giovedì 3 dicembre 2009

Trieste: alla guerra del metano, contro l'impianto che fa paura




A cinquanta metri, depositi di materiali infiammabili e il sito di una centrale turbogas ad alto potenziale approvata da Roma. A cento metri il terminal di un oleodotto internazionale, con petroliere su tre pontili. Poco in là, un mega-inceneritore rifiuti (150 metri), gli altoforni di una ferriera (500 metri), depositi di formaldeide (700). Tutti potenziali inneschi a catena. Intorno, la città. Una superstrada a 120 metri, le prime case alla stessa distanza, i primi quartieri popolari a 600 metri e lo stadio a mille. Possibile che vada a incastrarsi proprio qui il rigassificatore della spagnola Gas Natural, che ha appena avuto il via libera del governo? Sì, è questo il luogo. Una baia grigia e inquinata, piena di industrie. Attorno, solo nebbia, ansia e silenzio. Ansia per l' ambiente e per il rischio di incidenti a catena. Silenzio delle istituzioni che non spiegano ed esortano a una generica fiducia.

Nebbia su tutto: sui progetti, sul senso dell' operazione, sul futuro di Trieste. Nebbia sul mare più vulnerabile dell' Adriatico e sul polo energetico che nel 1972 fu colpito per primo in Europa dal terrorismo internazionale. Tranquilli, dicono alla Gas Natural, «tutti i possibili scenari sono stati contemplati nei diversi studi di rischio». Sanno della presenza degli obiettivi sensibili attorno al loro impianto? «Ovviamente gli studi sui rischi e sul possibile effetto domino tengono conto di queste installazioni e della popolazione attorno. Studi condotti su alti standard dicono che l' impianto è sicuro. Dobbiamo operare in sicurezza per 30 anni e nessun errore sarebbe tollerabile tra noi». Uno si fida, e va a cercare conferma negli studi. Ma nell' allegato sull' effetto domino si scopre che le cartografie sono monche. Niente depositi costieri, né inceneritore e serbatoi di formaldeide. La commissione ministeriale, farcita di avvocati non specialisti di infortunistica e ambiente, ha davvero letto le carte prima di approvare il progetto? Il Governo non parla che di sicurezza, ma in materia di energia la griglia diventa un colabrodo. Vedere per credere. Gli studi di impatto spesso riportano solo i cognomi degli estensori e quasi mai sono firmati; talvolta semplici powerpoint, relazioni semi-anonime allegate copiaincolla. C'è persino una fondamentale traduzione in italiano nettamente difforme dall' originale spagnolo, anonima e con logo alterato. Un geometra inorridirebbe, ma i ministri non hanno visto nulla. Nemmeno il sottosegretario all' ambiente Roberto Menia, che è pure triestino. «Se questa roba me l' avesse data uno studente come tesi di laurea, gli avrei detto di ripassare dopo sei mesi», ha detto ieri il professor Marino Valle, specialista europeo di energia e sicurezza. Un esempio? In un corposo documento firmato - questo sì - da José Maria Medina Villaverde, l' acqua fredda scaricata nella baia sale miracolosamente in superficie anziché stagnare sul fondo e l' effetto accumulo delle centinaia di milioni di metri cubi di mare sputati a bassa temperatura dall' impianto è ignorato. Quintali di documenti su tutto lo scibile umano (dalla meteorologia all' impiantistica) attribuiti sempre agli stessi cognomi, spesso illustri sconosciuti. Profili di temperature relativi a zone ben diverse dalla baia o prelevati da Internet; sottostima della bora (36 km orari a fronte di 100) nel calcolo della rotta d' accesso delle navi, con misurazioni prese non a Trieste ma al largo di Caorle. È così che si valutano i progetti energetici, si studiano i piani d' intervento della Protezione civile e si applica la "legge Seveso" sui disastri a catena?
