fantasia che prima non c’erano. Inoltre c’è il vantaggio di fare qualcosa per noi, per portare avanti la lotta; se non ci fossero i soldi per far vivere il presidio, forse sarebbe già tutto finito. Certo, gli eventi danno un introito maggiore, ma qua è un po’ il discorso della formichina, giorno dopo giorno portiamo a casa qualche soldino per la causa. Poi ci sono i mercatini, le giornate nelle scuole e gli eventi in fabbrica: in queste occasioni si lavora bene e inoltre si fa conoscere la nostra lotta a chi magari non sapeva nulla. Ci ha sorpreso incontrare delle mamme in una scuola che erano informate o che addirittura seguivano il blog. Si ha modo di raccontare la propria esperienza, parlare della lotta, conoscere persone e farsi conoscere, siamo anche un ottimo mezzo informativo.

E se alla Metalli andasse male, aprire un’attività simile?


Se ci fosse uno sponsor sarebbe possibile. Visti i successi avuti, sarebbe bello continuare a organizzare eventi, anche se poi, noi, gli spettacoli non riusciamo a vederli perché siamo impegnate con il banchetto. Si potrebbe aprire una cooperativa... Se apri la partita iva ti anticipano tutti i soldi della cassa e della mobilità e mettendoli assieme si potrebbe pensare a qualcosa. Strano a dirsi, solito tra donne sul lavoro ci si becca, qua non abbiamo mai avuto nulla da dire, anche se il clima qua è stato sempre disteso, anche mentre la Metalli era ancora aperta.

Cosa dicono i colleghi di voi?


Sorridono, cercano di partecipare per quanto possono, si sono messi a fare i presepi. Ma non hanno la costanza: ne hanno prodotto uno, erano tutti sudati, era quattro centimetri per cinque. Hanno fatto anche quello grosso che c’e in mensa, erano tutti entusiasti, sono tre settimane e devono ancora finirlo. Per Natale pensiamo che ce la faranno.

Come vi è cambiata la vita?


La cambia, la cambia. C’è stato uno choc iniziale, la chiamavano l’inaffondabile. Fino a due mesi prima tutti dicevano che non sarebbe mai successo. Noi in ufficio avevamo forse più idea di quello che succedeva, ma ci davano continue rassicurazioni che erano già passati momenti come questi e si erano sempre rialzati. Se avessimo potuto continuare a lavorare, fino a gennaio-febbraio saremmo potuti andare avanti, magari con una cassa integrazione a turno, però sembra che non ci sia stata la volontà. Poi rabbia-sconforto-incertezza. C’e chi ha rinunciato a fare delle gare, dopo anni di sforzi e di sacrifici, è dura dover mollare così, non per una decisione tua. Chi invece lavorava qua da pochi anni pensava di avere un posto per la vita, ora non sa nemmeno se arriverà alla pensione.

E a casa? La famiglia?

Qualche maritocompagno all’inizio l’ha presa bene, ha visto le energie che arrivavano. Poi alla lunga però con qualcuno si è creata qualche frizione, è bastato sedersi a tavola e parlarne, spiegarsi e ci si è riconciliati. Altri non sono venuti e non vogliono entrare nel circolo vizioso... (si guardano complici). Sicuramente il fatto di vederci cucire o fare qualche oggetto a casa la sera, magari davanti alla tv, gli trasmette l’importanza che ha per noi tutto questo. Poi a casa non si attacca più un bottone, le mamme sono contente di averci mandato a fare i corsi di cucito che finalmente sono serviti a qualcosa. Alcune lavoratrici invece non avevano mai cucito nella loro vita e adesso si trovano a fare di tutto con ago e filo.

Cercare un altro lavoro?

Eh.... Anche quelli di trent’anni fanno fatica a trovarlo, anche gli addetti alla qualità che per stare al passo con i tempi facevano un sacco di corsi. Volendo si trova del lavoro in nero, ma non ci va, portare via un lavoro a un’altra persona e prendere comunque la cassa, davvero non è etico. Bisognerebbe prendere la tessera di tutti i partiti, associazioni, al giorno d’oggi in alcuni settori contano più che il curriculum. Qualcuno ha trovato come impacchettatrice nei centri commerciali tramite la Caritas, ma fino alla befana, poi... Siccome fanno i turni, quando non sono all’altro lavoro vengono qua alla Metalli e vanno avanti nella loro attività principale.

Cosa pensate dei lavoratori che non partecipano alla vita del presidio?

Aspettano la pappa pronta, non vengono mai qua. Quando si ha una “cosa” privata importante, ci si deve muovere. Aspettano che i soldi gli arrivino a casa. Alcune di noi chiamano dappertutto, non mollano e non si fermano se dall’altra parte trovano risposte insufficienti, vanno avanti fino a quando non arrivano dove volevano.

Pensate che la vostra attività possa essere d’esempio per le altre lavoratrici?

Quello che vorremmo far risaltare, sono le donne che lavorano pur essendo disoccupate, per trovare una affermazione e rilevanza del loro essere, ritrovare il quotidiano perso, ritrovare con i propri mezzi, il senso vero del lavoro che ultimamente lascia desiderare. Collaborare, creare, è un modo di reagire alle ingiustizie che ultimamente dilagano, non è un percorso facile, ormai sono mesi che viviamo una situazione precaria e di attese. È stata presa in considerazione la parte migliore delle persone. Questo è l’esempio, ritrovarsi, accettarsi, essere uniti, contestare non solo a voce, ma dare un messaggio di lavoro, un esempio nato da donne, non solo per le donne, ma per tutte le persone che si trovano sole in una condizione di disagio. Per esorcizzare la solitudine triste, la mancanza di un posto di lavoro, è come abbracciarsi per non essere soli. È un puro messaggio di esistere ancora in questa società, che sta annullando il valore del lavoro.

Volete ringraziare qualcuno?


Ringraziamo le persone che ci hanno aiutato tramite la solidarietà; questo ci ha permesso, di poter fare iniziative e aiutare a nostra volte le persone più bisognose. I nostri cinque colleghi che si sono sacrificati per nove giorni sulla torretta, tutti insieme abbiamo dato quello che potevamo, a noi e a tutti quelli come noi.

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