venerdì 4 dicembre 2009

Eternit: countdown per il maxiprocesso. Sit - in per gli operai morti a Bagnoli




Il 10 dicembre in aula le storie di chi si ammalò per l’amianto mai tolto dalla fabbrica Italsider
Sit - in per gli operai morti a Bagnoli

NAPOLI — «Finalmente potrò vedere chi ha fat­to tanto male a mio padre, che è morto dopo ven­ti anni di lavoro nel reparto amianto dell’Eternit, e a me che da anni sono gravemente ammalata. Mio padre Giorgio è morto di asbestosi polmona­re, era il 1985 e il medico che lo curò, l’ex sindaco di Napoli Gerardo Di Michele, fece l’impossibile per salvarlo. Fu tra i primi a sperimentare l’effica­cia del «Rocefin» appena uscito, pagavamo cin­quantamila per acquistare questa preziosa medici­na, ma il suo corpo era irrimediabilmente minato e non resistette. A me hanno trovato strane om­bre nei polmoni, vado in America a curarmi, la no­stra vita è distrutta».
Ida Di Vicino figlia di un operaio dello stabili­mento Eternit di Bagnoli, parla con un filo di vo­ce, è una delle tremila «parti offese» del maxi pro­cesso contro l’amianto che inizierà giovedì prossi­mo nell’aula magna del tribunale di Torino. Il Pro­curatore Raffaele Guariniello, quello di Calciopo­li, ha messo in moto una macchina giudiziaria che non ha confronti, un processo con 3500 lavo­ratori e familiari di lavoratori deceduti. Per rende­re possibili le udienze gli interrogatori avverranno in videoconferenza. Ma guardiamo i risvolti napo­letani della storia. Cinquecento deceduti apparte­nevano a quella Bagnoli operaia che ha pagato il prezzo più alto a questa vergogna e la rabbia dei discendenti esploderà oggi pomeriggio nell’as­semblea che si svolgerà alle 16,30 nella sede della municipalità del quartiere. Interverrà tantissima gente, ci sarà anche l’avvocato Ezio Boanni che è riuscito a trascinare - ed è la prima volta - lo Stato sul banco degli imputati: l’accusa è disastro colpo­so e rimozione volontaria di cautela, cioè menefre­ghismo raggelante perchè non sono state poste in essere quelle minime e indispensabili misure a tu­tela della salute dei lavoratori. Molti dei quali so­no stati mandati a morire.
Due soli gli imputati, il bela Louis De Cartier de Marchienne che è stato proprietario degli stabilimenti Eternit sino al 1972 e lo svizzero Stephan Ernest Schmidheiny che ha rilevato la proprietà e l’ha conservata fino alla chiusura, nel 1985. Nelle more delle lunghissi­me indagini è accaduto un fatto clamoroso: l’ulti­mo proprietario ha capito la drammatica gravità di quello che si era verificato e ha offerto somme di denaro, a titolo di risarcimento, ai parenti delle vittime. Non è dato di sapere quanti hanno accet­tato il bonus che in nessun modo, però, può esse­re considerato il giusto ristoro perchè la vita è un bene che sfugge a qualsiasi monetizzazione. Sono 330 le «parti offese» napoletane e saran­no rappresentate nel procedimento da due legali: Massimo Di Celmo, che è anche responsabile na­zionale della Consulta giuridica della Cgil, e Dome­nico Di Criscio che assiste il segretario regionale della Cgil Michele Gravano e il segretario della Fil­lea Cgil, Giovanni Sannino. I due avvocati napole­tani sono in continuo contatto e in perfetta armo­nia di vedute con gli altri colleghi del collegio. Si comincia tra sette giorni, dunque, ma sul ma­xi giudizio aleggia l’alea nefasta del processo bre­ve e della relativa prescrizione. «Dovremmo esse­re fuori da questo rischio, dicono Di Criscio e Di Celmo, ma non sa mai». Pescando tra le centinaia di volti di questa storiaccia saltano agli occhi vi­cende sconcertanti. Tra i deceduti troviamo un barbiere di Casalmonferrato che ha contratto il mesotelioma lavando i capelli agli operai dello sta­bilmento; ed uguale sorte è toccata alle mogli e alle mamme che avevano lavato le tute dei loro cari. La strage, insomma, ha segnato il destino del­la classe operaia napoletana.
C’è un lavoratore ex Eternit che combatte strenuamente da venti anni; due sorelle di Bagnoli si sono ammalate respiran­do in casa la polvere maledetta. «Giorgio, mio pa­dre — dice ancora Ida Di Vicino — ha lottato stre­nuamente, aiutato dal professore De Michele, ab­biamo vissuto un periodo infernale e non c’è risar­cimento che possa restituire alla nostra famiglia quello che le è stato tolto». Si comincia tra sette giorni, dunque, ma Bagnoli è già in fermento. La tragedia dell’Eternit è la tragedia di tutti, come e più del mancato risanamento del quartiere deva­stato dall’amianto e dalle polveri dell’acciaeria. E lo ribadirà il giorno prima dell’apertura del maxi­processo con una fiaccolata all’interno della zona pedonale di viale Campi Flegrei.

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