Arriveranno altri dodici impianti così in Italia. Taranto è nella stessa posizione di Trieste, con un rigassificatore incollato alla città in attesa di via libera. E con gli stessi dubbi sulle procedure. «Ho la gente nel panico» lamenta Fulvia Premolin, sindaco di Dolina, comune limitrofo all' impianto. E Nerio Nesladek, sindaco di Muggia: «Nessuno si è fatto vivo per spiegare». Il fatto è che qui pochi hanno dimenticato quelle bombe piazzate 37 anni fa da Settembre Nero sotto i depositi di petrolio della Siot e quel rogo che ci mise giorni a spegnersi e fu visto a centinaia di chilometri. Ignorata dalla politica, ieri la comunità scientifica ha cercato di rompere il muro di silenzio. Pensate, è stato detto, a un mare che gela in un istante e a una nube di gas altamente infiammabile che lo ricopre e fa tabula rasa: basta un innesco minimo, e l' onda di calore si estende alla città e agli impianti vicini. Chi è contrario all' operazione chiede che la cattedrale energetica venga realizzata altrove, possibilmente off shore. Ma la paura è soprattutto ambientale. L' impianto succhia 800 mila metri cubi d' acqua al giorno: tutta quella della baia tra Muggia e Trieste passerebbe tre volte l' anno nella sua pancia. Il mare, già rimescolato con i fanghi inquinanti per i pompaggi, verrebbe sterilizzato con 70 tonnellate di cloro attivo l' anno e si raffredderebbe di alcuni gradi. Per uno degli spazi più chiusi dell' Adriatico il rischio è il collasso. Altra sorpresa: il progetto non è mai stato approvato dalla Regione né discusso in Provincia. «Rispetto a dieci anni fa, è scomparsa la figura di un garante indipendente e autorevole», lamenta Giacomo Costa, luminare di chimica all' università. «La collettivitàè stata lasciata sola di fronte a un balletto di cifre e a una cosa troppo complessa da capire» conferma Adriano Bevilacqua, del sindacato regionale Vigili del fuoco.
Che qualcosa non funzioni lo dimostrano le due indagini avviate dalla magistratura penale, irregolarità accertate dalla Finanza, e 5 ricorsi al Tar di cui uno (primo caso in Italia) di un comune straniero, Capodistria, confinante con Trieste. Il caso ormai è internazionale: la Slovenia teme inquinamenti delle acque e interferenze con i traffici portuali, e ha espresso forti perplessità ai ministri Frattinie Prestigiacomo in visita giorni fa a Lubiana. La domanda ricorrente è: cosa accade quando il metano liquidoa meno 162 gradie la pressione di 85 Bar finisce in mare? «Vaporizza all' istante- risponde Gas Natural - Il vantaggio della miscela a base di metano è che è più leggera dell' aria. Perciò tutto sale in alto senza impatti sull' ambiente marino». Ma gli scienziati dicono il contrario. Ieri esperti sloveni hanno presentato un filmato in cui si vede lo sprigionarsi di una nube fitta che ristagna a lungo, poi si espande di 600 volte. Lo scenario è da fantascienza. È una nube pesante che entra anche nei tombini e, se prende fuoco, è capace di generare un irraggiamento da 5 kilowatt per metro quadro con effetti a catena su depositi di carburante, fabbriche, abitazioni. Ma le ansie riguardano anche la navigazione. Il nuovo traffico navale pesante come convivrà con la pesca, i traghetti, le crociere, il diporto e i commerci? L' ammiraglio della Capitaneria dice che 120 gasiere l' anno non sono un problema. Ma il collega di Chioggia ha istituito attorno al "suo" rigassificatore off shore due aree di interdizione concentriche, la maggiore di due chilometri e mezzo di raggio. Precauzione che, a Trieste, significherebbe la semiparalisi del movimento navi. Intanto si va avanti al buio, con una politica energetica sibillina, procedimenti separati e una cabina di regia in atteggiamento subalterno. Mentre Gas Natural accelera, un' altra corporation, la Endesa (ora E.On), è in corsa per la costruzione di un secondo rigassificatore in mezzo al golfo. Nel contempo la Snam progetta una conduttura di metano da Trieste a Grado, la Lucchini-Severstahl parte con un turboimpianto i cui effetti sull' atmosfera non sono stati spiegati, e si parla anche dell' arrivo di gas russo a Monfalcone dopo gli accordi Putin-Berlusconi. Quali piani di sicurezza si possono fare in un caos simile? Sembra il Terzo Mondo. La foce del Niger. E invece è Italia. Fulvia Premolin, sindaco di Dolina Nerio Nesladek, sindaco di Muggia
PAOLO RUMIZ

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